I due Desiderii

Part 6

Chapter 63,898 wordsPublic domain

Fecero colazione nella camera di Desiderio; la mensa era imbandita a piè del lettone matrimoniale, dove erano scesi per cinquanta anni tanti sogni belli, tanti sogni cari... cari anche quando portavano gli sgomenti inevitabili in un amore che campa di poco. Coppa dal suo posto vedeva innanzi a sè i due guanciali, ogni volta che alzava il capo dal piatto; l’amico suo avendo voluto voltare le spalle alle memorie, se ne sentiva afferrato ogni tanto; e allora interrompeva la chiacchierina gentile di Bambina con un sospiro.

Che volevano dire gli sguardi fuggitivi che il Coppa gettava come lampi sopra Bambina e sopra di lui? Desiderio credeva d’aver inteso qualche cosa della confessione, ma ora a quegli sguardi era ben sicuro che l’amico credeva di avere detto tutto da essere perfettamente inteso; e questo lo metteva a disagio. Guardava quella faccetta tonda, fresca, quella bocca ridente d’un sorriso buono, che metteva in mostra una dentatura smagliante, scavando due fossette nelle guancie; quegli occhi profondi e neri come i capelli che scendevano inanellati fino sull’omero. E quella vista guastava il primo fantasma che, dalla confessione dell’amico, era entrato nel suo cervello; perchè il Coppa aveva il pelo rosso, gli occhi bigi, a fior di testa, impazienti.

Pensava: “se Bambina fosse nata di lui, che bisogno ci sarebbe stato di venirmi a contare la frottola del mandolino e del nonno?„

A un tratto, come seguiva sempre a quell’anima monca dacchè sua moglie se n’era andata al camposanto, a un tratto l’idea vagante si arrestò e mandò una luce così viva e così crudele, che gli si empirono gli occhi di lagrime.

— Povero Desiderio! mormorò, allungando la mano verso il Coppa; ora ho inteso.

— Che cosa ha inteso? domandò Bambina, arrestando un boccone a mezza via.

— Curiosaccia! disse il Coppa celiando.

— Sì, che cosa ha inteso, me lo dica... insistè Bambina. Lei lo sa?

— Sì, ma tu non lo saprai... volle promettere il Coppa; si pentì e soggiunse: Spero almeno.... si pentì ancora e disse: Ma chi sa?.... forse.

E allora non fiatò più per un poco. Bambina insisteva col riso tentatore fissando gli occhioni in faccia al _babbo_, che cercò uno scampo così:

— Gli affari si trattano meglio a tavola; ora è il momento di conchiudere il più importante. Dunque, Desiderio mio, vediamo: questa casa ti è cara, e si capisce, ma bisogna rinunziarvi per la nostra figliuola, la quale non può proseguire la vita che fa da quattro giorni; non può dormire nel tuo studiolo, sopra un materasso buttato su sei sedie...

— Le sedie sono otto, corresse Bambina, e ci si sta tanto bene!

— Le avrei ceduto il mio letto, e non ha voluto; ha detto che aveva paura di perdersi in un letto così grande... ma tu piuttosto non puoi continuare a dormire all’albergo... Ci ho pensato, sai?

— A che cosa hai pensato?

— Che si potrebbe comprare due letti, uno per Bambina e uno per te; tu dormiresti come una volta accanto a me.

— Ma tu dimentichi che ora siamo ricchi, uscì a dire con accento nervoso il Coppa, che ora possiamo avere ciascuno la nostra camera per empirla di sogni e di smanie... I novantasei gradini della tua scala li ho contati; sono troppi per... Bambina; per me sono meno di nulla, anzi... ma per Bambina sono gravi... non dire di no, che so io quel che mi dico. Ho già il fatto nostro; sette stanze allegre, piene di sole, al secondo piano, con la vista verso un giardino... è già contratto fatto, e quando ti dirò di venirci a stare, tu non mi dirai di no.

Tacque per aspettare una risposta, ma Desiderio non la diede subito, e mandava in giro un’occhiata pietosa alle pareti coperte d’una carta cenerognola tempestata di fiorellini rossi, ma non si sentiva male all’idea dell’abbandono, quanto avrebbe potuto immaginare, perchè era entrato nell’anima sua uno sgomento nuovo, che vinceva ogni altro al paragone.

— Farò tutto quello che vorrai, rispose, povero Desiderio mio!

— Oh! non mi stare a compiangere ancora; la partita è appena incominciata; posso guadagnare.

— Che partita? domandò Bambina.

— Dunque è inteso; vedi bene che tutto sta a scegliere il buon momento, e si vince sempre... ora la verità è questa, che le sette stanze non ci sono ancora, ma ci saranno prima di sera. Scarrozzeremo per Milano, Bambina e noi due, fino a tanto che abbiamo trovato il fatto nostro... Non guardare i garofani della parete; ne metteremo anche nella tua camera; ti parrà ancora di essere qui dove hai vissuto tanto tempo. E la tua Speranza, soggiunse sommessamente, ti verrà a trovare...

Queste parole del Coppa chiamarono un sorriso sulle labbra scolorite di Desiderio.

— Ella è sempre accanto a me; non mi abbandona mai.

Intanto che Bambina sparecchiava, continuava a vagare nel cervello del vecchio organista un pensiero inquieto, e appena la ragazza fu andata nella sua cameretta per vestirsi, Desiderio interruppe:

— Dunque?

— Dunque l’amo, dunque soffro perchè l’amo come un pazzo; ma essa non sa nulla, e non saprà mai nulla, rispose il Coppa con accento tranquillo.

— E da quando?

— Da un mese forse; eravamo a bordo del _Sud-America_ quando feci la strana scoperta che la mia pazzia era cominciata. Viaggiava con noi un giovinotto, un commesso viaggiatore di una gran casa di prodotti chimici; egli adocchiava Bambina da un pezzo; una sera che il mare era tempestoso, e la piccina ed io soffrivamo entrambi, egli mi chiese timidamente licenza di offrirle un suo rimedio contro il mal di mare; e fu allora che vidi chiaro nell’anima mia, lo vidi dallo sforzo che feci per ringraziarlo, invece di percuoterlo. Ottenuto il permesso, egli si accostò a Bambina, che era al parapetto, ed io mi rizzai in piedi e gli venni accanto. A me il mal di mare era passato. “Prova, dissi a Bambina, prova, ti farà bene.„ E speravo, speravo proprio che il rimedio di quel giovinotto non avesse nessuna efficacia; e mi afflissi che invece Bambina se ne trovasse ristorata per un poco, e quando il mal di mare fu più forte della medicina mi sentii consolato, come se avessi ottenuto un trionfo. Cessò la burrasca nell’oceano, nel mio cuore, no; e fino a tanto che a Gibilterra non vidi scendere quel commesso viaggiatore della disgrazia, io non ritrovai più me stesso.

— E che pensava Bambina?

— Non si era accorta di nulla.

— Bravo!

— Perchè dici bravo?... La vigilia della fermata a Gibilterra quell’innamorato timido, che da un poco andava cercando di attaccar discorso con me per giungere meglio alla piccina, mi si mise al fianco e mi disse che il giorno dopo mi avrebbe lasciato per _fare_ la Spagna. Egli non potè penetrare la soddisfazione mia nel dirgli: “Oh!... me ne dispiace tanto! E _fare_ la Spagna, gli dissi, non sarà una cosa spiccia.„ — “Più spiccia che non crede; il mio prodotto si vende solo nelle piazze principali, e da pochi consumatori in grande.„ E mi assicurò che bastandogli un mese, dopo se ne ritornerebbe in Italia a Milano. — “Lei pure va in Italia? E ci si fermerà? E andrà a Milano?„ Risposi la verità, ma circondandola di tanti _forse_, di tanti _se_, che il povero innamorato deve aver inteso che io non gli volevo dar animo d’aprirsi meglio, come voleva fare. — “Mi chiamo Piero Corruccini, mi confessò timidamente, se posso esserle utile in qualche cosa in Spagna...„ Gli dissi gentilmente che non poteva essermi utile in nulla nè in Spagna, nè altrove. “Il mio nome è Desiderio Coppa„ conchiusi. — Non avendo potuto arrivare fino a Bambina per la mia porta, egli quella sera medesima volle tentare l’usciolino segreto, di mettere in mano di Bambina una dichiarazione scritta. Ma egli non aveva la pratica di far _passare_ nè biglietti nè altro; io lo prevenni, e quando egli per disperazione volle cacciare il biglietto in un guanto abbandonato della mia ragazza io m’impadronii del guanto, e nel consegnarlo a Bambina ne levai il contenuto. E mi venne anche il ticchio di fare una celia crudele, svolgendo la carta sotto gli occhi di Piero Corruccini, dicendo; “Stiamo a vedere che cosa si era cacciato nel tuo guanto; leggi.„ E Bambina lesse ridendo la lista del desinare ultimo. “Non serve più a nulla, feci notare all’innamorato, ora il desinare è digerito.„ Piero Corruccini mi guardò fieramente, io guardai lui; ma mentre mi sembrava di essermi vendicato, un’idea mi pigliò, e nel momento di dire _addio_ al commesso dei prodotti chimici mi venne detto invece _a rivederci_, e gli dissi dove mi avrebbe potuto rivedere, cioè in Milano, scrivesse al mio recapito fermo in posta. Se ne andò in estasi.

— Bravissimo! mormorò Desiderio.

— Tu dici _bravissimo_, come io direi ad altri, come inutilmente ho detto tante volte a me stesso. Dicevo _bravo_ quando mi sentivo la forza di rinunciare a questo sentimento che del mio vecchio cuore ha fatto un trastullo pietoso; non lo dico più ora...

Stettero un po’ in silenzio. Parve al vecchio organista che dalla stanza vicina venisse ogni tanto un canto lieto vincendo il pedale basso di Togna. — Era la voce di Bambina.

— Oh! poveretta me! diceva quella voce allegra, oh! poveretta me!...

— Poveretta te! disse il Coppa, parlando quasi a se stesso, poveretta te, se la mia pazzia non mi lascia; se tu per compassione rinunzi alla tua parte di felicità, che è la gioventù e l’amore, poveretta te!

— Oh! poveretta me; continuava a dire Bambina, e ad un tratto irruppe dall’uscio di cucina, e venne innanzi al Coppa: — Guarda, babbo, sono insudiciata molto?

Mostrava la faccetta bruna, in cui si vedeva uno sberleffo nero di fuliggine.

Il babbo rise molto nel vederla, disse che faceva orrore, che corresse subito in camera a lavarsi col sapone.

E appena Bambina fu scomparsa, proseguì coll’accento di prima:

— Sì, Desiderio mio, ho fatto perfino questa magnifica pensata, sposarmela; essa ha diciott’anni non compiuti, io ne ho settanta... non compiuti; ma sono ricco; a quella povera ragazza che l’altro giorno ancora sonava il mandolino nelle bettole di Buenos-Ayres, alla mercè di un argentino intraprendente o danaroso, posso dare uno stato splendido in cambio della sua gioventù, della sua bellezza. Essa non direbbe di no; è tanto bambina! Ancora non sa come è fatta la felicità, e posso farle credere che sia fatta così: lei diciott’anni, io settanta. — Il mondo batterebbe le mani come al teatro, quando un giuoco è riuscito. E ora...

— E ora? interrogò Desiderio melanconicamente.

— Ci ho pensato meglio; perciò te la lascio, e me ne vado... Non per sempre, però; per un poco soltanto; quando la mia pazzia sia passata, verrò anch’io a pigliarmi la mia parte di carezze; e penseremo tutti e due a darle un buon marito, sceglieremo un giovane che le voglia bene, che renda felice lei e noi contenti.

Disse queste ultime parole stentatamente; Desiderio cercò in silenzio la mano dell’amico suo, e la tenne a lungo nelle sue, tacendo sempre. Poi Bambina apparve nel vano dell’uscio, e disse con compiacenza al Coppa:

— Guardami, _babbo_, sono bella?

Era veramente uno splendore.

V.

La ricerca dell’appartamento fu lunga perchè il Coppa non era mai contento delle stanze che vedeva, perchè Desiderio in cuor suo era sempre scontento di abbandonare le proprie dove aveva amato, dove aveva pianto.

Ma infine si trovarono. E furono proprio sette, non contando un corridoio, che doveva servire di anticamera; a terreno, ma piene di sole, come il Coppa le aveva volute, e non solo con la vista d’ampie praterie, perchè Desiderio non si dolesse troppo di perdere la prospettiva dei comignoli, ma con un piccolo giardino dove Bambina potesse coltivare i piselli e le insalatine.

La segreta cura del Coppa era stata d’andare in cerca d’una tappezzeria coi fiorellini rossi per la camera del gran letto matrimoniale; furono papaveri invece di garofani di prato, ma il fondo bigio era lo stesso, e l’insieme così ridente che Desiderio se ne dovesse contentare. Veramente se n’era contentato subito, non già che quei papaveri gli ricordassero meglio i garofani che aveva lasciato, ma perchè il povero vedovo, avendo l’animo docile e riconoscente, era incapace di resistere a una dimostrazione d’affetto anche se paresse costargli un sagrificio.

E poi la sua morta si era affrettata a venire al capezzale durante il sonno per dirgli che andava bene ogni cosa, che non pensasse tanto a raggiungerla perchè, avendo ancora molto da fare in terra, a vedersi in cielo c’era tutta l’eternità. “Ma tu, Speranza cara, non ti stancherai d’aspettare?„ aveva chiesto lui — e la morta aveva assicurato che la stanchezza è una cosa della terra e di là non se ne intende neanco la parola.

Siccome questa risposta non lo contentava, aveva soggiunto: “io non ho perduto nulla; ti sono sempre accanto, ti vedo meglio di prima; tutta l’anima tua ora mi appartiene; pur che tu non mi respinga, io posso leggere ciò che stenti a vedere tu stesso; e non è nemmanco vero che io non ti possa parlare; parlo al tuo pensiero, ti conforto, t’incoraggio, ti contrasto alla muta — solamente mi rimane un dolore, ed è che tu non abbia la coscienza della felicità del mio stato.„

Dunque fin da quel primo sogno era svanito ogni scrupolo di abbandonare la vecchia casa; altri sogni seguirono nei quali la morta approvò la scelta dell’abitazione vicina al Conservatorio; consentì che il Coppa se ne andasse per il mondo un pochino ancora, fino a tanto che non si fosse medicato della sua ultima ferita, e raccomandò ben bene che Desiderio insegnasse l’organo a Bambina, che lui in persona, nessun altri, accompagnasse la fanciulla al Conservatorio nell’andare e nel venire; e infine nulla impediva... (ma questo non fu la morta a dirlo, fu invece il Coppa) nulla impediva...

— Che cosa?

Che per Desiderio la fanciulla fosse ribattezzata Speranza.

— I morti non devono essere gelosi, insinuò il Coppa, — almeno mi pare.

— Non sono gelosi, assicurò Desiderio; la chiameremo Speranza.

— Io no; per me rimane Bambina.

Accomodate le cose in tal guisa, il vecchio Desiderio vide venirsi incontro la felicità un’altra volta; e così lietamente, e così bella e così larga di promesse al suo cuore modesto, che quasi gli pareva soverchiare non le proprie forze, chè egli si sentiva fortissimo più che mai, ma il ragionevole e il lecito ad una povera creatura mortale. E si sentiva perfino scrupolo quando confessava a se stesso che la morte di Speranza non aveva tolto nulla alla sua vita, perchè Bambina era venuta, e la morta era viva ancora.

— Ma tu, povero amico mio, ma tu? interrogava spesso.

— Io sto bene, rispondeva il Coppa; tu sai che io so soffrire, e so anche vincermi; ci ho la lunga pratica; chi sa, a forza di vincermi, a che eccellenza arriverò?

— Ma soffri?...

— Altro! ma taccio. Spero che Bambina non abbia penetrato nulla; ogni mattina, quando mi viene dinanzi e si rizza in punta di piedi perchè io le dia un bacio paterno, essa non immagina il supplizio che mi dà. Ma posso soffrire ancora: quando non potrò proprio più, me ne andrò a spasso per il mondo, e tornerò guarito.

E in buona coscienza il Coppa, il vecchio Coppa, a cui la vita aveva insegnato tante cose, il Coppa che aveva visto il doppio fondo di molte gherminelle umane, il Coppa si vantava. Povero lui! Si credeva forte perchè sapeva soffrire! Desiderio, il quale lo ammirava senza restrizioni anche in questo, espresse una volta un pensiero che gli era venuto.

— Lo so che tu sei forte, disse; e so che te ne compiaci; ma la forza sta nel saper poi soffrire, oppure nel non soffrire? Chi sa? Forse i fortissimi sono gl’indifferenti.

— Può essere.

Bambina era una scolara disattenta, e dopo poche settimane il vecchio organista potè dire che di quell’allieva non avrebbe mai fatto nulla di buono; essa rideva di tutto, assicurando che la lezione l’aveva imparata benissimo, e per pagarsi della noia che le voleva infliggere il professore con i suoi accordi, staccava dalla parete il vecchio mandolino e strimpellava una canzone d’osteria. Era un dolore per Desiderio, era anche uno strazio per il suo orecchio avvezzo alla maestà dell’organo di Bach, udire quella musicaccia sonata con quello strumento di tortura, ma quando il Coppa e Bambina ridevano, anche lui rideva. Soggiungeva poi senza rancore che l’uomo che aveva inventato il mandolino doveva essere ubbriaco, o forse paralitico, o almeno ammalato di nervi.

In ogni modo Bambina per degnazione imparò le scale e gli accordi, e il vecchio organista non disperava ancora che la passione dell’organo non la pigliasse come aveva preso lui, quando la sentiva dire: “ora suona qualcosa tu, che suoni tanto bene; mi fa tanto piacere ascoltare...„ Desiderio sonando Marcello e Bach, con gli occhi fissi al soffitto, sembrava interrogare il cielo, mentre il Coppa seduto in disparte a capo chino, con la faccia nascosta fra le mani, cercava nella faccia di Bambina una ragione seria della propria pazzia.

Diceva a se stesso: “ma chi mi assicura che sia proprio una pazzia?„

E veramente sapeva egli dove, nella vita sociale, finisce il senno e comincia la mania? Chi sa? La vera saviezza sta forse nel sapersi sbarazzare la strada per arrivare al proprio contentamento; ed è pazzo soltanto chi, avendo finalmente a tiro di mano la felicità, s’impunta a non allungare il braccio e dire: è mia, me la piglio.

Un giorno Bambina sembrava cedere dolcemente alla tentazione di Bach, ma sorrideva ancora ogni tanto guardando ora l’uno, ora l’altro dei due babbi; mentre il vecchio organista con gli occhi sempre fissi nell’ideale era lontano, le idee del Coppa si ordinarono meglio alla battaglia.

Finora l’aveva tenuto lo scrupolo d’incatenare la gioventù fiorente al vecchio egoismo, ma se qualcuno gli dimostrasse che sposando i suoi settant’anni ai diciotto di Bambina per darle un nome, uno stato, la ricchezza... e perfino, sì, perfino l’amore forte dei vecchi, perchè solo i vecchi sanno amare... se qualcuno con intelletto pietoso gli facesse questa dimostrazione piena di senno, confortandola con molti esempi ricavati da quello che si è fatto sempre nel mondo, da quello che si fa tutti i giorni, e si farà ancora: se...

— Scommettiamo, entrò a dire qualcuno, che se tu facessi a Bambina la proposta di sposarla subito, essa non direbbe di no; si scoterebbe, mentre ora sta per addormentarsi, balzerebbe in piedi e, battendo le mani, griderebbe: sposiamoci subito.

— È tanto bambina! rispose il Coppa; non vi sarebbe da stupire! Ma io non vorrei questo, io vorrei...

Che cosa? Non lo voleva dire; non lo voleva pensare neanco lui? Egli, se non fosse stata troppa audacia il solo immaginare, avrebbe voluto semplicemente che Bambina, coi suoi diciott’anni, con la sua bellezza, s’innamorasse di lui, della sua persona lunga e magra, del pelo quasi rosso, della sua barba e dei capelli tagliati a spazzola. Ecco che cosa voleva. S’innamorasse scioccamente, da non vederci più, da perdere quella testina vezzosa; e dei molti giovinotti belli, forti ed invaghiti di lei così bella, essa preferisse il vecchio Coppa solo perchè egli le voleva più bene di tutti quanti presi insieme; e un giorno vinta da quello stranissimo amore, confidasse la propria smania a babbo Desiderio, o a lui stesso... il quale... il quale avrebbe aperto le braccia per stringerla al proprio petto, lagrimando per tenerezza come un fanciullone.

E allora forse Desiderio stesso, l’amico per la vita e la morte... troverebbe finalmente la parola incoraggiante che ora gli repugnava pronunziare: “Lo vedi bene, gli direbbe, è innamorata di te; sposala e falla felice.„ Il Coppa s’immaginava l’accento di queste parole, gravi come se le dicesse il divino Bach: non ci entrava sicuramente neanco un’ombra d’invidiuzza, neanco il timore che l’avvenire non potesse bastare a dar realtà a una gran speranza; infine il Coppa non era ancora da buttar via, e si sentiva la forza di campare cento anni per amare. Non erano forse di Desiderio quelle parole consolatrici: “La felicità arriva sempre, per chi sa aspettarla.„ — “Io l’ho aspettata settant’anni, disse a se stesso il Coppa: ora è arrivata, è lì a tiro, basta che allunghi un braccio e dica: _è mia_.„

L’organo tacque e Desiderio si volse sorridendo:

— Ti credevo addormentato, come Bambina...

— Pensavo invece...

— A che pensavi?

— Pensavo che bisogna vincere, che bisogna strapparmi dal cuore questa malia...

Desiderio, rizzandosi innanzi all’amico suo, crollava il capo, ma non diceva nulla, altro che la pietà.

— Pensavo che bisogna darle marito... ecco ciò che Bach mi ha detto poc’anzi.

— E a me pure Bach ha detto una parola che accomoderà forse ogni cosa, se gli diamo retta.

Il Coppa si alzò in piedi di scatto.

— Dimmela...

— Tu vuoi bene a Bambina (e il vecchio si voltò per assicurarsi che la loro figliuola dormisse veramente), le vuoi molto bene, come le voglio io, ma un po’ più di me; hai bisogno di essere al suo fianco per amarla; non è vero?

Il Coppa non fece cenno di sì; aspettava il resto.

— Di goderti la sua chiacchierina gentile, le sue carezze, di guardare la sua bellezza buona... non è vero? e tutto questo per egoismo, s’intende; ma anche di proteggerla, di avere diritto in faccia al mondo di vantarla _tua_, di poterle dare il tuo nome... —

— Dunque, interruppe il Coppa, dunque sposala; non è questo che mi vuoi dire?

Desiderio rimase un po’ sbigottito dalla interruzione e dall’accento tremante con cui era fatta, non rispose subito. L’altro proseguì:

— E sei tu, il compagno mio, l’amico mio d’infanzia, proprio tu che mi dai questo consiglio? Ti ringrazio di cuore; tu forse finisci con una parola la lotta che sopporto da molto tempo. Ma io vi penso, vi voglio pensare ancora... Guardala... povera Bambina!

— Dorme... povera Bambina! ripetè Desiderio, rinunziando melanconicamente a finire il pensiero che gli era venuto.

Dopo un poco di silenzio il Coppa interrogò:

— Era questo che mi volevi dire?

— Questo... sì... questo; solamente che se sposarla non ti sembrasse la via migliore per dare la felicità a lei ed a te, ci era un’altra via che forse vi avrebbe reso felici entrambi.

— Un’altra via?

— Sì... adottarla.

Bambina si svegliò allora.

— Brava figliuola mia, esclamò Desiderio mettendo una nota allegra, ma falsa, nella voce lenta e grave; brava! a te che cosa ha detto Bach? me lo vuoi dire?

Il Coppa guardava sottecchi attentamente.

— Non mi ha detto nulla!

— Bambina! Bambina! minacciò Desiderio.

Bambina, dopo aver cercato per la stanza un punto dove mettere lo sguardo securamente, uscì di corsa.

— Che è stato? domandò Desiderio al Coppa, e il Coppa rispose trepidante:

— Non dormiva, ha inteso ogni nostra parola.

E non sapendo ancora se doveva essere molto afflitto, gli parve di sentire una contentezza strana, la vecchia contentezza d’ogni volta che gli era riuscito di fare una corbelleria col fermo proposito di non farla.

VI.

_Adottala!_ Con questa sola parola Desiderio aveva preparato una battaglia all’anima inquieta dell’amico suo: ma il Coppa, che non lasciava mai andar a male una goccia di fermento sol che potesse dargli un’ora di spasimo, il Coppa non s’era ripetuto ancora il consiglio di Desiderio. Però l’aveva in serbo per essere infelicissimo più tardi. Intanto pensava alla rivelazione uscita di bocca ai due vecchi imprudenti, mentre Bambina doveva dormire. Ma che ci sono più delle bambine che dormano veramente? Una volta, ai loro tempi, forse ce n’era qualcuna, ma oggi le ragazze che hanno in vista il marito sono tutto orecchi anche se hanno l’aria di essere addormentate.

Così assicurava il Coppa con un po’ di celia baldanzosa, per chiedere poi in modo dimesso:

— Ma perchè è andata via di corsa? lo immagini tu? che significato ci vedi?

Desiderio non ci vedeva altro significato se non uno, cioè che Bambina non dormiva ed aveva inteso ogni cosa...

— E allora? domandò il Coppa.

— E allora, rispose a se stesso, allora aspettiamo.