Part 12
Dopo che i Caldei capitanati da Nabusar-Adan ebbero presa e spogliata Gerusalemme; uccisi o fatti emigrare i migliori suoi cittadini; uccisi i figli del re Sedecia alla presenza del loro misero genitore, e poscia acciecato lui stesso; onde la terra non avesse a rimanere affatto deserta e divenisse stanza di belve feroci, il generale nemico vi lasciò alcuni pochi e poveri agricoltori e vignaiuoli, nominando a loro capo un certo Godolia. Il primo atto che fece costui della sua autorità, fu di radunare quel misero avanzo a cui si erano già riuniti non pochi Ebrei che al tempo dell’assedio e della presa della città, avevano riparato in Edom, presso Moab, e presso gli Ammoniti; e lo ammonì di essere ossequente ai Caldei e a darsi alle sue occupazioni con tutta sicurezza. In mezzo ai congregati trovavasi pure il profeta Geremia, l’inarrivabile cantore dei funebri patrii, che fu prima instancabile quanto inascoltato consigliatore di un’alleanza coi Caldei, e che poscia rifiutò le generose proferte avanzategli dal conquistatore per rimanere nella terra dei suoi padri con quel piccolo e misero rimasuglio; giudicando nel suo ardente ed oculato patriottismo che se esso non era che una pallida larva della vita e dello splendore antico, pure lasciava almeno un principio, diremo quasi un addentellato ad un ritorno all’indipendenza primitiva. Ma fu appunto il timore di questo possibile avvenimento, che molestando il cuore di certo Banhaliss re degli Ammoniti, nemico degli Ebrei, gli fece concepire l’infame progetto di fare morire Godolia col triste scopo di renderli maggiormente invisi ai Caldei e farli totalmente disperdere dalla loro patria. Certo Ahhicam figliuolo di Careahh avvertito che un vilissimo sicario, certo Ismaele figlio di Nedanià, prezzolato dal re degli Ammoniti meditava di uccidere Godolia, rese quest’ultimo informato della rea trama che era stata ordita contro la sua vita; disponendosi nello stesso tempo di uccidere quell’uomo infame che per servire lo straniero non si peritava a commettere un vile assassinio, e a farsi traditore della patria. Ma quel retto cuore di Godolia, non potendosi persuadere di così nero misfatto, tacciò di calunnioso tale rapporto, e proibì al suo preteso difensore di nulla intraprendere contro quell’uomo, il quale sventuratamente ebbe pertanto agio ad attuare il suo tristo progetto. Godolia assalito all’improvviso, venne barbaramente trucidato unitamente al suo piccolo presidio composto di Ebrei e di Caldei, e i pochi scampati a quell’eccidio temendo più che mai la vendetta dei Caldei, diedero piena ragione agli infami calcoli di Banhaliss e ripararono in Egitto, malgrado gli avvisi e le proteste del profeta Geremia che si adoperò in tutti i modi, onde non venisse totalmente disertato il sacro suolo nazionale.
Ufficii della tribù di Levi e sua consacrazione.
Prima di continuare i nostri studii sui costumi sociali degli antichi Ebrei, crediamo cosa opportuna di consacrare alcune considerazioni sulla tribù di Levi, prescelta da Dio a officiare e a servire nella sua casa; e ad ammaestrare il popolo nei suoi doveri religioso-morali.
Levi fu il terzogenito di Giacobbe, e si unì al fratello Simone per prendere, ad insaputa del padre e degli altri fratelli, aspra vendetta degli abitanti di Sichem, perchè il principe di quel paese violando ogni dovere di ospitalità e di giustizia, offese atrocemente la loro famiglia nella loro sorella Dina. Giacobbe al suo letto di morte, ricordò quel fatto e maledicendo «all’ira dura ed aspra di quei suoi due figli», per la pace di tutto il popolo augurò che i loro discendenti «venissero sparsi in Giacobbe e divisi in Israello».
Mosè incarnò questo desiderio. Dalla tribù di Levi, realmente disseminata in Israello, venne staccato un grande ramo, la progenie di Aronne, che diede origine alla casta sacerdotale.
Dacchè Mosè aveva accettato, quasi suo malgrado, lo spinoso ma sublime incarico di redimere dalla schiavitù un popolo intiero, a nessuno di questo popolo era mai venuto in animo di contrastare il principato a lui e il sacerdozio al fratello, tranne a Corahh. Costui invidioso dell’altissimo posto che occupavano quei due fratelli, suoi prossimi parenti, colse l’istante in cui il popolo trovavasi indispettito contro di essi pel fatto degli esploratori, si mise alla testa di pochi sediziosi sperando di afferrare lui il sacerdozio. Ma male incolse a lui e ai suoi congiurati. Volendolo Dio, si aprì una voragine sotto i piedi di quegli stolti ambiziosi, e vi furono inghiottiti colle loro tende, colle loro famiglie e coi loro averi. Onde però non avesse a ripetersi un così grave scandalo, Dio ordinò a Mosè, che si facesse consegnare una verga da ogni capo di ciascuna tribù di Israele, e alla sera le disponesse tutte innanzi all’Arca santa, poichè Egli, Dio, avrebbe manifestato la sua predilezione verso una delle tribù col fare fiorire la sua propria verga. È quasi superfluo aggiungere che tale distinzione toccò ad Aronne; la cui verga fu trovata al mattino carica di mandorle⁷⁴. Per ordine di Dio, questa verga ed un’ampolla di manna si conservarono nel Tabernacolo, per rammemorare ai posteri i grandi fatti che rappresentavano.
⁷⁴ Posciacchè noi riteniamo essere utile ripetere le cose di grande importanza perciò non ci stanchiamo di dire che: come Mosè _fu il più umile_ di tutti gli uomini, così ne fu il più nobilmente _disinteressato_. Avrebbe potuto farsi re del popolo che aveva redento e nol volle, poteva lasciare il principato ai suoi figliuoli ed invece scelse a suo successore un estraneo alla sua casa e alla sua tribù. Non toccò la terra promessa; e dopo che Dio miracolosamente gliela fece vedere dal vertice del Nebo, fu contento di spirare alla vista di quel fertile paese, ove quel popolo che amò d’un amore immenso avrebbe dovuto dimostrarsi grande delle più nobili delle grandezze, la sapienza e la virtù; avrebbe dovuto essere ammirato dagli altri popoli per la pietà e la giustizia; e ciò che più importa, avrebbe condotto una vita tranquilla e felice mantenendo il suo patto.
«L’esistenza di tale uomo, dice C. Cantù nei documenti alla sua Storia Universale, sarebbe il maggiore dei portenti, s’egli non fosse inspirato».
Ora appena Mosè ebbe date le necessario disposizioni per la fabbricazione del Tabernacolo, ebbe ordine da Dio di fare un invito a tutti i «_sapienti di cuore_», perchè confezionassero gli abiti di Aronne e quelli dei suoi figli.
Gli Uffizi dei sacerdoti consistevano nell’offrire le oblazioni e le vittime; bruciare l’incenso; mantenere perpetuamente acceso il lume santo innanzi all’altare; compire la purificazione delle persone e delle cose; rinnovare il pane di proposizione e benedire il popolo. Quando dovevano presentarsi all’altare era loro severamente proibito l’uso del vino e dei liquori.
Il loro vestimento ordinario consisteva in una tunica di lino, in una cintura adorna di ricami, in un paio di calzoni sotto la tunica, e in una specie di mitra rotonda fatta di un tessuto di lino piuttosto spesso.
Il pontefice portava inoltre una seconda tunica più ampia alla quale si trovava attaccato l’_Efod_, specie di veste di un ricco tessuto, in ciascuna delle cui spalle era incastrata una grossa pietra preziosa coi nomi di sei tribù. Il lembo estremo di questa seconda tunica era alternativamente guernito di una granata fatta di lino ritorto di diversi colori, e di un campanellino d’oro il cui suono annunziava la entrata di lui nel santo dei santi. La sua tiara assai più elevata che la mitra degli altri sacerdoti, aveva innanzi una piastra d’oro, attaccata con un cordone di porpora sulla quale si leggevano le parole: _kodesc l’adonai_ (Santo all’Eterno).
Un tessuto doppio di lana variata, detto _hhoscen_, di lino e di fili d’oro, si trovava fissato sul suo petto con delle catenelle, di cui le une si affibbiavano alle spallette dell’_Efod_, le altre al cinturino. Dodici pietre preziose incastrate su quattro ordini, portavano inciso ciascuna il nome di una delle tribù di Israele. Stupenda idea rappresentante la confederazione delle dodici tribù in un popolo unito, e la loro perfetta uguaglianza al cospetto di Dio padre e Signore di tutti!
Tranne dunque il maggior numero degli abiti e l’unzione sul capo, la consacrazione di Aronne a pontefice fu uguale a quella dei suoi figliuoli. Ecco come tale funzione fu compiuta da Mosè. Lavati e vestiti degli abiti sacri, si collocarono davanti l’altare dove eravi un toro giovine, due montoni, pani azzimi, ed una paniera contenente due specie di schiacciate. Eglino imposero le mani sul capo del toro, che venne immolato pei loro peccati. Poscia Mosè segnò di sangue i quattro angoli dell’altare, ne sparse il resto sulla predella, e dispose sull’altare le partì pel sacrifizio. Tutto il rimanente delle carni venne tolto e bruciato fuori del campo. Aronne e i suoi figli misero pure le mani sulla testa d’un montone che Mosè immolò in olocausto, e di cui versò il sangue in terra e bruciò le carni sull’altare dopo averle spezzate. Avendo i sacerdoti messo le mani sul secondo montone, Mosè scannollo ancora, quale sacrifizio di consacrazione. Col sangue della vittima tinse l’orecchia destra, il pollice del piede e della mano destra di Aronne e dei di lui figli, e ne sparse il rimanente attorno l’Ara. Raccolse quindi un po’ di sangue allora versato, lo mescolò con olio santo e ne unse gli abiti dei sacerdoti, inoltre versò l’olio santo sulla testa del pontefice, per cui fu chiamato: _acoén amasciahh_ (l’unto). In seguito diede in mano ai sacerdoti le parti del sacrifizio, cioè il grasso che cuopre gli intestini, la coda, le reni ed il grasso che le circonda, il piccolo lobo del fegato, la spalla sinistra, un pane azzimo ed una schiacciata perchè offrissero il tutto a Dio.
Questa ceremonia è espressa colle parole: _empiere le mani_, che hanno lo stesso significato di esercitare, consacrare. Dopochè i sacerdoti ebbero fatto offerta di tutte le cose sopradette, esse vennero arse sull’Ara. Mosè offrì a Dio in proprio nome il petto della vittima. I sacerdoti mangiarono nel tabernacolo il residuo delle carni che si erano cucinate, come pure i pani azzimi e le schiacciate, e alla dimane si arsero i rilievi. Queste cerimonie continuate per otto giorni consecutivi, segregarono perpetuamente i sacerdoti dal resto del popolo e dai leviti medesimi.
Al tempo di Davide i Sacerdoti erano divenuti tanto numerosi, che furono ordinati in ventiquattro classi, le quali succedevansi ogni settimana nelle funzioni sacre.
Sin dopo la schiavitù Babilonese il titolo di pontefice fu ereditario nella famiglia di Eleazzaro. Antioco Epifane cominciò a vendere tale dignità al migliore offerente. In seguito alle splendide vittorie dei Macabei, uno di quei fratelli, Simeone, fu investito dagli ebrei della doppia dignità di principe e di pontefice: dignità che si perpetuarono nei suoi discendenti sino ad Erode. D’origine straniera, costui dopo di aver usurpato l’autorità sovrana, e lordatosi le mani del sangue dell’ultimo rampollo maschio⁷⁵ di quella illustre famiglia, riserbò per sè la nomina del pontefice. Quest’abuso, che serviva a fare versare l’oro a piene mani nel tesoro dello Stato e nelle borse dei suoi proconsoli, fu seguito dai Romani; per cui quella dignità non fu più circondata dalla venerazione popolare come per lo innanzi.
⁷⁵ Questi fu Aristobolo giovine di 17 anni: di fattezze avvenenti, grande, bello e ben fatto della persona; che tenne brevissimo tempo il pontificato, e che era tanto idolatrato dal popolo quanto ne era esecrato Erode. E fu appunto l’ammirazione e l’entusiasmo ch’egli destò nel popolo nella prima grande solennità nella quale pontificò, che fu causa della sua morte. Oltremodo spaventato dal favore popolare che si ridestava veemente pel discendente di tanti eroi, Erode ricorse al delitto, e lo fece affogare in un lago che abbelliva il parco del reale palazzo di Gerico.
L’indole del nostro lavoro non permettendoci di narrare la vita agitatissima di questo re, tanto fortunato nei suoi ambiziosi disegni di potenza quanto sfortunato nelle sue pareti domestiche; e che se fece molto male compì opere grandiose e fu per natura o per calcolo, munificentissimo; aggiungeremo qui solamente ch’egli fece perire, a 22 anni, l’infelice Marianna sua moglie sorella del suddetto Aristobolo, donna celebrata per venustà di forme, per religione e pudicizia e da lui idolatrata. Questi due fatti ci spiegano l’odio invincibile che trovò sempremai nel popolo malgrado le sue larghezze, le città rifabbricate o abbellite, e la sontuosa riedificazione del Tempio.
La consacrazione dei Leviti seguì in questo modo: 1º Dopo che s’era loro lavato il corpo e raso in tutte le sue parti, essi dovevano prendere farina, olio e due tori. Uno di questi tori doveva essere offerto in olocausto, e l’altro in sacrifizio espiatorio; 2º Mosè doveva aspergerli di acqua lustrale; 3º I capi di famiglia imponevano loro le mani sulla testa, come si faceva per le vittime, e li consacravano al Signore in proprio luogo ed invece dei loro primogeniti; 4º I leviti assistiti dai sacerdoti si prosternavano davanti al Signore od al tabernacolo per consecrargli le loro proprie persone; 5º Finalmente imponevano le mani sui tori offerti e li immolavano.
Questa cerimonia li consacrava al ministero santo e li dichiarava appartenenti a Dio e ai sacerdoti. Pare che la legge non assegnasse loro alcun particolare vestimento; solamente ai tempi di Davide e di Salomone i cantori, i musici e quei che portavano l’arca dell’alleanza, erano distinti dagli altri, da una specie di rocchetto o cotta di fino lino, che indossavano solamente nell’esercizio delle loro funzioni.
Gli uffizi dei leviti erano i seguenti: servire i sacerdoti; fare da guardiani al Tabernacolo e poscia al Tempio; portare le varie parti del Tabernacolo cogli accessori nella marcia del deserto; mantenere la pulizia del Tempio; amministrarne le entrate e i tesori, e finalmente sotto Davide e dopo questo principe addestrarsi nella musica e nel canto. Dovevano inoltre studiare le sacre scritture e coadiuvare i sacerdoti nello istruire il popolo nei suoi doveri religiosi e morali.
I leviti erano divisi in tre grandi famiglie secondo il nome dei tre figliuoli di Levi Kead, Gheresson, e Meravi. Davide divise in quattro classi i trent’otto mila leviti che allora si trovavano adulti, ventiquattro mila furano addetti al servizio dei sacerdoti; quattro mila vennero fatti guardiani o portinai, altrettanti nominati musici, e sei mila giudici e genealogisti nelle città inferiori. I musici furono alla loro volta divisi in ventiquattro classi, il cui servizio era alternativo e durava una settimana. I guardiani si mutavano pure ogni settimana nel giorno di sabbato e facevano sentinella a sei, a quattro, a due. Tutti gli ordini e tutte le classi avevano capi particolari.
Archeologia.
Riprenderemo ora gli studii incominciati nel mese antecedente sulla Società civile degli antichi ebrei, e parleremo delle diverse specie di malattie cui andavano soggetti; della immortalità dell’anima; degli usi che hanno rapporto alla morte e alla sepoltura dei cadaveri; ed infine degli ufficii dei medici e della loro importanza.
§ 1—_Malattie._
Gli uomini delle prime età, alieni dalle grandi passioni, e conducenti una vita semplice ed uniforme, non dovettero essere soggetti che a piccolo numero d’infermità; motivo per cui nella Scrittura si parla molto raramente di malattie propriamente dette. Oltre a questa ragione generale a tutti i popoli antichi, due altre cause dovevano, a parere nostro, contribuire principalmente a rendere rare le infermità presso gli ebrei, cioè l’aria salubre del clima da loro abitato, e le savie leggi igieniche di Mosè.
Generalmente parlando pare che gli ebrei avessero la persuasione che le malattie e la morte altro non fossero che castighi mandati da Dio a colpire il peccatore. Adamo ed Eva peccano e tosto Dio li condanna alla morte; Faraone rapisce Sara e Abimelecco rapisce Rebecca, e Dio affligge di terribile malore l’uno e l’altro colle loro famiglie; Marianna sorella di Mosè non sì tosto mormora del fratello, viene colpita dalla lebbra; i figli d’Aronne sono colpiti da morte per avere brucciato intempestivamente l’incenso dinanzi a Dio; e i Filistei, i Betsaniti, Ozia re di Giuda, Oza, il re Gioram si fanno colpevoli verso Dio, e la mano di lui pesa immediatamente sul loro capo. Davide seduce Betsabea, e Dio colpisce di malattia letale il frutto dell’adulterio; lo stesso re commette un atto di superbia e Dio che già era adirato contro Israele (per peccati che non specifica), manda una epidemia terribile che in meno d’un giorno, spegne ottantamila persone. Ghehhazì si rende colpevole d’indelicatezza verso Eliseo e tosto è colpito dalla lebbra; Saulle trasgredisce gli ordini di Samuele ed è invaso da uno spirito maligno che lo tormenta; Giobbe è oppresso da grandi sciagure e gli amici che erano accorsi a confortarlo, lo suppongono reo di qualche misfatto perchè Dio non colpisce se non i peccatori. I nostri Dottori ci lasciarono il seguente adagio: «Non si dà morte senza peccato, nè si danno dolori senza colpe».
Le principali e più terribili malattie di cui ci parli la Scrittura, sono la pestilenza e la lebbra tutte e due endemiche dell’Egitto.
La pestilenza è malattia abbastanza conosciuta da esimerci di parlarne. La lebbra non è solo una malattia cutanea, ma attacca eziandio il tessuto cellulare, le ossa, la midolla, tutte le articolazioni; corrode le estremità delle membra, a poco a poco stendesi per tutto il corpo e finalmente lo mutila riducendolo allo stato più schifoso.
Fra gli ebrei i sintomi di questa malattia erano benigni: i primi non erano altro che piccoli punti quasi impercettibili, che presto diventavano croste o scaglie dapprincipio bianche poi nericcie e circondate da aureola rossigna: ma questi punti prima radunati attorno gli occhi od alle narici, stendevansi gradatamente su tutto il corpo fino a che non vi restava più brandello di cute; gli stessi capegli o peli tutti infetti da questo orribile morbo, cadevano affatto. Il peggio si era, che questa malattia si perpetuava fino alla terza e quarta generazione; e che il semplice contatto, l’alito, la vicinanza, bastavano sovente a comunicare il veleno. Ciò ci rende, ragione della severità delle disposizioni Mosaiche per separare i lebbrosi dalla società comune, e dell’obbligo imposto al lebbroso, di portarsi fuori dell’abitato gridando _thamè, thamè_ (immondo, immondo), per allontanare da lui tutti i passanti. I sacerdoti erano incaricati della visita dei lebbrosi, e dovevano vigilare sull’esecuzione delle leggi a loro relative.
Giudicando da quanto fece Davide nella malattia del figlio ch’eragli nato da Betsabea, dobbiamo conghietturare che quando la malattia si aggravava i parenti più prossimi gettavano lugubre grida, si rotolavano per terra, si stracciavano gli abiti, si mettevano polvere o cenere sul capo e digiunavano.
§ 2.—_Immortalità dell’anima._
Quantunque per regola generale, noi ci siamo imposti di volerci astenere da qualsivoglia disquisizione filosofica o filologica, perchè le riteniamo inopportune pei giovani ai quali sono particolarmente dedicati questi nostri studi, pure, trattandosi di un soggetto d’alta importanza, ci teniamo obbligati di farvi un’eccezione. La ragione che ci induce a derogare dalla nostra linea di condotta, è quella di provare che la teoria dell’immortalità dell’anima non era sconosciuta a Mosè, contrariamente all’opinione di molti scrittori che con troppa leggerezza sostennero non trovarsene nel Pentateuco il minimo cenno.
Anche non tenendo conto che Plinio e Tacito, constatano che gli Ebrei credevano nell’immortalità dell’anima, è cosa certa che questa credenza formava un dogma pubblico della religione degli Egiziani. Ora si potrebbe supporre con fondamento che gli ebrei, se anche l’avessero ignorata prima, non avrebbero accettato con trasporto una credenza che se non altro serviva mirabilmente a mitigare le loro sofferenze presenti colla speranza di una vita migliore, ove il Dio della giustizia li avrebbe compensati con gioie immortali, e avrebbe fatto aspra vendetta dei loro oppressori? Anzi l’essersi Mosè astenuto di parlarne chiaramente non deve piuttosto ritenersi quale prova convivente che il popolo teneva a questo dogma con fede sicura? D’altronde contentandoci di appena accennare la risurrezione di Ezechiello; lo spirito di Samuele fatto evocare da Saulle e che dimostra ad evidenza una fede nella immortalità dell’anima, poichè non si evoca cosa che non si creda esistere fermamente; il versetto che troviamo nell’Ecclesiaste così concepito: «E ritornerà la polvere (il corpo) alla terra come fu; e lo spirito (l’anima) ritornerà al Dio che la diede», e tenendoci ai soli libri mosaici diciamo essere indubitabile che in essi vi si allude in più luoghi con tanta chiarezza, da renderne impossibile la contestazione.
Come avremo occasione di notare altrove, Mosè raccomanda vivamente agli ebrei di mai mettere in dubbio l’assoluta spiritualità di Dio, e di non obliare mai che nel grande fatto del Sinai essi «ascoltarono voce, ma non videro immagine alcuna». Ora avendo egli proclamato che l’uomo è fatto ad _immagine_ e _somiglianza_ di Dio, in che poteva fare consistere questa _immagine_ e _somiglianza_ se non nello _spirito_ ovverossia nell’_anima_?
Ignaro di questa teoria avrebbe potuto accertare, come accertò nella estrema sua cantica, che Dio ha la potenza di ferire e di risanare, di fare _morire_ e di fare _rivivere_? E le espressioni di cui esso si serve per indicare la morte, non sono una conferma a questa nostra opinione? Le parole di _andare a ritrovare i padri suoi; essere accolto dai suoi padri; coricarsi, addormentarsi coi proprii padri; andare in pace coi proprii padri; raccogliersi alle proprie genti_ suscitano forse nell’animo nostro la sconsolante e desolata immagine del nulla? Mosè voleva indicare il ritrovo delle fredde ceneri degli avi e delle proprie genti che furono, o non piuttosto una cara promessa di essere riuniti a quei nostri diletti che ci precedettero nella vita eterna del cielo? E l’espressione di _gherim_ (pellegrini) con cui si qualificano i patriarchi, non serve forse a dimostrare chiaramente che questa vita non era considerata che un passaggio verso la vera patria che è il cielo?⁷⁶.
⁷⁶ Gli ebrei dividevano l’universo in tre parti: 1º _samáim_ (cielo) abitazione di Dio; 2º _érez_ (terra) abitazione dei viventi; 3º _sceól_ dimora dei morti.
§ 3.—_Sepoltura._
Quando qualcuno moriva, i parenti e gli amici gli chiudevano gli occhi; ed era per loro un pietoso dovere il darsi ai preparativi pei funerali. La maniera di seppellire i morti variava secondo le diverse condizioni del defunto. Trattandosi di persona volgare si limitavano a lavarne il cadavere e ad avvolgerlo in una tela prima di sotterrarlo: ma trattandosi di una persona ragguardevole, pare cosa assai probabile, che a imitazione degli Egiziani anch’essi lo avviluppassero in molte fasce o lenzuoli, lo esponessero per alcun tempo sopra di un catafalco sparso di fiori odorosi, oppure di aromi e principalmente di mirra e d’aloe, e che vi praticassero l’imbalsamazione.
Quest’operazione, che gli ebrei impararono in Egitto, consisteva nello estrarre i visceri per un’incisione fatta al fianco sinistro, ed il cervello per le narici con uno strumento ricurvo e poscia ne riempivano le cavità di bitume, di mirra, di cannella, di nitro; poi si veniva alla fasciatura, e tutti i membri erano avviluppati l’un dopo l’altro in lunghe bende di tela. Dal Genesi rileviamo che per quest’operazione s’impiegavano quaranta giorni. Il corpo imbalsamato era posto in una bara di sicomoro, rappresentante al di fuori la forma umana.