Part 16
La Provvidenza riducendo gli ebrei a tali terribili estremità volle forse dimostrare loro le funeste conseguenze della loro religiosa rilassatezza; e umiliandoli in un modo così basso fare rivivere in loro il sentimento nazionale che nella maggior parte del popolo s’era, se non intieramente estinto, almeno assai affievolito pel corso di quattro secoli di dominazione straniera. I partigiani zelanti del Culto nazionale soffrivano in silenzio non osando sollevarsi contro la forza imponente del tiranno; ma le eccessive crudeltà di Antioco e l’eroica devozione di una famiglia di sacerdoti li fecero sortire dal loro ritiro, e li incoraggiarono a prendere le armi per vendicare la loro religione e la loro nazionalità, e farle trionfare oppure morire della morte dei prodi. E questa volta la fortuna finì per arridere alla ferrea costanza, ai nobili sforzi di quegli uomini eroici capitanati dai figli di certo Matatia che abitava in un borgo chiamato Modin, che trovavasi sulla strada che da Ioppe mette a Gerusalemme.
Questo Matatia veggendo un Ebreo che sedotto o costretto da un ufficiale del Re sacrificava agli idoli, arse di sdegno e zelante per la legge, come Finees, si gettò sopra di lui lo uccise e con esso uccise anche l’ufficiale del Re. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la rivolta. Dopo questo fatto Matatia accorgendosi che la sua vita era in pericolo, gridò per la città chiamando quanti altri zelanti vollero seguirlo, e con loro e i suoi proprii figliuoli si ritirò nelle montagne. Matatia era sacerdote della classe dì Ieoiarib e dal nome di Asmoneo, proavo di lui, anco i suoi discendenti presero il nome di Asmonei. Matatia aveva cinque figli Giovanni, Simeone, Giuda, Eleazaro e Ionatan, i quali, abbenchè giovanetti, erano tutti egualmente accesi dall’entusiasmo del padre, e del pari ed anche più di lui intraprendenti, bellicosi e terribili. Ora questo coraggioso sacerdote, diventato capo dell’opposizione si vide ben presto circondato da altri zelanti. In quello stesso tempo, avvenne che un migliaio di altri Ebrei fra uomini e donne e fanciulli, traendo seco il loro bestiame si erano ritirati nei deserti e procacciaronsi un asilo nelle spelonche. Ma inseguiti dai soldati del Re, ed attaccati un giorno di sabbato, essi, per soverchia fedeltà alla religione, ricusando di difendersi in quel sacro giorno di riposo si lasciarono tutti quanti ammazzare. Matatia avendo udita questa cosa, fece sentire ai suoi seguaci che se avessero voluto comportarsi egualmente sarebbero tutti periti come senza difesa così senza utilità; onde a voti unanimi fu deciso che si potesse fare la guerra anco in quel giorno semprecchè i nemici fossero i primi ad attaccare. Nel seguito i Rabbini decisero che in sabbato fosse lecita anche la guerra offensiva, massime nella espugnazione di una città quando fosse stata assediato almeno tre giorni prima. Tuttavia questa savissima decisione non fu ammessa generalmente, e più altre volte gli Ebrei preferirono di lasciarsi ammazzare piuttosto che di difendersi in sabbato.
Così provveduto alla propria sicurezza e difesa, e chiamati intorno a sè quanti sentivano zelo per la legge e che erano risoluti di vincere o di morire per lei; Matatia cominciò ad assalire i villaggi e i luoghi meno muniti, massacrando quanti si opponevano, atterrando le are profane, e circoncidendo i fanciulli ancora incirconcisi. Ma la sua carriera militare fu breve. Oppresso meno dagli anni che dai dispiaceri, sentendosi vicino a morire, elesse egli medesimo per suo successore nel comando Giuda, suo terzogenito, che di non molto oltrepassava i vent’anni, ma che stimava ed era più degli altri valoroso e forte; e raccomandò che per le cose ove fosse stata necessaria la prudenza dei consigli ubbidissero tutti a Simeone, il secondogenito. Infine esortò caldamente i suoi seguaci a resistere contro l’empietà dei figliuoli della superbia, e a combattere per la causa di Dio e del suo Tempio. Questo suo testamento dettato da un senno maturo e da una profonda cognizione del merito rispettivo dei suoi figli, ed eseguito da essi con rigorosa fedeltà; valse ai medesimi la conquista di un regno ed una fama immortale. Così morì Matatia e fu sepolto in Modin nella tomba dei suoi padri.
Giuda, armato come un gigante e terribile come un leone, all’entusiasmo religioso che lo animava, univa l’attività e il vigore di una gioventù bollente e robusta, e un coraggio sterminato, ma non cieco nè imprudente. Le rapide sue vittorie e le sanguinose battaglie che diede consecutivamente ai nemici, gli fecero dare dai contemporanei il sopranome di Macabeo _macabì_ (martello). All’ardimento di Giuda era troppo poca cosa il limitarsi a scorribandare le campagne o sui monti, o ad attaccare luoghi remoti od indifesi; la sua operosità e la generosa sua ambizione volevano un campo più vasto. Si diede quindi a correre tutto il paese; con sorprese notturne, con rapidità straordinaria assalì città e castella, le prese, le fortificò e le fece altrettanti punti di appoggio alle sue operazioni. Eccitò lo zelo e il fanatismo dei suoi compatrioti, ingrossò il numero dei suoi guerrieri. Affrontò coraggiosamente l’un dopo l’altro due generali di Antioco: li battè, li ruppe, e li uccise; fece un gran macello del loro esercito, e sparse ovunque il terrore del suo nome.
Antioco si avvide ben tosto che quello non era un movimento da disprezzarsi, avrebbe voluto reprimerlo in sul nascere, ma la mancanza di danaro, un’insurrezione nell’Armenia e la fede vacillante dei Persiani lo obbligarono a ritardare ed a dividere il suo esercito. Vennero quindi spediti contro Giuda i generali Nicànore e Gorgia con quaranta mila fanti e tre mila cavalli; e seguendo il costume di quei tempi un gran numero di mercanti di schiavi accodavano l’esercito onde comperare i prigionieri. I generali erano così certi della vittoria, che ne chiamarono da tutte le parti della Fenicia, invitandoli a prender seco molta pecunia, essendo loro fermo proposito di sterminare affatto gli Ebrei, e di vendere all’incanto quanti fossero risparmiati dalla spada. Giuda non aveva che poche migliaia di soldati senza loriche, senza elmi, senza spade ed armati ciascuno di quello che potè avere; ma erano uomini d’animo deliberato di vincere o di morire per Dio e per la patria, e guidati da un capitano tanto valente quanto accorto. Questi convocò le sue schiere in Masfa di rimpetto a Gerusalemme: ivi le purificò, le santificò coi riti della religione, le esortò con vivi ed efficaci discorsi onde infiammarne lo zelo, e in ossequio al precetto Mosaico, rimandò i novelli sposi, i timidi e quelli che avessero di recente piantato una vigna o fabbricato una casa; e coi pochi prodi che gli rimanevano marciò contro il nemico. I due eserciti si scontrarono in Emmaus nei dintorni di Gerusalemme. Giuda con astute manovre evitò le mosse del nemico, lo ingannò, lo divise; assalì di sorpresa il corpo più debole, lo sbaragliò; e l’altro corpo di Siriaci che aveva fatto un giro per cogliere gli Ebrei alle spalle e serrarli in mezzo, mirando dalle colline la sconfitta dei compagni, il disordine del campo, la fuga di tutti e non sapendo a quale causa attribuire un così improvviso avvenimento; si smarrirono anch’essi d’animo, volsero le spalle e si dissiparono. Questo successo aggiunto alla ricca preda che fecero gli Ebrei, accrebbe il loro coraggio e lo infuse anche ad altri correligionari, che vennero ad associarsi. Un secondo corpo di Siriaci comandato da Timoteo e da Bacchide subì la stessa sorte; nè più fortunato fu Lisia che con 60,000 fanti e 5000 cavalli fu sconfitto a Betsura fortezza che era l’antimurale di Gerusalemme ai suoi confini coll’Idumea.
A coronare queste prosperità giunse la notizia della morte d’Antioco Epifane, che cadendo da un cocchio si piagò il corpo e morì per atroci dolori, rammaricando, secondo Giuseppe, i mali fatti soffrire agli Ebrei e pei quali Dio ne prendeva giusta vendetta, e lasciando il regno ad un altro Antioco suo figlio, fanciullo di nove anni, sopranominato poscia Eupatore.
Così la Giudea fu sgomberata dai nemici. Tutte le città si erano date a Giuda, ed ai Siro-Macedoni non restava che la cittadella di Gerusalemme. Allora Giuda entrò in questa città e trovò il Tempio ingombro da cento profanazioni, l’altare diroccato, le porte distrutte col fuoco, le erbe e i virgulti cresciuti nel luogo santo. A questa, vista gli Ebrei si lacerarono le vesti e fecero gran cordoglio. Giuda purificò il Tempio, rifece a nuovo l’altare dei profumi, il candeliere, la tavola, il velo ed altri sacri arredi o distrutti o rapiti. Ripristinò i sacrifizi e fece la dedica del santuario, il giorno 25 di questo nono mese tre anni e mezzo dopo che era stato contaminato da Apollonio. Una festa nazionale e religiosa, venne instituita nella data sopradetta per immortalare ai posteri la memoria di questo avvenimento.
Per la pratica si sa da tutti indubbiamente che questa festa, detta _hhanuchà_ (Encenie o inaugurazione), viene solennizzata coll’accensione di lumi nelle case per otto sere consecutive e con canti di allegria.
Aggiungeremo poche parole per registrare come la indipendenza intiera degli Ebrei da qualunque soggezione straniera, venne conseguita da Simone il secondogenito di Matatia 400 anni dopo il ritorno da Babilonia, e che fu da quel momento che gli Ebrei cominciarono a datare i loro atti pubblici e a coniare monete.
Archeologia.
_Pesi e Misure._
Il presente paragrafo avrebbe dovuto trovare il suo posto appropriato nel mese scorso, quando tenemmo parola delle arti e dei mestieri, perchè in realtà trovavasi attinente a tale articolo: ma lo ritenemmo pensatamente per questo mese, per la proporzionata distribuzione delle diverse nozioni di Archeologia biblica, che ci proponemmo di trattare nel corso di questo nostro lavoro.
La più antica maniera di commerciare dovette certamente consistere in un semplice scambio d’oggetti. Uno dava altrui quell’oggetto che per sè era inutile o superfluo, per riceverne in cambio quello che eragli necessario o tornavagli gradito. Ma siccome doveva spesso accadere che presso l’uno non si trovasse quello di cui l’altro difettava, ed in mille occasioni poi non si potesse dare un valore precisamente eguale a quella tal merce di cui si voleva fare procaccio; per facilitare le permute si dovettero ben presto introdurre nel commercio materie, le quali per via d’un valore arbitrario, ma convenuto, potessero rappresentare tutte le specie di mercanzie, e così valessero di prezzo comune a tutti gli effetti posti in commercio. Ora fra queste materie i metalli dovettero essere preferiti, sia perchè se ne trovano in ogni clima, e sia perchè la loro durezza e solidità li preservano da molte alterazioni. Da quanto rileviamo dai nostri sacri libri siamo condotti a conghietturare che in principio questi pezzi di metallo si _pesavano_⁹⁰ e che non fu che più tardi che essi s’improntarono di una figura pubblica per indicarne il valore e assicurarne il peso e la lega.
⁹⁰ Sono moltissimi i passi biblici che ci autorizzano a questa opinione: ne rapporteremo alcuni. Abramo essendosi rifiutato di accettare la cortese offerta fattagli da Ebron l’Iteo di concedergli gratuitamente la grotta di Macpelà per seppellire la propria moglie, glie ne _pesò_ il prezzo convenuto in quattrocento sicli d’argento correnti a mercanti. I fratelli di Giuseppe riportando in Egitto il danaro ritrovato nell’imboccatura dei loro sacchi, dichiararono al maestro di casa di averlo riportato _dello stesso peso_ di quello sborsato prima. Geremia comprando un campo da Hhanamél suo zio gliene sborsò il prezzo di sette sicli e dieci monete d’argento in _peso_, e finalmente troviamo nel profeta Amos che volendo far palese la malafede di disonesti mercanti mette in loro bocca le seguenti parole: «Vendiamo con false misure, e _pesiamo_ con false bilancie l’argento che ci viene dato».
Per l’esattezza storica non possiamo però esimerci dal fare riflettere che nella Bibbia troviamo altresì la parola _pesare_ adoperata all’epoca dei Persiani, epoca in cui senza dubbio tale parola doveva avere il senso di _pagare_ poichè si aveva sicuramente l’argento coniato. Bœkh nelle sue ricerche metrologiche dà per istorico ciò che racconta Erodoto VI, 127, che cioè Fidone tiranno d’Argo abbia pel primo fatto battere moneta in Grecia l’anno 750, avanti l’êra volgare, dietro un sistema di pesi e di misure imparato dai Fenicii, ai quali parecchi autori Greci fanno risalire l’invenzione delle monete, quantunque lo stesso Erodoto ne attribuisca il merito ai Lidii. Ora gli Ebrei che avevano così frequenti relazioni coi Fenicii non avranno forse creduto ancor più che utile, indispensabile l’avere anch’essi moneta coniata?
Questa opinione è sostenuta da Bertheau nella 3ª edizione della sua Archeologia d’accordo con parecchi altri autori.
Non essendo state rinvenute monete ebree coniate, antecedenti al tempo dei Macabei, dobbiamo pertanto ammettere che il primo a coniare moneta fra loro sia stato Simone Macabeo a ciò autorizzato da Antioco Sidete. Di queste monete ne esistono ancora parecchie⁹¹. In certune d’esse si trovano impresse figure di palme, di pigne, di spighe, di covoni di grano; in certe altre si trova una foglia di vite, un grappolo d’uva, un fiore o un vaso di quelli consacrati agli usi del Tempio. Intorno alle figure di parecchie d’esse si leggono le leggende di _Séchel Israél_ (Siclo d’Israele), _Ierusalaim akedossà_ (Gerusalemme la santa).
⁹¹ Nella Biblioteca reale di Parigi si trovano 6 specie di tali monete, tre d’argento e tre di rame. Le prime tre d’argento sono le seguenti: 1º Un siclo che porta impresso un vaso con sopra un’_Alef_ (prima lettera dell’alfabeto) adoperata certo come cifra significante 1º anno della liberazione—2º Un mezzo siclo che porta un vaso eguale a quello del siclo con sopra le iniziali Anno 2º—3º Una medaglia colla leggenda «_lehherud ierusaláim_» (per la libertà di Gerusalemme) dall’uno lato, e dall’altro lato la parola «_Simeone_»—4º Una moneta di rame colla iscrizione: «Simeone principe di Israele» e intorno ad un gambo di balsamo che sta in una delle sue faccio la leggenda: «Anno primo della liberazione d’Israele»—5º Altra moneta di rame colle stesse iscrizioni.—6º Finalmente una terza moneta di rame colla leggenda: «Anno quarto... metà»—«della liberazione di Sionne».
Per avere un’idea se non esatta almeno approssimativa del valore dei pesi e delle misure degli antichi Ebrei, converrebbe confrontarli con quegli dei Greci e dei Romani che successivamente dominarono nell’Oriente; poscia ridurli ai pesi e alle misure nostrane, tenendo calcolo delle differenze subite dai valori. Questo studio sarebbe troppo lungo e forse riescirebbe noioso pel maggior numero dei nostri lettori, perciò noi ci limiteremo ad indicarne il solo nome con a fianco il valore approssimativo in misure metriche, valendoci dei quadri combinati dal celebre Munch già da noi citato.
Le misure di lunghezza dette _midóth_ sono le seguenti quattro:
1. _Esbán_ (dito o pollice) che misurava la lunghezza del dito mignolo e vale m. 0,023.
2. _Tófahh_ o _téfahh_ valutato a m. 0,092.
3. _Zéretk_ che è lo spazio compreso tra il pollice e l’annulare stendendo le dita il più che si può e vale m. 0,277.
4. _Ammà_ o _cubito_ che venne definito per l’intervallo tra il vertice del gomito e l’estremità del dito medio e vale m. 0,555.
Alle misure di lunghezza appartengono pure quelle che dinotano le distanze da un luogo ad un altro o le itinerarie. Due sole misure di questa specie troviamo menzionate nella Bibbia. La prima è quella detta _chivrád-érez_ (spazio del paese) che forse misurava tre miglia piemontesi; la seconda è quella detta _dérech-ióm_ ovvero sia il cammino d’un giorno che può fare un uomo a piedi.
Le misure di capacità servivano indifferentemente tanto pei solidi quanto per le materie liquide, solamente che nel primo caso venivano designate col nome particolare di _miskál_, e nel secondo caso con quello di _messuród_.
Le misure che servivano per le materie liquide erano le seguenti:
1. Il _bath_ che secondo i Rabbini era della capacità di 432 uova di gallina e calcolasi a l. 38,843.
2. Il _log_ che poteva capire 6 uova ossia l. 0,539.
3. Il _nébel_ misura grande che valeva tre _bath_.
4. L’_hin_ sesta parte del _bath_ l. 6,707.
5. Il _mezzohin_.
6. Il _bessà_ dei Rabbini la capacità d’un uovo o il sesto del _log_.
Quelle che servivano per le materie secche erano le seguenti:
1. L’_efà_ che aveva la stessa capacità del _bath_.
2. Il _ómer_ o _issarón_ che era la decima parte dell’_efà_.
3. Lo _seà_ che valeva il terzo dell’_efà_.
4. Il _cab_ piccola misura che era la sesta parte del _seà_.
5. _hhómer_ o _cor_ che conteneva dieci _efà_.
6. Il _léthec_ che conteneva la metà del precedente.
Il peso detto _miskál_, si determinava come ora da noi col mezzo di bilancie a coppe dette _mozenáim_, oppure d’una bilancia a braccio detta _péless_. Pare che i contrappesi non fossero altro che pietre, che i mercanti portavano entro un taschetto attaccato alla cintura, come si usa tuttavia in Oriente. Ed è così che si spiegano le raccomandazioni sulla lealtà di commercio che fa Mosè in più luoghi colle parole: «Non sarà a te nella tua _tasca_ pietra e pietra _éven vaáven_» (cioè) grande (per comperare) e piccola (per vendere).
Le misure _monetarie_ erano le seguenti, alle quali noi mettiamo a fianco il peso in grani (di grano), che erano la loro unità. Relativamente al valore di ciascuna di esse si avrà facilmente prendendo per base il _sékel_ che valeva L. 3,10.
1. _Chicár_ (talento) pesava 822000 grani.
2. _Manè_ che pesava 16440 grani.
3. Lo _sékel_ il cui peso era di 274 grani.
4. Il _bèca_ e pesava 137 grani.
5. La _gherà_ che pesava g. 13,7.
Giacobbe arrivato a Salem la città di Sichem, al suo ritorno dalla Mesopotamia, comprò dallo stesso principe una pezza di campo per cento _kessità_. I commentatori non si accordano nell’interpretazione di questa parola, poichè taluni vogliono che si trattasse di monete su cui fosse improntata una pecora, ed altri credono invece che si trattasse veramente di agnelli o di pecore, dati da Giacobbe in cambio del terreno.
————
TEVED (_Dicembre-Gennaio_).
L’unico avvenimento che si presenta al nostro esame in questo mese è l’infausta ricorrenza che diede origine al digiuno del giorno decimo. La caduta del regno d’Israele e l’esilio della grande maggioranza del popolo ebreo nelle lontane provincie dell’Assiria, non fece rinsavire il regno di Giuda perchè i suoi Re, pochissimi eccettuati, continuarono nei loro traviamenti. Ezechia uno dei suoi ultimi Re può annoverarsi fra i più virtuosi, perchè lo storico sacro, a massimo suo elogio, lo paragonò a Davide. Mosso dal desiderio di indipendenza e affidato alla protezione divina, si ribellò al Re d’Assiria di cui era tributario; e questi raccolto un potente esercito e postolo agli ordini di tre capitani Tartan, Rav-Sariss e Rav-Sakè (quest’ultimo d’origine ebrea secondo certi commentatori) lo spedì ad investire Gerusalemme. L’oste formidabile giunse presso le mura di Gerusalemme, ove Rav-Sakè sperando di farsi aprire le porte dal popolo tormentato dalla fame e di entrare nella città senza colpo ferire, prese ad arringarlo per fargli intendere quanto sarebbe stato meglio per lui darsi in braccio al Re d’Assiria, contro il quale lottarono invano tante altre nazioni. Ezechia atterrito dall’imminente pericolo si rivolse a Dio, il quale per mezzo del profeta Isaia lo assicurò che i soldati del Re Assiro non avrebbero calpestato la polvere della santa Città; inquantocchè «quell’orgoglioso monarca briaco di sua potenza avesse osato di alzare gli occhi sul forte abitatore del cielo, e per mezzo dei suoi servi avesse scagliato ingiuriose parole contro il forte d’Israele». In quella stessa notte Iddio mandò il suo angelo distruttore (un’epidemia) che spense nell’accampamento Assiro cento ottantacinque mila uomini, per cui i rimasti s’affrettarono a togliere l’assedio e a ritornarsene alla loro patria.
Or bene! figlio e successore di quest’ottimo monarca fu Manasse il più tristo dei Re di Giuda, sia perchè sopravanzò tutti i suoi predecessori nelle abbominevoli pratiche dell’idolatria, e sia perchè dimostrò una crudeltà d’animo, una sete di sangue affatto insolita nei regnanti ebrei. E lo storico sacro ci tramandò il suo nome con un marchio indelebile d’infamia notando «che riempì Gerusalemme di sangue da una estremità all’altra».
A costui successe Amon che non volle mostrarsi figlio degenere di un tale genitore. Questi due ribaldi scettrati aprirono tali piaghe nel regno di Giuda, che non fu possibile il rimarginarle neanche al virtuoso e religiosissimo Giosia, figlio del secondo e del quale lo storico sacro attesta: «che non fu prima nè sorse dopo, un Re osservatore cotanto fedele delle prescrizioni mosaiche». Non passarono che pochi anni dopo la morte di quest’uomo tanto più meritevole di lodi, quanto più seppe staccarsi dagli esempi paterni e lottare indubbiamente contro una corrente di corruzione per ricondurre il popolo, fors’anco suo malgrado, alla purezza del culto antico; che Nabucco il quale aveva esteso il suo dominio dal torrente d’Egitto fino al fiume Perath venne ad assediare Gerusalemme in questo stesso decimo mese ai dieci del mese. Dopo circa due anni di assedio nel giorno nove del quinto mese (Ab), la città cadde in potere dei Caldei e il popolo d’Israele fu totalmente allontanato dal suo patrio suolo.
Terminando con questo l’annua rassegna dei digiuni, ci sia concesso di esprimere la speranza che Dio voglia in un avvenire non lontano, adempire la promessa ch’egli fece al popolo d’Israele per bocca del profeta Zaccaria colle seguenti parole: «Così disse il Dio Sabaóth: il digiuno del quarto mese (17. Tamuz), quello del quinto (9. Ab), quello del mese settimo (3. Ellul), e quello del decimo (del quale parlammo ora) saranno per la famiglia di Giuda giorni di giubilo, di allegria e di festa: amate però la verità e la pace»⁹².
⁹² Poichè ci si presenta l’opportunità rapportiamo la «teoria del digiuno» data dai nostri Dottori.
«Un Dottore dice: chi fa digiuno volontario è un peccatore. La sacra legge impone un’espiazione al Nazareno perchè ha mancato contro sè stesso, giurando di astenersi dal vino. Se è peccatore chi tribola sè stesso con questa sola astinenza, è doppiamente peccatore chi si astiene dai doni celesti».
Un altro Dottore dice: «non è peccatore, anzi è un uomo pio».
«Il sapiente non deve fare digiuni volontarii, perchè toglie a sè la forza di lavorare per la gloria del nome divino».
«Lo studioso che fa digiuno, possa il cane portargli via il suo pasto».
«Nei pubblici digiuni, il più venerabile della comunità s’alza e dice: «Fratelli miei! non il digiunare, non il coprirsi di cilicio, valgono ad impetrare la grazia divina, ma la penitenza, ma le opere buone. Nel perdono concesso ai Niniviti, dice il profeta, Dio non fece caso dei loro digiuni e dei loro cilici, ma del loro pentimento».
E poichè ci occorse di nominare questo profeta e che secondo noi certe verità non sono mai abbastanza ripetute, sentiamo a quali cause egli attribuisse la caduta di Gerusalemme ovverosia il compendio dei doveri principali che Dio impose all’uomo. «Ecco le cose, dice egli, che Dio faceva proclamare dai suoi profeti in Gerusalemme quando essa sedeva regina potente e gloriosa: amministrate una giustizia equa; abbiate l’un per l’altro trattamento di pietà e di misericordia; non maltrattate, non usate concussioni colla vedova, verso l’orfano, verso il forestiero e il mendico; non vengavi mai in mente il pensiero di desiderare l’altrui male».
ARCHEOLOGIA
Antichità Politiche.
_Forma di Governo._