I ladri della pace

Chapter 8

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Volle malaugurata curiosità, che io mi avvicinassi a quella ambulante baracca, ed oh! sventura irreparabile! Erano il mio nonno, la nonna, tre zii, tre zie, ed una serva che venivano dalla città a visitare la mia mamma, la quale era poi, già s'intende, la loro rispettiva figlia e sorella. Tutta quella gente, eccetto la serva, era discretamente facoltosa, veniva di rado, dalla lontana città, portava regali, per cui alto là, conviene dimostrare loro la infinita gioia di abbracciarli. E per raggiungere un simile intento, mi cacciai anch'io in mezzo a quella moltitudine fino a casa mia, con disgusto del vetturale, che gridava, _non c'è posto!_

La gioia di mia madre, più sincera, non la si può descrivere. Volea fatalità, che mio Padre, ai forestieri giunti allora dilettissimo, fosse, fino dal mattino, andato a piedi in un paese di montagna, discosto un'ora di viaggio, e per un suo affare qualunque--e volea fatalità, che quel paese, fosse in direzione diametralmente opposta al pergolato del giardino di Cinzia. Volea infine fatalità peggiore, che mia madre mi spedisse insistentemente alla ricerca del papà, onde sollecitare la sua dolce impressione pei nuovi arrivati. La febbriciatola nota del mio cuore, giunse in quel momento ai 40 gradi (centigradi). Immaginate che alle otto ore precise, siccome al viglietto, mancava solamente un'ora e mezza. Vedrai, o Cirillo, dissi fra me, che il tuo affare va a rotoli e... come tenere il piede in due scarpe? Per quanto io amassi i miei nonni, è certo che Cinzia valeva di più, anche per ragione di età, al mio cospetto. Insomma, bisogna obbedire la mamma, bisogna essere cordiali cogli adorati nonni, e si vada.

Correrò tanto, in modo da arrivare in tempo anche sotto il pergolato di cui sopra. Follie! follie! Per trovare mio padre impiegai cinque quarti d'ora, e per andare poi tosto, con un pretesto qualunque, alla più simpatica mia località, impiegai mezz'ora, volando (allora non v'erano biciclette). Siamo in ritardo, ma di soli 15 minuti, tolleranza normale in tutti gli arrivi e partenze anche.... dei treni.

Trafelato, trepidante, arrivo al cancello piccolo... è aperto! Oh! buona Cinzia, mi ha aspettato, sclamai! Vado sotto il pergolato. Cinzia non v'è. Sovra un sedile di pietra, sta un vigliettino che dicea:«_Di solito quando un appuntamento preme, si viene prima e non dopo. Conservatevi di quell'ottima_ (stile nostrano ma chiaro).

«Quel giorno più non vi leggemmo inante» (DANTE = _Inferno_, Canto V.)

Così o diletto amico, ho finito il mio tentato quarto idillio. E sta pur tranquilla o disinvoltissima Ninfa, le giurai, che un'altra volta, per simili affari, verrò piuttosto prima che poi..... Alfredo per quel naturale solatium miseris, socios habere penantes, sorrise ma per un minuto secondo.

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Lord, a questo punto, latra a squarciagola... Che sarà mai? Chi verrà a disturbare il lavoro febbrile di Alfredo. È il procaccio.... Una lettera, colla soprascritta di calligrafia maschile all'antica. Alfredo prega Cirillo a leggergliela onde non sospendere gli ultimi ritocchi di pennello, al suo preferito quadro.

Cirillo legge:

_Pregiatissimo Sig. Blandis_ Lago di Como, Maggio 18..

«Scrivo per conto di Enrichetto, figlio di un mio vecchio amico. Mi perdonerà se non vengo in persona a fare la commissione. Sò però che Lei è buono per ritratti, ad olio ed anche senza. Di ciò me ne accorsi due anni or sono, quando per la prima volta, vidi in casa Giacinto, mio cognato, un suo lavoro bellino. Noi avremmo il progetto (per adesso prego di tenere segreto) di far dentro un magnifico matrimonio colla mia cara nipote Violetta, però non si sono ancora veduti. Il figlio del suddetto mio amico, è un giovinetto di bel sangue, e poi quando morirà presto il mio amico, che è suo padre, gli resteranno senza fallo dei campetti. E perchè la mia cara nipote si innamori subito, abbiamo pensato di mandare il suo ritratto in grande ed a colori, a mio cognato. La fotografia non mi piace niente affatto. E' troppo smorta. Le lascio però il tempo di quindici giorni. Io sono sicuro che ci faremo onore tutti. Dunque, o venga Lei qui, o altrimenti mi scriva che manderemo costì, il buon Enrichetto a farsi ritrattare.

«Intanto, ho il piacere di rassegnarmi _suo dev._ GIOACHINO ALLOCCHIO.

_Tableau!.._ Una lettera più chiara di questa, io credo, disse Cirillo, che sia mai stata fatta dal Diluvio in poi. Cirillo però si trattenne dal ridere, onde non irritare Alfredo, già sbuffante di sdegno, e Cirillo inoltre, mentre leggeva la lettera, non si era accorto come Alfredo mettesse in bocca la sigaretta dal lato acceso e gettasse il pennello, intinto di nero, sul suo cappello di feltro bianco deposto su di una sedia.

Alfredo grida: E' una indegnità per Dio, e poi ricompostosi, ed abbassata la voce soggiunse: potrebbe anche darsi che il Sig. Gioachino fosse affatto vergine intorno al mio amore per Violetta, perciò non si potrebbe male interpretare il suo scritto.

Dunque Violetta non o ancora andata in convento, ed ora mi persuado che non vi andrà più. Credete alle lettere che i cani rubano per portarle al padrone.... Il mio tanto sudato quadro, è ormai inutile... maledizione... Addio ultima speranza.... Fra un paio di mesi ed anche prima, Violetta sarà sposa del Sig. Bel Sangue. Insomma non v'ha più cuore sulla terra. Ciò detto rimase tetro e muto, e appoggiò i gomiti sulla tavolozza dei colori, conciando così le maniche della sua giubba a somiglianza dell'iride.

Cirillo, non potè ristare dal dirgli: Ma se non venderai il tuo quadrone alle monache Orsoline, caro il mio S. Luigi Gonzaga, lo potrai vendere ai Frati Benedettini, tutta gente facoltosa, e pace e gioia sia con Voi. Tu risponderai con calma, neh! al S. Gioacchino del Bel Sangue sul Lago di Como, che vada a far ritrattare il suo Enrichetto, figlio del suo vecchio amico che deve morir presto e futuro sposo della Signorina Violetta, che vada, poniamo, a Costantinopoli. Ora amico Alfredo io ti saluto, per oggi. Bada però che il mio cappello di feltro candido quasi nuovo, me l'hai pitturato recentissimamente di nero fumo, ad olio, e non senza olio. Ciao.

Alfredo avvilito nel più profondo del cuore, per l'infausta lettera; perdonami, disse, caro Cirillo non saprei come possa essere avvenuto lo sfregio al tuo cappello! Non me ne ricordo davvero!...

Probabile che gli innamorati smarriscano anche il dono tanto prezioso della memoria?

PARTE SECONDA

CAPITOLO IV

Beneficenza delicata di un ex artista di canto

Venti giorni circa dopo il ritorno di Alfredo dal suo viaggio alpestre, trovandosi egli una sera in casa colle sue sorelle, giunse un involto suggellato, con timbro postale poco chiaro, perocchè vi si poteva leggere appena Trie...... Era diretto al Pittore Sig. Alfredo Blandis, il piego assicurato..... Che sarà mai questo? dissero in coro i tre fratelli?

Apertosi il pacco con mani convulse da Alfredo, si videro tre astucci chiusi ed una profumata letterina, la quale apertasi, portava la firma: _Zaira_.

Nessuno lì sul momento, toccò gli astucci.... Alfredo postosi a sedere su di un angolo della madia, lesse la lettera, mentre le due sorelle standogli dietro la schiena la leggevano prima di lui...... Lo scritto diceva:

_Nelle mie stagioni trionfali all'Avana, a Madrid, a Barcellona, a Vienna, a Milano, a Napoli, quale primo soprano nei rispettivi primi Teatri, e quando io non aveva ancora venticinque anni, m'ebbi, alle serate, vistosi ricordi in oreficeria. Ne ho tanti, che ormai li trascuro, e non li porto più dopo la morte del mio caro marito, il quale, come già vi dissi, aveva lo stesso vostro nome. Memore io della recente conoscenza fatta di Voi gentile sui monti tirolesi, ed edotta siccome Voi abbiate costì due sorelle, mi permetto spedirvi, e senza il menomo sacrificio, questi tre oggetti che valgono ben poco in confronto della simpatia ed amicizia da Voi ispiratami, e vi prego di accettarli. Le montagne stanno ferme, gli uomini si muovono e possono o presto o tardi incontrarsi, e perciò forse anche noi ci rivedremo!... E sopratutto, nessun ringraziamento nè in iscritto, nè a voce. Vi auguro vita e salute. Desidero conoscere anche le vostre sorelle, che, come Voi, certamente saranno buone._

L'amica aff.ma ZAIRA.

Alfredo scolorì lievemente e lasciò cadere una lagrima limpidissima che fu vista anche da Maddalena ed Elisa. .... Ne fu commosso!.... Tanta gentilezza d'animo, pensò, ad onta della mia trascuranza verso di Lei. Provò rimorso!..... Le sorelle, positive in confronto del fratello tutto sentimentalismo, chiesero il permesso di aprire gli astucci, perchè non reggevano nella pelle dalla curiosità. E chi non sarebbe stato curioso, specialmente se donna, per faccende simili? Aprono, e Gesummaria!! Brillanti grossi come nocelle!! Due boccole per ciascuna signorina, uno spillone per Alfredo; tutto di finissimo moderno lavoro. Chiunque, anche poco pratico, avrebbe calcolato quegli oggetti, in complesso, del valsente di L. 12mila e forse di più.

Ma come fregiarsi di quei ricchi doni senza incorrere nella severa critica, attesa la povertà dei fratelli Blandis? Potevasi venderli, ma ciò ripugnava alla grandiosità di mente e di cuore del poeta e dell'artista, per cui disse alle sue dilette sorelle: serbiamo questi brillanti in memoria di un'anima gentile e di me più costante. Elisa cui spiaceva quella decisione, si provò rammentare a' suoi fratelli, il di lei sogno, e scherzevolmente conchiuse, che li avrebbero indossati presto, non appena diventati milionari e che inoltre avrebbero contraccambiata in grande, la generosità della Signora Zaira, cui era bramosa di conoscere. Maddalena recitò tre pater noster, tre avemarie e tre gloria patri in ringraziamento alla provvidenza ed in augurio di tutte le felicità a quella brava Signora che avrebbe potuto, diceva, maritarsi una seconda volta. Alfredo invece, sommessamente espose, che avrebbe cercata presto la buona Zaira, quando avesse avuti a propria disposizione, i quattrini necessari pel viaggio.

La casta dei virtuosi di teatro, quando eminente, colta, corretta, è la più simpatica! Sempre cordiale, schietta e scevra da pregiudizi. Non ha superbia, è sempre vivace e gioconda. La si può ascrivere fra i liberi pensatori. L'arte ha ingentilito il loro cuore. Gli incolpevoli stenti provati da quella casta, in principio della carriera, la rese pietosa verso la classe sofferente. La trepidazione subita tante volte al cospetto del pubblico, o non imparziale o non istruito abbastanza nella nobile arte, la fece gelosa della propria reputazione guadagnata studiando, e diede poi essa esempio di generosità verso i propri simili bisognosi, a quelli che forse ne fossero deficienti.

In massima, pertanto, i veri artisti di ogni specie, tenuto calcolo del _distingue sæpe_, non sono egoisti più del bisogno; non sono avari, sentono con trasporto l'amicizia, ed apprezzano costantemente il buono ed il bello. E la nostra Zaira, non smentiva il giudizio che noi abbiamo dato sugli artisti in genere, e specialmente sugli artisti di grido..... Zaira, infine, ebbe come suol dirsi, buon tatto nella scelta dei doni, verso una famiglia povera sì, ma gentile, educata e fiera. In tal modo, Zaira non fece arrossire alcuno. Non è il donar molto, ma il donar bene..... Maddalena ed Elisa intanto, non cessavano dall'aprire e chiudere quei tre astucci, senza arrischiarsi a metterli in opera, e la notte sognarono di brillanti a palate grossi siccome noci. Alfredo intanto, scarabocchiava qualche verso colla matita all'indirizzo di Zaira (coll'inchiostro ei scriveva quasi più, per non rovesciare ogni volta il calamaio sulla carta) ma poi pensò tosto a Violetta, e temendo, in cuor suo, di offenderla, lacerò il foglio.

PARTE SECONDA

CAPITOLO V

Violetta non vá più monaca ma si marita.

Ci sia lecito dubitare che Violetta, mentre era all'Albergo Climatico, avesse veduto Lord involarle, fuggendo poi, la lettera da essa diretta alla maestra monaca nelle Orsoline.

Locchè noi presumiamo dalla nessuna ricerca conosciuta. Violetta avrà probabilmente interpretato il fatto, quale uno dei soliti smarrimenti senza conseguenze, per distrazione od altro. Avrà pensato che la sua lettera fosse frammista ad altri oggetti deposti nelle valigie. In certi casi della vita, è, del resto, miglior consiglio non fare ricerca delle cose perdute. Così fece colei che aveva smarrita una pianella nella neve, e così fece Alfredo del suo cappello lasciato in piazza, insieme alla calotta del prete, nella notte di cui al Capitolo VII parte prima di questo libro. Per sventura, però, tanto la pianella come il cappello furono rinvenuti e diligentemente restituiti ai rispettivi proprietari, onde la verità, con edificazione, venisse a galla.

Quel foglio sarà stato scritto da Violetta in un momento di inesplicabile mestizia, facile alle giovanette pensanti, fra un quarto di luna celato fra le nubi, o per la precoce noia di una giovanissima vita non ancora soddisfatta dalle arcane indistinte voluttà. Perciò, passato quell'istante di melanconia più comune al sesso debole che al sesso forte, Violetta avrà trovato inutile rifare quella lettera, rinviando la spedizione, in caso, a tempi peggiori. E ben fece, perocchè durante il di lei viaggio di ritorno, venne informata di un progettino di matrimonio per lei, allor allora spuntato sull'orizzonte. Un collocamento convenientissimo anche a tutta la parentela..... La voce di questo affare erasi sparsa diggià nel paese e dintorni e tutti, come al solito, voleano commentarlo, colle frangie di rito. Anche Violetta aveva le sue invidiose, specialmente poi quelle in età giusta, che non avevano potuto ancora commuoversi di una richiesta della loro mano. Elogi farisaici di qua, critiche esagerate di là. Gli spiriti inventori, già ingrandivano e già dettagliavano il fatto, in modo da conchiudere, come quel mondo locale avesse in mente soltanto Violetta.

Era la fama, deità poetica, che si aggira continuamente, il dì e la notte, sui luoghi più alti, per spandere notizie buone o cattive, e non si tace mai.

Virgilio nel Libro IV dell'_Eneide_, l'ha descritta, colla sua grande maestria, come segue:

«E' questa fama un mal di cui null'altro E' più veloce, e com'più va più cresce, E maggior forza acquista. E' da principio Picciola, e debil cosa: E non s'arrischia Di palesarsi: Poi di mano in mano Si discuopre, e s'avanza: e sopra terra Se'n va movendo, e sormontando a l'aura Tanto che il capo in fra le nubi asconde»

Alfredo pure, sempre disposto a credere a tutte quelle novità che gli potean recare danno, sperava che la fama fosse stavolta mendace. E non volea persuadersi, conoscendo Violetta, come questa transigesse a sposare un mercante di droghe e di liquori, tanto più che il fidanzato avrebbe avuto diceasi, il difetto, di assaggiare la sua merce volta per volta, a garanzia verso i clienti. Quel miscuglio di droghe e liquori nel ventricolo, avrebbe potuto cagionare dei brutti accidenti, o quanto meno la ubbriachezza perpetua, giustamente antipatica alle donne in genere.

Del resto--se la cosa era conveniente, e simpatica agli attinenti di Violetta, non sarebbe stato improbabile che l'imeneo alcoolico avesse compimento, e noi lascieremo andare l'acqua per la sua china; non curandoci delle inquietudini di Alfredo, il quale avea sortito:

«L'arte crudel di fabbricarsi affanni».

PARTE SECONDA

CAPITOLO VI.

Il sogno di Elisa Blandis realizzato

Siamo al principio dell'Estate 18... La caccia è vietata per tutti coloro che non vanno di frodo. Alfredo col suo indivisibile Lord, trovasi a passeggiare nelle vicinanze della stazione ferroviaria, di buon mattino, affinchè il sole non riscaldi dippiù il suo cervello già abbastanza caldo. Giunge dalla vicina città il solito primo treno, che a differenza degli altri giorni, depone molti viaggiatori, i quali, col loro apparente imbarazzo, denotano la nessuna conoscenza del luogo. Il procaccio insegna colla mano a quel gruppo di persone (15 uomini) la via al paese vicino. Dessi sono tutti abbigliati ad una maniera, ma alquanto diversa dal costume europeo, e tutti dal volto bronzeo. Ad un certo punto lo stesso procaccio raggiunge quei forestieri, e colla mano fa loro cenno verso Alfredo. Allora tutti si affrettano e si fermano ad un passo da Alfredo, scoprendosi tutti contemporaneamente il capo. Quegli che nel complesso, si presumeva il loro condottiero, uomo di mezza età, alto, magro, nerboruto, dall'occhio vivace, parlò pel primo, in spagnuolo misto a qualche parola di cattivo italiano, come segue: _Siete voi Senor Blandis Alfredo Pintor?_ Per servirla, rispose Alfredo. _Io Roberto Sterlingson, venuto per Costa Rica, miei compagni quattordici. Sbarcato Liverpool, tuti minadores, de nuestro Patron Senor Juan Maria Blandis pariente vuestro, principale patron mineras auriferas gran Senor, sin familia. Todos suoi cari morti. Nos vedete lievando Vos orden Patron este quindici valigia, in todos milioni quindici franchi, columbie, sterline, messicane, brillanti, y Banconotas Inglesas. Pietre tambien care, colori tanti, e tambien i esta letera_ (porge la lettera ad Alfredo).

..... A quel telegramma vivente, Alfredo, che intese, ma credea di sognare come sempre, sentì piegarglisi le ginocchia, e tanto era confuso e senza parola, da essere sospettato, quale un muto od un ebete, da quegli americani. Lord aveva fiutate intanto ad una ad una, quelle forti e capaci valigie di cuoio di Russia, ma non scoprendovi odore di salami, dei quali era ghiottissimo, abbandonò ben presto i forestieri ed il padrone per arrivare primo a casa a far colazione. Potrebbe anche averlo fatto per avvertire le padroncine della novità, e non c'è da ridere, perocchè le bestie, talvolta sono più intelligenti di taluni uomini.

Se non che la nostra penna non vale a descrivere con bastante colorito, la sorpresa di Maddalena e di Elisa al veder salire le scale tutta quella compagnia strana, senza che Lord latrasse, sì goffamente vestita, colla faccia e mani olivastre, mentre Alfredo leggeva e rileggeva in silenzio una lunga lettera, non curandosi di spiegare il fatto alle sorelle. Egli era siccome un ubbriaco; aveva appena inteso per quella lettera, trattarsi di un decrepito cugino in secondo grado, residente a Panama, proprietario di miniere aurifere in estese regioni, fra cui Costa Rica, Perù, California, Columbia, etc.

Nessuno dei tre fratelli, intanto, aveva pensato, per la loro immensa confusione, di invitare gli ospiti, almeno a sedere, tanto più che sembravano stanchi per lungo viaggio ferroviario. Meglio così forse, perocchè le sedie di Casa Blandis erano soltanto tredici, il solito numero di fiducia del pittore Alfredo. Civiltà, convenienza, ospitalità esigevano inoltre, di offrire tosto a quei quindici personaggi, dei rinfreschi, ma ad onta che la voglia in cuore, e l'abitudine dei fratelli Blandis non mancassero, pure tutti tre erano rimasti pel momento quasi inebetiti, nè sapeano districarsene. Maddalena ed Elisa poi continuavano a fregarsi gli occhi, come per accertarsi se per caso non dormissero, e nello stesso tempo facevano segni ed inchini al Sig. Sterlingson, onde scusarsi mimicamente di non averli ancora invitati a colazione. Nulla pertanto di concreto avevano quelle imbarazzate fanciulle, raggranellato.

Ma il presunto capo di quella compagnia di minatori, avendo indovinato benissimo, siccome il contegno dei fratelli Blandis, non fosse effetto di inospitalità, ma invece di paralizzante meraviglia, si congedò insieme agli altri quattordici, col pretesto di voler andare _adelante_ (avanti) _secondo treno grossa città, molto belissima._ Allora soltanto i tre fratelli, accortisi della loro sconvenienza, si affannavano a pregarli tutti di voler rimanere un momento almeno pel vicino pasto. Fu del resto inutile, perocchè Sterlingson fece intendere che _suos patron_ aveva ordinato così: _Presto, presto tornare nos_, disse nel congedarsi (e più non tornarono).

Ciò detto, scesero compatti le scale con passo misurato a guisa di un pelottone di fanteria in manovra, ripetendo il _presto Senor, tornare quando guardato vuestre quindici valigia._ Appena furono sulla via della stazione li raggiunse Alfredo di corsa e li baciò tutti con effusione e con molti ringraziamenti per la loro onestà e premura, avendone in concambio vigorose strette di mano da rimanerne storpio. E la risposta alla lettera, disse Alfredo, sempre commosso? _Vos fare dispaccio postale_, gridò quel mulatto capo. _Adios, adios._

L'angusto salotto dei fratelli Blandis, era occupato per intero dalle quindici valigie nuove, e di forma non comune. Ciascuna aveva la rispettiva chiavetta.

Ora permetteremo che quelle tre creature, rinvengano alquanto dal loro naturalissimo stupore, e che facciano con calma la loro verifica, della quale, a tempo debito, noi chiederemo il risultato, per comunicarlo ai nostri lettori, i quali ne avranno forse curiosità. Maddalena fu la prima a cominciare la bella operazione, dopo essersi fatta però, il segno della Croce, colla giaculatoria: Sia lodato Gesù Cristo e sempre sia lodato; e borbottando: Domani vado senza fallo a comprarmi cinquanta pulcini.

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PARTE SECONDA

CAPITOLO VII

La lettera del Cugino in secondo grado.

La curiosità, quando si tratta dello straordinario, è malattia di tutti, siano gente frivola, o sedicente seria, siano maschi, sien femmine, e tutti, come S. Tommaso, non si accontentano del solo sentire e vedere, vogliono anche toccare senza complimenti. Bisogna chiudere un occhio in proposito, perchè è un male ereditato dalla progenitrice Eva. Noi pure, quindi vorremmo conoscere a fondo, e senza troppo attendere, il contenuto preciso delle quindici valigie, prima, e quello della lettera, poi. Per quanto riflette le magnifiche quindici valigie di cuoio nero, sono presto vuotate. Ciascuna di esse conteneva la precisa quantità, qualità e peso, per cui esaminatane una, e fatta poi la moltiplica per quindici, doveva venirne un quoto sicuro. Ma Alfredo, Maddalena ed Elisa, non appena riavutisi dal loro dolce spavento, hanno fatto, come i ladri. Tutto, tutto, in fretta e senza pietà, sconvolsero di quanto stava bene distribuito in quelle valigie, per cui il calcolo come sopra, progettato, ci riescirà complicato.

Vediamo almeno il mucchio piramidale irregolare, fatto dai fratelli Blandis, nel loro salottino con tredici scranne.

Sono seicento pacchi da cento monete d'oro ciascuno, fra Columbie, messicane, sterline e marenghi, che formano un complessivo importo di tre milioni e centocinquantamila lire fatto il conto alla buona, senza il maestro del villaggio. Siccome poi i fratelli Blandis non avevano mai, fino a quel giorno, possedute delle monete d'oro, così non si dovrà essere troppo severi, ove fossevi errore di aritmetica. Più mille Banconotes Anglisch del valore di diecimila lire ciascuna. Queste fanno un complessivo di dieci milioni di franchi. Siamo giunti finora alla somma di tredici milioni e centocinquantamila lire.