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Chapter 15
Alle prime scaramucce nessuno de' due avversari perdette un palmo di terreno; la giovine non ardiva ancora di servirsi di tutte le sue armi: ma a poco a poco gli assalti cominciarono a farsi più vigorosi e più incalzanti. Furlani non ne aveva la meglio: però l'amor proprio non gliene faceva accorgere; prendeva gusto anzi a quel gioco. Non aveva avvicinata mai una donna di tanto spirito! era proprio quel che si dice un forte avversario, bisognava star bene in gamba con lei, tutt'altri sarebbe stato battuto dieci volte.... cento volte, ma lui.... non c'era questo pericolo! E si riscaldava, e lontano da lei immaginava dialoghi dove egli ne diceva di quelle da far strabiliare, col sorriso sarcastico della bella donna davanti agli occhi, con quello sguardo che non aveva visto che a lei, con quei suoi gesti pieni di grazia, con la sua voce dal tono così dolce nell'orecchie.
E aspettava l'indomani, e l'ora ch'era solito andare in casa Striati, con un'impazienza che rasentava la smania: non giocava più, non andava più ad altre conversazioni, non frequentava più gli amici.
Trascurava anche le Ascenti.
Aveva conosciuta Rosalia sin da piccina; i loro genitori erano stati amicissimi, quantunque quello della fanciulla fosse realista, il suo liberale. Costretto a partire con questo che fuggiva l'ira borbonica, aveva ripensato a lei con tenerezza da fratello, rappresentandosela sempre con quel musetto malizioso di birichina, con quegli occhioni a mandorla dolcissimi, unica cosa che avesse di bello veramente.
Quando la rivide, essa usciva allora da Sales; la fanciulla a diciott'anni, nel suo vestito semplice e grazioso d'educanda, non aveva smesso per nulla l'aria della ragazzetta a sei o sette: era cresciuta però, ed egli si trovò imbarazzato, non sapendo se dovesse darle del tu, del lei o del voi come via di mezzo. Fortuna ch'essa venne in suo aiuto dandogli del voi, arrossendo leggermente, col gaio e fresco sorriso di un tempo; e per più giorni scorsero il capitolo dei ricordi.
Egli cominciò a frequentare in casa di quelle signore, allettato dal buon viso che gli si faceva, contento di ritrovare di tanto un cantuccio quieto di paradiso, in mezzo all'inferno della sua vita rotta ad ogni dissipatezza. Rosalia l'accoglieva sempre gaia, sorridente, stordendolo e interessandolo col suo cinguettìo di piccola passera: e gli raccontava le biricchinate che faceva con le compagne nell'educandato, enumerava i gastighi che le avevano dato, parlava della vita che vi si menava, di quello che le avevano insegnato: e interrompeva il discorso or per andare a prendere un ricamo, un album di disegni, e mostrarglielo: or per leggere una pagina d'un libro francese, o quella d'un libro inglese; or per sonare un pezzo sul pianoforte, provando una gioia innocente nel mostrare al suo amico, che po' poi non aveva perduto il tempo affatto. Ciò senz'ombra di civetteria, con mille osservazioni, con mille domande le quali lo spingevano indirettamente a dire il suo parere, ch'essa ascoltava con un vivo color di rose sulle guance. E la fanciulla giunta a quello stadio della vita in cui la donna stende le sue aspirazioni verso l'uomo, come l'edera i suoi teneri getti sotto al tiepido sole di primavera, si veniva sempre più attaccando a lui, che, suo malgrado, si migliorava a quel tocco vergine.
Ma una sera un suo amico volle condurlo a ogni costo dalla Loss, ballerina allora celebre per bellezza, per bravura, e per qualcos'altro ancora... quel demonio l'afferrò per i capelli.
Alla fine della stagione partì con lei senza nemmeno andare a salutar la sua piccola amica.
Tornò due mesi dopo, con la borsa vuota, e un disinganno di più: la bella l'aveva piantato per un ricco signore in _off_.
Egli per consolarsi se n'andò a caccia a Tunisi.
Fu dopo questa scappata che il suo avvocato, il quale aveva anche per cliente la signora Ascenti, gli propose il matrimonio con Rosalia, mettendogliene in mostra tutti i vantaggi. Ma egli era in uno di quei momenti in cui la ferita recente fattavi da una donna, vi mette nell'anima l'indifferenza, e l'avversione per tutte le altre. Rispose che conveniva con lui su' vantaggi di quel matrimonio; ma che non l'avrebbe contratto, per la semplice ragione ch'era troppo giovine, e non voleva incatenarsi per sempre senza mature riflessioni.
Però due giorni dopo andò a far visita alle Ascenti.
Trovò la povera Rosalia acciaccata assai. Un vivo rossore coperse le sue guance smunte appena lo vide, poi s'alzò con un lampo di vera gioia negli occhi, e gli andò incontro vivamente, senza pensare a ciò che facesse, ch'era presente la mamma. Alle domande premurose del giovine rispose con un certo imbarazzo ch'era stata ammalata; però ora si sentiva meglio: volle sapere dov'era stato, perchè non era venuto a salutarle prima di partire. Egli se la cavò con alcune bugie dette abilmente, e della cosa non se ne parlò più.
In capo a otto giorni Rosalia s'era rimessa del tutto, gli eran tornati i colori e la gaiezza. A questi sintomi Mario s'accorse della passione che la fanciulla aveva per lui. Era ingenua e buona, vicino a lei provava una dolcezza placida, un senso di quieto benessere, quei suoi occhi neri lo riscaldavano come un raggio di sole primaverile....
Fu in quel tempo che conobbe Serafina.
Intanto tra di loro la guerra seguitava più accanita che mai: però egli cominciava a toccare le prime serie sconfitte. Diventò inquieto, perdette quella fede in sè stesso tanto necessaria in simili occasioni; Serafina venne sempre guadagnando terreno, fino a che una sera lo ridusse al silenzio.
Era il primo caso di simil genere che succedeva a Mario; e ne provò un'umiliazione profonda. Riandava i vari discorsi, ricordava certe frasi degli ultimi dialoghi; ora gli venivano spontanee le risposte; delle risposte da levarle il pelo addirittura! E domandava a sè stesso come mai non gli erano corse alle labbra su quel subito, quale strana potenza esercitava quella donna su di lui per fargli perdere la bussola a quel modo! Faceva proposito di ritornare all'assalto, ci ritornava e n'aveva sempre la peggio: davanti a quel diavolo di donna ora si sentiva impacciato.
E a un tratto, senza un buon perchè, sentì un amaro dispetto. Stimava strana la condotta della moglie dell'amico: aveva avuto un curioso capriccio ad assalirlo con frizzi fino dai primi giorni della loro conoscenza: egli era stato sempre cortesissimo con lei; le aveva usato que' riguardi che un gentiluomo deve a una signora; le sere del suo abbonamento le aveva fatto la corte in palco, regolarmente, come a una duchessa; non aveva mancato mai alle visite di dovere; trovava frasi nuove, gentili sempre per i suoi abbigliamenti; era arrivato al punto di lodare la sua abilità nella musica, cosa non vera di certo: diamine, non aveva nulla da rimproverarsi! Prese un'aria seria, un pochino anche altera, cominciò a diradare le sue visite, poi non ci andò più. O che si credeva quella pedina!
Ma era agitato, non poteva star fermo; volle riprendere le antiche abitudini, e s'annoiò da per tutto, anche in casa delle Ascenti. Provava un certo malessere nell'ore ch'era solito andare da Serafina; se ne stava musone, com'un bambino contrariato.... Gli dispiaceva per l'amico.... per lui solamente.... un caro giovine, cortesissimo, tutto cuore.... chi sa cosa ne pensava di quel suo brusco cambiamento....
E otto giorni dopo fu il marito stesso che lo levò da tante pene. S'incontrarono in Toledo.
--Galantuomo!...
--Oh! Nino! esclamò il giovine arrossendo: e gli stese la mano che l'altro affettò di non voler prendere.
--C'è la peste in casa mia che non ti si vede più?
Allora egli mentì. Era stato ammalato, aveva avuto delle febbrerelle nervose, che l'avevano lasciato debole di molto: quella mattina s'era sentito meglio, e aveva voluto far quattro passi.
Striati si dispiacque, lo rimproverò perchè non gli aveva fatto saper nulla della malattia, sarebbe andato a trovarlo; in sua compagnia l'amico non avrebbe sentito la noia di doversene stare in letto....
Poi fecero un buon tratto di via insieme, discorrendo, e non lo lasciò se prima non si fece promettere che sarebbe andato a casa sua come per solito. Serafina gli aveva domandato diverse volte di lui.
L'indomani Mario non si tenne, e all'ora solita, si presentò di nuovo in casa Striati. Nel salire le scale, il cuore gli batteva con violenza. Trovò lei nel salotto, sdraiata mollemente sur una poltrona, co' piedi incrociati sul panchetto imbottito, ricoperto di velluto cremisi: leggeva. Era seria, pallida, aveva gli occhi lucenti come se avesse la febbre, e nella sua persona nel suo abbigliamento, c'era qualcosa di negletto, che colpiva di più perchè insolito.
Alzò gli occhi dal libro con un «oh!...» languido, e gli stese la mano languidamente, mentre con l'altra posava languidamente il volume chiuso sul marmo del caminetto.
Gli domandò della sua salute; nulla del perchè non s'era fatto più vivo.
Da quel giorno non più frizzi: ritornò cortese come prima, ma restò malinconica. Parlava poco, quando c'era lui, faceva cader sempre il discorso sulle aspirazioni dell'anima, sull'insussistenza della felicità vera, sull'altra vita che doveva esser certo migliore della presente.... Sì che il giovine, gaio per solito, senza sapersene spiegare il perchè, cominciò a veder nero anche lui.
Una sera desinavano in famiglia: marzo, per l'imposte aperte del terrazzo, metteva nella stanza una profumata tiepidezza di primavera. Parlavano dell'imminente villeggiatura.
--Vuoi farci un regalone? disse Striati al cavaliere Mario Furlani che gli stava seduto dirimpetto; vieni in campagna con noi.
Mario dette una rapida occhiata a Serafina.
La bella donna pareva tutt'intenta nel piacere d'assaporare una pera che tagliava lentamente fra i ditini rosei bagnati dal succo.
--Ti ringrazio, Nino.... ma per ora non posso: forse in seguito profitterò del tuo gentile invito.
Serafina, senza insistenza, aggiunse qualche parola, costretta com'eravi dalla sua qualità di padrona di casa: poi domandò al giovine se avesse delle serie occupazioni in città.
Quel dopo desinare Mario fu di cattivo umore: se n'andò prima assai del solito, adducendo per scusa, che l'aspettavano in casa Ascenti.
V.
Partirono per la campagna, e del cavaliere non se n'ebbe più notizia.
--A proposito.... il tuo amico non viene più? domandò Serafina quindici giorni dopo al marito intento a lavorare attorno a un opuscolo sugli agrumi, che aveva intenzione di pubblicare. E con la mano soffocò un leggiero sbadiglio.
--Mah!... chi può contare su quella testa bislacca, rispose lui alzando il capo lentamente. E poi, confessalo, tu non l'hai incoraggiato di molto.
--Io?
--Tu.
--Dovevo forse inginocchiarmi davanti a lui.
--No, Dio mio; ma avresti dovuto insistere quando io l'invitai; anche per semplice cortesia.
Poi, rimettendosi a scrivere, continuò a frasi interrotte:
--Quand'uno v'è antipatico.... non è permesso di dimostrarglielo.... È certo per la tua fredda accoglienza che non è venuto.... le Ascenti son qua da otto giorni.... Non è bene, vedi.... egli è un mio carissimo amico.... Del resto.... l'hai giudicato male.... è un buon giovine in fondo....
Lei s'alzò stringendosi nelle spalle: si fece alla finestra, e si mise a stamburinare su' vetri. La campagna, sotto a un velo grigio uniforme, era triste: giù, nel mezzo giorno, un cantuccio di cielo celeste pallido, ti faceva pensare a un di que' tramonti limpidi, striati d'opale e di croceo.
Serafina guardò quel cantuccio lungamente, poi mise un sospiro.
--Senti, disse voltando il capo bruscamente verso il marito, se credi realmente che sia per causa mia che il tuo amico non viene.... scrivigli; ti prometto che farò la pace con lui. E s'allontanò con la sua solita risatina rapida e squillante.
Egli l'accompagnò con uno sguardo pieno d'amore, poi chinò il volto sulla carta, su cui la penna seguitò a stridere.
Cinque o sei giorni dopo arrivò Furlani. Nino fece gran festa all'amico, la moglie l'accolse co' soliti frizzi che riaprirono nell'anima del giovine le ferite dell'amor proprio appena rimarginate. Ma lei o non se ne accorse, o finse di non accorgersene: pareva come se oramai sicura ch'egli non potesse scapparle, si volesse divertire a tormentarlo: era ridivenuta gaia, e civettuola.
Ma avendogli ei detto un giorno, non senza un leggiero pizzico d'ironia, che i suoi affari non permettevano che stesse di più a godere delle delizie della loro villa, e della loro gradita compagnia, essa cambiò maniere a un tratto.
Fu un vero sollievo per il giovine ch'era stato a un pelo dall'andarsene. Di questo suo compiacimento si adduceva a ragione che le Ascenti erano a villeggiatura, non avrebbe potuto veder più Lia ogni giorno.... ora gli era necessaria quella fanciulla....
E a scongiurare un nuovo pericolo, si mostrò premurosissimo verso di Serafina, s'adattò a ogni suo desiderio, corse a ogni suo minimo cenno.
E la capricciosa ne profittava.
--Cavaliere, ho dimenticato di sopra l'ombrellino.... sareste tanto gentile d'andarmelo a prendere? Lo troverete sul pianoforte.
Accompagnava queste parole con uno sguardo languido, con un sorriso che aveva, direi quasi, il solo incarico di mostrare i dentini bianchi e ben disposti nella bocca di corallo, e il cavaliere s'inchinava e andava a prender l'ombrellino.
--O Dio.... il mio cappellino.... dove l'ho lasciato dunque?... ah, sì, nel chioschetto. Cavaliere.... sareste tanto gentile d'andarlo a prendere?
E il cavaliere s'inchinava, e andava a prendere il cappellino.
Ed ora era un libro che aveva dimenticato sotto un capanno, or un fazzoletto sul sedile di marmo vicino la vasca, e il cavaliere andava a prendere il libro, o il fazzoletto.
A volte poi si faceva appuntare una forcina fra le trecce bionde; a volte si sdraiava mollemente sotto agli aranci, e vi restava delle ore, mentre lui, sedutole vicino, tracciava col bastone de' geroglifici sul terreno, e rispondeva al suo cinguettìo approvando di tratto in tratto con de' cenni del capo. In quell'ora la campagna, e per lo più soleva essere rinfrescata da un venterello di mare; in un boschetto vicino, un'upupa faceva sentire nel silenzio il suo bu, bu, bu, malinconico, cui una tortora accompagnava col suo canto grave e gutturale: a volte vi schiamazzavano de' cardellini. Essa, stanca finalmente, taceva; poi s'alzava bruscamente, metteva un sospiro, e gli domandava il braccio: voleva passeggiare.
E il cavaliere s'alzava, s'inchinava, e offriva il braccio.
Lei o andava lentamente, abbandonata tutta sul giovine, con gli occhi nuotanti nella tenerezza, con un leggiero velo di malinconia nel volto leggiadro; o lo trascinava a celeri passi, vispa, gaia come una bambina, affascinante sempre ne' suoi abbigliamenti che modellavano a pennello le curve ardite del suo bel corpo di fata.
Epperò in processo di tempo Mario cominciò ad accorgersi che i fini di lei tendevano a tutt'altro che ad una semplice dimostrazione d'amicizia; gli era parso di leggerlo nel languore dei suoi occhi azzurri.... Oh! egli era espertissimo in simil genere di cose, e una donna appena innamorata la conosceva subito.
Non ne fu turbato, nè inquieto. No, realmente, non gli piaceva proprio quella donna.... benchè non si poteva negare che fosse bella.
Però si mise a osservare.... Non voleva mica accertarsi della cosa per un fine cattivo; tutt'altro.... ma ci avrebbe avuto un bel gusto a potersi vendicare un pochino della sconfitta durata, della condotta capricciosa di lei. Era sicuro del fatto suo: amava Rosalia che quanto prima avrebbe chiesto in isposa; stimava troppo l'amico, col quale aveva anche un'infinità di obblighi, e non pensava certo ad ingannarlo; oibò, che infamia! sarebbe rimasto saldo come una rupe, freddo come il marmo, lasciando che lei si riscaldasse a sua posta. Oh, il bel giochetto!... Via, si risolveva senza meno, era troppo forte la tentazione: quella signora gli aveva fatto ingollare parecchi bocconi amari. Stabilì il modo di condursi: si poteva riepilogar tutto in due parole, freddezza e ironia.
E seguitò a starsene vicino a lei sotto gli aranci, ad ascoltare il suo cicaleccio, a sostenere il fuoco dei suoi occhi, a sentire il tiepido contatto del suo corpo, quando gli s'abbandonava sul braccio, come se lei non fosse fatta di carne, e lui neppure. Affettò d'adattarsi a' suoi capricci per semplice e pura cortesia, lasciando anzi trapelare la noia che gli arrecava una tal cosa, e gongolava all'idea della rabbia ch'essa doveva provare a una condotta simile. La sera sedevano al fresco, sul sedile di legno tra i lilla del giardino: lui le parlava del marito, con una vena inesauribile; lei affettava un'aria distratta, sfogliava de' fiori. A un tratto alzava la testolina bionda, con un movimento tutto proprio, e gli rompeva le parole in bocca; cominciava a parlar d'un mondo di cose: era un vicino che metteva in canzonella; una storiella scandalosa che spiatellava lì con parole un po' libere, col solito risolino rapido e squillante; o sferzava spiritosamente una signora, sua intima amica; o cinguettava di mode, di balli, di teatri, di ricevimenti; o faceva progetti per il carnevale venturo; mescolando a tutto ciò osservazioni curiose, trovando frizzi per tutti, ma non più per il cavaliere. Ciò quando non raccontava le sue contrarietà domestiche, le quali chiamava, sospirando, guai irreparabili. Allora era lei che gli parlava del marito, aggiustando con un abbassar d'occhi e un allungar di muso un merletto indiscreto che lasciava veder troppo dei tesori del seno, una ciocca ribelle, ritirando rapidamente sotto al lembo della sottana un piedino un po' troppo scoperto per un suo brusco movimento. Eran di carattere affatto opposto.... essa allegra, amante di divertirsi; egli serio, dedito tutto agli affari, felice solo quando poteva occuparsi de' suoi progetti d'amministrazione, fare i suoi calcoli presuntivi su quanto potrebbe dare or questo or quello dei suoi fondi, messi in cultura da lui, con i nuovi sistemi, quando poteva tracciar disegni di pozzi artesiani, di case coloniche, di grandi magazzini. E imbrattava carta e carta tutto il santo giorno senza stancarsi mai. Quel lavoro che lo faceva vivere in mezzo a un mondo di progetti animati da una ridda di cifre, appagava pienamente tutti i suoi desideri. Era buono, era affettuoso con lei, non poteva negarlo.... ma il vederlo sempre lì, serio, dedito a una cosa, le urtava i nervi davvero!
E così dicendo, aveva un certo modo di far bocca da ridere, che faceva venir voglia di mangiarla.
Furlani la lasciava dire: poi usciva in elogi sperticati sugli uomini che si dedicavano al miglioramento delle proprie condizioni: e sosteneva la tesi con calore, enumerando i vantaggi che ne ricavano l'individuo e la società, citando nomi ed esempi d'ogni sorta di gente, e d'ogni nazione, finchè lei s'alzava di scatto: voleva rientrare.... c'era troppo fresco....
Ma a lui invece piaceva di star fuori, e la vedeva allontanare con un sorriso fine, torcendo tra l'indice e il pollice or l'una or l'altra delle punte de' suoi baffi neri.
E ad aggravare anche di più questa sua condotta stizzosa, gli venne in idea di fare il galante con donna Maricchia la cameriera. Bella! superba! era contentissimo di questa sua pensata, proprio quel che ci voleva al compimento dell'opera. E senza mettere tempo in mezzo, cominciò a farle gli occhi dolci.
Donna Maricchia andò in brodo di giuggiole: quell'elegante e bel giovinotto, un signore davvero, innamorato di lei! Oh, la stizza che n'avrebbe il sor cuciniere il quale faceva il superbo come se fosse un gran personaggio! e una volta che la serva da strapazzo gli disse: perchè non sposate donna Maricchia? ebbe il coraggio di rispondere: _criati, tuccati e mamati_. Sfacciato! essa toccata e maneggiata! essa!... ne voleva crepar dalla rabbia! E sognava un Eldorado: il cavaliere doveva esser ricco. E tutta riscaldata faceva progetti sul modo di condursi con lui: mostrar di cedere, e non cedere; fargli perder la bussula, e mungergli il borselino. Ora era lei che guardava il cuciniere d'alto in basso, come se quell'amorazzo che supponeva nutrisse per lei il cavaliere, l'avesse elevata all'altezza d'una gran dama: e affettava i modi sciolti e civettuoli della padrona, ne scimmiottava d'una maniera assai buffa le arie, la foggia d'abbigliarsi, il riso, quel riso che l'era parso sempre così grazioso.
Ma con gran sorpresa del giovine, e anche un po' con una certa stizza, Serafina non mostrò accorgersi di nulla: egli che a ogni galanteria sbirciava il volto della bella donna, non vide mai contrarsene un muscolo. Era sempre gaia, sempre premurosa, aveva sempre qualcosa da fargli fare, con quella vocina melata, e con quel sorriso ammaliatore che mascheravano un vero comando.
Il marito andava, veniva sempre affacendato come se amministrasse una provincia. Uno sguardo carezzevole alla moglie, un sorriso all'amico, qualche parola buttata lì mentre s'allontanava in fretta, e la sua faccia bruna riprendeva l'aria seria d'uomo d'affari.
VI.
Una sera Mario e Serafina passeggiavano in giardino. A un tratto lei che da un pezzo non faceva altro che aggiustarsi il _fisciù_ tirandolo or da un lato or dall'altro, gli disse:
--Cavaliere, appuntatemi un po' questo benedetto _fisciù_ che mi gira attorno il collo. E senza dargli tempo, gli voltò la schiena, e gli si fermò davanti abbassando la testa, e porgendogli uno spillo per sopra la spalla. Egli trasalì: tuttavia cercando di non guardare la sua bella nuca bianca, introdusse due dita dentro la goletta fissò il _fisciù_ col pollice, e v'appuntò lo spillo.
Quand'essa si rivolse s'accorse ch'era pallido.
--Che cosa avete? esclamò guardandolo con un'aria di bambina meravigliata.
--Io?... nulla!
Un lampo s'accese negli occhi azzurri di lei.
--Via, riprese poi strascicando le parole, chi volete che lo dica alla vostra sposina? rassicuratevi; non ci ha visto nessuno. Ah, ah, ah, ah!
E il suo riso, questa volta non tanto schietto, scoppiò nell'aria tiepida, e fece fuggire una cutrettola che cantava a poca distanza sulla siepe fiorita, e saltellava, or alzando la coda, ora abbassandola con i movimenti graziosi propri di quelle bestiole.
Furlani aggrottò le sopracciglia; un leggiero sorriso gli sfiorò appena le labbra, ma non rispose.
Era la prima volta che Serafina alludeva alla signorina Ascenti, e ciò turbò Mario, lo fece soffrire realmente. Rientrò in sè stesso: aveva fatto male a mettersi in quell'imbroglio, a lasciar che le cose arrivassero a un tal punto.... dove si sarebbe andato a parare seguitando così? Sinchè si trattava d'uno scherzo.... d'una vendetta innocente.... non c'era che dire; ma ora la faccenda cominciava a farsi seria. Egli non amava Serafina.... era vero: ma il marito poteva leggergli nel cuore? E se s'insospettisse?... bastava uno sguardo, una parola, un gesto.... non diceva una scena come quella della sera! Soffriva al solo pensarlo. Nino era un carissimo amico: quante volte, con un prestito opportuno, non l'aveva levato da posizioni assai scabrose! queste erano azioni da non dimenticarsi mai.... Bisognava smettere.