I mattoidi al primo concorso pel monumento in Roma a Vittorio Emanuele
Part 3
Il gruppo dell'Italia — inquantochè, accennando alla maggiore delle òpere clàssiche, il Laocoonte, che narra la distruzione di Troja, da cui ebbe vita, grandezza e Dei la nostra Italia, fa ravvisare non più il più profondo dei dolori per la distruzione della cara patria, ma la più grande delle gioje nello scòrgere la madre Roma e sue figlie disciolte finalmente dai fieri draghi del loro fatale destino. Per conseguenza l'Iliade in alto, l'Enèide alla destra del Tempio, la Divina Comedia alla sinistra, il Giudizio universale in basso.
_Nesso stòrico_.
Origine della Storia coll'Iliade — Epoca romana coll'Enèide — MedioEvo colla Divina Commedia — Era nuova con V.E. — Cùmolo di ruine — Roma quadrata — Pomerio — La Vittoria che poggia sul Globo — La Libertà — Il Tempo — Vestali — Màrtiri — Catacomba.
_Nesso filosòfico e politico_.
Religione, Umanità, Natura, le tre parti monumentali della Piràmide — Il Pàntheon, tempio pagano — Il Pensiero come l'Azione.
_Nesso dei Nessi_.
Tanto la forma dell'antica òpera scultorea, quanto i ricordi del maggiore poema pittòrico, così il gruppo dei poemi eròici dei sommi cantori, come le vestigia delle monumentali òpere architettòniche, compòngono quel tessuto intricatissimo di linee, quell'intreccio di fuochi celesti, che permette all'osservatore sia poeta, sia artista, stòrico, polìtico, o filòsofo, ad intèndere anagogicamente, cioè elevando il pensiero alle cose superne, l'italiana Epopèa coll'incominciamento della terza Era cioè quella del nostro risorgimento, dimostrando così l'opera che si propone, che il liberatore della patria e il fondatore della sua unità fu ed è V. E.
Ma il concorrente che a tutti sovrasta per la misteriosa profondità del pensiero è il signor Giovanni Cànfora da Barletta (n. 294) cabalista infallìbile di metafisica e _rompitore degli ovi_ della Divina Sapienza. Ei non ci ha dato che un manoscritto, ma, in esso, giace tutto un sistema di filosofìa, di profezìa, e di vìncite al lotto. Nè la poteva andare diversamente da che il signor Cànfora — com'egli medèsimo ci dichiara — _non essendo nè uno scenziato, nè un architetto, ma un sèmplice meccànico, solo per intùito di un Ente Supremo potè venire che trattasse una idèa e concretasse un tanto edificio_.
Il monumento s'intitola: _Manus Dòmini_. _Invano_ — osserva l'autore — _si cercheranno in esso règole architettòniche e proporzioni e règole di meccànica, imperocchè desso non fu costruito per modello da fabbricarsi, sì bene al fine di rimanerlo nella capitale dello Stato e presso la Casa Savoja... Però le règole di equilibrio sònosi osservate_.
Il monumento non si divide che in _sei òrdini_.
_Il primo òrdine_ rappresenta il trionfo delle cento città d'Italia, _con quattro distinte fortezze agli àngoli, che spiègano non solo il quadrilàtero lògico, ma anche il fìsico che il Regno possiede_. La prima entrata è di stile gòtico, _per dimostrare che fino dagli antichi tempi si desiderava un monumento italiano posto nella capitale del Regno.... Nel cerchio del secondo lato si vede un arco e su di esso un cappello cinese_, per significare, come dice poi, che quella certa aqua, _prodotta da otto leoni_ (gli otto Stati d'Italia) che scende per due altri archi laterali (_Culto e Civiltà) correrà veloce per tutte le direzioni del globo per sventolare il gran vessillo anche in Cina_.
_Il secondo òrdine costa_ (sic) _di un cubo ottagonale_, ed è chiamato: _Comunità perfetta_. Ha quattro ingressi, nel primo de' quali si scorge Vittorio Emanuele, nel secondo Carlo Alberto, nel terzo Pio IX e nel quarto _un naviglio con Re Umberto al timone, la Regina Margherita all'àncora ed il prìncipe ereditario all'àlbero_, per dimostrare che _la Reale Famiglia, imbarcàtasi su questo fiume, viene a visitare il monumento del compianto padre Vittorio Emanuele nel giorno della sua grande inaugurazione_.
In giro al medèsimo òrdine, sono _otto leggende dalle quali si legge chiaro il dèbole pensiero dell'autore_. Scegliamone alcune.
*
_Adamo e Noè — Aronne e Mosé_ _Cristo e Cristòforo — Ferretti e Vittorio_ _Formàron del Dio il naviglio_ _E l'ultimo affondò l'àncora nel seno di suo figlio._
*
_Di Vittorio Emanuele eterna è la memoria_ _Per questo monumento si mostra la sua storia._
*
_Dall'Alpi all'Appennino, incerto, duro il passo,_ _Per dire all'Io supremo: ecco di due monti un sasso._
e così, appressapoco, le altre cinque.
Passando poi a commentare l'epìgrafe del suo lavoro _Manus Dòmini_, l'autore ci rivela che le dita di questa allegòrica mano sono così formate:
Pio IX il pòllice, Carlo Alberto l'indice, medio Vittorio Emanuele II, anulare Umberto e mìgnolo _il principe reale Vittorino coronati tutti dalle somme virtù delle due regine Marìa Cristina e Margherita_. In tali _dita concezionali_ l'autore osserva di aver messo anche Pio IX, _comechè contribuisse alla unificazione italiana, perchè solo colla fòrmula «nè elettori nè eletti» fu possìbile di riunire un parlamento ed un corpo elettorale liberale_. Osservazione questa, che è forse la meno profonda, ma la più sensata di tutto il manoscritto.
_Dunque_ — prosegue il signor Cànfora — _Pio IX nacque nel 92 del sècolo passato, Carlo Alberto nel 98 dello stesso sècolo, Leone XIII è nato nel 10 del sècolo in corso, Vittorio Emanuele II nel 20, Umberto I nel 44 ed il prìncipe Vittorino nel 69._
_Sicchè, sommando le citate èpoche, si ha la somma di 333. Questa somma è il gran soggetto appartenente alla natura divina ed umana, per il che forma il vero triàngolo della divina sapienza, donata dal Creatore alle sue creature nella ragione di tutti i sècoli._
_E questo soggetto è di proprietà di quel libro chiamato «Perchè...», che difficilmente può studiarsi da tutte le creature, perchè vèngono disperse e confuse nelle tènebre della Eternità. Ma l'uomo che si rassegna alla sua orìgine e quindi poggia il suo corpo sulla materia, ne forma delle immàgini da cui si scorge l'ideale del Sommo Fattore concretato presso la sua creatura; e questa di effetto si concretizza nell'unità dell'increata natura. Sicchè, da questa unione e dissunione, ne sorge appunto quella coll'uttazione_ (sic) _misteriosa che vizio e virtù si appèllano, da cui ne galleggia la gloria del Iº. — Per questi motivi appunto ho dato fuori due òpere per lo corso di anni 32. La 1ª si appartiene al Culto Cattòlico Apostòlico Romano, la quale mette al posto il _Sacrosanto mistero_, che oggi è nell'ideale! per effetto della sua nullità — come verrà dimostrato. La 2ª òpera lo è un monumento, che ho inalzato per dimostrare alla 1ª: che essa non può avere il suo movimento senza rapportarsi all'altra. Come la 2ª, non può avere il suo progresso Civile senza rapportarsi alla 1ª. Le due dottrine verranno sviluppate....._
_Dunque dal Triangolo 333 passiamo a prèndere la distanza in òrdine alle sopracitate nàscite, che è 6-12-10-24 e 25 che sommate si ha 77. Fine dei due troni! — ed aggiunto al 77 il 3 Divino si ha 80. Il futuro non si vede dall'uomo sibbene si càlcola_.
È qui il profondo sig. Cànfora, fatta l'osservazione che _tra un dito e l'altro_ di quella sua _Manus-Dòmini_, vi è certamente affinità di natura con gli oggetti esterni e col proprio èssere, prega il lettore _di vòlgere la sua mente a quell'uovo di Cristòforo Colombo che tutti i dotti ci pòsero a quell'atto la sòlita carta senapata. Ma quello che segue, o signori, non è l'uovo di quel tempo, sibene l'ovaja dell'inconprensìbile dalla quale sorge la natura del tutto e l'òrdine dello stesso_.
Continua quindi per una mezza dozzina di pàgine i suoi còmputi (egli li chiama _còmpiti_) cogli anni e colle date che si riferiscono ai cinque personaggi della _Manus Dòmini_, cui unisce per maggior còmodo la leggendaria età della morte di Cristo e gli anni di Leone XIII e ne trae inaspettati raffronti e profezìe miracolose... per il passato. Felice poi delle sue scoperte, ad ogni tratto esclama: _Sicchè dall'uovo di gallina non sorge il gallo!... Ecco un altro uovo di Cristo e non di Cristòforo!.. Ecco come questo uovo ha generato l'ancùdine e il martello dell'archetipo — mente del Redentore — Iddìo...... La parola di Dio è nei suòi càlcoli i quali non si ammàssano negli Empìrici, Tereostàtici e curiosi fanàtici di punti e vìrgole. Da questo càlcolo si osserva chiaro il gran mistero per i pòpoli avvenire: se il lettore non crede, ne faccia una girata ai pòsteri_... e fà notare come un certo suo càlcolo cabalìstico sia stato _originato_ fino dall'anno 1868 e pubblicato in parte sul giornale «Il progresso Livornese». _Sicchè quel 28 era l'uovo della divina sapienza che si doveva rompere nel 1878. Infatti si ruppe, e l'autore di questo càlcolo restò sempre più sorpreso, unito ai suòi amici, i quali conoscèvano una tale misura_.
La sublimità dei concepimenti non impedisce però al sig. Cànfora di trastullarsi con qualche bisticcio gramaticale: si direbbe anzi che nella essenza della parola egli cerchi nuovi argomenti alle sue enigmàtiche affermazioni. _L'agricoltore_ — così egli scrive — _pianta, spianta, taglia ed innesta non a capriccio; come l'astrònomo, non può servirsi della fatalità per annunciare un uragano o della Cumana per dire «domani piov-era». Ed infine un filòsofo Trippucco non può dimostrare l'òrdine sociale_... Ed altrove: _signor lettore, se ha sano cervello e fegato ben formato saprà, da una parte, compatirmi o pur saprà scovare l'incògnito del mio debolìssimo ver-detto e del mio mitìssimo ben-fatto non solo; sibbene saprà vedere che tra tanti gabalisti imbecilli che ammòrbono il nostro meridionale, vi sono ancora una infinità di preti, i quali si danno molta importanza, dirèi quasi tutti, di andare contro il progresso della ragione divina._
Nè il signor Cànfora, ha torto, pare, di aver rancore coi preti, poichè _nessuno di essi si è mai benignato di visitare la sua òpera, temendo di andare all'inferno_ — anzi, _sol leggendo i suoi còmpiti spediti pel canale dell'arcivescovo de Bianchi Dòttola di Trani al Santo Padre Leone XIII, gli ha preso il male epilèttico;_ mentre invece _essi_ (i preti) _dovrebbero sapere che il 33 è il pesatore del vero e come tale saprà con la sua frusta umanata mèttere all'ìndice delle anime dannate la càusa di tanto scisma._
Tornando quindi ai suòi terni e quaderni, alle sue quintine e tòmbole metafìsiche, il sig. Cànfora, che probabilmente è una vìttima del giuoco del lotto, _Leone XIII_ — scrive — _è nato nel 1810, esaltato al trono del culto il giorno 20 febbrajo 1878, incoronato il giorno 3 marzo. Sicchè, unendosi i detti tre tempi 10, 20 e 3 si ha 33 — secco secco. E questo lo sapeva Leone XIII? Ecco dunque un altro uovo della divina sapienza che viene rotto da Giovanni Cànfora da Barletta!_
Ed è in base ai suddetti càlcoli e ad altri moltissimi che non abbiamo creduto indispensàbile di trascrivere, che il sig. Cànfora _s'è posto all'òpera fin dal 15 gennajo 1878 onde concretare il suo concetto, che, per la verità, gli è testimone l'intero paese nonchè il rispettivo Comando militare dove ha lavorato per lo scorso di tre anni circa..._
E il gran segreto, lo scopo, il risultato di tutta quanta la miràbile òpera, è, salvo errore, il seguente
PROBLEMA
_E più V eguale a quattro G meno G._
Questo _nuovo problema_ — così spiega l'autore, il quale, come notammo, sembra voler rubare il mestiere alle chioccie — _racchiude cinque uovi i quali daranno alla luce cinque pulcini. Questi pulcini poi sapranno risòlverci il citato problema a gloria del Signore per il bene di tutti i popoli della terra._ Conclusione, dunque:
10 + 44 = a 54 _Centro_. 11 + 33 = a 44 come 44 + 33 = a 77. 77 + 3 = a 80 come 68 + 10 = a 78. 10 + 34 = a 44 come 34 + 34 = a 68. 80 + 33 = al 1913 come 1913 + 33 al 1946.
_Manus Dòmini_. — Nè si chieda di più. — _Tutte le iscrizioni parlan da sè per il loro significato riguardo alla Comunità Perfetta, cui si riferìscono e non hanno bisogno di maggiore dilucidazione, se non _per qualche cosa che è serbata al solo Re_._
Ma il signor Cànfora non ha ancora finito. Gli rimàngono a descrìvere del suo monumento altri quattro òrdini ed ecco come ci si mette:
L'_ordine terzo_ rappresenta l'Italia oppressa e divisa. È _circondato da rinchiere di ferro su cui vèdonsi le insegne dell'antico telègrafo per dinotare lo stato della civiltà di quèi tempi... tutto l'ordine appoggia sovra una ruota ad ingranaggio ottagonale, su ciascun dente della quale vèggonsi otto statue egiziane coronate coll'insegna del regno che rappresenta_, il che significa che _quèi tirannelli monarchi si èrano ingranati fra loro e in quello statu-quo in cui vivèvano essi medèsima_.
Anche in quest'ordine si ammirano otto leoni, _per dimostrare la fierezza de' governanti_ ed otto colonne decorate tutte identicamente _per dinotare che eguale era l'ambiezione civile in tutti gli Stati d'allora_. Tale idèntica decorazione è, pure, semplicissima. _Sul capitello un braccialetto con sotto un anello: in quell'anello otto stelle, ciascuna ad otto punte per la medesima ragione. (?) Tra gli otto anelli, pende una catena ben tesa, legata allo Stato Romano dove sorge il vessillo dei Crociati, la mercè di 15 croci di diverso colore per denotare lo scisma esistente nella chiesa e nei suoi ministri. In giro alla base ossèrvansi poi i Ministeri di ciascuno Stato e tutti della medèsima forma e colore, cosicchè la figura di un Sàtiro rappresenta il Ministro della Pùbblica Istruzione, una Sirena quello della Marina, uno Scorpione quello delle Finanze, ed un Ragno di mare quello dei Culti_.
Nè ciò sembra bastare all'abbondante fantasia del signor Cànfora, poichè, nel piano superiore di questo òrdine terzo egli vuol collocate anche _otto àquile con in testa la corona di ferro_, àquile le quali raffigurano _i comitati promotori della unificazione italiana_, e tengono, coi varii Stati, rappresentati dalle 8 colonne, una fila di discorsetti che lèggonsi incisi su alcuni scudi.
Or ecco qualche campione di tali discorsi: _L'aquila dice allo Stato Romano: dal cielo sul tuo capo questa corona pende. Ed il papa: non pòssumus. L'aquila va, allora a Modena e dice: ti voglio regalare questa corona. E Modena: la mia è più dura della tua. Va a Parma e: darài — gli dice — l'occhio diritto per questo emblema — e Parma risponde: anche il secondo, ecc._
Detto ciò, _l'aquila vien trasformata in Àngiolo fulminatore portante ciascuno_ (sic) _un vessillo di guerra, il quale in modi imperiativi conferisce così col Ragno di mare: a Roma terrìbilis est locus istae; e l'Àngiolo risponde: e la morale? A Milano: non cederò un memetro_ (sic) _e l'Àngiolo risponde: cederài lo Stato... A Torino in ùltimo: io chi sono? e l'Angiolo: molto bene!..._ ecc.
Per completar _l'òrdine_, o per meglio dire, il disòrdine, vèggonsi infine _attaccate alle colonne otto farfalle che rappresèntano le diramazioni dei comitati segreti._
Ascendiamo all'_ordine quarto_. Quest'ordine simboleggia l'unione italiana. _Sicchè è foggiato come il terzo_ (che rappresenta la disunione) salvochè le catene che legàvano le colonne sono spezzate. Anche quì vediamo le statue egiziane del piano inferiore, decorata però della Corona d'Italia, e le àquile, gli àngioli e le farfalle, cui si aggiùngono _viti ed ananassi per significare l'abbondanza e la squisitezza del giòvine Regno._
E così, arrivati al quinto òrdine, troviamo _l'espressione della civiltà italiana_, dinotata dalle sòlite otto colonne, le quali però, questa volta, _pòrtano ciascuna una frasca d'alloro e la stella d'Italia coll'Àngiolo fulminatore_ che _prenta_ (forse _presenta_) alla stella un trofèo di guerra e lo scudo di Savoja. Tutto il quale _apparato di gloria_ sostiene il _sesto òrdine_ (che, grazie a Dio, è l'ultimo) e _dimostra il supremo Potere._
Ed ecco come questo Potere è filosoficamente inteso dal sig. Cànfora. Innalzata _una colonna a quattro faccie, su ciascuna delle quali un orologio segna le ore fisse dell'entrata di Vittorio Emanuele nei quattro stati principali_[12], egli impone su di essa _un tamburo di guerra che sostiene_, a sua volta, _il globo da cui si eleva la figura geometrica (?) e la stella d'Italia._
_E che cosa vuol dire questo specioso apparato?_ — si domanda il sig. Cànfora. — _Vuol dire_ — risponde trionfalmente a sè stesso — che, _col globo sostenuto dal tamburo, la società tutta per rispettare la legge, ha bisogno della forza, ma non già della forza brutale del fucile, sì bene di quella di apparato del tamburo_. — Dopo il qual sforzo d'immaginativa, l'autore, a buon diritto, può dire di _èssere soddisfatto di aver dato alla luce un'òpera che non sarà l'ùltima tra i tanti segnàcoli di gloria della casa Savoja._
A noi che poco c'intendiamo di architettura e meno di stregoneria, parrebbe che tutta questa montagna di fortezze, di archi, di òrdini, di colonne, di allegorìe, sopracavallate una sull'altra, dovesse, una volta costrutta, raggiùngere una altezza vertiginosa. Pure, non è così. Il sig. Cànfora ci assicura che _la cennata òpera porta l'altezza di metri quattro circa, compresa la base di sostegno, e questa di metri circa tre quadrati_.
_Il Governo tutto può fare_ — soggiunge con fiducia l'ardito progettista — e, _precisamente in forza di un nòbile consorzio nazionale, si potrebbe nella capitale del Regno inalzare il sopracitato progetto nel centro di uno spazio edilizio di circa mezzo chilòmetro. _Due ponti immetterèbbero al_ terzo piano terreno, il quale per conseguenza dovrà esser più alto del secondo, ed entrambi si renderanno affacciàbili per godere il fiume, le fontane, i pesci, le anitre e le gòndole e quant'altro si crederà di bello a norma del formato. Nel giorno poi della festa nazionale si potranno situare le bande musicali comodamente nei diversi ordini superiori, e quindi il tutto bandierato ed illuminato da un appòsito gazòmetro, i già fissati candelabri, i fanali[13], si leggerebbe nel corpo d'Italia, _Manus Dòmini_, e quella stella che ossèrvasi all'estremo dell'ìndice di Dio sarebbe di guida, non ai tre Re di Betlemme, ma a tutti i Re del Mondo e di tutti i secoli, non per visitare un meschino bambinello in quella grotta, ma per visitare le sue esterminate grandezze, sin dove giunsero, e sin dove giungeranno nella ragione dei secoli, a scorno dei vili ed a scorno dell'ambizione del Farisèo._
_Ora, se realmente le cento città d'Italia sono vere italiane, sentono l'òbbligo di formare nella capitale del Regno il loro trionfo, e questo non può risultare da altri concetti esposti, perchè signoreggia l'idea materiale e precisamente presso d'un qualche Amerigo esploratore che da mè si sospetta! E questo mi farebbe grande onore! E questo trionfo adunque che le cento città italiane inalzerèbbero senza curarsi dei milioni, altro non sarebbe che lo specchio del sommo Fattore esposto per la riforma di tutti i pòpoli del mondo._ Amen.
IV.
I ràpidi ma fedelìssimi cenni che abbiamo fatto precèdere, basteranno a mostrare quanta e quale parte di follìa si presentasse al concorso pel monumento al Re Galantuomo.
Dicendo questo, non intendiamo affatto di dire che gli autori dei progetti da noi esaminati sieno interamente pazzi. Quì non si parla che di mattòidi. Nessuno tra essi noi conosciamo neppure di vista, e ben volentieri ammettiamo, siamo anzi di ciò convintìssimi, che la più parte (salvo in questo «tic» dei progetti sconclusionati) possegga, in tutto il restante, il migliore suo senno, di cui può dar prove quotidiane e nel maneggio delle cose domèstiche e nei consigli agli amici e nelle consulte perfino del proprio paese. La intelligenza dell'uomo è infatti da paragonarsi — generalmente parlando — ad un appartamento composto di molte stanze, non ad un ùnico camerone. Pare anzi che più aumenti il patrimonio delle idèe, più si moltìplichino le diverse cellette destinate ad accòglierle: nulla quindi di strano se la mobiglia di qualche nostro locale si trovi tutta sossopra, pur mantenendosi il resto dell'appartamento in perfetto òrdine.
Aprile, 1882.
POSTILLE
[1] È notèvole infatti come la più parte de' concorrenti abbia saccheggiato senza pietà i monumenti più cèlebri del mondo, traducèndone, deturpate, ne' suòi bozzetti le idèe e le forme. Incontriamo quindi ad ogni passo la Mole Adriana e il sepolcro di Cecilia Metella ridotti a stufa, il Pàntheon schiacciato a panettone, il tempio tiburtino della Sibilla con su una calotta cattòlica, ed archi di Tito, di Costantino, e dell'_Étoile_, e colonne trajane ed antonine senza nùmero. Nè manca il Pandrosio nè il tempio di Arminio nella Selva Nera nè il monumento di Pietro il Grande a Pietroburgo. Alcuni poi, che, dall'accoppiare due furti, crèdono forse di non passare per ladri, han sovrapposto all'arco di Settimio Severo la colonna Trajana, che viene quindi col pieno della sua mole a poggiare sul vuoto della porta di mezzo, con quale spàsimo del buon senso è fàcile di capire (V. bozz. n. 51, _Iddio lo volle e la stella d'Italia si fermò su Roma_, — n. 218. _L'Aurora_, — n. 271 _Estremo Oriente_ e n. 28 _Rega Gherardo_); oppure, capovolgendo quel pensiero rettòrico assài ma non illògico dal punto di vista della allegorìa, della statuaria antica, che pone in mano alle immàgini dei suòi gloriosi guerrieri la figuretta della Vittoria, fanno Vittorie di bronzo che règgono in palma statue del defunto sovrano grandi e grosse appressapoco come la sostenitrice. (V. ad. es. il bozz. n. 29 _Vincenzo Falcioni_).
Notèvole è pure come talune pensate — nuove se vuolsi, ma che non sèmbrano le più sensate — sieno, se non furate da concorrente a concorrente, sorte contemporaneamente in diversi cervelli. Di archi trionfali sorreggenti colonne, ne abbiamo, salvo errore, contati quattro: così, l'idèa di adoprare il mappamondo a foggia di cùpola con tracciata nel mezzo la penisola itàlica e nella penìsola Roma e sovra Roma, a guisa di perno, l'effige del Re, la troviamo nei bozzetti 153 (_Giordano Edoardo_) 218 (_L'Italia è pace e civiltà_) 219 (_Vis unita fortior 1º_) e 254 (_Tutto è poco per tanta memoria_); così, i gironi del purgatorio dantesco si riscòntrano in Amèndola (n. 130) e in Ximènes-Gallori (n. 209) due bozzetti però che appartèngono all'arte; mentre la piràmide a scalinate colle statuette che vi si arràmpicano — imitazione, pare, di un grosso pangiallo coperto di mosche bianche — si ripete al n. 188 (_Macdonald Alessandro_) e 229 (_Landi Guido_) e la colonna di mandorlato da cui spùntano, a guisa di furòncoli, innùmeri testoline, appare ai bozzetti 119 (_Ignazio Perricci_) e 221 (_Di Pinto Domenico_).
[2] Questo telegrafista di Avigliana Basilicata ha progettato una colonna di stile, dirèbbesi, burocràtico, da illuminarsi elettricamente. L'ingrediente della luce elèttrica fà parte anche di altri progetti, come ad esempio di quello del dottore Depraz (n. 24) che cangerebbe la mole Adriana in un gran faro, di quello del S.r Falcioni (n. 30), e di quello del S.r Auteri Pomar (n. 195) consistente in un mucchio di cùpole e pòrtici con un reggimento di bronzea cavalleria sul tetto ed un angelone. «_Cento saranno le colonne_ — dice l'autore con drammàtica foga — _e ogni città scolpirà la sua. Al sòrgere della notte, sulla fronte dell'Angelo splenderà la stella d'Italia_...»
[3] Il Sig. Camillo Ferrara, ex-ufficiale in ritiro (bozz. n. 22) vorrebbe, non un monumento di bronzo o di marmo, ma un opificio dove poter impiegare moltissimi lavoranti. Nell'opificio sarebbe poi collocata una fontana coll'erma del Re. L'autore chiama sè stesso (a torto) _un matto che non sragiona_.
[4] Dal canto suo, il francese dott. Depraz si propone principalmente di lavare gli italiani, e i romani in ispecie. Suggerisce quindi di fabbricare le Terme Vittorio Emanuele intorno alla mole Adriana, cangiando questa in un gran faro elèttrico. Il Depraz osserva, con francese modestia, che tale idèa è superiore a tutti i progetti di marmo che pittori, scultori ed architetti potrebbero presentare. Egli desidera anzitutto «_la rigenerazione igiènica del pòpolo_.»