Part 13
Niuna minaccia era più terribile che quella di lasciare i corpi insepolti a pasto delle belve e degli uccelli rapaci. Il corteggio funebre era composto dei congiunti e degli amici dei defunti; ma volendolo rendere più pomposo, si prezzolavano piagnone e musici che eseguivano arie lugubri e tremolanti imitando i singhiozzi. Nel Talmud troviamo infatti essere obbligo d’ogni israelita di onorare la propria moglie, provvedendo pei suoi funerali due _hhalilín_ (tamburri) ed una piagnona.
Il luogo assegnato alle sepolture doveva distare almeno cinquanta cubiti dalle città o dai borghi, e l’essere sotterrato di nascosto senza corteggio e lutto era il massimo dei disonori; e si diceva _kevurád hhamór_ (sepoltura dell’asino). Le fosse erano talvolta scavate nel sasso vivo o costrutte nella terra in forma di critte o di caverne, che ora sono dette _mearà_, ora _scihhà_ o _sciuhhà_, ora _bor_ ed ora _kéver_. Quest’ultima denominazione era però adoperata ad indicare qualunque sorta di sepolcri.
Le persone di bassa estrazione si seppellivano in una semplice fossa in cimiteri comuni: ma le famiglie agiate avevano tombe particolari, ed il sito a preferenza d’ogni altro, era scelto nei giardini e nei luoghi ombrosi.
In tutte le epoche della storia nostra, cominciando dal patriarca Giacobbe che ne innalzò una alla sua dilettissima Rachele, che perde immaturamente nel suo ritorno in patria; vediamo fatto menzione di _massevoth_ o tumuli, che erano fatte d’un sol sasso grande e scolpito, come se ne incontrano tuttavia in Oriente, e che risalgono alla più alta antichità.
Sono quasi incredibili, dicono i viaggiatori, le dimostrazioni di dolore a cui si abbandonano in Oriente i parenti dei defunti. Noi abbiamo già accennato che quelle che davano gli ebrei in tali luttuose circostanze non erano meno intense. Aggiungeremo qui, che fra i molti segni di lutto consacrati presso di loro, è principalmente da notarsi quello di squarciarsi gli abiti sino alla cintola, di camminare a piedi e capo nudo, e di tenere barba e cappelli arruffati. Era pure proibito l’uso dei profumi e degli olii odorosi, i bagni e le conversazioni. Taluni astenevansi pure dal vino e digiunavano.
La legge però proibiva severamente di strapparsi le sopracciglia, di graffiarsi il viso ad imitazione dei gentili.
§ 4.—_Medici._
S’ignora affatto in che consistesse la medicina presso gli uomini primitivi; ma si può bene affermare che non era tale certamente da meritarsi il nome di scienza. Strabone ed Erodoto ci dicono che presso i Babilonesi e gli Egiziani, gli infermi erano esposti al pubblico affinchè i già colpiti e sanati dalle stesse infermità, aiutassero di consigli quelli che ne soffrivano: questo sistema che aveva il vantaggio di fare profittare a ciascuno delle scoperte particolari fu probabilmente accettato da altri popoli.
La prima volta che nella scrittura si parla di medici _rofeím_, è in un versetto del Genesi ove è detto che essendo morto Giacobbe, «Giuseppe ordinò ai suoi servitori i _rofeim_ d’imbalsamare suo padre». Ma convien notare due cose: La prima che non è detto che Giuseppe abbia mandato medici a visitarlo malato; la seconda che in tutta la Genesi, non v’ha altra parola riguardante i medici e le medicine; quantunque si parli bene spesso di malattie come quelle che afflissero Faraone, Abimelecco, Isacco, Rebecca e alcuni altri ragguardevoli personaggi. A proposito anzi di Rebecca sappiamo, che trovandosi essa assai indisposta in una certa epoca di sua vita, e non sapendo come spiegarsi i patimenti che soffriva andò a consultare _Adonai_ (Iddio), dizione che i commentatori intendono per un profeta di Dio e che credono fosse Sem o Abramo.
In due luoghi però Mosè accenna a medici e medicine. Primieramente quando parlando di due abbarruffatori, l’uno dei quali fosse stato così malconcio da dovere mettersi a letto, ma non per ferita mortale statuisce che: «il feritore sia assolto; ma indennizzi il ferito dell’interruzione del lavoro, e della spesa voluta per la compiuta guarigione». L’altro luogo si è quando tratta della lebbra. Egli ne distingue le differenti specie, ne indica i segni e i sintomi, e descrive persino gli indizii d’una lebbra incominciata, inveterata, guarita. Nella Bibbia si fa pure menzione di ulceri, di fratture, di contusioni e dei rimedii che venivano impiegati per la loro guarigione, e che consistevano principalmente nel balsamo, nella resina, nelle fasciature e nell’olio. Appoggiandoci al fatto, che la massima parte dei malori nominati si riferiscono alle parti esterne del corpo, noi siamo portati ad inferirne che presso gli Ebrei come presso gli altri popoli antichi, le discipline mediche consistessero per la massima parte nelle nozioni chirurgiche⁷⁷; e che presso d’essi come presso gli Egiziani, la medicina fosse dapprincipio affidata esclusivamente ai sacerdoti. Sono essi infatti che dichiarano la comparsa della lebbra negli uomini, nelle stoffe e nei muri delle case⁷⁸; sono essi che ne curano gli affetti e ne attestano la guarigione.
⁷⁷ Al ritardo dello sviluppo delle mediche discipline vollero forse alludere i nostri Dottori quando appoggiandosi a testi biblici, dissero: che sino al patriarca Isacco nessun uomo si accorse di avvicinarsi alla morte per indebolimento delle sue forze naturali; che sino al patriarca Giacobbe nissun uomo si ammalò prima di morire; e che sino al profeta Eliseo, nissun uomo guarì di una malattia precedente a quella a cui dovette soccombere.
⁷⁸ Un autore Egiziano (El-Makrisy traduz. de M. Etienne Quatremère) racconta i seguenti fatti: «l’anno 791 e i seguenti, i vermi che attaccano le stoffe di lana si moltiplicarono d’una maniera prodigiosa a qualche distanza dal Cairo. Un uomo degno di fede mi assicurò che quegli animali gli avevano rôse 1500 pezze di stoffa. Meravigliato di un fatto tanto straordinario, io presi, secondo la mia abitudine, tutte le precauzioni possibili per assicurarmi della verità; e riconobbi coi miei proprii occhi che i danni causati da quei vermi non erano stati esagerati».... «Nell’anno 821 essi attaccarono i muri delle case e rosero talmente i travicelli che formavano i pavimenti, che essi rimasero assolutamente vuoti. I proprietarii si affrettarono a distruggere gli edifizii che i vermi avevano risparmiati per modo che quel quartiere fu quasi distrutto intieramente».
Questi fatti ci spiegano le disposizioni date da Mosè, relativamente alla comparsa delle così dette da lui piaghe di lebbra nei muri delle case.
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MERHHASVAN (_Ottobre-Novembre_).
Due soli avvenimenti degni di nota successero in questo mese. Il primo è quello che segna il termine dei lavori del Tempio eretto da Salomone; il secondo è quello che segna la data della festa ideata ed instituita da Roboamo in onore del Baal, onde sostituire nell’opinione del popolo la festa che si era solennizzata in Gerusalemme il quindici del mese precedente (Sucoth). Questo malaugurato pensiero gli fu suggerito dalla stessa causa che già gli aveva consigliato l’erezione dei due vitelli d’oro, alle due estremità del regno. Ci pare degno d’essere raccontato per intiero l’incidente successo allo stesso re, nel momento preciso in cui stava per bruciare l’incenso sull’altare. Conviene sapere che nello stesso modo che egli aveva consacrato a sacerdoti individui che non appartenevano neanche alla tribù di Levi, così si creò da se stesso Pontefice del nuovo culto introdotto in Israello. Un profeta⁷⁹ arrivato allora dal paese di Giuda, con accento sdegnoso e profondamente convinto, rivolgendosi all’altare così prese ad apostrofarlo: «Oh altare, oh altare ascolta la parola di Dio. Verrà tempo in cui nascerà un figlio nella famiglia di Davide che si chiamerà Giosia; il quale farà dissotterrare le ossa dei sacerdoti del Baal, e li farà abbrucciare su te. Ed in prova che questa mia predizione non sarà per fallire, tu, o altare, ti spaccherai immantinenti atterrando tutto quanto ti sta sopra». Il segnale dato stava per verificarsi, quando il re sdegnato di tanta audacia, allungò il braccio, e segnando il profeta gridò agli astanti: «prendetelo, prendetelo».
⁷⁹ G. Flavio crede che il nome di questo profeta fosse Iadon, ma probabilmente egli lo confonde con Iedò o Iudò menzionati nel secondo libro delle Cronache.
Ma un prodigio si operò allora in favore dell’uomo di Dio. Il braccio del re perdette la propria flessibilità per cui non gli fu più possibile il piegarlo, se non in seguito alle intercessioni fatte a Dio per lui dallo stesso profeta. Impressionato da questo avvenimento, il re sollecitava il profeta ad accettare ospitalità in casa sua. Ma questi vi si rifiutò affermando: «che Dio gli aveva formalmente imposto di non fermarsi in tale luogo, di non mangiarvi pane nè bevervi acqua; e appena compiuta la sua missione se ne tornasse indietro per un via diversa da quella tenuta nel venirvi». E difatti senza frapporvi verun indugio egli se ne partì per una direzione opposta a quella presa primamente.
Ora conviene sapere che viveva allora in Betel un vecchio profeta⁸⁰, che informato dai figli di quanto era successo si affrettò a farsi preparare la sua moritura, e corse dietro al profeta. Raggiuntolo, mentre riposava all’ombra di una quercia, gli si presentò quale collega in profetismo; e fingendosi inviato a lui espressamente da Dio, lo persuase a ritornarsene indietro per rifocillarsi in casa sua. Erano tuttavia seduti a tavola, quando una voce divina predisse all’orecchio del vecchio profeta che in punizione di avere trasgredito l’ordine ricevuto da Dio, il suo commensale non avrebbe avuto il supremo conforto di essere sepolto presso i suoi padri. Finito il pasto, il profeta forestiero si accomiatò dal suo ospite e si diresse verso il suo paese natale.
⁸⁰ Il vocabolo _navì_ in ebraico non corrisponde sempre all’idea che esprime la parola _profeta_ (ossia colui che predice l’avvenire) con cui viene tradotto in italiano. Questo vocabolo deriva dalla radice _niv_ che vale articolazione, parlare, pronunziare; motivo per cui il titolo di _navì_ veniva applicato indifferentemente tanto ai _profeti_ decisamente tali nello stretto senso della parola, ossia quegli uomini che per inspirazione divina preannunziavano il futuro, quanto ai poeti, agli oratori e ai pubblici parlatori. Dippiù troviamo che questo epiteto viene dato indifferentemente tanto a quegli animi eletti per dottrina e per pietà, e che o inspirati direttamente da Dio, o da un ardente patriottismo non aspiravano che al bene della patria; quanto a quei tristi che adoperavano la loro facilità di eloquio e le loro doti intellettuali ad adulare i principi, e a corrompere sempre più il popolo, trascinando e questi e quelli nell’idolatria e nella schifosa e ributtante immoralità che ne conseguiva.
Il profetismo, nel suo lato buono veniva ad essere una scuola di iniziati, di uomini virtuosi e santi per costumi e disinteresse; di patriotti intemerati ed ardenti, che spesso sotto la sorveglianza diretta di un profeta di grido venivano ammaestrati nella scienza religiosa, nella letteratura e nella eloquenza; onde col fascino della facilità di eloquio, colle doti della mente e più cogli esempi di una vita virtuosa, s’incaricassero di fare trionfare in Israele la giustizia, la carità e l’amore. Per poco che si sia studiata la Bibbia non si possono ignorare il famoso apologo di Natan a Davide onde rimproverargli la morte di Uria; la predizione di morte fatta da Michea ad Acabbo in pena del vigliacco assassinio commesso con ipocrito zelo religioso sull’infelice Naboth; le apostrofi veementi di Elia allo stesso re e ad Ocozia quando gli rimprovera i suoi delitti e gli predice che, «non scenderebbe più dal letto in cui sali in principio del suo malore» ecc. Questi esempi basteranno a convincerci che nessuna considerazione personale, nessun timore era accessibile al cuore adamantino di quegli uomini egregi, che accettavano il grave, uggioso e pericoloso compito di proclamare la verità, di patrocinare la causa del debole, di difendere l’oppresso.
Parecchi commentatori fra i quali Ionathan Ben-Uzièl, Rascì e Radak, si accordano nel ritenere che il profeta di cui si tratta nello storico episodio sopraddetto, e costantemente designato col nome di _anavi azaken_ (il vecchio profeta), fosse un profeta falso malgrado la divina inspirazione ch’egli ebbe sedendo a mensa.
Ma erasi di poco dilungato dalla città, allorchè un leone scagliatoglisi addosso lo uccise. E per provare chiaramente come tale fatto non fosse un azzardo, ma punizione che gli attirò la disobbedienza sua; non solo il leone si astenne di guastare minimamente il suo cadavere, e di uccidere l’asino, ma stette lì fermo in loro custodia fino a che avvisato dell’accaduto il vecchio profeta, causa unica di tanta iattura, fu sollecito di andare a togliere il cadavere dalla pubblica strada e a dargli onorata sepoltura. Probabilmente la morte di quell’uomo virtuoso fu, se non calcolata, almeno sperata da quel vecchio profeta, il quale negli ultimi suoi momenti raccomandò ai suoi figliuoli di seppellirlo nella fossa di quell’uomo divino, onde le sue ossa fossero risparmiate il giorno in cui Giosia, il zelante re profetizzato, farebbe abbrucciare le ossa dei profeti falsi.
Archeologia.
Continuando i nostri studi d’archeologia biblica, noi esamineremo in questo mese quali arti venissero maggiormente coltivate dagli antichi ebrei, e colla solita brevità che ci siamo imposti, ne seguiremo il loro sviluppo e il loro progresso.
Giustamente osserva Goguet, lodato autore dell’origine delle leggi, delle arti e delle scienze, che, come il bisogno fu il maestro e il precettore dell’uomo insegnandogli a valersi delle mani ricevute dalla Provvidenza e del dono della favella di cui lo volle fregiato a preferenza d’ogni altra creatura; così le prime scoperte, frutto per la maggior parte del caso, non sarebbersi recate a certo perfezionamento senza la riunione delle famiglie, e lo stabilimento delle leggi che consolidarono le società.
E che questo giudizio sia pienamente conforme alla storia dell’umanità, la quale nelle sue invenzioni cominciò dalle cose più necessarie alla vita, per arrivare a poco a poco a quelle che dovevano procurare l’agiatezza, la comodità e il lusso; noi ne saremo pienamente persuasi risalendo ai primordi della creazione colla scorta della Bibbia, unico documento che esista di quelle epoche vetuste. La nudità di Adamo ed Eva vengono coperte da Dio stesso con tuniche di pelli, e scacciatolo dal paradiso terrestre Dio impose all’uomo di guadagnarsi il pane col lavoro. Una rozza capanna ove riparare dalle intemperie, alcune rozze armi per difendersi dalle belve feroci furono certo le prime invenzioni. Ma un bisogno naturale dimostrò presto agli uomini il vantaggio di riunirsi in società, poichè Caino stesso si occupò a edificare una città, che dal nome del figlio intitolò _Anóch_. Questa città non consisteva probabilmente che in un gruppo più o meno grande di capanne o di tende; ma a questo primo passo tenne dietro un periodo di sviluppo artistico pronunciatissimo, poichè certo Tubal-Caino già conosce l’arte di lavorare i metalli e segnatamente di ferro, e certo Iuval inventa o perfeziona la cetera e l’organo. Ai tempi di Noè le arti dovevano già avere raggiunto uno sviluppo non indifferente, poichè la costruzione dell’arca coi suoi tre piani e scompartimenti, ci attesta la cognizione d’un grandissimo numero d’arti. Il diluvio ha certamente portato un colpo terribile all’umana industria, facendola indietreggiare di parecchi secoli; ciò non pertanto, noi possiamo convincerci che non tutte le cognizioni acquistate dai primi uomini, andarono perdute: poichè appena i figli di Noè si furono moltiplicati, concepirono e in parte incarnarono il colpevole divisamento, di costruire una città con un forte castello la cui cima giungesse sino al cielo⁸¹.
⁸¹ G. Flavio dice nelle sue antichità Giudaiche: Che avendo Adamo profetizzato che la terra sarebbe stata un giorno giudicata col fuoco o coll’acqua, i figli di Seth che avevano già rinvenuto parecchie scienze, fra cui l’astrologia, alzarono due altissime colonne, una di mattoni e l’altra di pietra e scrissero in amendue le nozioni delle scienze imparate e le scoperte da essi fatte: coll’intendimento che, ove la colonna di mattoni fosse atterrata dalla forza delle pioggie, restasse sempre quella di pietra per indicare a qualche superstite i progressi fatti nelle industrie e nelle scienze.
Al tempo dei patriarchi le arti erano pervenute già a un certo grado di perfezionamento presso i Cananei e i Fenicii, posciachè troviamo fatta menzione di pietanze degne della tavola d’un re; di veli per donne; di vestimenti di distinzione; di braccialetti e pendenti d’oro per ornamento donnesco; della fabbricazione d’idoli; della incisione e della tintura di stoffe in colore cremisi. Si parla di carovane che venendo dall’est del Giordano percorrevano il paese per andare a fare il commercio in Egitto; si parla di pezzi d’argento che avevano corso tra mercanti e che se non erano coniati, erano sicuramente segnati con qualche incisione particolare; e finalmente nelle benedizioni che Giacobbe diede ai suoi figliuoli vediamo pure menzionati i porti di mare e le navi⁸².
⁸² Isaia ed Ezechiele parlando di navi fanno menzione di alberi, di vele, di gomene e di remi.
È cosa indubitabile che all’epoca di Mosè si conosceva pure la scrittura alfabetica. Appoggiano quest’opinione: i nomi delle 12 tribù incise nelle due gemme dell’_Efod_; il _santo di Dio_ sulla tiara del Pontefice; le tavole del Decalogo; le numerazioni delle tribù; lo scritto della donna sospetta che doveva poi essere cancellato nelle acque amare; il libello di disdetta da consegnarsi alla donna ripudiata ecc. Nel libro di Giosuè si fa menzione di una città chiamata allora _Debir_, ma che innanzi portava il nome di _Kiriad-sefer_, ossia la città dei libri, e forse rinomata pei suoi scrittori o per essere in essa conservati gli archivii.
In Egitto poi le arti fiorirono sin dalla più remota antichità, e gli ebrei che vi soggiornarono lungo tempo, e che senza dubbio ebbero gran parte nella erezione di quelle maravigliose piramidi, che se per un lato attestano il grado di schiavitù a cui un popolo può essere assoggettato dai suoi despoti, per l’altro lato attestano una sorprendente abilità artistica; ebbero campo ad esercitarvisi e a perfezionarvisi.
A questo punto, ci sentiamo in dovere di dedicare alcune parole, a dissipare un errore ingenerato da una inesatta interpretazione di una prescrizione Mosaica.
Nel corso di questo lavoro noi abbiamo potuto convincerci più volte, quanto fosse vivo e sviscerato l’amore di Mosè per quel popolo che liberò dalle ritorte egiziane; a cui fece attraversare «un deserto grande e terribile, covo di serpenti e di scorpioni avvelenati e di siccità dove non era acqua»; che condusse «sul suo seno come un aio conduce un adorato pargoletto» ai confini di quella «terra colante latte e miele promessa ai suoi padri». Ora non potendo dissimularsi la tendenza di questo popolo verso l’idolatria, e temendone a ragione le fatali conseguenze che ne sarebbero immancabilmente risultate, perchè avrebbe rotto il patto conchiuso con Dio e atterrato quel maraviglioso edificio che doveva dimostrare alle universe genti «la sua alta sapienza ed intelligenza»; e che sfidando i secoli doveva durare «come i giorni del cielo sulla terra»; non lasciò occasione veruna di fare le raccomandazioni le più calde ed amorevoli e di minacciare i castighi più terribili e spaventevoli per tenerli lontani. «Perocchè, diceva esso negli ultimi istanti del viver suo, conosco la tua contumacia e la dura tua cervice. Se essend’io ancor vivo presso di voi foste ribelli al Signore, quanto più (lo sarete) dopo la mia morte! Perciocchè so che dopo la mia morte commetterete gravi colpe, e vi scosterete dalla via che vi prescrissi e vi avverranno i mali nei tempi lontani facendo voi ciò che spiace al Signore irritandolo coll’ (adorar l’) opera delle vostre mani».
Ora quale maraviglia può destare la proibizione fatta al suo popolo, di fare scoltura o figura di cosa che (sia) nel cielo disopra, nella terra disotto, e nelle acque disotto la terra; di non inchinarsi ad esse nè adorarle; perchè l’Eterno è Dio geloso che non lascierebbe impunita una tale colpa?
Concediamo che questa inibizione, non era un incoraggiamento alle arti, poichè è indubitabile che la rappresentazione della divinità sotto forme sensibili, sia un potente incentivo agli slanci entusiastici del genio che produce nobilissime creazioni quali sono quelle tramandateci dalla Grecia antica. Ma oltrecchè, in ogni peggior caso, vale meglio per una nazione essere priva di capi lavori artistici, piuttosto che esporsi a irreparabile rovina; non v’ha dubbio che tra il non incoraggiare un’arte qualunque e il proibire assolutamente di esercitarla, come erroneamente si pretende da molti scrittori, corra un divario grandissimo.
E che l’intenzione di Mosè fosse precisamente quella di allontanare il suo popolo dalle seduzioni dell’idolatria e non la semplice rappresentazione degli oggetti, noi possiamo argomentarlo dai seguenti versetti del Deuteronomio ove il concetto di questa proibizione viene ampiamente sviluppata: «Guardatevi dunque bene, quanto v’è cara la vita—posciachè non avete veduta alcuna figura nel giorno che il Signore vi parlò in Oreb di mezzo al fuoco—di non commettere una grave colpa, e farvi alcun simulacro, della figura di qualsiasi idolo di forma maschile o femminile; della forma d’alcun animale ch’è in terra; della forma d’alcun uccello alato che vola nel cielo; della forma d’alcun (essere) strisciante sul suolo, o della forma d’alcun pesce ch’è nelle acque al disotto della terra. Bada bene che non avvenga che alzando gli occhi al cielo, e vedendo (ed ammirando) il sole e la luna e le stelle, tutta (insomma) la schiera celeste, _tu travii_, e ti _prostri_ loro, e _presti_ loro culto......».
E a convincere meglio i nostri lettori aggiungeremo che l’interpretazione data a questo precetto dai nostri Dottori più ortodossi concorda perfettamente colla nostra opinione. Il sapientissimo Maimonide nel trattato _avodà zarà_ dice: essere affatto permesse le figure di animali e di piante anche in rilievo; e Raban Gamaliel teneva raffigurata la luna in tutte le sue fasi nel suo studio, e alle osservazioni che una fiata gli vennero mosse, rispose: «essere puramente proibita la rappresentazione dei corpi celesti fatta nell’intento di adorarli».
E se così non fosse, lo stesso operato di Mosè sarebbe in aperta contraddizione colla sua prescrizione, poichè in una invasione di serpenti avvelenati mandati da Dio per punire la maldicenza e la ribellione del popolo, e che portarono nell’accampamento ebreo desolazione e lutto; Mosè fece costrurre un serpente di rame, e fissatolo sopra un alto palo lo espose alla vista del popolo. Questo serpente durò sino al tempo del re Ezechia che lo fece sminuzzare perchè gli Ebrei se ne erano fatto un idolo.