I due Desiderii

Part 3

Chapter 33,932 wordsPublic domain

Due idee gli erano entrate in capo mentre dormiva, e appena desto le vide e le manifestò all’amico. Prima idea: Desiderio doveva andare in parlatorio con lui, perciò basterebbe dire alla zia che lo chiamasse; seconda idea: assolutamente bisognava trovare un’innamorata anche al Coppa.

V.

Il Coppa fece anche di più per tornare in pace con sè medesimo; la domenica successiva trovò modo di avvicinarsi alla piccola Speranza e di parlarle dell’amico suo con un linguaggio d’innamorato. Nessuno, in quell’ampio parlatorio, badava ai due piccini, che si erano messi sopra una panca a discorrere. Mentre la zia dell’uno era intenta a far la calza e a dire il rosario, e la mamma dell’altro non aveva occhi se non per il suo figliuolo, un bel pezzo di ragazzo tredicenne, il Coppa diceva a Speranza:

— Tu non hai visto ancora Desiderio?...

— Sì, l’ho visto.... rispondeva Speranza senza falsa modestia.

— Come hai fatto?

— L’ho visto tante volte; quando fa troppa caldo, aprono la finestra e allora si può vedere in cortile.

— Ti piace? domandò il Coppa.

Nemmeno questa domanda brutale scoraggiò la fanciulla, la quale alzò, gli occhi per far rientrare il suo interlocutore nei confini della discrezione.

Il Coppa si affrettò a soggiungere:

— Se tu sapessi quanto è buono, gli vorresti anche più bene. Ha poi un talento.... ha poi un cuore.... ha poi una memoria....

Che cosa non aveva quel giorno il povero Desiderio? Aveva ogni ben di Dio, salvo uno: la ricchezza; ma a questa penserebbe lui, proprio lui, perchè non vi era dubbio che un giorno, lui, proprio lui, il Coppa, diventerebbe milionario.... e allora?

Non finirono qui le confidenze che il fanciullo fece all’innamorata dell’amico; senza avvedersene, come qualche volta accade, per parlare di Desiderio era costretto a dire delle proprie aspirazioni, dei proprii sogni, dei proprii disegni d’avvenire; ma quando si accorgeva d’aver perduto il filo, lo ripigliava bruscamente dimostrando in modo repentino una nuova virtù dell’amico.

Così la piccola Speranza seppe del giuramento che legava i due Desiderii per la vita e per la morte, della cerimonia del sangue e perfino del piccolo Giulio, che era morto per tornare con la mamma.

Allo spirare dell’ora del parlatorio, il Coppa, che aveva già preparato ogni cosa con la zia, disse alla fanciulla che la domenica successiva avrebbe visto e parlato a Desiderio....

Speranza non osava domandar come, ma interrogava con gli occhi, e questi occhi erano così grandi e venivano così bene incontro alla gente quando interrogavano a quel modo, che il fanciullo fu costretto a guardare di qua e di là, per cercare un’innamorata. Ahi! in tutte quelle donne giovani o vecchie, che distribuivano baci agli orfanelli, non ve n’era una, il cui bacio potesse valere più dei baci appaiati che gli dava la zia nell’andarsene, e nemmeno più d’un bacio spaiato.

E forse il Coppa cominciava a pensare che avrebbe baciato volontieri l’innamorata del suo grande amico, senza metterci malizia.

Ma un altro amplesso lo distrasse, e gli troncò a mezzo il pensiero — era la zia che aveva intascata la calza e gli piombava addosso col suo paio di baci regolamentari.

La piccola Speranza già perduta in mezzo alla folla si voltava verso i vetri della finestra, dove si vedeva ancora la traccia di due labbra, la punta schiacciata d’un nasino e qualche altra parte di una faccetta, i cui contorni si smarrivano come nella nebbia.

Il Coppa raggiunse l’amico nel cortile e gli annunziò la lieta novella.

— Acconsente.

— Davvero?

— Sì, domenica ti farà chiamare, e tu parlerai alla tua Speranza; e sarà così tutte le domeniche; non avrai più bisogno di stare dietro i vetri; se tu vedessi come sei brutto, quando hai il naso schiacciato!...

Dunque, in grazia dell’amico suo, Desiderio potè un giorno andare in parlatorio. Mettendo il piede in quello stanzone, che non riceveva luce se non dalla finestra coi vetri smerigliati, udendo un bisbiglio di voci carezzevoli in ogni crocchio, il piccino si trovò come smarrito, e credette di sentire per la prima volta tutta la miseria di chi non ha altra famiglia che l’ospizio. Ma avvezzandosi a quella scarsa luce, egli vide in fondo alla stanza due occhi pieni di consolazione, i cari occhioni della sua Speranza; e fu necessario che il Coppa gli desse uno spintone amichevole per impedirgli di precipitarsi da quella parte e mandarlo prima di tutto dalla zia.

— Come sta? chiese il fanciullo timidamente.

— Sta benone, rispose il Coppa per sua zia; e rivolgendosi alla buona donna, che era occupata ad estrarre da una tasca profonda qualche cosa che pareva una mela, ma non poteva essere se non il gomitolo della calza, proseguì: questo qua è il mio amico di cui ti ho parlato; egli non è mai venuto in parlatorio, e si immaginava che fosse una specie di teatro.... Ma noi ci divertiremo lo stesso, concluse.

La zia del Coppa si credette in obbligo di promettere il paradiso all’amico di suo nipote, se fosse savio, rispettoso, e non tralasciasse di fare le devozioni ogni giorno; quando ebbe assestato questo conticino con la propria coscienza, si cacciò un ferro da calzetta nel costato destro come se volesse per la via del martirio arrivare in paradiso più presto — e cominciò a contare tranquillamente le maglie.

Allora i due ragazzi la lasciarono, e facendo gli sbadati con un’arte sopraffina, vennero entrambi dinanzi alla panca della fanciulla. Speranza e Desiderio si fecero rossi rossi, perchè erano troppo felici, e il Coppa, che aveva lavorato tanto a quella felicità, se ne sentì respinto, e voltò le spalle con falsa disinvoltura. Egli andò a mettersi in un canto, senza sapere nemmanco lui perchè e lasciò venire a sè tutti i pensieri amari.

Quella donna che faceva la calzetta e diceva le orazioni, senza voltare nemmeno gli occhi a cercare di lui, era dunque la sola persona al mondo incaricata d’amarlo in terra e di insegnargli la via del paradiso!

Dacchè egli era al mondo, aveva voluto bene soltanto a suo padre, un buon uomo, che lavorava troppo, digiunava troppo, e lo picchiava troppo; alla moglie d’un colonnello che non si era nemmeno accorta di lui, a una donna dipinta ed ora a Desiderio. Avrebbe amato ancora volontieri qualcuno o qualcuna perchè tutto l’affetto che non aveva potuto spendere gli faceva nodo nel cuore. Gli pareva di doversi precipitare verso i due smemorati, i quali non badavano più a lui, e dire... che cosa? che voleva essere il servo del loro amore, e che gli ordinassero subito di fare qualche grossa pazzia, e poi lo pizzicassero a sangue, o accarezzassero la sua testa matta.

Eccoli là, soli, poveri, dimenticati; e lui del pari, ma più solo e più dimenticato, s’immaginava di proteggerli con lo sguardo e aveva un sentimento di tenerezza quasi materna nel ripetere a sè stesso che egli voleva essere qualche cosa per la loro felicità.

Subito dopo si adirava della loro indifferenza per lui; voleva tenere il broncio a Desiderio, e intanto si provava a non degnare nemmeno d’una occhiata quella biondina — ma quando il suo sguardo aveva ramingato un poco nello stanzone nero, ritornava ai due piccoli innamorati. Seduti l’uno vicino all’altro sopra una panca, protetti dalla loro età, essi potevano discorrere come vecchi amici senza che nessuno desse loro noia. Avevano l’aria di dirsi le cose più indifferenti, e perfino la madre di Speranza, che si voltava ogni tanto a ricercare la sua figliuola, non entrava in sospetto di nulla.

Quel giorno l’ora del parlatorio parve lunga al povero Coppa, sebbene avesse sentito una compiacenza malsana nello scoprire che egli era grandemente infelice.

Violando per la prima volta un giuramento fatto per la vita e per la morte, il Coppa non disse nulla al suo grande amico; e per tutto il resto di quel giorno sentì crescere la propria infelicità, nella lotta tra il bisogno di confidarsi e un nuovo sentimento, come di vendetta, che gli consigliava di serbare tutto il dolore per sè solo. Anche la notte, quando fu entrato nel suo letto, egli ebbe la forza di augurare buon riposo a Desiderio e di soggiungere che aveva un gran sonno per troncare in bocca all’amico le espansioni della felicità, e per essere lasciato solo con il suo dolore sconosciuto.

Per solito essi aspettavano che il sonno fosse sceso sui letticciuoli più vicini per incominciare poi sottovoce una conversazione, che aveva il sapore del frutto proibito.

Peccato che il Coppa avesse tanto sonno, mentre Desiderio non poteva chiuder occhio! Purè il Coppa non russava ancora, e Desiderio si provò a tentarlo chiedendo con un filo di voce:

— Dormi?

Il Coppa aveva gli occhi aperti, non rispose.

Era una cattiveria, e pure ci trovava gusto.

— Dormi? ripetè il piccino.

Sì, era una crudeltà, il non rispondere, ma gli piaceva che tutte le voci della propria coscienza gridassero insieme: cattivo, cattivo, cattivo!

Quando Desiderio tacque e si voltò sull’altro fianco invocando un sonno che gli ripresentasse le vaghe immagini della veglia, il povero Coppa sentì tutta la propria miseria, e pianse, senza sapere perchè.

Quel pianto gli fece bene; gli sembrò di vedere attraverso le lagrime il cadaverino del piccolo Giulio di cui occupava il letto, e s’immaginò d’essere morente anch’egli e di avere al capezzale Desiderio e la sua piccola innamorata, e dir loro prima di chiudere gli occhi per sempre: “siate felici!„ E lo disse veramente “siate felici!„ perchè Desiderio, il quale non dormiva ancora e da un poco s’era accorto che l’amico suo faceva uno strano sogno, si voltò di botto e disse: Coppa? che cosa hai?

— Ho fatto un cattivo sogno, rispose il fanciullo lottando con le ultime riluttanze. Ma subito soggiunse tutta la verità, o almeno quella che a lui pareva tutta la verità, cioè che quel giorno si era sentito solo, e che gli sembrava di essere stato infelicissimo.

Desiderio non capì gran che, e pure con la massima sincerità disse che anche lui, qualche volta, provava qualche cosa di simile... ma che poi passava... “Bisogna dormire, consigliò, e domandare al cielo un bel sogno...„

— Hai provato a ripetere la preghiera?

Il Coppa non aveva provato, non avrebbe nemmeno potuto provare perchè non la sapeva.

— Io la so tutta, disse Desiderio; qualche volta quando non posso dormire la ripeto mentalmente, e sento che mi fa bene. Mi sembra perfino che dicendola sottovoce sia ancora più bella... Senti.

E con un bisbiglio che pareva una carezza, cominciò:

“Ancora un giorno è passato, o Signore, ed eccomi alla vostra presenza.....

“O Signore, che godete più del nome di padre che di quello di giudice, non mi trattate come ho meritato, ma secondo la grandezza della vostra misericordia.„

Egli tacque, aspettando che il Coppa dicesse qualche cosa, e in quel breve intervallo fu pigliato dal sonno.

Il Coppa, rimasto un’altra volta solo, ripetè più volte prima di addormentarsi: “non mi trattate come ho meritato, ma secondo la grandezza della vostra misericordia.„

Poi dormì e sognò d’essere trattato male.

VI.

Da quel giorno incominciò per il Coppa la peggiore di tutte le torture mortali, quella di chi serba il cuore retto quando i sensi sono turbati. Che cosa fece il povero fanciullo in questa orrenda congiuntura?

Alle prime interrogazioni della coscienza, cercò di rispondere una bugia, ma stretto dalle domande ingegnose e crudeli, si diede vinto, confessò tutto: egli voleva un’innamorata, che fosse come quella del suo grande amico, così bella, così serena, così buona, così bionda, egli voleva Speranza, egli amava Speranza, la piccola Speranza d’un amico legato a lui per la vita e per la morte.

E si diceva indegno dell’amicizia, dell’amore, di tutte le cose belle che adornano il creato, e del sole che ce le fa vedere. Questo fece il povero fanciullo, ma che cosa avrebbe fatto di meglio un uomo?

Quell’idea entrata nel suo cervello, l’occupava tutto, tormentandolo ad ogni ora del giorno e della notte; egli si provò a cacciarla in mille modi, studiando molto la lezione, e non studiandola affatto per essere messo in castigo, evitando di parlare di Speranza coll’amico suo, e parlandone invece fino a stancare lo stesso amore tanto per vedere da vicino l’immagine di quella felicità su cui il suo demonio lo spingeva a stendere una mano ladra. Questo fece, e inutilmente, il povero fanciullo; l’uomo non avrebbe fatto altrimenti.

Desiderio intanto era così ingenuo, o così felice, che non si accorgeva di nulla; nelle parole e nei silenzii del Coppa egli non vedeva se non nuovi aspetti di quel temperamento bizzarro a cui avevano messo nome il _Matto_.

La loro amicizia del resto non ci pativa; il Coppa aveva anzi per Desiderio una specie di tenerezza che somigliava alla pietà; si umiliava volentieri al suo cospetto, qualche volta avrebbe voluto farsi picchiare da lui.... o da lei. Dà lei! Oh, essere picchiato da Speranza, che dolcezza infinita!

Bizzarra cosa: in quella lotta per nascondere il proprio sentimento e per vincerlo, il Coppa era contrastato senza avvedersene dalla propria vanità; egli non dubitava mai di nulla, si sa bene, non immaginava neppure che Speranza, invitata a scegliere tra l’amico e lui, non avesse a buttargli nelle braccia; anzi perciò solo aveva una gran compassione di entrambi, perchè si credeva d’aver in pugno la loro felicità. Egli non dubitava nemmeno delle proprie forze; anche quando abbandonava la testa stanca sul guanciale, persisteva in lui una falsa coscienza che, pur di volere sul serio, egli potrebbe da un momento all’altro strapparsi di dosso la strana malìa.

Questa falsa convinzione che egli avrebbe voluto smentire, per trovarsi meglio con la coscienza, ma che l’amor proprio avvalorava di nascosto, gli fece del male; a poco a poco, senza avvedersi, egli cominciò davvero a lottare per stancarsi e per soffrire, ma non più per vincere.

La domenica, all’ora del parlatorio, vi andava tirandosi dietro l’amico, e studiandosi di fare un ingresso decoroso.

Perciò dopo aver salutato con un cenno del capo dal basso in alto la piccola Speranza, le voltava le spalle addirittura, perchè essa non gli potesse leggere nel cuore, e innamorarsi lei, povera creatura, e guastare il sacrifizio che egli voleva fare ad ogni costo.

Ma quando aveva arrestato un momentino la zia nella strada del paradiso, e chiestole come aveva passata l’ultima settimana in questa terra, quando aveva udito contare le maglie della calzetta eterna, il disgraziato Coppa era spinto da una mano invisibile al cospetto dei due innamorati, per vedere da vicino che sorta di balocco essi andavano facendo della sua felicità distrutta.

E quella vista era così dolorosa, che egli avrebbe voluto spirare ai loro piedi, per colpire di sgomento la loro spensieratezza.

Poi si pentiva, e tornava al suo cantuccio, a girare sguardi inquieti per l’ampio stanzone, cercando inutilmente un sorriso sopra una faccia giovine e bella.

Quello strazio durava da qualche tempo, e Desiderio non si accorgeva di nulla. Un giorno alla passeggiata, il Coppa, che era stato sempre silenzioso ed inquieto, vide passare entro una carrozza, tirata da due cavalli bianchi, una bellissima giovinetta.

— Guarda, disse a Desiderio, guarda in quella carrozza.... guarda.... ah! non sei più in tempo, è passata.

— Chi?

— La mia Speranza.

Allora Desiderio lo guardò in faccia, perchè non capiva, il Coppa si credette scoperto e si fece rosso.

— È passata, disse celiando a stento, ma la raggiungerò; i suoi cavalli bianchi corrono molto, ma anche i miei correranno molto.

— Non ti capisco, confessò l’amico umilmente.

— Eppure non è difficile, disse il Coppa con calma, volevo anch’io un’innamorata, ed ora ce l’ho; è passata in questo momento; era bella, era bionda; la chiamerò Speranza, come la tua.

— Matto! disse Desiderio.

— Sì, matto, disse il Coppa.

Tacque; ma dopo un centinaio di passi, impacciato dal proprio silenzio, tanto per dire qualche cosa, fece una strana proposta all’amico:

— Ti piacerebbe andarcene pel mondo, noi due, a cercar la fortuna? Si fuggirebbe dall’ospizio insieme, e si andrebbe fuori di porta, sempre diritti, fino a Parigi o fino a Londra? Ti piacerebbe?

— A me no, rispose schiettamente Desiderio.

— A me invece, tanto. Si andrebbe laggiù a cercar la fortuna; al ritorno tu sposeresti la tua Speranza, io.... andrei a trovare quella ragazza, che è passata or ora, e le direi: mia cara, tu devi sapere che io t’ho vista un giorno nel viale dei giardini pubblici, allora ero orfano e povero, oggi sono....

— Oggi sei più matto del solito, interruppe Desiderio.

VII.

La stramba idea che, sorgendo a un tratto sul lastrico di Milano, aveva lusingato il Coppa con la sua monelleria, non lo lasciò più. Egli era così fatto, il povero orfanello, che l’insolito lo seduceva, e il pericoloso lo attirava. La notte, nel silenzio del dormitorio, quando egli cercando di dormire, poteva credere in buona fede di non ricordarle più, qualcuno gli venne presentando ad una ad una le sue medesime parole: “ti piacerebbe andare per il mondo a cercar la fortuna?„

Aprì gli occhi, e alla scarsa luce della lampada notturna, il camerone gli parve più nero; stette in ascolto, e gli sembrò che tutti i suoi compagni si lamentassero nel sonno, tranne uno, che era felice anche dormendo, Desiderio.

Sì, fuggire domani stesso, questa notte medesima, subito, che bella impresa! Bella, ma difficile.

Allora si finse prigioniero coll’immaginazione, e si provò ad architettare la sua fuga. Prima di tutto egli aspetterebbe ancora un’ora per assicurarsi che tutti dormissero, poi si vestirebbe di nascosto, farebbe un fardelletto delle sue robe... Di tutte? No, bisognava lasciare all’ospizio ogni cosa che l’ospizio gli aveva dato; salvo un paio di grosse scarpe, dovendo camminar molto; il difficile nell’uscire dal dormitorio, sarebbe l’aprir l’uscio così piano che non facesse rumore. Giunto sulle scale, scenderebbe tentoni fino al gran cortile. E poi? Come arrampicarsi fino al ciglio del muro? Non vi erano scale a piuoli ed egli non si sentiva capace di tirarsi su puntellandosi con le mani e coi piedi nell’angolo dei due muri, come aveva visto fare ad altri. Bisognava rinunziare alla scalata e trovare un’altra uscita più volgare.

Finchè rimase sveglio, il Coppa non trovò nulla, ma appena si fa addormentato tutto ciò che gli era riuscito scabro gli si appianò dinanzi; egli trovò subito un’uscita, e fuggì, e andò per Milano e per il mondo a cercar la fortuna, e la trovò a Parigi, o a Londra, e fu ricco ed ebbe due cavalli bianchi e un’innamorata bionda.

L’alba svegliandolo da quei sogni lo consolò dandogli un rimorso. Egli si accusò d’aver tradito l’amicizia, d’aver potuto pensare alla fuga abbandonando nell’ospizio l’amico a cui era legato per la vita e per la morte. Per fare la pace con la coscienza, confessò a Desiderio il proprio sogno, poi disse:

— Ci ho pensato anche da sveglio, ma per celia; io non me ne vado, se tu non vieni; perchè dimmi un poco, se non ci fossi io, come faresti tu ad andare nel parlatorio? Povero Desiderio!

Povero Coppa! egli compiangeva il suo rivale, e per respingere la tentatrice idea d’una fuga dall’ospizio non trovava un argomento più valido di questo: no, io devo rimanere perchè Desiderio possa andare in parlatorio a vedere la sua innamorata!

E ci andò in parlatorio, il povero Desiderio, dieci volte, venti, e fa ogni volta più felice, e non vide, non sospettò mai lo strazio del piccolo eroe dimenticato, che andò egli pure in parlatorio, e fu infelice sempre più.

Ma intervenne la morte a rompere questo idillio penoso.

Una domenica, i due fanciulli aspettavano l’ora del parlatorio, quando si venne a chiamare il Coppa, il Coppa soltanto.

— E tu? chiese il fanciullo al suo compagno, e lui? domandò al sorvegliante. Non è mia zia che mi chiama?

— No, è un uomo.

— Povero Desiderio! mormorò il Coppa, offeso da una pallida gioia entrata furtivamente nel proprio cuore.

Nel parlatorio si vide venire incontro un certo Tita che egli conosceva appena, un vicino di casa della zia.

— La zia è malata? domandò il fanciullo.

— È morta! rispose bruscamente Tita.

— Morta? ripetè il fanciullo come uno smemorato.

— Sicuro; fino a jeri l’altro stava meglio di me e di te, spiegò l’impassibile visitatore; io dico che dev’essere stata qualche cosa che aveva dentro e che si è rotta.

— Morta! ripeteva il Coppa.

— Sicuro, è morta ieri mattina all’alba; oggi alle quattro la portano al camposanto.

Ad ogni parola di quell’uomo, che gli parlava con una voce strascicante mettendo nel suo discorso delle cadenze pigre, il fanciullo vedeva un’immagine desolata. Fissava gli occhi nella parete dirimpetto, o guardava senza vederle le faccie indifferenti dei visitatori; egli vide così sua zia, stecchita, immobile entro una cassa d’abete e vide i ceri che ardevano nella stanzetta, e vide una calza non finita sul canterano.

E intanto ripeteva, come se stentasse ad afferrarne bene tutto il significato, questa grande parola: morta!

La piccola Speranza era là; ma i suoi occhioni azzurri interrogavano invano; oggi la morte soltanto parlava all’anima sbigottita del fanciullo.

Più tardi il Coppa sarebbe stato sincero nel misurare la sventura che lo colpiva, ma in quel momento non la misurava ancora; e poteva accettare senza rimorso il nuovo sentimento di forza che gli veniva offerto dalla morte. Non sapeva come avvenisse, ma era quasi sicuro di non offendere nessuna religione umana, lasciandosi accarezzare da una baldanza nuova. E poi, toccato dalla sventura, egli si sentiva di tanto più alto della piccola Speranza, che non badava nemmanco più ai due grand’occhi fissi sopra di lui, e poteva lusingarsi che tutto sarebbe finito fra loro due.

Intanto Tita gli veniva dicendo:

— I corvi sono già venuti; sono già là, a spartirsi quella poca roba; tua zia voleva bene a te più di loro; ma se non ha fatto testamento tu non avrai nulla.

— I corvi? balbettò il fanciullo.

— I tuoi zii; non li conosci?

— No.

— Ne hai due, uno più bello dell’altro; sono là — tu non sai se tua zia abbia fatto testamento?... No?... peccato! Della bella e buona roba ce ne aveva; il canterano è un bel mobile..... il letto è vecchio, ma solido; ci sono due gran guardarobe verniciate; e poi doveva avere del denaro...

A me, prima di morire, ha chiesto una calza incominciata, col suo gomitolo, e ha detto che l’aveva fatta in parlatorio per te.

— Per me? balbettò il Coppa, e pianse. Non aveva potuto strappargli una lagrima la notizia che sua zia era morta, ma l’idea che la buona donna veniva ogni domenica, e si metteva a sedere là, su quella panca, e cavava di tasca la calzetta che essa destinava a lui, senza vantarsene, e che egli quasi se ne era indispettito, e una volta ne aveva riso, quest’idea gli gettò un gran turbamento nel cuore, e lo fece piangere.

All’estremità del camerone, la piccola Speranza indovinò un gran dolore, ed ebbe voglia di piangere anch’essa.

— Eccola! disse Tita.... ma è inutile piangere; eccola! insistè, e si cavò di tasca la famosa calzetta, lasciando cadere a terra il gomitolo, che rotolò fino a Speranza.

Subito la fanciulla lo prese e lo portò all’incognito, ma il Coppa la vide appena e si compiacque di sentire che gli occhioni smarriti della fanciulla lo lasciavano freddo.

— La riconosci? proseguì Tita, ravvolgendo il filo al gomitolo, è questa qui; te l’ho voluta portare io stesso, perchè è cosa tua, sebbene non sia finita, anche i tuoi zii non hanno detto di no.

— Grazie, balbettò il fanciullo, e nascose la calzetta sotto il camiciotto.

— Non ci ho altro, conchiuse Tita, e me ne posso andare; però se tu avessi voglia d’uscire domani per visitare tua zia in camposanto, io verrò.

— Grazie.... ripetè il fanciullo

— Devo venire?

— Sì, sì, venga; ma bisogna chiedere il permesso al rettore.

— Lo chiederò.

— Venga presto.

Tita se ne era già andato tranquillamente, e il Coppa rimaneva ancora nel mezzo dello stanzone.

Nella vetrata della finestra appariva e spariva il nasino di Desiderio; gli occhioni di Speranza interrogavano invano.