I Drammi De Campi Padre Don Giuseppe La Vendetta Proprietari E

Chapter 16

Chapter 163,764 wordsPublic domain

Ma a un tal pensiero si sentì stringere il cuore, provò uno strano sconforto. Rivedeva netta l'immagine di lei, con tutte le seduzioni: si ricordava del suo sorriso, delle sue parole, de' suoi minimi gesti.... E la scacciava; cercava di contrapporle l'immagine di quell'altra. Ma quell'immagine si presentava sbiadita, la vedeva come attraverso un vapore. Amava Lia.... l'amava con tutta l'anima sua.... la povera fanciulla non era bella; ma era tanto buona, aveva gli occhi così dolci!... O ch'egli non aveva forse provato un momento di vera felicità quella sera.... l'istessa in cui gli Striati erano partiti per la villeggiatura?... La signora Ascenti li aveva lasciati un momento soli; erano seduti l'una vicino all'altro, e sfogliavano un album di disegni: le loro guance s'erano sfiorate. Lei s'era voltata rossa rossa, guardandolo co' suoi occhi neri, lucenti per la commozione vivissima.... Ma in quella avevano sentito il passo pesante della mamma. Egli però aveva accostato il suo piede a quello della fanciulla, ed essa non l'aveva ritirato.

Ma, cosa strana, a que' ricordi non provava più quella dolcezza che aveva provato le altre volte ripensandoci: vedeva invece il vestito a righe bianche e celesti dell'altra, col contorno netto dalle gambe accavalciate, e il piedino che usciva a metà di sotto alla balza, e si dondolava nervosamente....

Bisognava far la domanda quanto più presto, e stringer le cose: aveva accomodato gli affari suoi alla meglio, ma bisognava provvedere definitivamente e presto, se non voleva rovinarsi. Lia aveva una buona dote: avrebbero messo casa con lusso, comprati quattro cavalli inglesi e due carrozze. Ci voleva una cameriera per lei, un cameriere per lui, due servitori.... Il giorno avanti era sceso in giardino.... sotto a un capanno Serafina leggeva un foglio.... gli era parso una lettera.... lo nascose appena vide lui.... Che era quel foglio? perchè l'aveva nascosto?...

VII.

Era triste; un abbattimento profondo l'accasciava sotto al suo peso, quel pomeriggio, mentre andava su per l'erta, in cima alla quale biancheggiava tra gli ulivi la villa della signora Ascenti: respirava con voluttà l'odor di fieno segato ch'esalava dalla campagna; quasi senza pensiero, ascoltava il canto d'una quaglia che veniva di lassù, tra le vigne d'un bel verde dorato. Passò il cancello, e si trovò nel giardino: andava lentamente.

A un tratto si fermò accecato: aveva sentito un rapido e leggiero fruscio di sottane, e, in un lampo, due manine tiepide su' suoi occhi.

--Lia, disse Mario commosso; poi prese le manine della fanciulla, le staccò dolcemente, e si voltò tenendole sempre tra le sue.

Scoppiò un riso infantile.

--Cattivo! m'avete riconosciuta subito, esclamò la fanciulla, e fece il broncio.

Egli la guardò a lungo negli occhi, l'attirò a sè rapidamente, e stampò un bacio sulle sue labbra di vergine, soffocandone un piccolo grido: poi fuggì come un pazzo, e la lasciò tutta commossa e sorpresa.

Tornò due ore dopo.

Rosalia era con sua madre, nel salotto a pian terreno. Egli sedè mentre rispondeva alla signora, che, sdraiata sulla poltrona, con le mani intrecciate sul ventre, e in una beata sonnolenza, gli aveva domandato se fuori facesse caldo.

La fanciulla pareva agitata; lo guardava con una espressione di tenerezza inquieta; si sarebbe detto che frenasse a stento le lacrime.

Il sole cadeva dietro gli alti colli, quando la grossa signora mise un lungo sospiro, e s'alzò in tre tempi: era l'ora solita della passeggiata.

--Ci accompagnate? domandò al Furlani.

--Con tanto piacere, signora, questi rispose inchinandosi.

--Lia, figliuola mia, vieni a metterti il cappellino dunque.

E la signora uscì, seguita dalla fanciulla che vicino all'uscio si voltò due volte.

Furlani sedette. Egli fissava gli occhi al suolo, immerso ne' suoi pensieri, quando sentì il rumor d'un uscio che s'apriva. Rosalia s'avanzava verso di lui, in punta di piedi, rapidamente. Mario s'alzò.

--Perchè siete fuggito! mormorò la fanciulla, posandogli le mani sulle spalle, e guardandolo teneramente; io.... non ero in collera con voi....

E a un tratto, rizzandosi su' piedini, gli porse le labbra, con un moto di bimba, d'un incanto irresistibile....

Toccò a lei a scappare questa volta, temendo non avesse a sopravvenire la mamma.

Mario quella sera tornò alla villa molto tardi: trovò Serafina in giardino.

La giovine avvolta con grazia in un bernusse bianco, passeggiava lentamente. I raggi della luna battendole in pieno viso, davano un tono perlato alla sua pelle finissima di bella bionda. Sembrava malinconica: ma nello scorgere il cavaliere, i suoi mobili lineamenti presero un'aria di scherno.

--Rincasate tardi stasera, cavaliere.... o dove siete stato?

--Dalle Ascenti, signora, rispose lui alzando il capo quasi in atto di sfida.

--E lo dite in tono così tragico? Siete curioso davvero! Io, vedete.... avevo fatto un piccolissimo giudizio temerario....

--E quale, se è lecito?

--Avevo supposto che vi fosse saltato in capo di fare una veglia d'amore; sapete, come solevan gli antichi cavalieri.... e che perciò vagavate per i campi annebbiando la luna con i vostri sospiri. Ah, ah, ah, ah!

E infilò il braccio in quello del giovine, e lo trascinò verso la casa, i cui lumi rilucevano attraverso le foglie degli alti alberi.

Allora mutò gioco: tornò a pungerlo con epigrammi; faceva cadere a bella posta il discorso sulle signore Ascenti delle quali faceva grandi elogi; affettava di schivarlo, pur mostrandosi a lui in tutte l'ore del giorno, a lampi come una visione, baluginando fra i gruppi d'alberi del giardino; passeggiando in fondo a un viale, lentamente, in aria meditabonda, con un libro socchiuso in mano; salendo rapidamente su per le scale; passando e ripassando per lo scrittolo, mentr'egli vi s'intratteneva col marito; socchiudendo gli usci con arte, acciò, anche nell'andare da una stanza all'altra, egli la vedesse sdraiata mollemente nella poltrona, con i piedi incrociati sopra un alto sgabello, con gli occhi vaganti nel vuoto. Curava molto di più il suo abbigliamento, le sue acconciature; tendeva insidie con la seminudità del seno e delle braccia sotto a' leggieri veli, con la procacia degli atteggiamenti che mettevano in risalto le sporgenze ardite del suo petto di vergine romana, delle sue anche di Venere afrodite.

Furlani di triste diventava cupo: aveva smesso di fare il galante con la cameriera: ora davanti all'amico era assalito da subitanei rossori.

Aveva dei parossismi strani, indefiniti, che lo lasciavano in un abbattimento profondo.... Una volta che lei sdraiata sotto gli aranci gli diede il ventaglio per farsi vento, provò la voglia brutale di prenderla tra le braccia.

Fu ricordandosi di questo particolare, che quella stessa sera, chiusosi nella sua camera, ebbe un'arcana paura. Che voleva concludere quella donna.... dove voleva trascinarlo?... e a lui quali strane idee passavano per la mente.... Bisognava fuggire se non era un miserabile.

E tutta la notte credette che l'indomani lo farebbe.

Ma l'indomani non lo fece; non ne ebbe il coraggio: si sentì preso dal solito malessere, dal solito orribile stringimento di cuore: parvegli come se tutto morisse dentro di lui e attorno a lui. Però addusse a sè stesso le solite scuse: non avrebbe potuto veder più Lia ogni giorno.... si sarebbe mostrato più freddo con Serafina, ecco.... doveva stancarsi finalmente quella donna! Del resto egli non l'amava.... no, non l'amava.... E poi, aveva un mezzo sicuro per non cadere nell'infamia, evocare l'immagine dell'amico. Essa sola bastava a mettergli freddo nell'anima: presentandosi, anche se fosse lì lì per soccombere, era certo di rialzarsi incrollabile come uno scoglio.

VIII.

Una mattina s'era alzato presto: se ne stava con i gomiti appoggiati sul parapetto della finestra, e il capo tra le palme delle mani, più abbattuto del solito.

Il sole indorava le cime degli alberi del giardino e il tetto della casa; per l'aria fresca, imbalsamata di zagara, le rondini svolazzavano stridendo.

Egli pensava ch'era ben strano il caso che metteva lui, emerito scapestrato non uso a indietreggiare davanti a una qualsiasi pazzia, nella dura condizione di vedersi sempre attorno, delirante d'amore, una donna bella.... come un angelo, elegante, spiritosa, piena del fuoco della gioventù, e non potere stender la mano per toccarla con un dito! Fra lui e lei stava l'amico, a cui oltre il cuore, lo legava la riconoscenza.... Tuttavia doveva esser ridicola la figura ch'egli faceva davanti a Serafina.... chi sa che concetto s'era dovuto formar di lui la capricciosa! E insieme a un certo rammarico, provava un senso d'umiliazione, che pungeva la sua vanità.

--Eppure.... quanti amici non tradiscono gli amici?...

E chi sa quali conseguenze avrebbe tirato da questa premessa così piena di verità, se, a un tratto, un fruscìo di sottane non l'avesse riscosso, e fattolo voltare vivamente. Serafina veniva per il viale sottostante, correndo a piccoli salti come una bambina, dondolando le gomita. L'aria rotta modellava attorno al suo corpo la sottana d'un elegante vestito di mussolina a grandi righe bianche e celesti, scopriva i suoi piedini calzati di scarpette di pelle lucida, con borchiette d'acciaio, e, a lampi, qualcosa delle sue gambe ricoperte di calze anch'esse a righe bianche e celesti: fra' capelli biondi spiccavano due rose bianche.

--Cavaliere, venite, gli gridò senza fermarsi, vado a governare i miei fiori.

E passò accesa leggermente in volto, col seno tremolante sotto a' veli trasparenti del _fisciù_.

Una subitanea contrazione stirò i muscoli del viso del giovine: rientrò, prese il cappello, e scese in giardino. Ubbidiva a uno di que' moti irresistibili, che spingono l'uomo suo malgrado, annebbiandone la ragione.

La sera però disse all'amico ch'egli partiva.... gli levava l'incomodo....

Ma Nino non lo lasciò finire. Era un cattivo amico se voleva lasciarlo così presto; erano soli, egli allegrava la casa. Comprendeva che in questo c'era un po' d'egoismo da parte sua, poichè doveva annoiarsi mortalmente in una casa dove c'eran pochi divertimenti; ma che farci, in fondo a ogni affetto ce n'era sempre un zinzino dell'egoismo. Del resto conosceva una certa persona con cert'occhi neri, che doveva compensarlo a ribocco delle ore di noia ch'era costretto a passare in compagnia d'un uomo sempre dedito a' suoi affari, e d'una donna un po' lunatica.

Ma Furlani insistette: disse che affari urgenti.... doveva dar sesto alle cose sue.... prima di pregar l'amico a far la domanda della mano della signorina Ascenti che oramai s'era deciso a sposare.... piuttosto sarebbe ritornato.....

Allora Nino levò le braccia in aria e voltò il capo, protestando che non voleva sentire a parlare.... Era a disposizione dell'amico quando volesse per la domanda, ma non poteva comprendere tanta fretta a voler tornare a Palermo: tra venti giorni tutt'al più, sarebbero ritornati insieme, e venti giorni non eran poi gran che, tanto più ch'egli poteva veder la signorina quando gli piacesse.

Furlani balbettò, si fece rosso, e finì con acconsentire a restar ancora qualche giorno.

Intanto in Serafina cresceva l'amore per i fiori.

Mario per due giorni non s'affacciò alla finestra: il terzo sentì de' sassolini battere sull'imposta socchiusa. Provò un rimescolio in tutta la persona, corse ad affacciarsi, e vide Serafina mentr'era per lanciare un altro sassolino. La sirena si messe a ridere come una biricchina colta in flagranza.

--Non venite? gli disse poi: ed aspettò.

Allora ogni mattina lui si faceva trovare alla finestra: lei passava, e lo chiamava.

Era tornata gentile, la sua voce aveva qualcosa di carezzevole, che sin'allora non aveva avuto mai, i suoi occhi un'espressione di dolcezza infinita: non aggiustava più sul petto un merletto indiscreto, che mostrava troppo de' tesori del seno, non abbassava più il lembo della sottana sul piedino troppo scoperto, si abbandonava nella sua pudica seminudità, contenta che ei la frugasse tutta con gli occhi accesi di desideri. Si accoccolavano insieme in mezzo alle aiuole, e le loro mani s'incontravano tra 'l verde delle piante; si chinavano insieme su' fiori, e le loro guance e i loro capelli si sfioravano; li coglievano insieme, poi sedevano sull'erba, e facevano insieme de' mazzolini che scambiavano, governavano insieme un giacinto, un tuberoso, un geranio, una rosa bianca; e quella vita in mezzo a' fiori l'inebbriava, i profumi avvelenavano loro il sangue, soffocando i rimorsi dell'uno, irritando sempre più i desideri dell'altra.

Il marito andava, veniva sempre affaccendato: uno sguardo carezzevole alla moglie, un sorriso all'amico, qualche parola buttata lì mentre s'allontanava in fretta, e la sua faccia bruna riprendeva l'aria seria d'uomo d'affari.

IX.

Quella mattina egli era partito pel podere di Biavalle: doveva vedervi un semenzaio d'aranci, i cui arboscelli voleva comprare pel suo podere del Salice: era tardi, e s'era portato l'occorrente per far colazione sul posto.

Mario avrebbe voluto andar con l'amico; ma la via si doveva fare a cavallo, non c'erano altre bestie che il cavallo per Nino, un'asina per l'uomo ch'egli doveva condur seco: si poteva mandar a' Ficarazzi: però si sarebbe perduto troppo tempo. Convenne ch'egli restasse.

Si chiuse in camera, prese un libro e si mise a leggere.

Un picchio all'uscio gli fece alzar la testa: era la cameriera, la quale, tutta in contegno, con gli occhi bassi e una cera brusca che mostrava la stizza, veniva ad avvertirlo che la colazione era pronta. Però egli rispose che si sentiva indisposto, pregava la signora d'asciolvere senza di lui.

Ma partita la cameriera, cominciò a provare una smania sorda: aveva delle distrazioni, non comprendeva più quel che leggeva. Buttò il libro sul tavolino, s'alzò e si mise a passeggiare innanzi e indietro: poi si stese supino sul letto, dove restò a lungo con gli occhi aperti e immobili. Gli ronzavano le orecchie.

Un tossicchiare a sbalzi, misto a un fruscio di sottane, e a uno scricchiolìo di sabbia, sotto un passo leggiero, lo fecero rimescolare. Si rizzò sur un gomito, e stette ad ascoltare, con un gran batticuore, l'allontanarsi rapido di quel passo.

Era lei.... Mario l'aveva conosciuta alla camminatura. Ricadde sul letto.

Era lei.... E gli rientrò addosso l'agitazione della febbre, il respiro gli si fece affannoso, la gola secca. Poi vide delle larve di donna, nude, lascive; si contorcevano in mille modi sotto a' veli del cortinaggio, l'invitavano con le braccia aperte, con gli sguardi procaci....

Era lei.... Allora col cervello in fiamme, e le passioni in tumulto, cominciò a ribattere a uno a uno tutti gli argomenti che da più giorni il suo onore agonizzante metteva in campo per impedir la caduta; scacciò con un'ostinazione feroce il fantasma importuno dell'amico, il fantasma importuno della fanciulla di cui aveva incoraggito l'amore fino all'esaltazione, mostrando di dividerlo. Non una corda vibrava più nell'anima sua all'idea di spezzare que' due cuori.... Lo confessava finalmente non sentiva che per Serafina, non respirava che per Serafina.... n'aveva pieno l'essere! La rivedeva come l'aveva veduta quella tal mattina, correre per il viale, con il vestito a righe bianche e celesti, che l'aria rotta modellava attorno alla sua bella persona, con il petto tremolante sotto a' leggieri veli del _fisciù_; la rivedeva accoccalata in mezzo ai fiori.... trasaliva nel riprovare le sensazioni del tocco tiepido della sua mano tra 'l fresco degli steli, del solletico irritante de' loro capelli che si sfioravano.... Essa lo schermiva con quel suo sguardo beffardo, sentiva la scala del suo riso argentino... Soffocava.

S'alzò barcollando, prese il cappello, e uscì.

Il tempo si cambiava, vagavano per il cielo delle larghe nuvole grigie: qualcuna passava sotto al sole, e l'oscurava. Egli si spinse per i viali dando delle occhiate acute in qua e in là.

Ma il moto, l'aria aperta, la freschezza dell'ombra; calmarono il suo sangue agitato: portò una mano alla fronte. Manco male, quella terribile crisi era passata; era rientrato in sè stesso, si sentiva saldo di nuovo; provava anzi una vera pena, una certa vergogna d'essersi lasciato vincere. Poche ore ancora e l'amico sarebbe tornato.... Ma alla villa senza di lui non bisognava restarci più: alle strette andrebbe a chieder da pranzo alle Ascenti; si stupiva come mai non ci avesse pensato quel giorno stesso. E vide Rosalia triste, seduta alla finestra, a spiar la strada che serpeggiava fra gli ulivi, con la solita angelica rassegnazione....

--Povera fanciulla! esclamò con un sospiro, poi chinò la testa mestamente.

Una folata di vento squassò le cime degli alberi, sollevò a spire la polvere e le pagliuzze del viale; caddero de' goccioloni che batterono con rumore sulle foglie. Mario si scosse, e guardò in aria: da ponente veniva un tempaccio nero, brontolò un tuono. Egli era vicino al chioschetto e v'entrò per ripararvisi. Sulla soglia si voltò, poi si fece alla scala a chiocciola, salì e venne nell'unica stanzetta del piano superiore. Era ammobiliata con un divano addossato alla parete principale, un tavolino carico d'album e di libri, delle sedie di Genova sottilissime.

Si levò il cappello, e lo posò sul tavolino, sedette, prese un album, e l'aprì a caso. S'era abbattuto in un'incisione che rappresentava una donna a cavallo, ferma in mezzo alla radura d'un bosco: appoggiava il gomito sul ginocchio, posava la guancia sulla palma della mano, fissava gli occhi pensosi nel vuoto, come assorta in un profondo dolore. C'era scritto sotto: _Le dernier rendez-vous_.

Senza sapersene spiegare la causa, egli provava una dolce commozione nel contemplare quella figura di donna afflitta: l'atteggiamento gli pareva indovinato; vi si leggeva un romanzo. Lei era stata una giovinetta bella ed elegante, che il caso, l'inconsideratezza, o la ferrea volontà de' suoi, aveva legato a un uomo ricco, ma d'indole, di principi, di sentimenti affatto opposti, e perciò non atto a comprenderla. S'era imbattuta nell'anima sorella, nell'uomo che sapeva apprezzare al loro giusto valore i tesori d'affetti che racchiudeva il suo cuore ancor vergine, e lo aveva amato. Ma il marito era venuto a interrompere i loro sogni di paradiso, s'era gettato brutalmente in mezzo alla loro felicità.... Forse aveva avuto de' sospetti.... la menava via. Ecco perchè aspettava l'amante con quell'aria così desolata. Povera colomba!...

Uno scoppiettìo sul tetto di legno venne a distoglierlo da que' pensieri: chiuse l'album, s'alzò mettendo un sospiro, venne alla finestra, e guardò di dietro a' vetri.... Trasalì! Cadeva una grandine minuta, sotto a quella, Serafina correva verso il chioschetto, rialzandosi le gonnelle a due mani. I nastri neri del suo capellino di paglia a larghe tese, svolazzavano al vento; il grembiule di seta nera, le cui cocche erano infilate dentro la cintura, era pieno di fiori; ne uscivano dai due lati, e cadevano per terra. Il giovane stette un istante a divorare con gli occhi quella figura seducente, poi a un tratto, senza considerar bene quel che facesse, come seguendo l'impulso d'un istinto, corse a serrar l'uscio, e vi restò vicino, appoggiato alla parete: ascoltava con un dito tra le labbra, rattenendo il respiro. Pareva che il cuore gli volesse saltar fuori dal petto.

Sentì i passi di lei nel piano di sotto, li sentì per la scala a chiocciola.... Si scosse l'uscio due volte, a brevi intervalli.

--Curiosa! esclamò Serafina. E dopo un poco: Bravo! bravo! vedo il vostro cappello sul tavolino. Cavaliere, aprite; lo scherzo questa volta non è riuscito.

Guardava certo per il buco della chiave. Non c'era che fare.

Il giovane andò ad aprire: era turbatissimo. Serafina entrò frettolosa, tutta gaia, ridendo. Non era stato scaltro abbastanza.... se voleva farle uno scherzo....

Ma lui protestò balbettando. No, davvero.... non voleva farle uno scherzo... l'acqua l'aveva colto mentre passeggiava, s'era riparato nel chioschetto, nelle cui vicinanze si trovava: aveva chiuso per distrazione.... poi s'era messo a sedere, aspettando che cessasse di piovere. Assorto in pensieri, non aveva sentito il rumor de' passi....

Lei seguitava a ridere, lo guardava con una certa incredulità. Anch'essa era scesa in giardino; voleva cogliere de' fiori per metterne un mazzo a tavola: la grandine l'aveva colta, era tutta bagnata.

In questo mentre s'era slogato il grembiule, e aveva buttato i fiori sul divano: s'esalò un odore acutissimo, un misto di vaniglia, di garofani, di gelsomino, di malva d'Egitto. Si levò il cappellino, e lo posò su una sedia; poi arcuate le braccia, si mise a ravversarsi i capelli, messi un po' in disordine dalla corsa. Parlava sempre, interrompendosi con un certo riso, come se le facessero il solletico. Certo dei granelli di grandine erano entrati nella goletta del suo vestito; vi si liquefacevano, sentiva qualcosa scorrerle giù per la pelle.... brr, che freddo.

E introdusse delicatamente il fazzoletto nell'imbusto, e se lo passò a più riprese sul petto. Dunque, voleva farle uno scherzo; lo negava inutilmente, era uno scherzo che voleva farle. Non bisognava lasciare il cappello sul tavolino allora.... che bamboccione.

Egli la guardava muto, con uno strano sguardo.

--Che avete?... Il poverino è diventato di sasso! Via, asciugatemi le spalle piuttosto.... da me non ci riesco.

E cavato fuori il fazzoletto dal petto glielo porse. Il giovine lo prese, e cominciò a passarlo sul vestito, premendovelo con la mano tremante.

--Qui, diceva lei accennando. E lui ubbidiva.

--Qui. E lui ubbidiva.

La mussolina era trasparente; lasciava intravvedere le spalle, e il petto d'una bianchezza marmorea, le braccia con una leggiera peluria bionda. Un profumo inebbriante s'esalava dal suo corpo giovine; quel fazzoletto tiepido, uscito allora allora dal suo petto, scottava le mani di Mario.... Si sentì stringere la gola.... la sua ragione s'offuscò.... Corse all'uscio e mise il paletto.

Serafina si voltò bruscamente.

--Perchè serrate? domandò spaventata.

Ma il giovine non rispose: s'avanzava verso di lei, pallido, risoluto.

X.

Ebbrezze, e tormenti crudeli; trepidazioni e speranze; rimorsi e ribellioni; pronte risoluzioni, distrutte da non men pronti pentimenti; si divisero l'anima di Mario per alcuni giorni. Ma sul bel viso di lei non si contrasse un muscolo; vi si leggeva la placidità dell'innocenza, come se l'adulterio non v'avesse impresso un marchio di vitupero. Era più gaia, più ciarliera del solito. Una volta arrivò al punto di far l'imbroncita col marito, a proposito d'una bella ragazza, figlia del curatolo di Biavalle, ch'egli raccontava, guardando la moglie con un sorriso fine, avergli fatto sempre un mondo di gentilezze: e a Mario che la guardò stupefatto, essa dette un'occhiata lunga e ardente, una vera occhiata felina.

Non rumori, non trepidazioni, non pentimenti; nemmeno un senso di pietà per l'uomo che l'aveva beneficata! provava la soddisfazione d'essere finalmente riuscita nel suo intento, attaccando al suo carro Mario, un nobile, innamorato per di più d'una graziosa fanciulla; il piacere d'aver sollevato un velo a cui non era permesso toccare. Ciò che, con Eva, ha spinto sempre tutte le donne ad assaggiare il frutto proibito. E a poco a poco, e per l'abito alla colpa, e perchè ammaliato sempre più dai vezzi della sua complice, e per l'esempio di tanta sua indifferenza e arditezza, e per il desiderio di godere anche lui i piaceri cocenti di quell'amore, senza l'amaro di molesti pensieri, nell'animo del Furlani venne operandosi un mutamento rapido, che lo condusse a imporre silenzio alla coscienza, con una scrollata di spalle; e se questa non bastasse, a imbavagliarla con la solita massima «il mondo è andato sempre così.»