I coniugi Varedo

Chapter 12

Chapter 123,686 wordsPublic domain

Diana guardava commossa quella zitellona lunga, angolosa, ribelle ai legami domestici, che pur trovava in fondo al suo cuore, per distrar Bebè, un tesoro di tenerezza.

--Che buona mamma sarebbe stata!--ella disse.

Ma l'Inglese che non rinunciava alle sue teorie si affrettò a protestare.

--Non creda... Non avrei avuto pazienza.

--Ne ha tanta coi bambini degli altri.

--È forse per questo, cara signora Varedo, è perchè i bambini degli altri non ci prendono che un ritaglio del nostro tempo, non assorbono che una piccola parte del nostro pensiero... Vengono, passano, lasciandoci alle nostre occupazioni, ai nostri sogni... I figliuoli propri, invece...

--Ah, quelli ci vogliono tutte intere--esclamò Diana con accento risoluto.

--Lo so, la famiglia non è che un egoismo raffinato e ampliato.

Miss Harrison non perdonava alla famiglia e alla maternità (a quest'ultima sopra tutto) d'esser le nemiche capitali di quel vigoroso affermarsi della personalità umana ch'era la pietra angolare della sua filosofia, e forse le sue parole tradivano anche il rammarico di veder sfuggirsi irrevocabilmente l'amica che per un istante ell'aveva sperato di convertire alle proprie idee.

Intanto Varedo aveva ottenuto dal capostazione uno scompartimento riservato e vi faceva metter la roba.

Quando tutto fu a posto, egli disse a sua moglie:--Se vuoi montare?

--Si parte?

--Manca qualche minuto, ma coi bambini è meglio non aspettar l'ultimo momento.

Allora successe la scena tragica. Bebè respingeva l'Irene, non dava retta alla sua mamma, voleva a ogni costo che Miss Olivia montasse in vettura anche lei.

Miss Harrison, esitante, stava per chiamare il conduttore.--Potrei scendere a Portonaccio...

Ma Varedo intervenne opportunamente.--No, Miss Olivia, sarebbe peggio... La si lusingherebbe per nulla.

Diana consentì nell'opinione del marito.--Sì, temo anch'io che sarebbe peggio.

L'inglese staccò dolcemente dal collo l'esili braccia che l'avvincevano, baciò ancora una volta Bebè, e la consegnò, strillante e dibattentesi invano, all'Irene.

Diana e Miss Olivia s'abbracciarono.

--Grazie, grazie--diceva Diana, durando fatica a frenare i singhiozzi.--E addio.

--Non addio--replicò Miss Harrison.--Arrivederci.

--Ebbene, sì, arrivederci--ripetè Diana con improvvisa energia. La sua avversione per Roma era ormai vinta da un altro pensiero; quello di distrugger coi fatti lo sgomento superstizioso che il fallito scongiuro dell'Irene le aveva messo in cuore.

--Così mi piace--soggiunse Miss Olivia.

--In vettura, signori, in vettura.

Alberto salì ultimo, dopo aver barattato due parole con un collega che partiva per la via di Bologna e aver preso tutti i giornali del mattino.

Indi a poco a poco il treno si mosse.

Affacciata allo sportello, Diana agitava il fazzoletto verso Miss Olivia che salutava con la mano. In fondo al vagone Bebè seguitava a chiamar disperatamente:--_Ivia_, _Ivia_!

Il treno, slanciato a tutto vapore, lasciava dietro di sè la città, lasciava a sinistra il Tevere affrettantesi alla foce, volgeva bruscamente al Nord, lungo la spiaggia tirrena. Ogni tanto la vista si apriva sul mare, d'un turchino intenso, qua e là filettato di bianco, silenzioso, quasi deserto. Nelle insenature della costa pochi trabaccoli, poche barche peschereccie posavano accanto, parevano dormire, lievemente cullate dall'onda; qualche vapore passava lontano, segnando il cielo azzurro d'una striscia sottile di fumo.

--Guarda il mare, guarda le barche, guarda laggiù in fondo il vapore--dicevano a Bebè, tenendola ritta dietro il finestrino chiuso.

Ora Bebè non chiamava più _Ivia_; aveva capito ch'era inutile, ma la sua fisonomia s'era irrigidita in un'espressione triste, e di quando in quando due grosse lacrime colavano sulle sue gote smunte. Quelle lacrime mute su quel visino affilato di bimba facevano più pena a vederle che non avesse fatto la disperazione di prima.

Diana si struggeva.--Piange come una persona grande per un grande dolore. È uno strazio.

Alberto alzava gli occhi dai suoi giornali, dai suoi libri.

--Tu esageri sempre. Bebè è debole perch'è convalescente, e ha la lacrima facile perch'è debole... Ma in quell'età non ci son grandi dolori.

Una volta Varedo smise la sua lettura, e con insolita degnazione consentì ad occuparsi della piccina. A lui però riusciva meno che a Diana, meno che all'Irene e alla Lisa di spianarne la fronte, di richiamar sul labbro di lei il gaio cicaleccio infantile. Non che piangesse quando era sulle ginocchia paterne; la soggezione le asciugava il ciglio; stava lì quieta, con le manine in croce, senza parlare, senza rispondere.

Tuttavia, a vederlo intento sulla figliuola, Diana sentiva fondersi la barriera di ghiaccio che a poco a poco s'era levata fra lei e suo marito. Se avremo questo affetto, se avremo questa cura comune, ella pensava, non saremo interamente divisi.

Ora egli aveva deposto Bebè sul sedile, e la bimba, stanca forse dal lungo piangere, s'appisolava.

--Ecco, s'addormenta--disse la madre. E le stese uno scialletto sulle gambe, mentre le accomodava un guancialino sotto la testa.

--Dorme già--osservò l'Irene.

Varedo tirò fuori dalla valigia un numero della _Nuova Antologia_, non ancora tagliato, vi cercò una recensione del primo volume della sua opera e non avendola trovata chiuse con aria sprezzante il fascicolo:--Non c'è mai nulla in questa Rivista... Se vuoi darci un'occhiata?

--No--rispose Diana,--a leggere in ferrovia mi viene il dolor di capo.

Dopo una breve pausa soggiunse:--Ho scritto a Giraldi pregandolo d'esser domattina da noi prima di mezzogiorno.

--Per Bebè?

--Naturalmente.

--Non avrà nulla da ordinarle.

--Chi sa? A ogni modo, quanto più presto egli la vede tanto meglio è... Mi fido di lui più che di tutti i medici romani.

--Eppure il dottor Lenni che ha curato la bimba ha un'eccellente clientela.

--Sarà... Io non ero tranquilla.

--Sono idee preconcette... Del resto, non c'è che l'imbarazzo della scelta, e quando ci stabiliremo a Roma potremo prenderne un altro.

--Ci stabiliremo a Roma?--ella disse in un tuono dubitativo che rispondeva allo stato particolare della sua anima.

--Eh sì... Se entro al Governo...

--Abbiamo la casa a Torino ancora per due anni...

--È facile intendersi col proprietario.

--In due anni--notò Diana--il vostro Ministero, che non è nato, ha tempo di morire.

Varedo sorrise.--Speriamo che abbia la vita più lunga... E poi non mancherà il mezzo di aver la cattedra alla capitale... Non c'è rimedio, chi aspira a rappresentare una parte non ultima sulla scena politica, chi ha delle idee da far valere, una propaganda da esercitare dev'esser sempre sulla breccia, a Roma, dove s'agitano i grandi interessi della nazione...

--E dei deputati--si lasciò sfuggir di bocca Diana, quasi involontariamente.

--Appunto--disse Alberto, trovando nell'insinuazione di sua moglie un nuovo argomento in favore della sua tesi.--Non di tutti ma di molti deputati... E questi ci stanno sempre a Roma, siane sicura. Ragione di più perchè ci stiano anche gli altri, perchè all'azione malsana di quelli oppongano la propria, e non abbandonino i governanti, quali pur siano, in balìa dei cavalieri di industria.

--Purchè non avvenga--oppose Diana--che l'ambiente guasto corrompa i migliori. A esser in mezzo a colleghi che trafficano il voto, a giornalisti che vendono la loro opinione al maggior offerente, ad avventurieri che arricchiscono giocando alla borsa, c'è più probabilità di essere inzaccherati che di levare il fango agli altri.

--Con queste massime--ripigliò Varedo--ognuno resterebbe nella sua nicchia senza curarsi di nulla e di nessuno... È la glorificazione dell'egoismo.

Diana era di nuovo assorta nella bambina che s'era svegliata piagnucolando.

Il professore tornò ad immergersi nella lettura, fin che a poco a poco, rannicchiatosi in un angolo, s'addormentò per non destarsi che alla stazione di Pisa, al rumore d'una disputa scoppiata sotto la tettoia.

Era un collega, l'onorevole Vinciliati, che strepitava per avere un intero compartimento di prima classe a sua disposizione.

--Oh, oh--disse Varedo affacciandosi allo sportello. Per miracolo Vinciliati attacca lite col personale della ferrovia. È la sua specialità.... Abbiamo già avuto alla Camera tre o quattro domande a procedere contro di lui... che, naturalmente, si sono respinte.

--Bella giustizia!--borbottò Diana.

Ma Vinciliati che, urlando, correva lungo il treno, seguito dal capo conduttore e da un facchino con due valigie, nel passar davanti alla carrozza ove c'era Varedo, si quetò per incanto.

--Voi qui?... O che c'è un posto?

--Per esserci un posto, c'è--rispose Varedo.--Guardate voi... Siamo in quattro, compresa la bimba... Se volete?...

--Se non disturbo alla signora?...--chiese Vinciliati, toccandosi il cappello.

--S'accomodi--disse Diana a denti stretti.

Il deputato salì, e Varedo fece la presentazione.

--Mia moglie... L'onorevole Vinciliati.

--Domando perdono--riprese costui, poichè ebbe collocato alla meglio le valigie nella reticella.

--È un servizio abbominevole su queste ferrovie... Un materiale scarso, schifoso... un personale ineducato... Nessun riguardo... E sì che per quello che la deputazione ci rende si dovrebbe aver almeno il diritto di viaggiare coi propri agi.

--Se avevate l'intenzione di riposare o di lavorare sarà un affar serio--osservò Varedo accennando a Bebè che continuava la sua nenia.

Vinciliati si strinse nelle spalle.

--S'ero solo, avrei fatto un sonnellino fino a Genova... Mi fermo lì... Ma poichè trovo un collega, preferisco discorrere.

I due uomini non appartenevano allo stesso partito; ma pel momento erano legati dall'odio comune contro il Ministero, ch'essi andavano a gara nel qualificare con gli aggettivi più vituperevoli. Per un deputato dell'opposizione il Ministero ch'è al potere è sempre il peggiore che ci sia mai stato.

--Non saremo noi che raccoglieremo l'eredità--diceva Vinciliati.--Sarete voi altri. E vi combatteremo. Ma almeno avremo da fare con avversari rispettabili.

--E credete pure che su molti punti potremo intenderci--soggiunse Varedo.

Vinciliati assentì.--L'essenziale è di disinfettar l'aria.

--Ah--pensava Diana silenziosa nel suo cantuccio.--Eccoli da capo con le loro disinfezioni.

Ella non aveva fede nei ventilatori. Aveva capito che, in politica, disinfettar l'aria significa soltanto cacciare dal Governo quelli che ci sono e prenderne il posto.

L'inquietudine di Bebè cresceva col procedere della giornata. A volte, ritta dietro il finestrino chiuso, mentre l'Irene la reggeva con un braccio e con la mano libera tamburinava i vetri, ella pareva distrarsi a guardar la campagna; ma si stancava subito e voleva andar in collo alla mamma, star seduta, o distesa; o diceva che aveva fame, e poi, disgustata, gettava via qualunque cosa le dessero, e ripigliava quel suo piagnucolìo di bimba sofferente che metteva tanta angoscia in cuore di Diana.

--Via, Bebè, sii buona... Sai che il papà va in collera. Lo vedi, il papà sta discorrendo con quel signore.

Così, in tuono dolce, carezzevole, Diana ammoniva la bimba.

Ed ella, la piccina, quasi per trovar la forza di ubbidire, balbettava:--_Papà citto_.--Ma la volontà non aveva presa sulla fibra svigorita, ed ella tornava a piangere e a lamentarsi senza sapere il perchè. Oh lacrime di bambini gracili, malati, in cui sembra ci sia come un presentimento di morte!

A Genova Vinciliati discese e il resto del viaggio si compì in un silenzio triste.

Era notte e Bebè s'era riassopita. Anche Alberto aveva rinchiuso gli occhi, anche l'Irene lasciava ricader la testa sonnolenta sul petto. Solo Diana vegliava, cercando invano di frenare la sua agitazione. Le sue dita sottili si affondavano nervosamente nel velluto del sedile; i suoi piccoli piedi battevano sul tappeto con ritmo affrettato; il suo sguardo ora si posava su Bebè, ora interrogava l'orologio, o, di là dai cristalli, scrutava le tenebre per indovinar da qualche segnale a che punto della strada si fosse.

Quando un lungo fischio annunziò che si era in prossimità di Torino, ella trasse un gran respiro di soddisfazione.--Finalmente.

Varedo si scosse, raccolse la roba, abbassò uno dei vetri, cacciò la testa fuori dello sportello.

Il treno entrava, rumoreggiando, sotto la tettoia.

--Facchino! Facchino!... Oh, c'è Bardelli!...

--Gli avevi scritto?

--Tre giorni fa, senza precisargli nulla circa al nostro arrivo... L'avevo informato dell'esito del concorso.

--Povero Bardelli!--esclamò Diana.--Vedersi posposto a Quinzani!

--A ogni modo, ha avuto l'eleggibilità... Zitto... Eccolo qui...

--Oh, buona sera!--diceva l'ex-assistente.--Hanno fatto buon viaggio?... E come sta Bebè?... Dia la valigia, gli ombrelli...

--Chiami, chiami il facchino... E come ha saputo?...

--Ho visto la cameriera, ieri, che arrivava coi bauli.

Diana gli strinse con effusione la mano.--Sempre così gentile, sempre così premuroso, lei...

--Oh, si figuri... E dunque?... Bebè?...

L'Irene discese ultima, con la bimba.

--Bebè! Bebè! Non mi conosci?... Non conosci Bardelli?... _Elli, Elli?_

--Ah!--sospirò Diana.--È ancora tanto svogliata... No, è inutile; adesso non dà retta e nessuno.

--Sarà il viaggio... A star più di dodici ore in ferrovia!... Domani mi farà festa come una volta...

--Bravo!... Venga domani...

Bardelli dissimulava a fatica la sua triste impressione per l'aspetto macilento di Bebè.

Diana si accorse e riprese:--Si ricorda come era fiorente quando siamo partiti?

--Si rimetterà subito, non abbia paura.

--Lo spero. Guai se non lo sperassi.

Bardelli voleva chieder all'onorevole qualche particolare circa al concorso di Bologna, ma non n'ebbe il coraggio, e s'accommiatò dopo aver accompagnato i Varedo fino al _fiacre_.

--A domani--disse Diana.--Venga a colazione con noi.

Ormai il fedele Bardelli sembrava a Diana un presidio, una difesa; le sembrava che l'averlo accanto dovess'esser di buon augurio per la completa guarigione della sua piccina.

XVI.

Fra i crucci propri e gli altrui.

Anche il dottor Giraldi trovò Bebè molto pallida e dimagrita e gli parve strano che poche febbri fossero bastate a portare un tale deperimento. Pur non volle far tristi pronostici; lodò Diana di aver affrettato la partenza da Roma, mostrò di confidare negli effetti del cambiamento d'aria, in estate poi alcune settimane passate in montagna o in riva al mare avrebbero compiuta la guarigione.

Diana non si dava pace.--Ah, perchè, perchè siamo andati a Roma?

--Via, non si crucci--diceva il dottore.--Roma è una città sanissima.

--Sì, ma se non ci si andava, Bebè non prendeva le febbri.

--Chi lo assicura?... Un'infezione si può prender da per tutto... Basta una mala disposizione del momento... Vedrà che ci tornerà a Roma, che ci si troverà bene con la bambina... quando suo marito sarà ministro... o giù di lì.

Ormai nessuno più dubitava della rapida carriera politica di Alberto Varedo.

Ma Diana si stringeva nelle spalle. Ben altro ella pensava. Quando, come, Bebè aveva assorbito il veleno ch'ella non riusciva ancora a eliminare dal sangue? Era stato quel giorno, al Pincio, allorchè, sparito il sole, la temperatura s'era abbassata d'improvviso? O il germe fatale era già penetrato prima nell'organismo, al Colosseo, al Palatino, al Foro Romano, in una di quelle passeggiate artistiche ove Diana aveva l'imprudenza di portar seco la bimba; in una di quelle lunghe soste presso al cavalletto di Miss Olivia che deponeva i pennelli per lanciare i suoi paradossi, mentre Bebè era lasciata all'Irene?

Così alle angustie per lo stato della figliuola, si mesceva nell'animo di Diana il rimorso della propria trascuratezza, si mesceva un po' di malanimo verso Miss Harrison, pur tanto servizievole e buona, che le aveva empito il capo delle sue fisime e aveva svegliato in lei rivolte sopite e ambizioni latenti.

Non che Bebè peggiorasse; anzi, sulle prime, era parso che il ritorno a Torino avesse giovato al suo umore. Andava volentieri la mattina al Valentino, faceva oneste accoglienze a Bardelli, e poichè i baffi cominciavano a spuntargli adesso, a ventisett'anni, ella, ammirata della novità, si divertiva a tirarglieli. Ma non ricuperava l'appetito, non rimetteva nè sangue, nè muscoli; era sempre trasparente come un alabastro, esile come un giunco. Di tratto in tratto, verso sera, il suo visino pallido s'imperlava di sudore, un brivido passeggero le correva per le membra, seguito da una grande stanchezza, da un sonno pesante che, anzichè ristorarla, la lasciava più abbattuta di prima. Giraldi che veniva spesso a vederla in quell'ora, diceva ch'era un resto di febbre malarica da vincersi col tempo e colla pazienza senza abusar dei rimedi.

Varedo si trattenne a Torino, occupatissimo, per oltre quindici giorni. L'Università, già sua cura assidua e sollecita, non gli dava molestia, tanto più che duravano ancora le vacanze di Pasqua; ma aveva da sbrigare una corrispondenza voluminosa, da assistere a un'infinità di sedute, da ricevere, sia pur licenziandoli con buone parole, un nugolo di seccatori, che, subodorando in lui il futuro sottosegretario di Stato, provavano il bisogno di metterlo a parte delle loro idee e di manifestargli i loro desideri.

Appena qualche ora di notte egli poteva consacrare a quel secondo volume della sua opera sul _Dovere_, ch'era di ben maggiore difficoltà e maggior importanza del primo. Imperocchè, appunto in questo secondo volume, conveniva integrare con un lavoro di ricostruzione il lavoro critico precedente, e i giudici arcigni aspettavano al varco l'autore, presentendo, non forse a torto, che l'originalità non fosse in lui pari all'erudizione.

E anch'egli aveva i suoi scoramenti, i suoi dubbi, anch'egli si crucciava per questo libro, che gli editori chiedevano con insistenza e che non gli usciva di getto. Certo erano i continui sopraccapi della vita pubblica che gli offuscavano la limpidezza del pensiero scientifico, ed egli principiava a domandare a sè stesso se le due cose potessero andare di conserva, e se l'uomo politico non recasse danno allo studioso. Ma egli sentiva ormai che, messo alle strette, avrebbe accondisceso a rinunziar piuttosto alla scienza che alla politica; anzi quando più sfiduciato egli lasciava cader la penna sulle pagine del suo libro, si confortava dicendo ch'era nato per l'azione, e che solo in questo campo avrebbe potuto applicar le sue idee e svolgere ampiamente le sue facoltà. Le grandi ambizioni sono come i grandi incendi; si alimentano di ciò che dovrebbe soffocarle.

Coricandosi verso l'alba, Varedo trovava spesso sua moglie svegliata, con l'orecchio intento al respiro di Bebè.

--Dio mio! Come vai a letto tardi!--ella esclamava.--Troppo, troppo lavori.

Poi parlava della bimba che la teneva sempre con l'animo sospeso. O aveva chiesto da bere due volte, o s'era lamentata nel sonno, o aveva una temperatura più alta della normale.

--Quel benedetto termometro!--borbottava Varedo.--Bisognerebbe sequestrarlo e sequestrarti, per un paio di mesi, anche la bambina, che guarirebbe più presto se non si fosse eternamente lì a palpeggiarla, a guardarla, a contarle le pulsazioni.

Diana sbarrava gli occhi inorridita, ma non aveva il coraggio d'iniziar discussioni con suo marito, a quell'ora, mentr'egli era così stanco e aveva tanta necessità di riposo. Ed egli, spogliatosi in fretta, si cacciava sotto le coperte, e vinto dalla fatica si addormentava nel letto gelido, senza baci, senza carezze. La mattina, per solito, ella era in piedi prima di lui, e fino all'ora di desinare lo vedeva appena qualche minuto, di volo, perchè s'egli non era fuori di casa (e la colazione la faceva sempre fuori) era chiuso nel suo studio, a scrivere, o a dare udienza.

--Papà _citto_--diceva Bebè, portandosi il dito alla bocca, quando passava accanto all'uscio dello studio. Diana non la sgridava più per quel suo intercalare, non la sgridava più per nessuna ragione. Ogni lacrima che colava sulle guance smunte della piccina era come una goccia d'olio bollente che cadesse sul cuore della madre.

Intanto la Camera stava per riaprirsi, i telegrammi all'onorevole fioccavano, e Varedo si preparava a rimettersi in viaggio.

Bench'egli stesse così poco con lei, ora Diana si sgomentava di questa partenza. Non avrebbe egli potuto aspettar qualche giorno fin che l'avesse vista più tranquilla sul conto di Bebè? Non aveva pietà della sua solitudine?

Ma ella non voleva infastidirlo con le sue querimonie; se certe cose egli non le capiva da sè, perchè umiliarsi a ripetergliele? Oh, ella sapeva bene ciò che Alberto avrebbe risposto. Ch'era per lui un dovere imprescindibile d'essere a Roma, che Bebè non aveva nulla di grave, che, al bisogno, un telegramma si manda presto, che, durante la sua assenza, dipendeva da lei il non esser sola pur che avesse approfittato delle relazioni, già numerose, che aveva a Torino e che, dal prefetto in giù, sarebbero state pronte a mettersi a sua disposizione. E in ogni caso, non c'era sempre quel buon diavolo di Bardelli, nato a posta per far servigi?

Povero Bardelli! Sicuro che c'era, pieno del solito zelo, della solita abnegazione; pieno di fede nelle promesse di Varedo che non si adempivano mai.

Al fiasco di Bologna s'era rassegnato; gli bastava aver l'eleggibilità per valersene in un altro concorso che si sarebbe aperto presto a Palermo, e nel quale l'onorevole l'aveva assicurato del suo appoggio.

--È lontano Palermo, pur troppo--egli sospirava--e sarà per me un gran dispiacere lo staccarmi dalla mia famiglia, lo staccarmi da loro... Ma, chi sa, potrò forse indurre la mamma a venir meco laggiù... e, in quanto a loro... ah non ci voglio pensare.

All'idea che, in qualunque evento, gli sarebbe toccato separarsi dai Varedo, Eugenio Bardelli sentiva spuntare le lacrime agli occhi... Non veder più la signora Diana, non veder più Bebè!...

Diana lo confortava.--Ci vedremo, non abbia paura... Verrà a trovarci, tanto se rimanessimo a Torino, quanto se fossimo a Roma. A Torino avrà almeno i fratelli; a Roma ci potrà fare qualche capatina, non foss'altro che per parlare coi signori del Ministero... So che tutti hanno bisogno di farle di tratto in tratto quelle scale dei Ministeri.

Bardelli scoteva la testa sfiduciato.--Eh, non sarebbe la stessa cosa.

Inoltre, s'egli avesse ottenuto la cattedra e sua madre si fosse decisa ad accompagnarlo, egli presentiva che non si sarebbe più mosso, anche per non lasciar sola la buona vecchietta che non aspettava i sessant'anni, e negli ultimi mesi era assai deperita...--Ma!... In quell'età lì bisognerebbe non aver mai ragioni d'inquietudine.

E co' suoi monosillabi, con le sue frasi sibilline Bardelli lasciava intendere che le faccende di casa sua non procedevano come una volta.

Ma non si spiegava chiaro, e Diana, sempre preoccupata della salute di Bebè, non insisteva per aver maggiori particolari.

Li ebbe invece, senza chiederli, dalla Bardelli che il giorno dopo la partenza dell'onorevole si sentì in dovere di farle una visitina e di tenerle un'oretta di compagnia... se non recava disturbo, s'intende.

Messa sull'avviso dalle parole del figliuolo, Diana s'accorse subito che la signora Marianna era realmente invecchiata, meno ritta della persona, meno agile nei movimenti, più magra, più pallida. E anche la penna del cappellino era scomparsa, e tutto il vestito era più semplice, più consentaneo all'età; solo che la stoffa un po' logora e i manichini sfilacciati tradivano un'insolita incuria o un incipiente disagio.

Diana che la credeva addolorata per l'insuccesso del suo Eugenio a Bologna non tardò ad avvedersi che questo era il minore de' suoi crucci.

--Ha ottenuto l'eleggibilità--disse la signora Marianna--e riuscirà un'altra volta... Non gli mancano i Santi protettori a lui--ella soggiunse mostrando la sua fede robusta che resisteva alle successive delusioni.--Sono gli altri due figliuoli che mi danno pensiero...