Part 4
Il fanciullo la vide, le si accostò, e le disse semplicemente:
— Mi è morta la zia, non verrà più nessuno a chiamarmi in parlatorio; non ci vedremo più.
La fanciulla spensieratamente gli prese una mano, ed a quel contatto il Coppa sentì che la malia si rinnovava.
— Mi dispiace per voi altri, disse il Coppa, e anche per me; tu sei tanto bella!...
Si arrestò; tutti i suoi nervi tremavano.
— Addio, ripetè a un tratto, e fuggì.
La vocetta di Speranza mormorò: addio, ma il Coppa era già lontano.
VIII.
Il rettore dell’ospizio, quando seppe della disgrazia toccata al Coppa, chiamò il fanciullo, doppiamente orfano, e gli disse:
— La morte di tua zia ti lascia solo nel mondo; ma questa gran famiglia d’orfani è la tua; molti dei tuoi fratelli, uscendo di qui, si sono fatti un gran nome nel mondo; imita il loro esempio, studia.... eccetera.
Il Coppa crollò il testone rosso in una certa maniera, che non diceva nè sì, nè no, e uscì dallo stanzino del rettore per andare al cospetto del direttore spirituale.
Il buon prete cominciò con le stesse parole del rettore, ma proseguì dicendo che sotto l’occhio di Dio nessuno è solo, e che coll’aiuto del cielo, il coraggio e il lavoro tolgono l’uomo da ogni impiccio.
E questa volta il testone del Coppa disse propriamente di sì.
Poi il fanciullo andò risolutamente incontro a Desiderio, e gli disse:
— Desiderio mio, perdonami.
— Che cosa?
Il fanciullo fu lì lì per confessare che aveva detto a Speranza: tu sei tanto bella! ma non ne ebbe cuore.
— Io ti lascio, io me ne vado.
— Perchè?
— Perchè sono solo nel mondo, e non ti posso essere utile.... ora che mia zia è morta, non andrò più in parlatorio nemmen io....
Desiderio si provò inutilmente a dimostrargli la stranezza del suo disegno; appunto perchè la zia era morta, bisognava rimanere....
— Me l’ha detto anche il signor rettore; ma io non la penso così; stavo qui per non dare dispiacere alla zia, e ci sarei rimasto volontieri per te.... ma ora....
— Ma ora?
— Ora non posso: giurami, proseguì affrettandosi a colmare l’involontaria reticenza; giurami che anche lontani, noi saremo sempre amici, e ci ritroveremo un giorno.
Parlava con tanta enfasi, che Desiderio volle secondarlo e giurò.
— Di’ così: per la vita e per la morte.
— Per la vita e per la morte.
— Me ne andrò domani, disse il Coppa con pacatezza.
— E dove andrai? chiese Desiderio con voce soffocata.
— Prima di tutto in camposanto, a visitare mia zia, poi andrò pel mondo.
Queste parole facevano un magnifico effetto anche all’orecchio del Coppa che le diceva; quanto a Desiderio egli era sbalordito.
— Coraggio, gli disse l’amico suo.
Era inutile lottare col Coppa; quando un proposito buono o cattivo era entrato in quel testone, non ne usciva più; Desiderio lo sapeva bene, e non si provò neppure a rimuoverlo, ma pianse molto, pianse troppo, e al Coppa, oltre il pensiero di preparare ogni cosa per la fuga, toccò il compito di consolare il suo piccolo amico.
— Credi a me, gli diceva, tu studierai il disegno, e diventerai un pittore famoso, e sarai ricco anche tu, e sposerai la tua Speranza; ci troveremo poi nel mondo quando uscirai di qui: intanto io ti scriverò spesso, ogni settimana, o tutti i giorni, e tu mi risponderai. È inutile piangere, il pianto non serve a nulla.
E così dicendo egli raccoglieva nella propria pezzuola le lagrime calde e frequenti di Desiderio.
— Non piango più, disse il fanciullo mostrando gli occhi rossi.... ma tu, tu?
— Io me ne andrò solo pel mondo; è il mio destino; io non avrò mai una Speranza al fianco, lo sento bene, ma non importa; ho una gran voglia di arrivare ad essere ricco, e arriverò. Vedrai.... non affliggerti per me, ti scriverò tutto...
Quella notte, finchè Desiderio fu sveglio, i due fanciulli non fecero altro che discorrere del loro avvenire. Siccome sarebbero stati imbarazzati a servirsi delle Regie Poste, il Coppa fece una magnifica pensata: ogni domenica, uscendo a passeggio, Desiderio doveva raccogliere una lettera fatta a pallottola che il Coppa avrebbe deposto prima sul davanzale d’una finta finestra a terreno, dinanzi alla quale il drappello d’orfani doveva necessariamente passare. La domenica successiva vi deporrebbe la risposta.
— E Speranza?
— Andrò a trovarla, promise il Coppa, e le dirò che ti voglia sempre bene, e che non ti tradisca mai per un altro.
Al povero Coppa tremava un tantino la voce, facendo questa ardua promessa, ma egli voleva espiare anche il pericolo corso di essere lui il traditore dell’amico suo, e questo gli pareva il modo migliore.
Finalmente il sonno chiuse gli occhi di Desiderio; allora il Coppa fu libero di pensare ai casi suoi.
Egli non voleva essere preso alla sprovveduta il domani; quel Tita che aveva promesso di chiedere per lui l’uscita straordinaria, doveva venire di buon’ora, e bisognava che il fardello del Coppa fosse pronto. Quale fardello? Pensandoci meglio, il povero fanciullo riconobbe che, anche volendo, non avrebbe potuto portare seco se non gli abiti che avrebbe messo in dosso, cioè quelli dell’uscita, perchè non lo avrebbero lasciato uscire con altri panni. Poteva però vestire due camicie almeno, due paia di mutande, e infilare più d’una calza, finchè ce ne potesse entrare nelle sue scarpe migliori.
Voleva poi portare nel pellegrinaggio attraverso il mondo i libri e i quaderni di scuola che avrebbero trovato posto fra la camicia e il giubbetto; infine non bisognava dimenticare la penna e il calamaio per scrivere subito a Desiderio.
Prese queste disposizioni mentali, si abbandonò al sonno.
Come il Coppa aveva immaginato, il Tita fu mattiniero; gli orfani non erano entrati in scuola, quando egli attraversò il cortile dirigendosi al camerino del rettore, per chiedere l’uscita straordinaria del Coppa.
Passando, cercò con gli occhi il fanciullo; lo vide e gli fece un cenno di complicità; pareva un brav’uomo, e al Coppa venne lo scrupolo d’ingannarlo.
Ma si fece forza, perchè non era momento di debolezze, come fece osservare anche a Desiderio, che stava lì lì per tradirlo con le lagrime.
— Che cosa hai da piangere? disse forte, perchè il sorvegliante lo udiva; non sai forse la lezione?... Vediamo, soggiunse tirandolo in disparte, non bisogna essere come le bambine. Fra pochi minuti ci separiamo; ti ricorderai di tutto?
— Sì, balbettò Desiderio, il quale non si sentiva tanto forte da lottare contro il capriccio del suo grande amico, ma in cuor suo aveva sperato che, dormendoci sopra, il Coppa avesse a pentirsi dell’ardito disegno — sì, ma non te ne andare.
— La finestra finta a terreno... ricordalo bene; tutte le domeniche all’ora della passeggiata.
— Sì, ripeteva Desiderio, ma non te ne andare; ritorna, pensaci ancora.... sarai in tempo un’altra volta...
— Per la vita e per la morte, conchiuse solennemente il Coppa, stampando due baci sulle guancie dell’amico.
Il Tita riappariva allora.
Desiderio lo guardò sperando di leggergli in faccia che il rettore non avesse concesso l’uscita; ma vi lesse il contrario.
— Andiamo, disse Tita.
— Addio, disse il Coppa a Desiderio.
Un sorvegliante venne a dirgli d’andarsi a vestire, perchè gli era concessa l’uscita per tutto il giorno. Gli orfani, che si mettevano in fila per entrare in iscuola, guardarono il loro fortunato compagno con invidia; il solo Desiderio non vide più nulla, perchè aveva dinanzi agli occhi un velo di lagrime.
Quando il Coppa scese tutto corazzato di libri e di quaderni, aveva quasi un aspetto battagliero; si doveva capire, solo a guardarlo, che egli andava a sfidare la vita, e che il mostro non gli faceva paura.
Era già sull’uscio, ma si arrestò.
— Ho dimenticato una cosa.... disse; torno subito. E via di corsa, su per le scale, fino al dormitorio; colà giunto, aprì il suo piccolo canterano e ne tolse una calza incominciata, quattro ferri e un gomitolo, l’eredità della zia.
Cacciò ogni cosa in una tasca, raggiunse la sua guida, ed uscì a respirare l’aria libera.
— Andiamo a casa, disse il Tita.
— No, rispose risolutamente il Coppa, io vado al cimitero.
L’uomo stava dubbioso.
— Ci sai andare al cimitero?
— Altro! esclamò il fanciullo, a cui non sembrava vero di poter essere libero così presto; ma sentì un’altra volta lo scrupolo d’ingannare quell’uomo che si era incomodato per lui, e ripetè con accento più dimesso che al cimitero ci sapeva andare.
L’uomo guardò a diritta ed a mancina, come cercando un’uscita all’irresolutezza, poi concluse:
— Ebbene, vacci; io ti aspetto in casa; bada a non arrestarti in piazza Castello, dinanzi alle baracche dei giocolieri.
Il Coppa crollò il capo, e si pose in cammino.
— Coppa! gli gridò il Tita alle spalle.
Il povero fanciullo credette che il suo liberatore si fosse pentito, ed affrettò il passo.
— Coppa! ripetè l’altro, e il Coppa si arrestò.
— Per sapere dove è seppellita tua zia, disse il Tita, domandalo al custode.
Il fanciullo chinò il capo, e tirò innanzi frettoloso.
Eccolo solo nell’ampio mondo.
EPILOGO
I.
La portinaia doveva essere entrata senza far rumore; aveva deposto, lì accanto, sulla scrivania, quella lettera voluminosa, e se n’era andata in punta di piedi, per non svegliarlo; sicuramente egli si era riaddormentato a tavolino, sebbene si fosse levato appena di letto.
Così pensò lungamente il vecchio Desiderio, e fu un pensiero languido, quasi inconscio, a cui seguì quest’altra riflessione:
“Il sole è entrato in camera da un’ora almeno; già dev’essere alto sull’orizzonte, perchè la striscia d’oro ha lasciato il letto di Speranza, ed è scesa sull’ammattonato.„
Per un poco non pensò più nulla, finchè il lavorìo pigro della sua mente gli disse: “La striscia d’oro è impallidita; il cielo è nuvolo.„
Al vecchio Desiderio non importava affatto che il cielo si annuvolasse; dacchè era venuto in terra, egli aveva preso il cielo come il Signore glielo mandava, e da un poco in qua lo accettava anche con più rassegnazione; pure a un pallido riflesso dei sentimenti modesti che lo avevano animato una volta, vide nel proprio cervello l’idea fuggitiva che quella giornata bigia non sarebbe piaciuta a Speranza.
“Poveretta! pensò; essa avrebbe spiato tutta la mattina un raggio di sole, assicurandomi che prima del mezzodì la giornata si sarebbe accomodata. E molte volte si accomodava per davvero, a quel tempo!„
Ora no; il bel sole non sarebbe più entrato nella casa che la vecchia Speranza aveva lasciato da un mese, per sempre; o forse vi rientrerebbe, una volta ancora, presto, appena Desiderio avesse spiccato anche lui il gran volo. Quel giorno sarebbe festa solenne nel melanconico nido.
Sì, era ben questo il solo, forse l’ultimo, desiderio di quell’anima battuta e contenta; assomigliava a tutti i desiderii del passato, perchè era modesto come quelli, e si sarebbe compiuto del pari, ma anche più securamente.
Teneva gli occhi fissi sul letterone, e non gli nascendo ancora la volontà di pigliarlo in mano, per indovinare chi gli avesse scritto, continuava ad essere con la sua morta, rifaceva nel pensiero i cinquanta anni di vita passati insieme. Appena due mesi fa, Speranza era viva, sana, allegra; aveva ancora un viso gentilino, in cui le rughe erano disegnate appena; ancora i grandi occhi di lei gli promettevano la serenità del cielo; ancora la voce nota gli mormorava parole che sonavano come la musica di chiesa.
Contenti entrambi, ringraziavano il cielo ogni sera perchè dalla loro casa aveva allontanato la morte, la disgrazia e il turbamento d’ogni brama smodata, avendo avuto cento occasioni, non una, di toccare con mano quanta sia l’infelicità della gente che non si sa contentare del poco. Una volta sola, quarant’anni prima, Desiderio aveva guardato troppo in alto; e fu quando, maestro di disegno in una scuola serale, sposato appena alla sua Speranza, immaginando che il nido luminoso dovesse splendere più ancora se l’arte vi avesse mandato un raggio di gloria, si lasciò tentare dall’idea ambiziosa di mettere un cartone sopra il cavalletto.
— Farò il tuo ritratto, aveva detto pomposamente; sei contenta che io veda se sono artista?
Speranza avendo battuto le mani, si era andata a mettere, come suo marito aveva voluto, accanto alla finestra, in modo che la luce battesse in pieno sulla faccetta bianca e sui capelli d’oro. E subito erano venute due voglie all’artista novellino: coprire di baci il volto ridente, e fare un capolavoro. Una voglia fu contentata subito; ma inutilmente il povero maestro d’ornato consumò molti carboncini per fare una figura che somigliasse press’a poco a Speranza. Sbricciolò molta mollica di pane per cancellarla, dopo di che mise il cuore in pace e scrisse allegramente sul foglio cancellato appena queste poche parole che erano tutta la verità:
“Desiderio mio, rassegnati; tu non sei nato pittore, e ti manca la forza di diventarlo.„
Anche sua moglie prese la cosa celiando, ma le rimaneva in cuore un sentimento: “chi sa? la forza che ora ti pare di non avere, ti verrà forse in seguito.„
— Forse; speriamolo.
La forza non gli venne mai, e il maestro di disegno si accontentò di ammirare senza invidia la pittura degli altri.
Solamente non era persuaso che egli non fosse un pochino artista; scandagliando tutto sè stesso, trovava in un cantuccio della mente il germe di qualche cosa che poteva essere l’arte; e la sera, dopo la scuola, menando a spasso la sua Speranza per i viali ombrosi, o ascoltando il mormorio delle foglie, si sentiva tentato dallo stimolo.
Diceva allora dopo un lungo silenzio:
— Sai? mi pare proprio che qualche cosa di buono ci sia qua dentro; il difficile è metterlo fuori.
Un giorno assicurò bonariamente che l’arte non è facile a nessuno, e un altro giorno ebbe l’intuizione fuggitiva che i pittori veramente grandi _forse_ erano stati quelli a cui la pittura aveva prima voltato le spalle per darsi poi interamente all’artista importuno.
Desiderio volle essere importuno un’altra volta; solamente in luogo di ostinarsi a pretendere che il cartone gli ripetesse la figura che aveva sempre nel pensiero, sempre nel cuore, si provò a riprodurre sulla tela e con colori un lembo del giardino in cui andava a spasso ogni sera.
Non riesci meglio. Il suo paesaggio, dopo aver rallegrato molto i monelli che si avvicinavano al pittore in silenzio, e se ne andavano gridandogli forte una parola sola, ma significativa, disse a lui stesso quella parola schietta: cerotto.
Il maestro di disegno non se la lasciò dire due volte; si arrese alla prima, e quel giorno tornò a scuola con lo sgomento di scroccare le poche lire che il municipio gli pagava ogni mese per insegnare ogni sera il disegno d’ornato ai monelli, i quali un giorno forse gli griderebbero in coro: cerotto!
Fu uno sgomento passeggiero, chè anzi in fine d’anno l’assessore municipale, avendo fatto una visita alla scuola, espresse al giovine maestro la propria soddisfazione per il profitto e per la disciplina della scolaresca.
Ah! sì; quanto alla disciplina il maestro di scuola poteva farsi bello; non se ne vantava perchè Desiderio era prima d’ogni cosa ingenuo, e dopo aver confessato a sè stesso che quella disciplina non gli costava ombra di fatica, sarebbe stato capace, capacissimo di dirlo anche all’assessore.
— Tener a segno i miei scolari mi è facile, perchè essi sono buoni e mi vogliono bene; ma è merito degli scolari, non del maestro. Ti pare?
Questo diceva alla sua compagna, e Speranza gli rispondeva che a buon conto non lo stesse a ripetere alla gente.
Campavano allegri, potendosi quasi dire felici, se questa parola avesse un significato preciso; anzi sì, felici propriamente perchè i due sposi novellini vivevano sognando sempre, ma poco, e che altro è la felicità se non un sogno bello e discreto? Ahi! quanti ne avevano già conosciuti, ammalati di aspettazione, rosi dall’impazienza, scontenti della sorte e di sè stessi, che avevano sempre l’aria d’esser destati appena da un sogno audace!
Il Coppa per esempio. Quello era un sognatore di prima forza! Dacchè se n’era andato per il mondo, fuggendo dall’ospizio, egli non aveva fatto altro che seminare le avventure; facendo cento professioni, in cento paesi, attraverso tutti i mari dell’orbe terraqueo; innamorandosi molte volte, e non capitando mai bene. Sebbene vivesse con molta più larghezza del necessario, si sentiva nelle angustie di un creditore, il quale non possa riavere il fatto suo.
Questo lo aveva appreso molti anni prima, quando si erano riveduti a Milano nel teatro Santa Radegonda; allora il Coppa era un prestigiatore famoso e faceva stare a bocca aperta il pubblico affollato; allora, come sempre, Desiderio continuava a campare della disciplina dei propri scolari, della disciplina dei propri sogni.
Perchè a quel tempo felice ne aveva ancora dei sogni belli. Avendo imparato a sonare l’organo, era entrata nel suo cervello l’idea che potesse diventare organista d’una chiesa, per accompagnare la messa cantata e la benedizione prima e dopo la lezione di disegno; egli appunto aveva il resto della sera libero, e poteva disporre delle domeniche e delle altre feste comandate come ogni buon cristiano.
Quando il Coppa gli aveva confidato tutte le vicende fortunose della sua vita, la quale ancora non era riuscita a contentarlo, e il proposito immutabile di pigliar la fortuna per il ciuffo e costringerla a darsi vinta, il povero Desiderio si era creduto in dovere di confessare anche lui qualche cosa.
— E tu che desideri? che speri? gli aveva detto il Coppa.
— Unicamente di avere il posto di organista, nella chiesa di San Babila.
Appunto l’organo era ancora occupato da un vecchio prete, malandato in salute, e Desiderio aveva paura che la propria speranza affrettasse la catastrofe di Don Gioachino.
Per placare la coscienza, non solamente sonava invece del vecchio prete, senza intascare mai un quattrino, ma ogni sera aggiungeva alla preghiera imparata nell’ospizio una parola buona, perchè il Signore tenesse in vita lungamente l’organista ammalato.
E perchè il Coppa, a cui la vita aveva insegnato qualche cosa di più, si era messo di buon umore a questa affermazione, Desiderio andando a letto disse all’Eterno Padre: “Il mio cuore vi è aperto; se le mie intenzioni non sono giuste, correggetele voi, Signore, mandatemi l’angelo vostro che m’illumini.„
Don Gioachino si era fatto aspettare molto in paradiso, ma finalmente fece l’improvvisata e vi andò; al funerale del vecchio prete, Desiderio accompagnò la messa di morto a capo chino, col cuore stretto, e al _De profundis clamavi_ due grosse lagrime gli gocciolarono fra le dita.
Ma il nuovo organista di San Babila asciugò prontamente la tastiera, e lavorò forte col pedale, per confondere, nel medesimo stordimento, l’organista morto, l’organista vivo e le sue quattrocento lire annue, e perfino la soddisfazione d’aver versato quelle lagrime sulla tastiera.
Messo una volta a sedere davanti all’organo di San Babila, Desiderio non la finiva più; sonava Palestrina, Marcello e Bach, e qualche volta, ma solo dopo la benedizione nel mese di Maria, lasciava scattare una pioggia di note allegre, che faceva alzare la testa ai fedeli e gli inchiodava in chiesa, intanto che il sagrestano spegneva le candele dell’altare maggiore.
A piè della scala dell’organo, Speranza sua era sempre pronta a stringergli la mano in silenzio, e lo menava subito fuori di chiesa per mostrargli la faccia illuminata dalla contentezza.
— Hai sonato come si suona in Paradiso; aspetta che sia a casa, e sentirai che cosa ti farò...
Desiderio sorrideva un po’ di compiacenza, ma più perchè sapeva già che cosa lo aspettava a casa, un bacio, due, dieci bacioni filati.
Ma non perciò si era impuntato a voler diventare un organista famoso. Contento del suo pubblico di donnette, che non sarebbero mai andate a cena fino che egli lo avesse permesso, contento dei suoi allievi di disegno, egli aveva rinunziato volontieri alle smanie dell’arte per essere semplicemente un uomo felice.
La striscia d’oro pallido dell’ammattonato era scomparsa, brontolava il tuono annunziando il solito temporale d’ogni mattina. Desiderio, indifferente a tutto, allungò il braccio, e la mano sua trovò la lettera all’estremità del tavolino.
I bolli, il suggello, dissero al vecchio che quel letterone veniva da Buenos Ayres; la scrittura gli annunziò dalla soprascritta che si preparasse a leggere le grandi imprese che in questi ultimi mesi erano state osate dal Coppa.
E parve a Desiderio che qualche cosa o qualcuno sorridesse nell’anima sua.
Staccò lentamente il suggello di ceralacca, in modo che la busta rimanesse intatta, e andò pensando da quanto tempo il Coppa non gli dava notizia dei fatti suoi. Da sei mesi almeno; l’ultima Volta aveva scritto da Nuova York, dove aveva ripreso in teatro gli esercizi di magia bianca e nera, dopo aver venduto per poco danaro un pozzo di petrolio nel Canadà, perchè si era stancato di vivere in mezzo ai boschi di Petrolea.
Aveva intanto levato dalla busta il foglio e spiegatolo innanzi a sè; ma quando volle leggerlo, se lo lasciò cadere di mano alle prime parole, e gli occhi gli si empirono di lagrime, perchè la lettera cominciava così: “Miei buoni amici.„
Il Coppa dunque non sapeva in che miseria fosse piombata quell’anima contenta; non poteva saper nulla, perchè, dopo la disgrazia, Desiderio si era fatto neghittoso e sonnolento, svegliandosi appena dalla melanconia taciturna, per empirsi l’orecchio e la mente delle parole solenni di Bach.
La stanza melanconica fu empita da un lampo e subito da uno scoppio tremendo e lungo come l’ira di Dio, poi la pioggia si rovesciò con impeto.
Desiderio levatosi per chiudere la finestra, stette un poco a guardare a traverso le vetrate i goccioloni che, rimbalzando sul davanzale, sembravano animati da un’allegria furiosa; ma non si sentiva invasato da quella furia; non gridava, non batteva le mani come aveva fatto più d’una volta in compagnia della sua morta; e solo quando lo scrosciare della pioggia ebbe preso quell’andatura solenne, confacente col proprio sentimento, egli si andò a sedere davanti al vecchio _harmonium_ che gli ripetè gli accordi del _De Profundis_.
Quando cessò la pioggia ed entrò un raggio di sole nella stanzetta, Desiderio asciugò la tastiera silenziosa. Non piangeva più, poteva ascoltare quello che il Coppa avrebbe detto da Buenos Aires ai buoni amici suoi.
II.
Miei buoni amici. — L’ultima volta che vi ho scritto mi pareva d’essere giovine ancora; oggi mi sento vecchio, sebbene da quel tempo siano passati sei anni appena. Fino a poco fa, mi sono creduto padrone della sorte; non avendo mai dubitato un momento che il voto mio si avesse a compiere un giorno, ora che finalmente è compiuto, ho paura di aver sbagliato strada. Ho camminato tutta la vita verso la ricchezza soltanto; eccomi ricco, non perciò felice. Anzi il contrario, perchè soltanto ora mi pento di aver sprecato tanta vita e tanto ardore nell’inseguire un’ombra. Direte: ti rimane però la soddisfazione di essere riuscito nel tuo intento. No, non mi rimane nemmeno questo. Non è stato il mio lavoro, non è stata una mia idea a farmi ricco; è la fortuna cieca ed imbecille, che per un peso me ne mette in tasca cento mila.
Lo volete sapere? Ho vinto il primo premio in una lotteria. Continua, in una nuova forma, la mia miseria vecchia. Miei buoni amici, voi non sapete tutto quello che possa confessare a se stesso un uomo beffato lungamente dalla fortuna. A me premeva d’essere forte, e perciò di dimostrarmi sicuro di tutto quanto facevo; ma oggi guardo la mia vita male spesa e mi confesso a voi, che siete buoni e mi volete un po’ di bene.