Part 10
I nostri Dottori interpretano così questo atto che sembra strano: «Per quale motivo la legge ordina di offendere l’orecchio a preferenza di qualunque altro membro?—Disse Dio: «Quell’orecchio che intese la mia voce sul Sinai, quando proclamai: che tutti i componenti l’Assemblea di Giacobbe sono ugualmente miei schiavi che trassi dalla terra d’Egitto, e ciò non pertanto si sottomise volontariamente al giogo d’altro schiavo, porti esso il marchio dell’ignominia e del disonore».
L’anno del _giubileo_ differenziava dall’anno sabbatico per la prescrizione d’una libertà intiera, assoluta ed inesorabile per la terra e per tutti i suoi abitanti. Imperocchè, nella guisa istessa che nell’anno sabbatico s’era fatta un’eccezione alla legge relativa agli schiavi, così se ne ammise una riguardo alla legge sulla proprietà permettendone l’alienazione in dati casi. Ma questa concessione non era che temporanea anch’essa: inquantochè oltre al permettere al possessore stesso di ricuperare in qualunque momento la possessione alienata; oltre al raccomandare questo misero decaduto alla pietà dei suoi parenti, facendo loro quasi un dovere di ricuperare per lui la già sua possessione; statuì che in qualunque caso all’anno del giubileo, egli ritornasse di pien diritto al possesso dei suoi beni. I debiti di qualunque specie essi fossero venivano pure rimessi⁶¹.
⁶¹ Non possiamo proprio passare sotto silenzio la raccomandazione che Mosè indirizza al suo popolo a questo rapporto, esternando un nobilissimo pensiero: «Bada bene che non ti entri nel cuore un malvagio pensiero, cioè: «S’avvicina l’anno settimo, l’anno della remissione—e tu divenga avaro verso il tuo fratello bisognoso, e non gli dia; nel qual caso egli si lagnerebbe contro di te al Signore, e tu incorreresti in peccato. Ma dagli, e non ti dolga il cuore nel dare a lui; poichè in premio di questa cosa il Signore, Iddio tuo, ti benedirà in ogni opera tua, ed in tutto ciò, a cui porrai mano».
Così ad ogni mezzo secolo tutto rientrava nell’ordine primitivo: lo stato ricuperava i membri per lui perduti nella schiavitù; e questi miserabili resi alla patria e ristabiliti nei loro fondi, riprendendo il titolo di cittadino si trovavano alla portata di adempirne le funzioni e di sopportarne i carichi.
NOZIONI DI ARCHEOLOGIA
Antichità civili.
Dopo d’avere parlato nei mesi precedenti sulla società domestica degli antichi Ebrei, comincieremo in questo la descrizione dei loro usi sociali, facendovi precedere alcune considerazioni sul loro carattere in generale.
È cosa innegabile che il carattere degli ebrei antichi teneva alcun che di singolare, e distinguevasi da quello degli altri popoli per virtù e vizi proprii. Se è vero che essi non erano affatto scevri dei vizi propri degli Asiatici quali: l’arroganza, l’indocilità, la caparbietà, la mollezza, l’amore del lusso e delle pompe; se è vero ch’essi ebbero una tendenza invincibile verso l’idolatria fino all’epoca del primo esiglio; non è men vero che in parecchi periodi della loro storia noi li riscontriamo sobrii e semplici nei costumi, modesti nelle glorie, attribuendone maggior merito alla protezione di Dio che al loro proprio valore; li riscontriamo ammirabili per fede religiosa e per isviscerato amore al patrio suolo; schietti, mantenitori delle promesse, chiari per umanità, giustizia ed affabilità.
Gli sforzi di Mosè per insinuare nei loro cuori una forte passione per l’agricoltura e per la pastorizia non furono vani, perchè essi vi si mostrarono cotanto propensi e vi si dedicavano con tanto amore, che la massima prosperità della nazione veniva figurativamente espressa dai profeti colle parole che: «ciascuno condurrebbe la sua vita sotto la sua vite e sotto il suo fico»: per quanto ciò non abbia minimamente impedito che ogni qualvolta la loro patria reclamava l’aiuto dei suoi figli, questo popolo non abbia saputo cangiare con prestezza ammirabile e con uno slancio insuperabile gli strumenti di pace in quelli di guerra.
Vediamo ora come il loro carattere si manifestasse in pratica nelle diverse congiunture della vita.
Non è mestieri di essere molto versato nel Pentateuco, per sapere quanto già dicemmo e ripetiamo ora, che cioè il suo autore si studiò di ingentilire l’animo del suo popolo, e di insinuare nei loro cuori urbanità e delicatezza⁶². E noi ci sentiamo ben orgogliosi di potere asserire senza, tema di smentita, che da questo lato gli ebrei si uniformarono sì bene all’intenzione del loro Legislatore, che lasciarono una prova indubbia della più alta civiltà.
⁶² Ci dovremmo allungare di troppo se noi volessimo passare in rassegna tutti i precetti, che forse non ebbero altro motivo oltre quello di abituare Israele alla mitezza, a sentimenti di pietà, di amore e di gentilezza verso tutti gli uomini. Il seguito di questi nostri studi ci dimostrerà in modo indubitabile che il terreno, cioè il popolo, era veramente adattato a ricevere e a fare crescere rigogliosi quei nobili semi. Ci contentiamo pertanto a segnalarne alcuni: La raccomandazione di alzarsi al cospetto d’un vecchio; di non cibarsi del sangue degli animali; di non fare cuocere il capretto nel latte della madre; di non uccidere il bue o l’agnello nello stesso giorno in cui si uccide il loro figlio; di non mettere la musoliera al bue quando batte il frumento; di non serbare rancore verso il prossimo nè trar vendetta delle sue offese; di non restare testimone indifferente del pericolo dal prossimo; di non maledire al sordo, nè mettere inciampo al piede del cieco ecc.
Cadendo in acconcio e persuasi di fare cosa grata ai nostri giovani lettori inseriamo il seguente aneddoto col quale i nostri Dottori vollero appunto dipingere l’indole gentile e pietosa del nostro Legislatore.
«Mosè pascolava le pecore di Ietro suo suocero. Un giorno che trovavasi verso l’Oreb, luogo arido e deserto, volgendo l’occhio attorno vede una pecora che si sbranca, e va e va, e s’allontana dalle compagne. Il buon pastore le tiene dietro: la pecora affretta il corso, e scorre per vaste pianure finchè si arresta presso ad uno zampillo d’acqua.
Mosè la raggiunge, s’arresta anch’esso, la guarda mestamente e dice: «Mia buon’amica! era dunque la sete che ti spingeva a lasciarmi e sfuggirmi! ed io non me ne era accorto. Poveretta! come devi essere stanca e affaticata! Come potrai raggiungere le tue compagne?»
Come la pecora ebbe terminato di bere, Mosè se la trasse sulle spalle, e curvo sotto quel peso, ripiglia il suo cammino alla volta della greggia.
Mentre Mosè camminava con quel peso sulle spalle, una voce dal cielo suonò in queste parole:
«Tu che hai tanto amore, tanta pietà per la greggia degli uomini, meriti bene di essere chiamato a pascolare la greggia del Signore!»
L’atto più comune di urbanità essendo il saluto che viene scambiato tra amici e conoscenti; è perciò naturale che si presenti primo al nostro esame.
Presso gli ebrei, la locuzione che esprimeva il saluto, conteneva una benedizione. Il saluto più ordinario era infatti: _Dio_ (sia) _con te_: al quale veniva risposto: _benedica te Iddio_. Si usavano però altre formule quali sarebbero: _Dio ti sia benigno_: _la benedizione di Dio_ (sia) _sopra di te_; _io ti benedico nel nome di Dio_. Volendo informarsi del benessere dell’amico, gli si indirizzava la seguente interrogazione: _aschalom lach?_ a cui ordinariamente veniva risposto: _schalom_. Gli amici, i parenti e quelli che erano di un rango eguale per lo più facevano seguire un abbraccio al saluto e specialmente poi quando non si erano visti da lungo tempo. Incontrando o accomiatandosi da persone di un rango più alto facevano una profonda riverenza, che la Bibbia esprime colle parole: _si prosternò colla faccia a terra_.
Da quanto si rileva dal fatto di Rebecca verso Isacco e da quello di Abigaille verso Davide, si può conghietturare, che l’inferiore si affrettava a scendere dalla sua montura, quando vedeva arrivare l’uomo di distinzione al quale voleva presentare i proprii omaggi.
Nel corso della conversazione, l’inferiore dava al superiore il titolo di _signore_, e a se stesso si attribuiva quello di _servitore_, senza però lasciare di parlargli direttamente in persona seconda, formula che si usava quasi esclusivamente. Anche le donne parlando a uomini a loro superiori davano a se stesse l’epiteto di _serventi_. Pare che gli uomini non usassero salutare in pubblico le donne, ma che all’incontro queste si mostrassero molto sollecite ad usare verso gli uomini quest’atto d’urbanità. Tale uso si conserva ancora oggi giorno tra gli Arabi.
Stando a quanto scrisse un celebre viaggiatore⁶³ sugli Orientali, i quali, dice esso, «conservano talmente le usanze antiche menzionate nella Storia Sacra e profana, che salvo la religione, si può dire che è ancora lo stesso popolo di due mila anni fa», noi siamo portati a conghietturare che quando si andava a fare visita a un grande personaggio sì usava farsi annunziare: ma che volendo invece entrare in una casa ordinaria si bussava alla porta, e si attendeva che sortisse il padrone per esservi introdotto. Partendo dalia stessa supposizione si ha fondamento a ritenere che, come si usa attualmente dagli Orientali, si usasse anche fra gli Ebrei di abbruciare incensi in onore degli ospiti e di complimentarli con rinfreschi che consistevano allora in vino mescolato d’aromi, in sciroppo di melagranate, ecc.
⁶³ Shaw t. 1 p. 390.
Nel rispondere al saluto di commiato del visitatore, il padrone di casa gli diceva: _lech leschalom_ (va in pace) augurio questo che si adoperava anche pel viaggiatore.
Fra gli scambievoli atti d’urbanità a cui ci obbliga la vita socievole, dopo il saluto e la visita vengono i regali, e di essi la Bibbia ci offre pure molti esempi. È quasi superfluo dire che i regali, i quali sono forse ancora più che il saluto e la visita una manifestazione d’una reciprocanza non dubbia di affetto, di stima e di devozione; dovevano necessariamente variare a seconda dei vincoli di parentela e di amicizia che legavano tra loro chi li offriva e colui a cui venivano offerti, e a seconda della differenza della loro condizione sociale⁶⁴. Essi consistevano in armi, in vestiti, in danaro e in derrate, fra le quali devesi particolarmente notare il grano secco, il pane e il miele. Naturalmente non v’era epoca fissa per tale scambio di regali, poichè gli amici se ne scambiavano nei giorni di allegria per qualsivoglia festività domestica; e in tali giorni, come pure nelle ricorrenze delle solennità religiose, se ne distribuivano generosamente al levita, al forestiero, all’orfano e alla vedova: onde anch’essi, secondo il detto Mosaico «potessero partecipare alla comune letizia».
⁶⁴ Mosè aveva formalmente proibito ai giudici di accettare regali, inquantocchè secondo la sua espressione; «i regali acciecano i chiaroveggenti e pervertiscono le parole dei pii». Questa raccomandazione non fu soltanto seguita alla lettera dai nostri Dottori rivestiti della qualità di giudici, ma troviamo anzi che parecchi d’essi ne spinsero la pratica esecuzione ad una scrupolosità diremo quasi esagerata, come ce lo dimostrano ben chiaramente i due seguenti esempi che noi presentiamo ai nostri lettori e che sono spigolati da un campo ben provveduto: Rabì Samuele tragittava un’acqua sur una barchetta. Giunto alla riva un uomo gli porge la mano per aiutarlo a scendere. Lo stesso uomo gli presenta poscia una causa per farlo giudice tra lui e il suo avversario. «Amico, gli dice il Dottore, io non posso essere tuo giudice perchè ho ricevuto da te un servigio».
Un altro Dottore, certo Rabì Josè, si faceva portare dai suoi campi ogni venerdì un cesto di frutta dal proprio fattore. Una volta questi gli si presentò il giovedì col solito cesto di frutta. «Per qual cagione hai tu oggi anticipato?» gli domandò il padrone. «Signore! rispose il gastaldo, ho una causa qui in città, e dovendomivi recare, ho pensato profittare del viaggio per portarvi dei vostri frutti. Di grazia! ecco il tenore della mia causa: spetta a voi darne sentenza. «Amico! risponde il Dottore, tu mi hai fatto una cortesia, io non posso più essere tuo giudice»: e delegò due savii a fare le sue veci.
Dalle parole che il servo di Saulle indirizzò al medesimo quando gli propose di portarsi da Samuele onde avere notizie delle asine smarrite dal padre di lui, e da un passo relativo ad Eliseo, parrebbe che i consigli dati dai profeti fossero corrisposti con regali di danaro o di qualche genere alimentario; però dalle prove di disinteresse date da questi due profeti, e particolarmente dal primo d’essi, del quale parleremo in seguito, e che furono gli unici dei quali si faccia menzione sotto questo rapporto, noi abbiamo fondati motivi a credere che quei regali quando venivano da essi accettati, lo erano a solo titolo di atti di beneficenza verso i loro alunni poveri.
Si offrivano pure regali ai grandi, dei quali volevasi acquistare la protezione. Talvolta anche i grandi ne offrivano ai loro inferiori, locchè veniva stimato un segno di favore e di protezione. Anche ai re si offrivano regali, ma probabilmente altro non erano se non un’imposta mascherata. È però dovere di giustizia il soggiungere che anche i re dal canto loro si dimostravano liberali verso quei loro sudditi che ritenevano degni di particolare distinzione, e che nei tempi di pubblica esultanza facevano distribuire viveri al popolo radunato.
Un altro genere di urbanità consistente nei pranzi era pure in uso allora. Si davano pranzi per festeggiare l’arrivo di qualche parente od amico che non s’era visto da gran tempo; alla tosatura delle pecore; alle vendemmie; allo spopparsi dei bambini e in occasioni di matrimoni; presso i principi si davano pranzi anche nelle neomenie e nei giorni loro natalizi ecc. Questi festini vengono indicati colla parola _misthè_, che letteralmente significa _tempo di bere_, probabilmente per la larga parte che si lasciava al vino in quei tempi in compenso alla scarsità delle pietanze, che erano certamente ben lungi di raggiungere o anche di solamente avvicinarsi al numero di quelle che s’imbandiscono attualmente nelle mense dei grandi. Portavano pure il nome di _lehhem_ che vale _pane_, quasi ad atto di ossequio al primo e più importante alimento. Da quanto si legge in Samuele, pare che il pasto fosse preceduto dalla benedizione del capo dei convitati.
Nei diversi festini di cui parla la Bibbia non si fa mai cenno sull’intervento delle donne, per cui siamo portati a conchiudere che anche fra gli ebrei, le donne tenessero festini nei loro appartamenti separati come si usava in tutto l’Oriente; quantunque dall’importanza che aveva la donna nella famiglia ebrea, debba mettersi fuor di dubbio che esse venivano ammesse nei pasti famigliari. Tutto lascia credere che tali festini fossero rallegrati da concenti musicali e da canti di gioia.
Nel conversare il loro contegno era misurato e grave, come lo è quello degli orientali in generale, e specialmente quello degli arabi. Si parlava poco, e con parole convenienti. Le espressioni lubriche, disoneste od anche solo equivoche non solo erano bandite dal loro parlare, ma venivano colpite dalla riprovazione universale: i buffoni erano tenuti in tale pessimo concetto, che Davide li assimila ai malfattori e ai reprobi.
Crediamo fare cosa utile rapportando su questo argomento alcune osservazioni giudiziose e spassionate dell’abate Fleury, nel suo pregiato lavoro _Mœurs des Israélites_: «Essi, gli ebrei, usavano volontieri nei loro discorsi allegorie ed enigmi ingegnosi. Il loro linguaggio era modesto e conforme al pudore. Essi dicevano per esempio: «L’acqua dei piedi» per sott’intendere l’orina: «Coprire i piedi» per soddisfare agli altri bisogni naturali, perchè in tale azione si coprivano dei loro mantelli dopo d’avere scavato la terra..... D’altra parte se essi hanno certe espressioni che a noi sembrano piuttosto dure quando parlano del concepimento e della nascita dei bambini; se nominano senza riguardo certe infermità segrete dell’uno e dell’altro sesso, ciò avviene per la distanza dei luoghi e dei tempi...»
Sull’argomento dei loro piaceri lo stesso autore così si esprime: «La loro vita agiata e tranquilla unita alla bellezza del paese li rendeva inclinati al piacere: ma i loro piaceri erano semplici e facili non avendone guari oltre il buon vitto e la musica. I loro festini erano imbanditi di vivande assai semplici e la maggior parte di loro sapeva cantare e servirsi degli strumenti musicali». Quantunque in verità noi riteniamo che gli ebrei godessero altri piaceri oltre ai due summentovati; è però vero che il vecchio Barzilai non enumerò che questi due, che certo erano per loro i principali, quando invitato da Davide a volere dimorare nella sua Corte, rispondeva di non potere accettare perchè la sua grave età non gli permetteva oramai di gustarne il diletto. L’ecclesiastico poi paragona questi due piaceri nella vita dell’uomo, all’effetto che produce alla vista uno smeraldo incastrato nell’oro. Per godere il fresco e l’aria libera, essi mangiavano volentieri sotto gli alberi e sotto capanne.
Due altri generi di divertimenti, il giuoco e la caccia, sono ai tempi nostri annoverati tra i principali. Riguardo al giuoco possiamo affermare che nella Bibbia non se ne ha traccia veruna. Solo nella legge tradizionale si parla di giuochi d’azzardo e non solo vengono dichiarati proibiti, ma si aggiunge che coloro che vi si davano non potevano deporre come testimoni innanzi ai tribunali.
Riguardo poi alla caccia, che in origine dovette formare una delle occupazioni essenziali tanto dei nomadi, quanto dei pastori della Palestina, pel bisogno che avevano di difendere le loro greggie dalle bestie feroci; pare che fosse esercitata anche dagli ebrei, sia per lo stesso motivo e sia perchè poteva fornire i loro pasti di buone vivande. Nessuno ignorerà probabilmente che il potente Nembrotte era chiamato «cacciatore forte al cospetto dell’Eterno»; e che la selvaggina tornava tanto gradita al palato del Patriarca Isacco, da ispirargli maggior tenerezza pel figlio Esaù che spesso gliene provvedeva.
Da parecchi passi della Bibbia risulta che la Palestina era ricca in selvaggina, e la legge non opponeva alla caccia che una sola restrizione, che a noi pare bene trascrivere nella sua interezza: «Se per la via s’affaccia innanzi a te, in qualche albero, o per terra un nido d’uccelli (ove siano), pulcini o uova, colla madre coricata sui pulcini o sulle uova; non devi pigliare la madre coi figli. Manderai via la madre, e potrai pigliare per te i figli: così avrai del bene, e vivrai lungamente⁶⁵».
⁶⁵ Tutti i commentatori si accordano a riconoscere in questo precetto una raccomandazione altamente morale. Ed ecco in sostanza il senso che gli attribuiscono: «Questo comando per una parte ha lo stesso valore di quello che proibisce di fare cuocere il capretto nel latte della madre, vuole cioè allontanare gli ebrei da qualunque azione che possa esercitare sulla loro immaginazione e sul loro cuore un’influenza meno che pietosa; e per altra parte include un delicato pensiero di misericordia, che è il carattere speciale della Legislazione mosaica, verso quella povera madre che dovrebbe assistere alla morte dei suoi figli e allo sperdimento delle sue uova: inquantochè anche gli animali irragionevoli soffrano immancabilmente vedendo straziati i loro nati, non dipendendo l’amore materno da causa intellettuale, ma bensì dalla immaginazione e dall’istinto pari nell’uomo, come in tutte le altre creature.
I cacciatori si servivano di diverse armi da guerra e particolarmente dell’arco, delle freccie, del _romahh_ (picca o lancia), dell’_hhanid_ (asta o lancia) e dell’_hherev_ (spada). Le bestie feroci e specialmente i leoni si prendevano nella _sciuhhà_ (fosso), col _mochesc_ (trappola) e col _pahh_ (laccio). Era molto ingegnoso il modo di preparare i fossi. Finita l’escavazione, se ne copriva l’orifizio di canne o ramoscelli d’alberi, e nel mezzo si fissava un palo piuttosto rilevato al quale si attaccava un agnello vivo. I belati dell’agnello attiravano la bestia feroce, la quale si slanciava con furia sulle canne per impadronirsi della preda; ma queste cedendo al suo peso, lo traevano seco nella fossa. Questi fossi, vengono spesso usati nella Bibbia per dare l’immagine d’imboscate e di pericoli.
Per completare questi nostri brevi studii sulla vita domestica e sociale degli antichi Ebrei, ci crediamo obbligati a consacrare alcune parole sul trattamento che trovavano presso di loro i poveri ed i forestieri.
Sui primi diremo: che per quanto Mosè considerasse eccellenti le disposizioni da lui prese, e da noi in parte esaminate, onde tutti i componenti della repubblica da lui fondata potessero vivere in condizione agiata ed indipendente; tuttavia non poteva illudersi, come veramente non si illuse, sulla possibilità che la infingardaggine e i vizii degli uni, e la vile ingordigia degli altri non avessero in un tempo più o meno lontano alterato lo stupendo equilibrio sociale da lui stabilito. Ecco con quali parole dimostra questa possibilità ed ordina di venire in soccorso ai bisognosi: «Perocchè non suol mancare in un paese qualche bisognoso, perciò io ti comando con dire: Apri la tua mano al tuo fratello povero e bisognoso, nel tuo paese».
La lingua ebraica ha tre vocaboli per designare questa classe di diseredati: 1º _Evion_, derivante dal verbo _avà_, che significa desiderare, volere; 2º _anì_, da _óni_, afflizione, miseria; 3º _dal_, che deriva dal verbo _dalal_, e che vale impoverire, mancare, scarseggiare. Questo vocabolo viene usato indistintamente tanto rapporto alla salute fisica e allo stato dello spirito, quanto in rapporto ai beni di fortuna e alla condizione sociale.
Se portati dall’argomento noi dovemmo occuparci di questa classe sfortunata, ciononpertanto ci riteniamo dispensati di allungarci a dimostrare con quanta premura ed amorevolezza venisse essa raccomandata alla pietà dei ricchi, sia da Mosè stesso e sia dai Profeti. I nostri Dottori poi eccedettero talmente nelle loro raccomandazioni delicate e previdenti da quasi rasentare l’esagerazione. A degno complemento dei loro ammaestramenti definirono il popolo d’Israele per _rahhamaním benè rahhamaním_, misericordiosi figli di misericordiosi, inquantochè, conchiusero essi, sia cosa indubitabile che colui che non ha misericordia verso i sofferenti non può essere (degno) discendente di Abramo⁶⁶.
⁶⁶ Persuasi che verranno letti con interesse e soddisfazione, noi non possiamo resistere alla tentazione di inserire qui due Sentenze ed un esempio, spigolati nel vastissimo campo della carità Israelitica. Non isfuggirà certo alla penetrazione dei nostri lettori l’alta importanza della prima Sentenza per la tolleranza religiosa di cui ci dà bella prova.
«È legge di pace l’obbligo di soccorrere i poveri di qualsiasi nazione in un coi poveri d’Israello, di assisterne gli infermi, di seppellirne i morti».
«L’infelice che geme nella povertà è talvolta condotto dai suoi dolori a mormorare della Provvidenza. Egli pensa tra se stesso: «Non sono anch’io una creatura di Dio? Perchè tanta differenza da me a quel ricco? Egli dorme tranquillo i suoi sonni nella casa che è sua, ed io giaccio in questo tugurio non mio. Ei dorme su soffice letto ed io sul nudo terreno. L’uomo benefico, colla sua carità, calma il fremito del povero e ne fa tacere le mormorazioni. Iddio dice a quest’uomo benefico: «Colla tua carità tu riconcilii quel poveretto con me; tu ci metti in pace».