Part 5
Sì, ho sciupato il meglio delle mie facoltà. Avevo dell’ingegno e che ne ho fatto? tante cose sbagliate, una sola riuscita: il prestigiatore; ho avuto e sento di avere ancora un po’ di forza, sono stato amico della verità, della giustizia, del bene, e non mi è riuscito _veramente bene_ altro mai che l’inganno, prima in piazza, ora sul palcoscenico; ebbi sempre il cuore aperto agli affetti, ma per fatalità ho sbagliato l’amore, e se non fosse di voi, non mi rimarrebbe nemmanco un amico.
Un attento esame di tutto il mio passato mi ha lasciato persuaso d’una verità che ho notato così sul mio taccuino: “ho visto l’amore generare il dolore, dalla grave fatica nascere la felicità; e la vita non ha nulla di meglio che l’amore e il lavoro.„
Ma vuol essere lavoro utile, come quello che si faceva in cerca di pozzi di petrolio al Canadà, in mezzo ai boschi con l’accetta in pugno per aprirsi il sentiero, scavalcando le macchie e lasciando lembi di carne alle spine. O come quello che avevo fatto prima a Nuova York, di modellare figurine di gesso e venderle in piazza. Ma queste fatiche mi stancarono, appena potei temere che non mi conducessero diritto alla ricchezza; e allora disperando di me stesso, tornai di mala voglia all’inganno più rimunerato del prestigiatore. Spesso vedendo un facchino vacillare sotto un peso enorme, o un minatore fendere col piccone il granito del monte, o un contadino vangare al sole cocente, mi fermai a guardare la loro fatica; non già che mi paresse meno aspra o meno ingrata, pure mi tratteneva, senza desiderio, senza compianto, ma non indifferente. Non sapendo nemmeno io che cosa sentissi a quella vista, qualche volta mi parve di indovinare lo scoraggiamento per la inettitudine di chi si è posto innanzi agli occhi una meta da raggiungere, e che intanto si balocca per via, corbellando il prossimo e un po’ sè stesso.
Dunque finalmente sono ricco! Non quanto ho sognato nell’ospizio, ma tanto da poter contentare molti dei miei desideri d’una volta se me ne fossero rimasti.
Ahi! l’infelicità di ognuno è proprio questa, di non desiderare più nulla quando si ha ottenuto tutto; ma l’infelicità mia è peggio, perchè all’assenza di ogni bramosia si aggiunge il rimpianto.
Mi dolgo di non essere stato felice, di non avere avuto al mio fianco una compagna, se non bella e amabile come la tua, ma tale almeno a cui potessi dire oggi: tu sei invecchiata aspettando il mio amore; ora questo amore eccolo; è tutto tuo, se ancora lo vuoi.
E anche m’affliggo di non aver dato all’arte o alla scienza la forza che ho speso per inseguire la felicità senza afferrarla mai. Non sarei stato felice, perchè me ne mancava il temperamento, ma se non altro nel mio paese sarei stato buono a qualche cosa, forse uno scrittore onesto e povero, o un inventore di qualche macchina, o magari un filosofo solitario poco apprezzato dai contemporanei, ma che avrebbe parlato forte e lontano alla posterità.
Da una settimana sono in possesso dei miei pesos fiammanti, e già mi danno battaglia per non sapere che buon uso farne; e mentre nella mia povertà avevo speso la ricchezza avvenire, dandole tante buone opere da compiere per me stesso e per gli altri, ora guardando intorno non vedo gli altri; scendendo in me stesso, quasi non mi ritrovo.
Il mio sogno, ve lo ricordate? era di arricchire più presto, e anche meglio, cioè con un po’ di soddisfazione, intanto che tu, Desiderio mio, combattevi ancora per l’arte ed eri giovane e povero, per poter, io solo, dare un po’ di luce e d’aria alla vostra casa. Ma ora molto tempo è passato, e voi non avete più bisogno di nulla. Mi par d’udire la voce mite e buona della tua compagna: “ci sono tanti ammalati unicamente di miseria; ne guarisca più che può.... Non ha detto così, signora Speranza?„
Desiderio non resse oltre; tutto il passato che il Coppa era andato rimescolando, empiendogli il petto di singhiozzi repressi, diè una lunga voce di pianto.
“Ma no, non ha detto nulla, non dirà più nulla; essa è là sotto, muta, fredda ma non indifferente... ed ama ancora.„
“Non ha detto così, signora Speranza?
Ci ho pensato, sa? Ma mi sono convinto che per cominciare a guarire il prossimo ammalato di miseria non sono ricco abbastanza; a fare l’elemosina, non mi si apre altra via che beneficare un ospedale; quanto a correre in traccia di miserie vere per portarvi io stesso il rimedio, non m’illudo già più, ed ho incominciato appena. Mi sono convinto che siamo tutti quanti un po’ prestigiatori; io trasformo l’acqua in vino, quando il pubblico mi guarda; ma a quattr’occhi ho trovato dei compari più forti di me, compari sanissimi, i quali mi hanno fatto credere d’essere paralitici, zoppi, pieni di malanni e di appetito, mentre non era vero nulla, vivevano di rendita, erano capaci di digerire i miei bussolotti.
Non ho rinunziato a fare un po’ di bene, ma mi scoraggiano le prove fatte fin qui. Una sola mi rallegra, se anche non mi contenta. Talvolta, dopo aver desinato all’aperto, adocchio un miserabile che va in giro fra i tavolini, cacciato inutilmente dai camerieri, per raccogliere croste di pane e mozziconi di zigaro che egli raduna in una tascaccia; chiedo al mio vicino una moneta per fare un giuoco, la moneta mi vien data, sparisce, la si trova poi nella tascaccia fra i mozziconi di zigaro e le croste di pane. Qualche volta veggo splendere una gioia ingenua sulla faccia dell’accattone: _grazie_, mi dice, e se ne va allegramente; ma non sempre è così; ieri soltanto ne ho trovato uno così ladro e così sciocco che sostenne a faccia tosta d’aver avuto quella moneta da un signore, e giurava su Dio, sulla Madonna, sui Santi, sulla salute eterna dei suoi morti, perchè aveva paura di dover restituire la moneta.
Oggi dunque, sono ricco, ma questa ricchezza che ho tanto desiderato non mi contenta ancora; non mi contenterà mai più, essendo sceso nella mia coscienza a vedere da vicino che il mio desiderio aveva preso un nome falso; si doveva invece chiamare la _felicità_.
E vedo che anche la ricchezza come l’ho desiderata io doveva venirmi dalla mia volontà e dalla mia intelligenza; ma per arricchire a questo modo, come arricchirono tanti, bisognava scegliere una via sola, e avviarsi per quella senza arrestarsi mai, contento di sapermi ogni giorno più vicino alla meta. Non perciò sarei stato felice, perchè la meta era troppo lontana dal desiderio mio. Rallegratevi, amici cari, che almeno voi siete stati più savi.
Tronco il piagnisteo con una nota allegra; non sono io che rido, è la sorte beffarda.
Vi ricordate della eredità avuta dalla zia dell’ospizio? Quella calza incominciata dalla buona donna, è sempre rimasta intatta. Viaggiò in fondo alle mie valigie e molte volte la guardai per farmi cuore, pensando che era press’a poco tutto quanto il capitale che il mondo mi aveva dato per sfidare la vita.
L’altro giorno mi cadde sott’occhio e non mi parlò con parole amare e forti; mi suggerì invece di servirmi del gomitolo, nella rappresentazione d’addio facendovi trovare un biglietto da cinquanta pesos che vi avrei fatto entrare prima per regalarlo poi ai poveri italiani di Buenos Ayres. I miei giochi me li preparo da me e la cosa fu lunga. Non sospettereste mai che cosa trovassi in capo al filo? Un biglietto di cinquecento fiorini austriaci che la povera zia aveva sottratto all’avidità dei suoi fratelli per favorire me senza svegliare rancori.
La scoperta m’intenerì e mi fece dispetto, pensando che quella somma trovata in un buon momento avrebbe forse mutato interamente la mia condizione.
La mia lettera è già lunga, e ancora non ho detto il meglio. Sappiate dunque che io abbandono il teatro, e che me ne torno in Italia, e che non tornerò solo. Ho conosciuto una buona ragazza italiana, povera e ancora onesta; ha diciotto anni, è bella, andava cantando al suono del suo mandolino per le osterie e per i caffè. Molti avventori dicevano che ha una voce meravigliosa, e non è vero; da una settimana non canta più, perchè io me ne sono impadronito. E come? L’ho semplicemente comprata da suo _nonno_; i cinquecento fiorini della calza non bastando al contratto, ne ho aggiunto degli altri in _pesos_. Ed ora Bambina è _nostra_, perchè voi le vorrete bene. Speranza le farà di mamma, e tu sarai un magnifico padre. Io non mi conto, perchè non so quello che farò del rimanente della mia vita, e poi mi conosco tanto da dubitare di un disegno che ora mi sembra bello bello bello.
Bambina è in festa; l’idea di tornare a Milano che essa ha lasciato a dodici anni, d’imparare il canto nel Conservatorio e l’organo alla tua scuola, Desiderio mio, e di non dover più trascinare la sua giovinezza per le bettole di Buenos Ayres, le sembra un sogno. Facciamo lunghe passeggiate per la campagna; essa ha la chiacchierina affettuosa d’una vera bimba; mi narra il suo breve passato con tanta ingenuità da intenerirmi. Sono convinto che è rimasta onesta per miracolo, o a dir meglio che la stessa sua ingenuità invece di perderla l’ha salvata. Ma, quando indovino le trame che erano già state messe in opera per corromperla, complice il vecchio _nonno_, l’ira mi manda dal cuore una parola che vorrebbe arrivare fino a Dio.... e forse non arriva. Sì, ho promesso a me stesso di salvare Bambina; a lei ho detto che se non potremo farne una gran cantante, almeno a tempo giusto le... daremo marito. Bambina ha riso e giurato (perchè le hanno imparato a giurare) che non saprebbe che fare d’un marito. Infine mi pare che sia entrato un raggio di sole nell’anima mia; non sono proprio sicuro, ma ringrazio il cielo di avermi dato una buona opera da compiere, un’opera che non mi lascierà sconsolato, se mi aiutate voi pure.
Partiremo di qui col _Sud America_ fra dieci giorni, che tanti ce ne vogliono per preparare ogni cosa.
Addio, ottimi cuori; a rivederci presto.
Il fratello vostro
DESIDERIO COPPA.
III.
La lunga lettera era finita, e ancora Desiderio non sapeva se il contenuto di quelle sedici pagine lo contentasse interamente. Certo la notizia della prossima venuta del suo amico migliore portava una pallida luce in quell’anima addolorata, ma non era come una volta, no, non era come una volta. Rilesse qua e là, a spizzico, qualche periodo senza quasi intendere il senso; pensava, o meglio aspettava che il pensiero neghittoso si formasse a poco a poco, e solo quando si formò tutto, fu contento di dire a sè stesso: “Coppa non poteva sapere quanta era la mia felicità! Ora che l’ho perduta, gli dirò che io stesso non lo sapeva bene.„
Poi il suo pensiero interrogò:
“Che faremo di Bambina? Ah! se ci fosse ancora la mia morta, che festa sarebbe per tutti! Essa sì, saprebbe accomodare la nostra vita; quella ragazza deve essere proprio una buona figliuola; non avendo più la mamma, avrà tanto più bisogno di carezze; e Speranza mia era carezzevole tanto!
Lungamente si fermò in quest’idea e solo quando il portinaio gli portò la ciotola di latte fresco e la pagnotta della colazione, Desiderio rialzò il capo affrettandosi a cancellare le idee melanconiche col sorriso buono con cui era solito accogliere quel servizio.
Il portinaio brontolò:
— Ha visto che sorta di lampi, ha sentito che carambola?
— Che carambole? che partita?
— M’intendo, i tuoni! e che diluvio eh!
Ah! sì, Desiderio aveva sentito, visto e anche pianto.... ma non lo disse; ora sorrideva per placare il suo portinaio.
— Quella lettera che ho messo sul tavolino?... ah! l’ha letta.... Lei dormiva, e io l’ho lasciato dormire e me ne sono andato....“ma che idea di addormentarsi appena alzato?
— Grazie, Peppino; voi siete sempre buono con me, siete accorto e indulgente.
Peppino non tentò di meravigliarsi punto di questa sua indulgenza, parve anzi assicurare con un brontolìo che forse era la verità, ma per dimostrare che almeno l’accortezza era verità accertata e sacrosanta, domandò:
— O che quel letterone di America ci ha dentro del buono? Io ho visto subito che veniva da lontano.... se i francobolli non le servono, me li può dare, che io ci ho la mia ragazza che ne va matta....
— Pigliate la busta, Peppino....
Peppino eseguì, senza dir _grazie_. Questa parola bassa non gli usciva mai di bocca, avendo capito che se il decoro della sua posizione umile poteva essere mantenuto di fronte alla superbiaccia degli inquilini il sistema ottimo era di parlare con voce brusca ed impaziente, malmenandone qualcuno ogni tanto.
Ma era anche verissimo che Peppino aveva il verso buono e che chi lo sapeva prendere per quello con la debita prudenza, poteva maneggiarlo senza pericolo.
Con i “coniugi dell’organo,„ che così venivano chiamati Desiderio e la sua compagna, Peppino si era oramai quasi mansuefatto, al punto che da quando la vecchia aveva lasciato il quartierino al quarto piano per andare “più basso che a terreno„, secondo la sua espressione pittoresca, egli si era offerto subito di salire due volte il giorno i novantasei gradini per fare i piccoli servigi di casa al vedovo sconsolato, per pochissimo salario. Non ci guadagnava nemmeno le suole delle scarpe, ma al mondo ci si è per qualche cosa, anche per far un po’ di bene al prossimo; che se Peppino per andare su e giù tutto quanto il giorno, adoperava solo le scarpe acciabattate dei vari inquilini, in un paio solo di quante gli eran state regalate non gli era riuscito d’infilare il piede, ed era appunto in quelle di Desiderio.
— Che sorta di piede ha lei? gli aveva detto riportandole al donatore per confonderlo; lei ha dei fusi invece di piedi. Le sue scarpe non mi vanno, _grazie tante._
Ma Peppino fu giusto; riconobbe prontamente che il vecchio Desiderio non aveva se non i piedi che il Signore gli aveva attaccato alle gambe, tenne a buon conto le scarpe per farne un’elemosina, e continuò inalterabile a fare i novantasei gradini due volte il giorno.... per tre lire di salario.
— Il latte è fresco; la pagnotta è calda calda; se la mangi subito — ordinò Peppino.
Nel cervello di Desiderio si era affacciata un’idea, e pregò Peppino di fargli vedere ancora la busta della lettera di Buenos Ayres.
— È in ritardo, disse dopo aver esaminato lungamente e fatto il suo conto; ha impiegato più di 50 giorni; il mare sarà stato burrascoso.
Restituì la busta al portinaio e cominciò ad immollare la pagnotta nel latte riducendola in bocconcini; pensava ancora, e nel punto di sorbire la prima cucchiaiata, fece stupire l’attonito Peppino, dicendo bruscamente:
— Ma se il _Sud America_ ha fatto meglio la traversata, essi dovrebbero essere arrivati; forse a quest’ora sono qui.
Il portinaio si voltò istintivamente verso l’uscio, poi insistè con la solita indulgenza:
— E se sono qui, li vedrà; ma intanto lei metta in corpo quella poca grazia di Dio; io me ne vado.
Se ne andò infatti dopo essersi accertato che i suoi ordini cominciavano ad essere eseguiti.
Desiderio, continuando a trangugiare la zuppa di latte caldo, pensava melanconicamente al prossimo incontro col Coppa; gli pareva che, avvisato da una lettera o magari da un telegramma — perchè l’amico suo era sempre stato spendereccio e tanto più doveva essere ora che sentiva il bisogno di alleggerirsi dei suoi pesos — gli pareva dunque che, avvisato da un telegramma, egli andrebbe alla stazione centrale ad aspettare il Coppa e la sua piccola compagna: “Dov’è Speranza? Come sta Speranza?„ e allora invece di rispondere Desiderio si stringerebbe al petto il testone rossigno e piangerebbero insieme.
I bocconi della zuppa di latte non passavano facilmente, perchè questa immagine li tratteneva, ma infine passarono tutti, e quando l’organista solitario depose il cucchiarino nella chicchera si asciugò i pochi peli bianchi che aveva lasciato crescere sul mento e sulla faccia. Li aveva lasciati crescere per negligenza. “Tanto, diceva allo specchio se gli accadeva d’incontrarvi per caso la propria faccia melanconica, tanto a che serve radersi ora?„
In quel mentre tornò Peppino trafelato.
— Sono ancora qui, era già giunto all’ultima scala quando lui mi ha detto: “L’organista è in casa?„ E in casa, ho detto, gli ho portato appena la scodella di latte fresco. — E lui ha detto: _fammi_ il piacere — già, ha un certo modo di parlare quel suo amico, dà del _tu_ grosso un braccio — _fammi_ il piacere di tornar di sopra ad avvertirlo che viene su una visita. Non mi sarei mosso, come è vero Dio, ma quel suo amico ha un certo modo di parlare, di guardare la gente.... (Poteva ben dire tutta la verità, tanto che male vi era?...) e di fare il solletico nella palma della mano.
Rideva l’allegro Peppino; ma vedendo che l’organista era diventato pallido e non trovava parole guardando verso l’uscio, si affrettò a soggiungere con gravità:
— Ora egli viene su a poco a poco per non perdere il fiato, come ho fatto io; la sua ragazza lo accompagna... è una bella tosa... per quello che ho potuto vedere... Eccoli!
Desiderio si era sentito mancare le forze a queste parole del portinaio e stentava a reggersi in piedi; quando Peppino disse: _eccoli_! il vecchio non si mosse, come da un poco andava pensando di fare per correre incontro all’amico sul pianerottolo, ma per istinto cercò un appoggio, e trovò la tastiera dell’armonio.
Era rimasto un filo d’aria nei mantici che, sprigionandosi, sembrò mandare un sospiro.
— Desiderio! gridò la voce nota del Coppa; Desiderio, sono qui.
Il Coppa, impetuoso come era sempre stato, non badò neppure allo stato dell’amico; gli fu addosso, lo prese per le braccia e lo baciò ripetutamente sulle guancie.
Desiderio, vinto dalla tenerezza, non parlava ancora. Peppino, rimasto sull’uscio, continuava a dire a qualcuno di venire pure innanzi.
— Che hai? disse poi il Coppa; non ti senti bene?
— Mi sento benissimo, rispose il vecchio sorridendo; solamente sono un po’ più vecchio di te, lo sai bene, e non ho mai avuto la tua forza. Mi sento debole, mi sento debole tanto da poco tempo in qua...
Il Coppa guardò con occhio indagatore la faccia sparuta dell’amico, e assicurò:
— Ti darò io un po’ di forza; ma poi aggiunse: se ancora me n’è rimasta... chè ora comincio a dubitare d’essere stato mai forte. Bambina! Vieni innanzi; ecco qui il mio migliore amico; è un amico d’infanzia; abbiamo dormito in due letti accanto all’ospizio degli orfani; abbiamo detto la preghiera insieme tutte le mattine e tutte le sere; è anche un bravo organista e ti insegnerà a sonare.... Si chiama anche lui Desiderio... Desiderio Diodato. Ma dove è andata Speranza?
A questa domanda, Desiderio ruppe in un singhiozzo e curvò la lunga persona per nascondere la faccia sull’omero del Coppa.
Peppino, rimasto sull’uscio a guardare la scenetta, se ne andò in silenzio.
IV.
— Senti, disse il Coppa melanconicamente; ora hai pianto abbastanza; guardiamo insieme l’avvenire, perchè forse ancora ce ne rimane uno: a te almeno sicuramente.
A queste parole Desiderio, rialzando la faccia lagrimosa, balbettava: _l’avvenire?_
— Sì, l’avvenire! Tu puoi ancora essere felice, e pregare il tuo Dio che ti conceda un lungo tempo per la nuova felicità. Bambina è savia, e tu sei amorevole. Fa tu il padre di questa poveretta, e la tua morta sarà contenta. Sentila!
Dalla vicina stanza giungeva il riso allegro di Bambina, la quale preparava la colazione, aiutata da una fantesca novizia. Diceva con la sua vocetta buona: “fra tutte e due non ne sappiamo molto.„ La fantesca muggì che essa credeva di saperne abbastanza, purchè la si lasciasse fare; e Bambina rise forte fino a far ridere la stessa Togna, la quale assicurò poi che la signorina aveva buon tempo.
I due Desiderii stettero un po’ ad ascoltare, finchè la risata si spense nell’implacabile mugolìo di Togna.
Allora il Coppa interrogò per la centesima volta in due giorni:
— Non è vero che è un fiore?
— Sì, è un fiore, confermò Desiderio, ma la paura mia è che siamo troppo vecchi per essa!
A questa frase che era stata accolta male già una volta, la faccia del Coppa si trasformò come per dolore, e la mano inquieta cercò una risposta nella fitta capigliatura rossa ancora, ma già velata dalla polvere del tempo. Non la trovando, tacque.
Desiderio, tenendo gli occhi fissi nella sua idea melanconica, insistè:
— Mi pare che essa dovrebbe aver bisogno di vedere delle faccie giovani e liete.... invece che cosa le possiamo offrire noi? E mi viene anche in mente che un giorno possa essere ripresa dalla nostalgia di vivere all’aperto, di cantare davanti alla folla col suo mandolino....
Il Coppa taceva sempre.
— Ora la novità le dà un po’ di svago, ma chi sa in seguito? Potremo noi essere tutto quello che questa povera Bambina ha diritto di trovare nella vita?...
— Ah! taci, taci, taci.
Questa parola ripetuta, senza ombra di collera, ma con voce bassa, in cui si sentiva tremare la corda del pianto, tolse interamente Desiderio dal suo pensiero, costringendolo a levare gli occhi dall’ammattonato per fissarli in un nuovo dolore, che gli si apriva allora.
E con l’anima pietosa interrogò l’anima inquieta del suo vecchio amico. Il Coppa tacque e Desiderio non indovinò quel silenzio.
— Che cosa hai? chiese poi con un filo di voce.
— Non ho nulla, rispose il Coppa allegramente. Ho che mi hanno sempre detto il Matto, e che a forza di sentirmelo dire, lo sono diventato un poco; ecco quello che ho... Non ho proprio nulla... cioè no, ho la certezza che l’uomo non invecchia mai perchè è fatto d’un’anima immortale; non è forse vero? So che la volontà è debole, ma diventa una forza se la fantasia prepotente l’aiuta, e che quando mi hanno dato battaglia tutte e due insieme, vi ho sempre lasciato un brandello di carne viva. Da un poco questa battaglia è ricominciata più crudele che mai.
Queste ultime parole furono mormorate appena, e Desiderio non le intese.
— Che cosa vai dicendo?
Il Coppa tacque un momento ancora; poi rialzò la testa, disse una sola parola, ma così dolcemente che era una carezza: sentila!
Desiderio cominciò a credere d’aver inteso tutto. Stettero tutti e due in ascolto, con gli occhi fissi sulla porta socchiusa della stanza attigua, da cui passava la risata squillante di Bambina.
Poi Desiderio volle leggere in silenzio nell’animo dell’amico suo; e il Coppa con un gesto soltanto credette di aprirgli il proprio cuore come un libro.
— Capisco; mormorò Desiderio, non intendendo ancora gran cosa.
Bambina, irrompendo dalla cucina, venne ad annunziare che la colazione era pronta.
Capì subito che aveva interrotto un discorso, e stette un momentino a decidere se dovesse tornarsene in cucina alla muta, oppure mettere la testina bruna a tiro di babbo Coppa, il quale per solito l’attirava al suo petto e le cacciava una mano nei capelli ricciuti. Ma in quel momento Desiderio le prese prima una mano, poi l’altra, e guardandola negli occhioni lucenti: “Lascia che ti guardi„ le disse.
Dopo un esame lungo che Bambina sopportò con calma, soggiunse:
— Sei proprio bella, lo sai?
— Me lo dicevano tutti...
— Ma tu bada a non invanire per questo...
— Che cosa devo fare? interrogò ingenuamente.
Desiderio ci pensò, e non trovando una valida difesa contro il sentimento della vanità che gli faceva paura, rispose crollando il capo che forse non ci era nulla a fare.
— Questa tua bellezza io l’ho conosciuta, proseguì, e le parole sue erano tremanti; è la bellezza buona, è la bellezza che fa pensare, è la bellezza che sa amare, che accende, ma tien sempre caldo il cuore e non vi lascia mai una parte addolorata. Questa è la tua missione, Bambina.
— Per Bacco! deve essere difficile? Non è vero, babbo?
— Sì, è difficile, confermò il Coppa pensosamente; vi è della gente che si accende da sè alla vista d’un visino... come il tuo; poi soffre senza dirlo; oppure dice a se stesso tante volte: matto, matto, matto! e nondimeno soffre sempre. Che cosa può mai la bellezza buona perchè nel cuore di questa gente non rimanga una parte addolorata?
— Nulla, rispose Bambina ridendo.
— Nulla... è quel che dico anch’io, proseguì con accento ilare. Hai ragione tu, Bambina; questa missione è difficile; ma io voglio sperare che non sia proprio la tua; ora andiamo a tavola.