I mesi dell'anno ebraico

Part 11

Chapter 113,421 wordsPublic domain

«Un personaggio di distintissima famiglia teneva corteggio principesco, ma colpito da gravi disgrazie, si vide in pericolo di cadere dalla sua grandezza e di dovere abbandonare quella pompa che s’addiceva al suo nome ed alla sua famiglia.

L’infelice confidò le sue strettezze a Rabì Illel, e caldamente gli si raccomandava. Fra le solite pompe di costui era questa la più costante, di percorrere le vie della città montato sur un superbo cavallo, e preceduto da uno schiavo che gli correva davanti.

Rabì Illel fece per qualche tempo le spese del cavalle e dello schiavo.

Una volta non trovò uno schiavo che accondiscendesse a prestare tale uffizio; e il buon rabbino si offrì egli stesso, e corse davanti al cavallo per ben tre miglia».

Forse ancora più che pei poveri, Mosè ebbe commoventi raccomandazioni verso gli stranieri. Non sarà forse mestieri che noi notiamo, che presso tutti i popoli antichi i forestieri venivano tenuti quali altrettanti nemici. Ma quale diverso trattamento impone Mosè verso di loro! Oltre di autorizzarli a raccogliere in comunione dei regnicoli poveri le spighe cadute al mietitore, i grappoli d’uva, le olive che il proprietario doveva lasciare non raccolte, e quasi dimenticate, in un angolo del campo e della vigna; la produzione spontanea degli anni sabbatici; in faccia alla legge concedeva loro gli stessi diritti dei cittadini. Quanto sono ammirabili le parole colle quali sancisce questo loro diritto! «Come un cittadino tra voi sarà (considerato) il forestiero che verrà a stanziare tra voi; voi lo amerete come voi stessi, inquantochè voi conoscete _l’anima_ (le sofferenze morali) del forestiero, che forestieri voi foste nella terra d’Egitto». Ed altrove fissando le norme per cui la giustizia riescisse amministrata con imparzialità, equità e fermezza, così si esprime a riguardo del forestiero: «Una sola giustizia, una sola legge regnerà tra voi sia pel cittadino quanto pel forestiero».

E convinto della efficacia che hanno gli esempi sugli animi, e che è a cento doppi maggiore di quella dei freddi precetti; dimostrò tradotti in pratica questi generosi e nobili sentimenti cogli esempi di ospitalità dati da Abramo e da Loth quando vennero visitati dagli angeli in forma d’uomini; dall’esempio di Batuele verso Eliezer; da quello di Labano verso Giacobbe fuggitivo dalla casa paterna; dell’ospitalità da lui stesso ricevuta in Madian da Ietro, e che a sua volta gli restituì nel deserto, nell’occasione che gli accompagnò colà la moglie e i figli.

————

TISRI (_Settembre-Ottobre_).

Questo mese, che nella Bibbia porta il nome di _ierahh aedanim_ (mese dei forti), potrebbesi a giusta ragione chiamare il mese sacro del popolo ebreo; sia perchè in esso ricorrono le sue feste principali, e sia perchè i dieci primi giorni d’esso sono intieramente consacrati alla penitenza; Mosè aveva stabilito nel primo giorno di questo mese una festa che chiamò _iom teruà_ (giorno di strepitazione). Ora tale festa, appellata _ross’assanà_ (capo d’anno), si celebra per due giorni consecutivi in tutto il mondo Israelitico; e per insegnamento tradizionale i nostri Dottori la dichiararono festa anniversaria della creazione del mondo motivo per cui l’appellarono: _iom azícarón_ (giorno di commemorazione). In tali due giorni che sono i primi dei così detti _asséred iemè tessuvà_ (i dieci giorni penitenziali), oltre allo suonare lo _sciofar_, gli uffizi religiosi sono assai più prolissi che in qualunque altro giorno festivo: e sbandito dal rituale ogni canto giulivo, le preghiere s’informano tutte a una certa malinconia che commuove il cuore, inspirate come sono dalla credenza tradizionale che in questi giorni Iddio esamina e giudica tutte le azioni degli uomini, e segna il destino di ciascuno d’essi per l’anno che incomincia. In questi, meglio che in qualunque altro giorno dell’anno, sottoponendo a scrupoloso esame il nostro cuore e le nostre azioni, noi abbiamo il dovere di richiamare alla memoria le colpe di cui bruttammo le nostre anime immortali; e grati a Dio, che nella sua misericordia per la nostra debolezza ci suggerì un mezzo onde purificarle, siamo in dovere di adoperarci a riparare quei mali che volontariamente od involontariamente causammo al nostro prossimo⁶⁷.

⁶⁷ I nostri Dottori dissero: che nel giorno di Chipur non ottengono il perdono di Dio oltre agli impenitenti, le seguenti due classi di persone: La prima comprende quegli stolti che facendo troppo a fidanza coll’indulgenza di Dio dicono fra se stessi: «Pecchiamo pure senza ritegno nè timore: Verrà il giorno di Chipur e noi otterremo egualmente il perdono».

La seconda classe comprende quegli uomini che contriti e pentiti pei peccati commessi verso Dio, non si danno alcun pensiero di ottenere il perdono delle colpe commesse verso i loro simili e di risarcirne, possibilmente, il danno arrecato.

Su quest’argomento è da notarsi, pel fine eminentemente morale, che lo ispirò, il seguente caso di coscienza proposto dagli stessi Rabbini: «Ove l’offeso, dicono essi, fosse morto prima di concedere il perdono al suo offensore, oltre al risarcire i danni materiali, se ve ne sono, agli eredi, il colpevole è obbligato di farne pubblica ammenda sul suo sepolcro, pronunziando le parole seguenti alla presenza di dieci testimonii, la vigilia del giorno di Chipur: Io fui colpevole verso il Dio d’Israele, e verso costui».

È naturale che inspirandosi a questa credenza, il nostro cuore sia agitato da un indefinibile timore del giudizio che sta sospeso sul nostro capo, e da una dolce speranza di ottenere col perdono un anno di vita e di soddisfazioni. Ed è per questo che con un raccoglimento maggiore che in qualunque altra epoca dell’anno, noi facciamo serio proponimento di opporre per l’avvenire una valida resistenza alle tendenze peccaminose: preghiamo Dio con insolito fervore pel bene nostro proprio, pel ristabilimento e per la gloria del popolo d’Israele, e pel bene della umanità intiera⁶⁸; lo supplichiamo a non permettere che la carestia, la guerra e la pestilenza percorrano la terra seminando la desolazione e la morte; facciamo voti ardenti onde regni fra gli uomini un patto inalterato d’amicizia fraterna; e che spunti presto quel giorno in cui tutti gli uomini unanimi anche nel sentimento religioso, piegheranno il ginocchio a un Dio solo, giorno che fu annunciato dal profeta colla seguente espressione: «la legge uscirà da Sionne e la parola di Dio da Gerusalemme».

⁶⁸ Carattere speciale delle nostre preghiere è quello di essere tutte in numero _plurale_. Idea sublime! che ci rappresenta incessantemente il nodo di fratellanza che unisce tutti gli uomini, e per conseguenza il dovere di amare e di cercare con sincerità ed efficacia il bene di tutti, implorando per tutti, come per noi, la protezione divina.

Conviene però notare che se, come dicemmo, in ogni mattina del mese di Ellul, si suonano quattro sole _techiód_ di _sciofar_; in ognuno di questi due giorni se ne suonano _cento_: cioè trenta tra le due orazioni di _tefilà e mussaf_ (preghiera questa addizionale dei sabbati, capi mesi e feste solenni); trenta nel corso della recita di quest’ultima preghiera, e quaranta alla fine d’essa. Le prime trenta vengono dette _techiód miiossév_ (da _iassav_ stare, sedere); le seconde trenta vengono dette _techiód meoméd_ (da _amad_ alzarsi, sorgere) perchè si suonano mentre si dice la _amidà_. Un chiarissimo Dottore esaminando quali cause avevano potuto motivare l’obbligo imposto di suonare lo _sciofar_ in questi due giorni, nè enumerò dieci. Noi ne accenneremo soltanto quelle che a parere nostro sono le principali: 1ª In commemorazione della proclamazione della legge sul Sinai, nella cui narrazione è detto: «la voce dello _sciofar_ era fortissima»; 2ª In commemorazione della distruzione del primo tempio, perchè Geremia annunziando agli Ebrei l’avvicinarsi del nemico, predisse le funeste conseguenze che sarebbero derivate da quella guerra nefasta, colla seguente dolorosa esclamazione: «Nelle mie viscere, nelle mie viscere io tremo; nelle interne pareti è agitato il mio cuore: tacere non posso: imperocchè il suono dello _sciofar_ udì l’anima mia, il clangor di battaglia»; 3ª In commemorazione del sacrifizio d’Isacco, fatto che segnò la più maravigliosa prova di amore e di fede che un uomo abbia potuto dare alla divinità; fatto che noi ricordiamo spesso nelle nostre preghiere; ma tanto maggiormente nei dieci giorni penitenziali sia a titolo di merito dei nostri due primi patriarchi, e sia a perenne nostro ammaestramento della potenza che deve avere la fede e l’amore di Dio sulle nostre affezioni terrene; 4ª La manifestazione della speranza di un politico ristabilimento indipendente d’Israele, avvenimento che verrà anunziato, dice un profeta, «collo suono di _grande sciofar_».

Non trovandosi nel Pentateuco nessuna lezione allusiva particolarmente a questa solennità, nel primo giorno si legge un paragrafo del Genesi in cui si racconta la nascita del patriarca Isacco, e nel secondo giorno la lezione seguente che tratta del suo sacrifizio, due avvenimenti che secondo la tradizione, successero in tale ricorrenza. Anche l’_aftarà_⁶⁹, che si recita nel primo giorno, ci espone l’avvenimento della nascita di Samuele: di quel grande profeta e giudice che Davide pose a pari di Mosè e di Aronne quando cantò: «Mosè ed Aronne fra i suoi sacerdoti (di Dio) e Samuele fra gli invocatori del nome suo, invocano Dio ed Egli li esaudisce»; e che acquistossi grandi ed incontestabili titoli di benemerenza verso il popolo d’Israele.

⁶⁹ L’instituzione dell’_aftarà_ (che consiste in un capitolo dei Neviim Storia e Profeti, e che per lo più ha una diretta analogia colla _parassà_), si crede tragga origine da una fiera persecuzione sofferta dagli Ebrei sotto l’Imperatore Adriano. Come vedemmo nel mese precedente, costui aveva proibito agli Ebrei sotto pena di morte, l’esercizio di qualsivoglia atto del loro culto, e lo studio religioso. Gli Ebrei non volendo per un lato trasandare i doveri che imponeva loro la religione, che secondo il celeberrimo dottore Akibà è il loro elemento di vita, ma temendo per l’altro lato di esporsi ai gravi pericoli che erano loro minacciati dal prepotente dominatore; si studiarono di praticarli circondandosi di ogni precauzione. Perciò in luogo di leggere la lunga lezione sabbatica del Pentateuco, vi sostituirono una lezione brevissima scelta nei Profeti e che avesse con essa la maggiore possibile analogia. Cessata la persecuzione si credette opportuno di continuarne la lettura dopo la lezione del Pentateuco, sia in memoria dei pericoli che dovettero sfidare i nostri padri per mantenersi fedeli alla loro religione, e sia in omaggio a Dio che pensando la loro costanza sventò i tristi calcoli dei loro avversarii.

Egli venne assunto a giudice in un momento assai difficile. Israele trovavasi accasciato per una forte rotta subita dai Filistei e che fu causa della morte improvvisa e tragica del suo venerando giudice e pontefice Eli; della perdita dell’Arca santa e di parecchie belle provincie dello stato; della morte di tanti prodi soldati che lasciavano deserti e derelitti vecchi genitori, tenere spose e innocenti bambini.

Ciò non pertanto Samuele acquistatosi l’amore e la fiducia d’Israele, ne risollevò lo spirito abbattuto; lo richiamò alla purezza del Culto mosaico, e non solo gli fece riacquistare le città perdute, ma dilatò i confini del regno; ed ebbe l’insigne merito di riunire in un corpo di nazione compatta, forte e libera le sparse membra delle dodici tribù d’Israele.

Racconteremo l’ultimo incidente della sua vita politica, poichè da esso risplende di luce vivissima il suo disinteresse nobile e delicato, il suo carattere integro e leale, e la sua giustizia indipendente ed incorrotta.

Dopo la prima e grande vittoria riportata da Saulle su Nahhass l’Ammonita, che fu quel re tristo e pazzo che per far onta al popolo d’Israele ebbe la bizzarra e crudele idea di cavare l’occhio destro a tutti gli abitanti di Iabess Galaad; Samuele fece radunare tutto il popolo al Ghilgal per fare riconoscere Saulle già proclamato re, e per dare a lui e al popolo gli estremi suoi consigli. Dichiarato lo scopo dell’invito, principiò la sua arringa colle seguenti parole: «Ed ora ecco il re che se ne va innanzi a voi (vi governa); ed io son vecchio e canuto, e i miei figli sono con voi; ed io sono andato innanzi a voi dalla mia giovinezza insino ad ora. Eccomi: testificate contro di me davanti al Signore e davanti al suo unto a chi ho tolto un bue, a chi ho preso un asino, a chi ho fatto frode, a chi feci vessazioni e da chi ho accettato riscatto per chiudere gli occhi intorno a lui (cioè per lasciargli impunemente commettere ree azioni); ed io vi indennizzerò». Quelli risposero: «Non ci hai frodati, e non ci hai vessati e non hai tolto ad alcuno che che sia». Ed egli disse loro: «È testimonio oggi, contro voi, il Signore, ed è testimonio l’unto suo, che non avete trovato da rinfacciarmi che che sia». E (il popolo) disse: «testimonio».

Il giorno decimo di Tisrì e ultimo dei penitenziali, è giorno di rigoroso digiuno. Vien detto _iom achipurím_, giorno delle espiazioni, e lo si passa intieramente negli Oratorii in continue preghiere.

Era quello l’unico giorno dell’anno in cui il sommo sacerdote era obbligato a funzionare personalmente. Gli uffizi religiosi che avevano principio coi primi albori del giorno, allorchè esisteva il Tempio, erano circondati di una solennità severa e di uno sfarzo imponente. Fra le altre cerimonie, il sommo sacerdote conduceva all’altare il vitello che doveva essere immolato pei suoi peccati e pei peccati della sua famiglia: poscia gettava la sorte su due capri che erano portati pei peccati del popolo, onde sapere quali dei due bisognava uccidere, e quale mandare libero al deserto. Dopo d’avere purificato il santuario, il tabernacolo e l’altare, imponeva le sue mani sulla testa del capro da mandarsi all’_azazél_ al deserto, lo caricava (simbolicamente) di tutti i peccati, di tutte le colpe e prevaricazioni del popolo, e finalmente lo consegnava alla persona precedentemente incaricata di condurlo al suo destino per ivi lasciarlo in propria balìa. Il vitello e il capro stati immolati, l’uno pei misfatti del pontefice, l’altro pei misfatti del popolo, simboleggiavano colla loro morte il castigo dovuto ai medesimi: tali vittime si bruciavano fuori della città. La libertà data all’altro capro significava che gli Israeliti erano liberati dalla pena dovuta ai loro traviamenti.

Era pure in tale giorno, unico nell’anno, che il Sommo sacerdote entrava nel _Debìr_ o santo dei santi a bruciare l’incenso innanzi all’Arca santa. La tradizione ci ha conservato la breve preghiera che egli faceva prima di sortire, e che era del seguente tenore: «Voglia deh, o Dio, dare alla terra il sole e la pioggia al tempo opportuno; fa che non cessi di sedere sul trono d’Israele un rampollo della Tribù di Giuda; fa che ogni individuo componente il tuo popolo non abbia a dipendere (per annona) l’uno dall’altro nè da popolo straniero; nè voglia Tu ascoltare le preghiere dei viandanti» (i quali pregano costantemente perchè non piova).

Era pure in questo giorno che, come dicemmo, ad ogni sette ebdómade d’anni si annunziava l’anno del giubileo, facendo passare lo suono dello _sciofar_ in tutto il paese.

Rientrando alla sera nelle domestiche pareti il pontefice si trovava circondato dai parenti e dagli amici, che si portavano a congratularsi seco di avere passato felicemente una giornata per lui tanto solenne e pericolosa⁷⁰; ed a sua volta egli dimostrava la propria soddisfazione dando una festa.

⁷⁰ La tradizione lascia supporre, che ove il Pontefice fosse stato trovato al cospetto di Dio macchiato di peccati talmente gravi, da essere divenuto immeritevole di coprire un posto tanto eminente ed importante, moriva appena entrato nel santo dei santi; e se ne estraeva il cadavere con una catena di argento che in precedenza si legava al piede di ogni Pontefice. A prova di tale credenza si constata dai nostri dottori, che di tutti i pontefici che ufficiarono nel secondo Tempio, quando cioè quella dignità era divenuta un mercimonio dei dominatori stranieri e concessa al migliore offerente senza riguardo ai meriti personali dei candidati e per conseguenza caduta nella disistima del popolo, tre eccettuati uno dei quali il pio Simone, che pontificò per quarant’anni, tutti gli altri non compirono l’anno nell’altissimo ufficio.

Ai quindici di questo stesso mese ricorre la festa di _sucoth_ o dei tabernacoli, instituita in memoria del viaggio fatto dai nostri padri nell’Arabia: ed ove camminando in quella sabbia infuocata, «il loro vestimento non gli si è logorato addosso, nè il loro piede si è gonfiato», quantunque non avessero che tende o tabernacoli ove riparare dall’ardore del sole.

Questa festa viene pure chiamata _hhag aassif_ (festa del raccolto) perchè segna il termine dei lavori campestri. Si rizzavano anticamente, come si usa ancora tuttodì in molti luoghi, tende o capanne sui terrazzi delle case o nei cortili, ove le famiglie prendevano domicilio fisso per sette giorni, essendo vietato di mangiare o dormire altrove per tutto quel tempo. Secondo la legge mosaica, i fedeli dovevano provvedersi pel primo giorno di questa solennità del frutto d’una pianta che la legge denomina _ess-adar_, e che la tradizione definisce pel _cedro_; dei rami di palme _lulav_; e dei salici di riviera _aravà_; e portarli processionalmente nel Tempio per sette giorni⁷¹.

⁷¹ Alla sera nell’atrio delle donne si faceva una gran luminaria che tramandava il suo splendore su tutta Gerusalemme; ivi adunavasi gran gente, i leviti suonavano i loro strumenti musicali e le persone le più serie e le più divote, pigliavano faci in mano ed intrecciavano una danza religiosamente simbolica durante la quale oltre agli inni che venivano cantati, sembra che si gettassero faci in aria per riceverle di nuovo in mano; e come una prova di singolar destrezza si narra che Simone figliuol di Gamaliele e Nassì (principe presidente) del Sinedrio, danzasse con otto faci in mano e le gettasse in aria senza lasciarne cadere a terra neppure una.

Il concetto morale di questa unione di vegetali pregiati e superbi coll’umile salice di riviera, fu stupendamente incarnato dai nostri Dottori. Secondo essi, indica l’unione fraterna di tutti gli uomini.

La durata di questa festa era primitivamente di otto giorni, col primo e l’ultimo soltanto festa solenne. Questo portava e porta tuttavia il nome particolare di _sceminì asséred_ (ottavo giorno di festa), e il giorno aggiunto per la causa già detta porta il nome di _simhhad torà_ (letizia della legge), perchè in tale giorno si terminano le lezioni sabbatiche del Pentateuco. Il sabbato che segue immediatamente questa festa, e nel quale si ricominciano tali letture si festeggia, diremo quasi, con maggiore allegria e solennità di tutti gli altri. Non dobbiamo passare sotto silenzio come anche il giorno sesto di questa festa porti il nome speciale di _ossaanà rabbà_, probabilmente perchè si recita la _ossaanà_ più lunga. Quantunque in sostanza questo giorno non diversifichi dagli altri giorni di _hhol amoéd_ (mezze feste), pure l’orazione mattutina viene prolungata di qualche parte addizionale destinata ad implorare da Dio, più particolarmente, il beneficio delle pioggie⁷²; ed oltre al _lulav_ ogni fedele si provvede di una così detta _aravà_ (alcuni gambi di salici), che sfoglia alla fine della preghiera addizionale _mussaf_. Quest’uso prese fondamento da una pia credenza tradizionale, secondo la quale, la misericordia di Dio paziente e longanime, ritarda sino a quel giorno a segnare la punizione definitiva meritata da quel peccatore che ostinato ed incredulo, passò impenitente il giorno delle espiazioni.

⁷² Certamente in memoria della libazione delle acque che si faceva nel Tempio onde invocare la prosperità delle pioggie, che nella Palestina cominciavano d’ordinario col susseguente mese di Merhhasvan.

Questa festa è l’ultima delle tre così dette _saloss regalím_ in cui tutti i maschi adulti erano tenuti a portarsi a Gerusalemme, ove offrivasi in regalo la decima delle greggie e le primizie delle frutta⁷³. Là si facevano sacrifici, si davano banchetti a cui partecipavano i forestieri e i poveri, e là ciascuno rendeva grazie a Dio dei favori compartiti a sè e alla nazione intiera.

⁷³ Anche senza tenere conto degli atti di beneficenza che derivavano da questa instituzione, noi siamo persuasi che sarà di leggieri riconosciuta ed ammirata la sapienza politica che l’ha inspirata. Per essa tutte le forze vive della nazione venivano a riunirsi, a conoscersi, ad affratellarsi nella comune capitale; per essa si stringevano quei vincoli di amore e di fedeltà che necessariamente debbono legare ogni singolo cittadino al suo governo, alla sua religione e alla sua patria; per essa ogni cittadino veniva tre volte l’anno a fare atto di ossequio al suo Dio e al suo re, e nella comune letizia apprezzando i supremi benefizii della concordia e della pace, riconosceva il suo imprescindibile dovere di concorrere con tutti i suoi mezzi alla gloria della religione, e all’indipendenza della patria.

Come già accennammo fu appunto alla ricorrenza di questa solennità che Salomone inaugurò il suo Tempio suntuoso, con una pompa straordinaria e coi segni della maggiore letizia, l’anno 480, dopo l’uscita d’Israele dall’Egitto: e fu al primo di questo mese che si incominciarono ad offrirsi i sacrifizi quotidiani nel secondo Tempio, e che come già accennammo, non furono più interrotti sino all’entrata dei Romani in Gerusalemme.

Ci duole il dovere terminare la cronaca di questo mese col racconto di un fatto luttuoso successo il giorno terzo che fu giudicata, e fu realmente, di tanta grande importanza, che i Dottori nostri lo vollero commemorato con pubblico digiuno.