I Drammi De Campi Padre Don Giuseppe La Vendetta Proprietari E
Chapter 14
E quella gente, che aspettava il morto, con una curiosità priva di commozione affatto, a quella vista non resse. Furono attorno alle due donne, cercarono di calmarle, di farle tornare indietro: qualcuno piangeva.
--Lasciatemi andare!... urlava la povera Serena, lasciatemi andare!...
E aveva un piglio terribile.
Risonò uno strido straziante, uno di quegli stridi che sogliono cacciare le anime veramente disperate. Allo svolto della via, l'infelice aveva visto in confuso tra le divise, la scala con sopra la massa inerte del cadavere del marito.
--Peppe!... oh, Peppe!... urlò strappandosi i capelli: e con quella forza sovrumana che da il dolore, rovesciando quelli che cercavano di tenerla, corse a buttarsi sul morto.
La povera vecchia, sostenuta da due donne, guardava quello spettacolo, tremante, con gli occhi invetrati, mettendo di tratto in tratto dei rantoli che stringevano il cuore.
VIII.
Dalla sezione cadaverica, che si fece l'istesso giorno nella sagrestia di S. Giuseppe, risultò che Peppe non aveva ferite nè d'armi bianche, nè da fuoco, il suo fucile s'era trovato carico, proprio all'orlo del precipizio, trattenuto da un cespuglio. Nessun indizio che mettesse la giustizia nella buona via; tutto faceva credere ch'egli fosse precipitato per un fatale accidente. Le autorità ne fecero rapporto ai superiori.
Trascorse un mese: all'accaduto non ci pensava più nessuno.
--To', carogna rognosa.... to'.... Santissimo diavolo, t'ammazzo se ti vedo un'altra volta con le capre nella Riserba!
Così il su Carluccio, con un nerbo in mano, tempestava di colpi un povero capraio giacente in terra.
--Ahi!... c'erano entrate appena, su Carluccio.... Ahi! m'ammazzate! urlava il poveretto, mettendo avanti un braccio per difendersi la faccia, e chiudendo gli occhi a ogni nerbata.
--To'.... to', assassino! seguitava il su Carluccio, con gli occhi iniettati di sangue, e con la schiuma alla bocca.
--Ahi!... Ahi!... mamma mia!...
--To'.... to'.... E zombava, e zombava, senza stancarsi.
--Sono morto.... balbettò il capraio, e restò inerte.
Egli s'allontanò bestemmiando, e voltandosi spesso a urlar minacce ed ingiurie al giacente.
Ma l'istessa sera il capraio, con la testa fasciata, tutto livido e pesto, si portò all'Uliveto come meglio potè, e domandò del su Menico, il fratello campiere di Peppe.
--M'hanno detto che tu cerchi di me.
--Gnor sì, su Menico.
--Che vuoi?
--Devo parlarvi.
--Sbrigati.
--.... Qui no.
--Oh! oh!.... è importante quello che devi dirmi?
--Importantissimo.
--Ma tu che hai che sei tutto fasciato?
--Son caduto, mentre inseguivo una capra nelle balze del Pero.
--Vieni dunque.
E lo condusse poco lontano dalla casa, sotto un ulivo saracinesco.
--Ora puoi parlare.
--Giurate, prima di tutto, che non mi nominerete mai.... qualunque cosa succeda.
Quello lo guardò fisso e a lungo.
--Da _picciotto_ d'onore, disse poi portando la mano al petto.
--.... V'hanno detto.... che vostro fratello Peppe è caduto per caso dalla Rupe Rossa....
--Sì, rispose il su Menico, aggrottando le sopracciglia.
--Ebbene.... non è andata così liscia la cosa.
--Che dici!
--La verità.
--L'ammazzarono dunque! esclamò, fattosi verde come l'aglio.
--Gnor sì.
--.... E.... chi fu?...
--Il su Carluccio.
E gli raccontò quel che aveva veduto.
Il su Menico portò la mano destra alla bocca, e si attaccò un morso in un dito.
IX.
Uno splendido sole di marzo illuminava la campagna: tirava una brezzolina pungente. Il su Cicco, dondolandosi sulla sua robusta cavalla baia, faceva la solita girata per il bosco.
Si sentì un colpo.
--_M'ammazzaru_!... gridò il campiere, e cadde da cavallo.
Ma col pallore della morte nel viso, si sollevò sopra un braccio, e arrivò anche a cavar fuori la pistola dalla tasca del giubbone: ma in quella si sentì un secondo colpo, e una palla venne a bucargli l'osso frontale.
La domenica dopo, verso ventitrè ore, il su Menico passeggiava, con un suo cognato, nella piazza d'Altavilla, tra un mondo di gente.
Un uomo armato s'affacciò alla cantonata d'un vicolo, spianò lo schioppo, e fece fuoco due volte: il su Menico e il cognato stramazzarono senza manco poter dire, Gesù aiutatemi!
Nessuno si mosse ad arrestare il feroce omicida, che, di buon passo, senza punto affrettarsi, imboccò un vicoletto vicino, e scomparve.
Era il su Carluccio. A pochi passi dal paese l'aspettava un contadino con la cavalla, vi saltò sopra, e via di galoppo.
In quel tempo Valvo e Cicero, o che avessero dato fondo alle venticinque mila lire pagate loro prima di imbarcarsi, e si vedessero alle strette; o che rimpiangessero la vita d'ozio e di violenze, che avevano menato per tanti anni e con tanta fortuna; o che la mafia, per mezzo d'amici di là, avesse fatto pratiche insistenti per aver di nuovo nelle campagne ausiliari così potenti; o per tutte queste cose insieme; erano ritornati dall'America, e battevano nei contorni di Termini. Il su Carluccio andò a trovarli, e fu accolto proprio a braccia aperte.
PROPRIETARI E FITTAIOLI
I.
Zu Vito, qualcosetta sul fitto ce l'avete a crescere, disse all'antico fittaiolo il babbo Striati prima d'andare dal notaro a rinnovar l'atto scaduto.
--Che dice mai vostr'eccellenza! io ci ho rimesso ogni anno.
--Eh, via!
--Glielo giuro per il santo giorno ch'è oggi.
Striati si strinse nelle spalle, come per dire: non so che farci, e il zu Vito lo guardò freddamente.
--I giardini glieli lascio piuttosto, aggiunse abbassando que' suoi occhiacci iniettati.
--Fate pure, rispose il vecchio. E mise i giardini all'asta.
Quella sera nel paesetto ci fu un movimento insolito. Il zu Vito Sala, suo figlio Brasi, Bartolomeo Lalla il socio, s'eran messi in giro: e bisbigliavano or con questo or con quello, alla cantonata d'un vicolo, sotto la tettoia della piazza, nelle vicinanze d'una taverna, nel vano della porta laterale della chiesa, nello stradone fuori del paese. Era un batter palmate sulla spalla con un «badiamo!» un far festa, con un «non ne potevo dubitare;» un far proteste di servizi futuri, portando la mano al petto; un accorto minacciar guai, masticando certe frasi smozzicate, che finivano poi con un «ma se lo dicevo io che gli amici son sempre amici!» un contegno da can cucciolo, con certi mastini che solevano mostrare i denti....
E il risultato di quest'armeggiare fu, che l'asta dei giardini dello Striati restò deserta tre volte. In mancanza di meglio, il proprietario dovette contentarsi dell'offerta del zu Vito, alle quali, profittando dell'occasione, il furbo aveva anche fatto un piccolo calo. Striati comprese che il tiro glielo avevano fatto i fittaiuoli; ma dovè roder l'aglio: li conosceva, e non era un leone.
Morì due anni dopo, lasciando erede de' suoi beni Nino il figliuolo unico.
Il vecchio era stato uno stravagante, una specie di progettista visionario, che, con cocciutaggine strana, aveva messo in atto disegni e disegni, i cui frutti non eran poi rispondenti alle spese. Ed ora aveva dovuto chiudere una filanda, sei mesi dopo che l'aveva aperta; or una locanda che doveva dar tesori; or un mulino a vapore; or una fabbrica di sapone; e i danari se n'andavano a palate. Il patrimonio dunque un certo assesto lo voleva. Nino progettista anche lui è vero, ma dotato di quella sagacia che mancava al padre, fece delle transazioni con gli uni, degli accordi con gli altri, vendè come ferro vecchio il materiale delle macchine, ridusse i fabbricati in case, e l'appigionò. Allora potè respirare un poco, e volgersi con più calma alle cose di campagna. Anche lì trovò del marcio, e non poco: i due giardini d'aranci, e un bel podere, affittati per ventimila lire all'anno al zu Vito e socio, n'avrebbero potuto dar quaranta, per lo meno! era stato proprio uno sperpero, e sarebbe stato urgente rimediarci. Ma c'era disgraziatamente quel benedetto contratto di fitto, e bisognava rispettarlo. Non c'era dunque che fare; e il giovine, il cui genio era per la campagna, non volendo starsene a oziare dalla mattina alla sera, come facevano in paese tant'altri figli di _galantuomini_, mise su una ventina di mila lire, e partì per Palermo, col proposito di darsi a negoziare. Spirato il contratto, sarebbe ritornato a Ficarazzi, per coltivare i suoi fondi a conto proprio, co' nuovi sistemi che in quel mentre avrebbe avuto l'agio di studiare. Così faceva cessare quella vergognosa camorra di cui era stato vittima quel grande onest'uomo di suo padre. Non s'illudeva, l'impresa era rischiosa: sperava però d'animar gli altri con l'esempio, e l'unione fa la forza.
Fu allora che conobbe Serafina Borelli. Tutti abbiamo il nostro destino!
Era figlia d'un capitano borbonico morto al 60: essa e la madre campavano sur una pensionuccia vitalizia, e su' lavori di cucito e di ricamo, che procurava loro una donna del vicinato. Con tutto ciò la fanciulla era sempre attillatina: protraendo il lavoro sino a notte avanzata, guadagnava per conto suo, tanto da poter comprare certi scampoli di lana, che aveva a meno prezzo; li tagliava e li cuciva da sè, e se ne faceva dei vestiti assai eleganti. Del resto anche un cencio non sarebbe parso più quello sul suo bel corpo. Tutti i guai però li soffriva lo stomaco: era a danno dell'interno che s'adornava l'esterno.
Sul conto suo correvano strane voci. Si parlava di un promesso sposo morto d'un modo misterioso, c'era chi diceva che si fosse ucciso perchè fallitagli la speranza dell'eredità d'uno zio, lei non l'aveva voluto più; s'accennava a un vecchio signore che madre e figlia avevano pelato a dovere, però quest'ultima non avrebbe concesso nemmen la punta d'un dito. Tutto sommato, passava per una ragazza troppo scaltra, troppo viva, per gli uni; capricciosa, per gli altri; ma _onesta_: su questo poi eran tutti d'accordo.
Abitavano un modesto quartierino sotto a quello dello Striati: Nino, il dopo desinare, soleva leggere nel terrazzino, pigliando il fresco; anche la fanciulla prese a poco a poco l'abitudine di lavorare nel suo: cominciò un ricambio di sguardi furtivi e timidi in principio, più arditi in seguito, carezzevoli e tenerissimi in ultimo: fu così che il giovine impiegò due mesi a leggere un opuscoletto d'agricoltura, Serafina quasi altrettanto a ricamare un par di pianelle che voleva regalare alla mamma.
Nino aveva un vizio, quello d'innamorarsi subito; ne aveva un altro più grave, innamoratosi nuotava subito nell'etere più puro, e quella ragazza pareva fatta apposta per fargli perdere la testa. Onde le cose non potevano arrestarsi a quel punto; tanto più che la vecchia signora aveva odorato un buon partito e adoperava con lui que' modi accorti, propri di certe mamme, quando si cacciano in capo d'attirare un merlotto nella rete del matrimonio. Egli seppe che le domeniche solevano passar la sera in casa della signora del secondo piano: si dette attorno, e trovò presto modo di farvisi presentare. Lì si giocava a mosca cieca, o al giuoco dell'anello, e s'improvvisavano quattro salti alla buona, al suono squarrato d'un pianoforte che aveva anni quanto, il _Tantum ergo_. Nino ballava sempre con Serafina; quando gli toccava di star nel mezzo con gli occhi bendati, correva brancolando verso di Serafina, se sentiva il riso che la furbetta soffocava apposta nel fazzoletto di batista, o il fruscìo particolare delle sue sottane; si fermava più del dovere curvo davanti la fanciulla, quando passava l'anello; e le parlava dolcemente, guardandola negli occhi, agitato nel sentire le sue mani tra quelle tiepide di lei abbandonate nel grembo. Si che la Borelli madre lo seguiva con lo sguardo, tutta gongolante, che pareva fosse lei l'innamorata di quel ricco giovinotto; e le mamme delle altre fanciulle stringevano le labbra in aria contegnosa, ripensando a quel tal vecchio signore che si diceva madre e figlia avessero pelato a dovere. La vecchia se n'accorgeva, ma non se ne incaricava, aveva tutt'altro per la testa: badava invece a mostrarsi più gentile che mai col giovinotto, e una sera l'invitò a andare in casa loro qualche volta, se ne potevano ricevere l'onore. Nino accettò con riconoscenza, si sbracciò in mille proteste; l'onore era suo, che diavolo! e l'indomani sera ci andò.
Era incappato nella rete.
Quando le disse per la prima volta che l'amava, erano alla finestra.
La mamma, con un par d'occhiali sul naso aguzzando le sopracciglia, faceva la calza, seduta vicino alla lucerna. C'era un bel lume di luna, e nell'aria olezzante di zagara vibravano i malinconici accordi d'una chitarra. La fanciulla lo guardò teneramente, poi mise un sospiro, e abbandonò la bionda testolina sulla spalla di lui.
Si sposarono. Egli aveva fatto un nido delizioso della sua villetta nelle vicinanze de' Ficarazzi, vi andarono a nascondere la loro tenerezza appena sbocciata.
Ma due mesi dopo Serafina era già stanca di quel testa testa. Le parole d'amore mormorate dolcemente con la bocca sulla bocca, nel sedile di legno sotto i lilla del giardino; le lunghe passeggiate silenziose, di sera al lume di luna, stretti l'uno all'altro, guardando le stelle, raccogliendo con un trasalimento di tenerezza i rumori della campagna; le mute estasi sotto al boschetto degli aranci, o seduti sul ciglione d'un campo, con le mani tra le mani; i lunghi desinari pieni di carezze e di baci; per lei avevano perduto presto ogni incanto. Nell'anima sua era successo quel che succede nell'anima d'un fanciullo, che studiandosi con ardore a cercar di scoprire il congegno d'un balocco, finalmente ci riesce. Ora provava altri vaghi desideri, si sentiva nascer nel petto altre aspirazioni indefinite, intravvedeva, come attraverso a un velo, altri orizzonti più rosei, più opalini, il vero mondo, quello dal quale l'aveva tenuta lontana la sua povertà, con le feste, i teatri, le conversazioni, le passeggiate, e le mille altre frivolezze che ne fanno l'attrattiva.... Pensava di sollevare quel velo, con un trasalimento anzioso.
Tornarono a Palermo.
II.
--Donna Maricchia!... Donna Maricchia!... gridò Serafina due volte: poi battè il piedino sull'impiantito tutta stizzita. Oh, la maledetta donna, che ninnolona!... Donna Maricchia!...
--Vengo.... _signurina_, vengo....
E la cameriera, comparve, correndo.
--Non vi spiccerete mai, dunque, nel fare una cosa!
--O che non ci voleva il tempo per chiamar Masi, dargli i denari, e....
--Basta!... L'abito, presto... a momenti arriva la carrozza.
Era in semplice fascetta e sottanina di cambrì ricamata, con braccia e petto nudi, lisciata, incipriata: aveva le ciocche de' capelli della fronte rinvoltate in pezzetti di carta bianca, l'orecchie rosse scarlatte.
Andò a guardarsi allo specchio.
--Eccomi, dissemi la cameriera ritornando con una gonnella di seta celeste pallido, adorna di merletti bianchi, nella quale aveva infilate le braccia.
Serafina si voltò, incrociò le mani sul petto, e pian pianino con la massima accuratezza, onde non s'avesse a guastare i capelli, vi messe il capo dentro.
--Ah!... piano.... ma dove l'avete la testa!
Un gangheretto s'era appiccato a' capelli. La cameriera cercava di distrigarnelo, mentre diceva:
--È niente, è niente.... non s'inquieti....
--Apriteli gli occhi, siete proprio insopportabile, con questo vostro fare in fretta!
E distrigato finalmente il gangheretto dai capelli, potè infilarsi la gonnella: l'agganciò, la girò, la rigirò, vi battè su con le mani perchè prendesse le giuste pieghe, si coprì con un accappatoio bianco, e sedè allo specchio ai cui lati ardevano due candele steariche in candelieri di vetro verde.
Cominciò l'operazione difficile e delicata, di sprigionare le ciocche dai cartellini, e disporre i ricci sulla fronte.
Per solito era bisbetica la signora; ma quella sera, chi sa perchè, lo era molto di più.
Nella stanza vicina, per l'apertura dell'uscio socchiuso, si vedeva il marito, il quale, vestito con severa eleganza, se ne stava a leggere, seduto vicino a un tavolino carico di libri e di carte. Di quando in quando dava un'occhiata alla moglie, e si rimetteva a leggere.
La strada rintronò sotto le ruote d'una carrozza, e i vetri tintinnavano.... Fu una confusione. La cameriera stava aggiustando una rosa tra' capelli della signora, una bella rosa bianca, imitata perfettamente.
--Date qua, disse, e gliela strappò quasi di mano: s'alzò, curvò la testa, e alzati gli occhi quanto più potè, e arcuate le braccia, s'aggiustò la rosa, con le mani quasi convulse.
--Presto.. la collana....
Ora c'era anche il marito, e correva di qua e di lì.
--Il fazzoletto.... I guanti.... Il ventaglio.... Il binocolo.... Il mazzo di fiori....
Nell'affaccendarsi, padrone e serva cozzarono come due cariatidi... Auff! finalmente, ricoperta dall'elegante beduina bianca, essa prese il braccio di lui, e s'avviarono.
In carrozza fu un altro affare: bisognò ch'egli osservasse se la rosa era al posto, se la collana di perle stava nel centro sul petto, volle affibbiati i guanti, volle che calasse i cristalli; moriva dal caldo, si sentiva proprio una fiamma sulle guance.... era una vergogna presentarsi in teatro troppo accesa in volto.
Egli prestava tutti que' minuti servizietti, con l'affetto, con la premura, d'un marito innamorato pazzamente di sua moglie.
--E.... quel tuo amico che, mi dicesti, devi presentarmi stasera, è un cavaliere.... _autentico_, n'è vero? Credo che non sarà come tanti e tanti ridicoli che si appiccicano titoli i quali non hanno esistito mai; ciò che del resto fa onore alla loro immaginativa. E finì con una risatina squillante.
--Oh, tutt'altro! è un cadetto della casa Traforello, casa principesca, cara mia!! I suoi antenati vennero in Sicilia con Ruggiero, nientedimeno, ed eran nobilissimi allora!!!
Serafina sgranò tanto d'occhi.
E lui continuò a parlargliene non senza una certa vanità. Leggerino.... ma tutto cuore. Erano stati compagni di collegio, amicissimi dopo; più d'una volta aveva levato d'imbarazzo quello scapato!... Il padre l'aveva lasciato ricco, egli però aveva fatto un bel bucolino nel patrimonio, col gioco, con le donne, con la smania esagerata de' viaggi: erano celebri le sue ultime pazzie per la Loss. Quante volte non l'aveva ammonito!... Ora era in via di rimettersi sposando la signorina Ascenti la quale aveva una dotona. Non gli aveva voluto accertar la cosa, ma gliel'aveva lasciato comprendere, sempre con quella sua aria di noncuranza, come se gliene importasse davvero un fico delle migliaia di lire. Che caro matto!
La carrozza entrò nell'atrio del Bellini, e si fermò davanti alla larga scala che conduce a' palchi.
III.
--Serafina, il cavaliere Mario Furlani.
Il qual cavaliere, presentato dal marito, s'inchinò riunendo i talloni con un movimento di buona scuola, bisbigliando un «fortunato....» e mangiandosi il resto per amore di brevità. Era alto, bruno, elegantissimo, e aveva i lineamenti regolari. Veniva da Tunisi, dove era stato a caccia, e una tinta bronzina dava qualcosa di più maschio alla sua fisonomia di bel giovine.
Serafina gli dette uno di que' rapidi sguardi, che basta alle donne per squadrare un uomo, poi inchinò il capo con un sorriso pieno di gentilezza.
Com'è naturale, il discorso cadde sul suo viaggio: egli ne parlò a lungo abbandonandosi sulla spalliera della sedia, con delle arie stanche d'uomo che abbia abusato de' piaceri, gingillandosi col medaglione della catenella, lanciando sguardi languidi in un palco di rimpetto, dove se ne stava a contemplarlo, con una specie d'ingenua adorazione, una fanciulla con due occhi a mandorla dolcissimi, lucenti come due perle nere.
A Serafina quella sera parve assai simpatico l'amico di suo marito.
--Che te ne pare? le domandò questo tornati a casa, mentre lei, spogliandosi davanti allo specchio veniva denudando il suo bel corpo di statua.
--È molto educato.
--Dici ciò in un modo.... Ti par brutto forse?
--Affetta una cert'aria d'uomo stanco....
--Ma questa è stata sempre una sua debolezza, che farci.... E poi, devo dirtelo? a me sembra che ciò dia un non so che di piccante alla sua figura giovanile. Non ne convieni?
--.... Quant'anni ha?
--Ventitrè o ventiquattro, credo: siamo quasi coetanei.
La giovine non disse altro: continuò a spogliarsi lentamente: nello specchio si rifletteva la sua bella figura discinta, con gli occhi abbassati amorosamente sul petto e sulle braccia nude.
Accolse Mario cortesemente, mettendo ogni suo studio a usar con lui modi cordiali e disinvolti: era un nobile che aveva avvicinate marchese, contesse e duchesse, voleva fargli vedere che anche nel ceto medio c'eran di quelle che s'innalzavan sul comune. Ed ebbe ad arrossire di piacere, un giorno che il marito le disse sorridendo, un po' invanito anche lui, che Mario aveva mostrato una sincera maraviglia, e fatte con lui le sue congratulazioni per la squisita educazione di lei; gliel'aveva detto francamente, perchè a un amico si può dir tutto, non se l'aspettava.
IV.
Trascorsero una ventina di giorni. Il giovine s'era fatto più assiduo, Serafina più cortese.
Una sera essa lo vide nel palco delle signore Ascenti. Parve che trasalisse: portò il binocolo agli occhi lentamente, e guardò. Il cavaliere aveva un braccio appoggiato sulla spalliera della sedia della fanciulla, e parlava con la sua solita aria d'uomo stanco; Rosalia, volta verso di lui, non cessava dal contemplarlo, assorta nella solita ingenua adorazione.
--Son le Ascenti quelle signore in quel palco dove si pavoneggia il tuo amico? domandò Serafina al marito, senza levarsi il binocolo dagli occhi.
--Sì, rispose Striati, dopo aver dato un'occhiata da quel lato.
--Dunque il matrimonio è concluso?
--Non ancora: ma certo egli farà la domanda quanto prima. Sono nostre vicine, sai; hanno una villa ne' dintorni dei Ficarazzi, a pochi chilometri dalla nostra; ci vanno ogn'anno in maggio.... bisognerà invitar Furlani da noi per la villeggiatura.
--Il tuo amico deve parlar certo del Bey di Tunisi, dacchè la futura sposina lo guarda a quel modo con la bocca aperta, disse lei con un sorriso sarcastico impercettibile, come se non avesse sentito quel che aveva detto il marito.
E gli _Ugonotti_, a un tratto, dovettero certo dilettarla di più che le altre sere, perchè d'allora in poi l'ascoltò attentamente fino all'ultima nota, col braccio nudo appoggiato sul parappetto del palco, e la guancia sulla palma, senza far più uso del binocolo, come soleva sempre.
Sin da quella sera (Mario essendo venuto a farle visita) essa cominciò a trattarlo freddamente; s'adirò anche perchè lui non mostrava d'essersi accorto del suo mutamento repentino, e seguitava a frequentare in casa come per solito: non si curava dunque di lei quello scapestrato! E al marito che un giorno gliene ritesseva l'elogio, disse: che a lungo andare quel suo amico ristuccava; era ridicolo con quei suoi modi svenevoli, pretenzioso colla sua aria di superiorità.... Ma Nino le troncò le parole in bocca:
--Che dici mai!... E ne seguì una discussione che durò mezz'ora buona, senza nessuna conclusione; i due avversari erano mossi da passioni affatto diverse, per potersi intendere.
Allora Serafina cominciò a pungere il cavaliere con qualche frizzo. Lo toccò nel debole. Ah, quel caro Mario, che spirito! solevan dire di lui i suoi amici; e a ogni suo motto un gaio sorriso scopriva i dentini bianchi delle giovani signore; sicchè si lanciò in quella guerricciuola d'epigrammi, che gli dichiarò Serafina, con quel piacere di chi sa di riuscir bene in una data cosa, con quella presunzione che suol dare il lungo buon successo.