I coniugi Varedo

Chapter 11

Chapter 113,721 wordsPublic domain

Dal Piazzale del Pincio si dominava la città nuotante in un mare di luce; la cupola di San Pietro spiccava grigia tra i vapori del tramonto; il sole cinto da nuvole d'oro calava lento su Monte Mario. Di nuovo Diana fece fermar la carrozza, di nuovo le grandi visioni e i grandi pensieri si affollarono dinanzi ai suoi occhi e nella sua mente. Nel suo entusiasmo comunicativo, ella insisteva perchè gli altri ammirassero almeno la splendida veduta.

--Ma guarda. Bebè... Ma guardi, signora Daria... Anche tu, Irene... Guarda com'è bello!

La signora Daria assentiva per deferenza, l'Irene per soggezione; ma per loro era spettacolo assai più piacevole quello delle carrozze che di corsa lasciavano il Pincio, quali scendendo verso Piazza del Popolo, quali avviandosi per la Trinità dei Monti.

Bebè seguitava a cercar la regina e ogni momento, o sul serio, o per celia, credeva d'averla trovata.--_La egina!_

Il sole disparve; le rosee nuvolette si scolorarono come bragie spente, un brivido passò per l'aria, un tenue sussurro si levò dagli alberi tentennanti il capo in cenno di saluto, quasi dicessero addio al giorno che moriva.

--La mantellina di Bebè--gridò Diana scotendosi di soprassalto.--Anche lei, signora Daria, si copra bene.

--Eh, son già avviluppata nello scialle come una mummia d'Egitto--replicò la _sofferente_.

--Sono responsabile verso sua sorella e suo cognato--soggiunse Diana.

La signora Daria ebbe un sorriso enigmatico, a significare che non eran quelli i maggiori pericoli che i suoi cari congiunti volevano stornare da lei.

--A casa per la più corta--ordinò la Varedo.

Un po' perchè i cavalli erano stanchi, un po' perchè le strade erano affollate, non si giunse a destinazione che cinque minuti prima delle sette e mezzo. I Feana avevano anticipato, e la cameriera li aveva fatti accomodare in salotto; Miss Olivia arrivò subito dopo, seguita a brevissimo intervallo dal professore e dall'onorevole Zonnini.

--A tavola, a tavola!--disse Alberto a sua moglie.--Zonnini ed io abbiamo fame.

L'onorevole protestò contro questo abuso del suo nome, e s'affrettò a chieder dove fosse Bebè alla quale, come regina della festa, egli desiderava presentare i suoi omaggi.

--Ah!--rispose Diana.--Bebè farà la sua comparsa soltanto all'ora del dolce.

A tavola Zonnini fu invitato a sedere tra la padrona di casa e la signora Daria. Varedo prese posto fra le due sorelle. Giacinto Feana, ch'era alla sinistra di Diana e alla destra di Miss Olivia, allungava il collo per sorvegliar sua cognata, mentre lo stesso ufficio di vigilanza sospettosa esercitava dall'altra parte la signora Amalia. Quell'ignoto signor Zonnini accanto alla rispettiva cognata e sorella minacciava di turbar la digestione dei coniugi. Se fosse stato maritato, pazienza, ma l'uomo era capacissimo d'esser scapolo. E la Daria con tutto il suo grasso, aveva una facilità a prender fuoco! Ecco che già faceva la ruota come un tacchino in fregola.

L'onorevole Zonnini era stato ammonito da Varedo.--Bada di lasciar tranquilla una vedova che troverai a casa mia e ch'è custodita come un tesoro prezioso dai suoi parenti.

--È giovine? È bella?

--Avrà quarant'anni, e peserà cento chili.

--Dio liberi!

Messo poi a fianco di quel macchinone ansante e sbuffante, Zonnini aveva di nuovo rassicurato con uno sguardo l'amico Varedo. Ma ora, tra per gli occhiacci che i Feana gli piantavano addosso, tra per certe smorfie della signora Daria, egli cedeva alla tentazione di fare, così per ridere, un po' di corte alla vedova. Era una corte discreta, riguardosa, da persona educata che non voleva trascurare i propri doveri verso la padrona di casa che gli sedeva a destra, nè tralasciar d'interloquire nelle quistioni sollevate da Miss Harrison.

Miss Harrison era in quel giorno estremamente battagliera e aggressiva. Certi bizzarri progetti edilizi annunziati dalle gazzette avevano esasperato il suo malanimo contro i profanatori di Roma.

--Siete peggio dei Vandali--ella esclamava. Quelli almeno si contentavano di distruggere. Voi distruggete... e rifabbricate. Ov'erano cose belle d'una bellezza eterna, sacre all'arte e alla storia, voi avete edificato le vostre moli grottesche e disarmoniche; avete ucciso la poesia delle rovine e della solitudine per sostituirvi il frastuono d'una vita artificiale e infeconda.

I due onorevoli protestavano contro questi giudizi. Non si facevano paladini della nuova edilizia romana; tutt'altro; ma sostenevano il diritto che ha ciascuna generazione di adattare l'ambiente ai propri bisogni; l'Italia non aveva proclamato Roma a sua capitale unicamente per custodirvi le rovine e per mantenervi inviolato il silenzio, ma per riaprirla a tutte le correnti del pensiero moderno, ma per farne una vera e rispettata metropoli del mondo civile.

La ruskiniana Miss Olivia si strinse nelle spalle.--È poi civile il nostro mondo?

--Miss Harrison stasera ama i paradossi--disse sorridendo Varedo.--Parla su per giù come il Papa.

--Il Papa!--gridò l'Inglese, punta sul vivo, e non riuscendo a spogliarsi, benchè fosse di spiriti larghissimi, de' suoi rancori di protestante.--Il Papa (spero che il mio linguaggio non offenda qui nessuno) è la piaga sempre aperta d'Italia... oh non c'è pericolo ch'io vada d'accordo col Papa... Ero una giovinetta alla caduta del poter temporale, e ricordo la gioia che provai quando il telegrafo ne portò la notizia. Non ne avrei avuta di più per una gran vittoria delle nostre armi... Amavo, adoravo l'Italia, che non avevo ancor vista, ma di cui conoscevo già un poco la lingua e di cui, fanciulla, avevo seguito con ansietà le vicende dal 1859 in poi... Saperla ora compiuta con Roma per capitale mi pareva l'avverarsi d'un magnifico sogno... E quanti eravamo, in Inghilterra, uomini e donne, abbiamo salutato l'avvenimento come uno de' più fausti della storia... Non c'era miracolo che non ci aspettassimo da voi. E certo siete diventati una nazione rispettabile; avete navi, soldati, strade di ferro, vapori, telegrafi; ma dove sono le alte idealità che voi, Italiani, avreste dovuto bandire, dove la rinnovazione morale che Roma avrebbe dovuto iniziare nel mondo?

Questa benedetta rinnovazione morale era stata per tanto tempo il tema favorito di Alberto Varedo che Diana non dubitava di sentir suo marito far eco alle parole di Miss Olivia.

Ma Alberto aveva la gravità ed il riserbo dell'uomo ch'è presso ad abbrancare il potere, nè voleva compromettersi con troppo esplicite dichiarazioni, almeno fin che non avesse afferrato bene il concetto della sua focosa interlocutrice.

Miss Olivia ripigliò:--Per esempio nella questione religiosa chi vi capisce? Ora ostentate la maggiore indifferenza, fate quasi professione d'ateismo; ora amoreggiate con la Chiesa; quando pure non facciate tutt'e due le cose in una volta, come certi mangiapreti che mettono i figliuoli in educazione dai Gesuiti o dalle Dame del Sacro Cuore.

Ahi, l'Inglese aveva toccato un cattivo tasto, perchè appunto l'onorevole San Giustino, il futuro Presidente del Consiglio, aveva due ragazze alle Mantellate a Firenze, e perchè nel programma dell'opposizione a cui appartenevano Varedo e Zonnini c'era una politica conciliativa verso i cattolici. Il Gabinetto che si stava per buttar giù aveva _radicaleggiato_ in materia ecclesiastica; era quindi naturale che gli avversari, convinti o no, assumessero un atteggiamento affatto contrario. Anzi Zonnini, dopo un discorsetto un po' mistico pronunziato alla Camera, s'era guadagnato il nomignolo di specialista pel sentimento religioso. E poichè egli stesso, antico volterriano, aveva bisogno di rafforzarsi nelle sue nuove opinioni, non gli dispiaceva di far di tratto in tratto qualche prova che lo rinfrancasse nella sua parte.

--Argomenti delicati, cara Miss Harrison--egli disse posando la forchetta,--argomenti delicati. Che si affoghi negl'interessi materiali, in Italia e altrove, non ci sarà chi lo neghi.

Miss Olivia fece un segno d'assenso.

--Squisiti questi tordi--esclamò con un grido involontario dell'anima Giacinto Feana, ch'era un mangiatore coscienzioso e non si lasciava distrarre da questioni estranee alla tavola.

--Ma ne prenda ancora--insistè Varedo il quale, dal canto suo, avrebbe desiderato troncare la discussione.

--Dunque in questo siamo d'accordo--continuò Zonnini rivolgendosi a Miss Harrison.--E saremo d'accordo anche in un altro punto: che la prevalenza degl'interessi materiali non può esser vinta, se non dalla persuasione che la vita ben lungi dall'esser fine a sè stessa si compie in luoghi o in modi che noi ignoriamo, ma con un senso di giustizia atto a correggere le disuguaglianze del mondo. Tutto si riduce lì, cara signora. _Ripæ ulterioris amor_, come dice il poeta. Amore del di là.

--Naturalmente--replicò Miss Olivia troppo buona anglosassone da non aver un fondo di fede.--Ma il cattolicismo, che s'impernia intorno alla Chiesa di Roma comprime, atrofizza, non risveglia, questo sentimento elevato.

--Piano, piano. È necessario distinguere--ribattè l'onorevole Zonnini; ma Varedo fu pronto ad interloquire.

--Lo so, il nostro risorgimento nazionale avrebbe dovuto essere integrato da una riforma religiosa. Il male si è che le riforme religiose non si fanno che dai popoli credenti, e noi crediamo troppo poco. Siamo simili a chi abbia sul focolare domestico un mucchio di ceneri calde. Soffiandovi dentro sul posto si può forse sprigionarne ancora qualche scintilla; portando le ceneri altrove si ha la sicurezza di non trovar che della brace spenta.

--Sì, sì--disse Diana che fino allora aveva taciuto.--Ma per me l'essenziale è la sincerità. Siete sinceri voi altri col vostro sentimento religioso? O non ubbidite soltanto a ragioni d'opportunità politica?

Varedo si accingeva a rispondere allorchè un incidente puerile pose fine alla giostra oratoria. La signora Daria, la quale aveva un'ammirazione schietta e profonda per le cose che non capiva ed era rimasta a bocca aperta durante le varie fasi dell'interessante conversazione, lasciò scivolare per terra il tovagliolo e fece l'atto di chinarsi per raccoglierlo. Ma Zonnini prevenendola con un movimento rapido era già sotto la tavola quand'ella stava piegando a fatica la gran mole inerte, e ricomparve tosto alla superficie col lino prezioso. Senonchè, in quel tramestìo, i capelli dell'onorevole sfiorarono la guancia sinistra della vedova il cui volto si colorò intensamente al fuggitivo contatto.

Non ci volle più di così perchè i Feana concepissero chi sa quali atroci sospetti, che, al solito, presero la forma di amorosa ansietà per la rispettiva sorella e cognata.

--Daria, o Daria--gridarono a una voce il signor Giacinto e la signora Amalia,--cos'hai? Ti senti male?

--Ma non ho niente... Ma non era che un tovagliolo caduto per terra.

--Già, ma basta qualunque inezia a farti venir i tuoi vapori... Se tu vedessi come sei rossa...

--Desiderano che si apra un momento la finestra?--suggerì la padrona di casa.

--Oh, non occorre--rispose la signora Amalia.--Forse il meglio sarebbe che mia sorella mutasse posto.

Il signor Giacinto, alzando gli occhi dal piatto, slanciò uno sguardo severo a sua moglie che, per eccesso di zelo, comprometteva la causa comune.

--Che mutar posto d'Egitto?--protestò _la sofferente_ con inusata energia.---O che non è lo stesso?... Io sto benissimo dove sono.

E quasi per invocar protezione la florida signora si strinse di più al suo vicino.

In quella entrò la cameriera col dolce.

--E Bebè?--chiese Diana.

Ma avendole la Lisa sussurrato piano qualche parola, ella scattò dalla seggiola, e disse:--Scusino un momento... Torno subito... Ti prego, Alberto, fa che tutti si servano.

E uscì rapidamente dalla stanza.

--O che cos'è accaduto?--domandò Varedo alla cameriera.

Questa rispose che la bimba aveva avuto un disturbo di stomaco.

--Avrà mangiato troppe di quelle chicche giunte da Torino--osservò il professore stringendosi nelle spalle.

La Lisa accennò di no col capo. La scatola era stata messa sotto chiave dalla signora fin dalla mattina.

--In carrozza era di buonissimo umore--assicurò _la sofferente_.

E colse l'occasione per dire dell'incontro con Sua Maestà in Piazza del Quirinale, e del grido di Bebè: _La egina_!

--Ha il discernimento d'una persona grande--sentenziò la signora Daria.

--O piuttosto che non abbia preso freddo?--insinuò Miss Olivia.

--Nemmen per sogno--ribattè la signora Daria che tra per la sua corpulenza, tra pei vapori del vino, era incapace di concepire la sensazione del freddo in sè e negli altri.--Eravamo così coperte.

La conversazione procedeva lenta, slegata, in attesa di Diana che non tornava. Varedo frattanto faceva passare in giro il dolce, il formaggio e le frutta.

Il pranzo era quasi finito quando Diana comparve turbata in viso, recando l'annunzio che Bebè aveva la febbre. Le aveva messo il termometro, ed era salito a 39 gradi e 6 linee. Bisognava chiamare il medico quella sera stessa.--Andrai tu, Alberto?

--Sì, sì, andrò. Ma non esageriamo. Sarà una effimera, come quest'inverno a Venezia.

--Non era un'effimera neanche quella--replicò Diana.--Tu non c'eri, tu non sai... Sono state due febbrette reumatiche... assai più leggere però, con una temperatura massima di 38 gradi.

--Benedetti termometri!... Saranno una bella invenzione...--borbottò il professore.

--In quanto a me--disse la signora Amalia--li ho banditi da un pezzo.--Già non vanno mai bene.

--Quest'è vero--soggiunse Zonnini.--Mi raccontava Gastaldi, il celebre medico, che qualche anno fa, nella sua clinica, per parecchi giorni, si notò una strana esacerbazione febbrile in tutti i malati. Bastò cambiare i termometri perchè ogni cosa rientrasse nello stato normale.

Diana ascoltava appena. S'era rimessa a sedere al suo posto, ma non aveva voluto prender più nulla, nemmeno il caffè. Il suo cuore era di là, i suoi occhi si voltavano ogni tanto dalla parte dell'uscio.

E indi a poco ella si alzò, dicendo a bocca stretta:--Se desiderano restare accomodati in salotto...

Miss Harrison le bisbigliò all'orecchio:--Se non le dispiace, vado dalla piccina... Me ne intendo io di febbre...

Diana fece un segno d'assenso e le strinse la mano con gratitudine.--Or ora vengo.

Molto opportunamente, i Feana pensarono di andarsene. Già, per le 9,1/2, il signor Giacinto aveva a casa uno de' suoi due scolari di francese.

Uno, due, tre, anche la signora Daria fu in piedi; ma sia che non trovasse subito il suo equilibrio, sia che il farsi reggere avesse qualche attrattiva speciale per lei, ella si appoggiò con tutto quanto il suo peso al braccio di Zonnini.

--Le gira il capo?--egli le domandò con premura.

--Oh... passerà...

E _la sofferente_ soggiunse con aria sentimentale:--Che brutto contrattempo questo della bimba!... Era una serata così gradevole, in così buona compagnia!... Sarei rimasta fino a domattina! Pazienza!... Adesso conviene disporsi a far questa scala.

--Per la scala l'accompagno io, se non ha nulla in contrario.

--Si figuri!... Troppo gentile...

Ma il signor Giacinto, stimolato dalla moglie, fu pronto alla riscossa.

--Prego, signor commendatore--(veramente Zonnini non era che cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro)--prego... non si disturbi... Tocca a me...

--Le pare?...

--È il mio dovere--insisteva Feana, sempre col braccio in arco.--Noi scendiamo naturalmente.

La nobile gara sarebbe durata a lungo senza il provvido intervento di Alberto Varedo, infastidito delle sciocche galanterie di Zonnini.

--Se resti mi fai un favore--egli disse al collega.--Ho bisogno di te.

La bella contrastata trasse un profondo sospiro dal petto.--Buona sera, signor Zonnini... E grazie della sua cortesia.

Si staccò dall'onorevole e concesse il dolce pondo della sua persona al cognato.

Accomiatatisi gli ospiti a eccezione di Zonnini, Diana sollecitò nuovamente suo marito:--Ti raccomando, non indugiar più oltre... Va e torna col medico... Ma se vuoi prima vederla...

--Sì, sì. Eccomi.... Zonnini avrà la cortesia di aspettarmi qui... Usciremo insieme.

Dopo cinque minuti, i due deputati scendevano le scale, chiacchierando.

--Ha realmente la febbre--diceva Alberto Varedo.--Ma non mi par cosa grave.... Bastava chiamare il medico domattina... A ogni modo servirà a tranquillare mia moglie, che per solito è una donna calma, ma quando si tratta della sua figliuola...

--Eh, le mamme son tutti eguali--notò Zonnini.--A proposito, avevi bisogno di me?

--Era un pretesto--rispose Varedo con una spallucciata.--T'avevo tanto raccomandato di lasciar in pace quella vedova!

--Ah, era per lei!--esclamò l'altro ridendo.--Io mi ci diverto un mondo.

--Sì, e i Feana eran verdi della bile.

--Appunto... Quest'era il più comico.

--Sarai eternamente un fanciullo.

XV.

La fuga.

I Feana uscirono sul pianerottolo per scambiar gli ultimi saluti coi Varedo che stavan per partire.

--Ma è una fuga--disse il signor Giacinto.

--Si figuri ch'è proprio una fuga--assentì l'onorevole.--Diana s'è cacciata in capo l'idea che Bebè non possa rimettersi se non a Torino, e tant'è, la riaccompagno a Torino.

Diana con gli occhi fissi sulla sua bambina che era in collo all'Irene beveva avidamente le parole incoraggianti della signora Amalia e della sorella.

--Non è vero che abbia l'aria così patita... Oh Dio, ha avuto tre o quattro febbri piuttosto forti, ed è naturale che sia rimasta un po' fiacca... Ma vedrà come rifiorisce presto.

--Cara... e sorride anche--diceva la _sofferente_.--Chi sono io?... Non ti ricordi della signora _Aia_?

Certo che Bebè se ne ricordava, ma i suoi trasporti per la signora Aia erano molto diminuiti. Non lei aveva visto al suo letto durante la breve malattia, bensì Miss Olivia che con la mano le faceva le ombre sul muro, che le raccontava tante belle storie, che le cullava i sonni con una sua dolce canzone. Bebè ignorava quanto la signora Aia, poveretta, si fosse crucciata di non poter venire ad assisterla, impeditane dai parenti i quali temevano ch'ella si incontrasse col pericoloso Zonnini.

Comunque sia, la bimba girava inquieta lo sguardo in cerca di Miss Olivia e finì col balbettare il nome della sua nuova amica.

--La troveremo alla stazione Miss Olivia--disse la madre.--È là che ci aspetta.

Gli addii s'intrecciavano.

--Buon viaggio.

--Grazie... Diano loro notizie.

--Non mancheremo... E anche lei, signora Varedo, c'informi della salute di Bebè... Buondì, Bebè.... Ancora un bacio.

--Su Bebè, dà un bacio a quella signora....

--Buon viaggio... E torni, torni fra poco, signora Varedo.... Per noi sarà sempre un onore il mettere a sua disposizione il quartiere... Anche se avessimo altri inquilini, faremmo in modo da liberarcene.

--Arrivederci, arrivederci--continuavano i Feana.

--Arrivederci--rispondeva il professore.

Ma Diana non diceva che--Addio.

Ell'aveva paura di Roma; la teneva responsabile della malattia di Bebè, la incolpava d'aver, col suo fascino, distolto lei da' suoi uffici materni, d'aver reso meno assidue, men vigilanti le cure di cui, sino allora, ell'aveva circondato la sua creaturina.

Il signor Giacinto scese le scale, ajutò i Varedo a montar in carrozza. Avrebbe voluto accompagnarli alla stazione, ma aveva due impegni prima d'andar in ufficio, e se tardava troppo, apriti cielo! I superiori quando si trattava di lui, avevano sempre l'orario alla mano. Bella libertà che si gode in Italia!

--Auff!--fece Diana, quando la carrozza si mosse. Le pareva mill'anni d'essere in treno.

E chinatasi sulla bimba le rassettò la mantellina sulle spalle.

--Non avrà mica freddo?

L'Irene protestò energicamente.--O signora, come vuol che abbia freddo? Ha il vestito pesante.

Povera Bebè! Ci nuotava dentro quel vestito, tant'era divenuta sottile dopo pochi giorni di febbre.

Diana se l'era presa sulle ginocchia, ne lisciava i capelli, ne cercava sotto l'inviluppo dei lini le gambine stecchite, la palpava da ogni parte; e un'espressione di pena, d'angoscia si dipingeva sulla sua fisonomia.

Bebè piagnucolava, tendeva le braccia alla bambinaia.

--Lasciala all'Irene--disse Alberto a sua moglie.--E tu non ti crucciare così... Di qui a una settimana avrà ripigliato il suo solito aspetto.

--Dio lo voglia!--sospirò Diana.

In Piazza di Trevi la carrozza s'incrociò con un _fiacre_ ove un signore solo leggeva un giornale. Era San Giustino.

--Ferma, ferma!

I due legni s'avvicinarono; i due uomini politici si strinsero la mano. San Giustino salutò cortesemente Diana.

--Ci abbandona?

--La bimba è stata poco bene e la riporto a Torino.

--Mia moglie--soggiunse Varedo--ha i vecchi pregiudizi contro l'aria di Roma.

--Non creda...--principiò San Giustino.

Ma i due cocchieri fecero segno che non era possibile rimaner fermi in quel piccolo spazio, e le vetture si rimisero in cammino, ciascuna dalla sua parte.

San Giustino gridò:--Buon viaggio.

E rivolgendosi in particolare ad Alberto:--Voi almeno tornate presto... Se non si batte il ferro fin ch'è caldo....

Mentre queste parole oscure si perdevano nel romore dell'acque scroscianti, l'Irene tirava fuori misteriosamente un soldo dalla tasca del vestito e lo slanciava lontano. Era uno scongiuro insegnatole da una bambinaia con cui aveva fatto amicizia. Chi parte da Roma procuri di passar davanti alla fontana di Trevi e di gettar, strada facendo, un soldo nell'acqua. Se il soldo va diritto nella vasca, quello che l'ha gettato a Roma ci torna; se no, no.

All'Irene lo scongiuro non riuscì. Forse perchè ell'aveva impacciati i movimenti da Bebè, il soldo andò a battere sopra una colonnina della balaustrata e rimbalzò sulla strada ove un monello si affrettò a raccattarlo.

--Ah!--fece l'Irene turbandosi in viso.

--Cosa c'è?--chiese Diana che non aveva capito nulla.

Il professore scrollò le spalle.--Sciocchezze!... L'Irene prende gli auspicî.

--Quali auspicî?... Parla chiaro.

Cedendo alle insistenze di sua moglie, Alberto dovette dar una spiegazione sommaria di quel pregiudizio popolare.

--L'ha gettato l'Irene il soldo?--domandò Diana ansiosamente.--L'ha gettato con le sue mani?

--Sfido io! Vuoi che sia stata Bebè?

Pentita d'aver messo così a nudo il proprio egoismo, Diana cercò di consolare la bambinaia.

--Non devi pensarci altro. Sono fanfaluche a cui la gente che ha un po' di sale in zucca non crede... Ci tornerai a Roma, ci tornerai con noi e con Bebè.

L'Irene si sforzava di sorridere, ma era manifesto ch'ella non riusciva a scacciare un triste presentimento.

E anche sul volto già malinconico di Diana si calava un'ombra più scura. Aveva ragione suo marito, erano sciocchezze; e nondimeno!... Quando si comincia ad almanaccarci su, è come un tarlo che lavora dentro... È vero; il pronostico si riferiva all'Irene, ma l'Irene aveva in collo Bebè... e Bebè era tanto pallida!... Per solito, in carrozza si divertiva; oggi i suoi occhi smorti giravano qua e là indifferenti come se nessuna immagine ci si fermasse; e i suoi labbretti esangui si aprivano a fatica per qualche monosillabo.

Solo davanti alla stazione ella si rianimò.--_Ivia_--ella disse.

Miss Olivia era sul marciapiede, ad aspettare i Varedo. Teneva con la destra la sua seggiola a libro, teneva con la sinistra la scatola dei colori, ma consegnò le due cose a un fattorino perchè gliele custodisse, e aperse le braccia a Bebè che si protendeva verso di lei.

--O Bebè, _darling_.

--Una _stoia_--implorò la piccina, memore delle fiabe che Miss Olivia, con inesauribile fantasia, raccontava seduta al suo capezzale.

--Non si può adesso, cara. Un'altra volta.... Quando tornerai.

E Miss Olivia, palleggiava la bimba, leggera come una piuma.

Diana tentennò la testa.--Com'è magra, non è vero?

--Oh, ingrasserà.

--Almeno rifacesse un po' di colore.

--Lo rifà il colore. L'ha già rifatto... Non vede?

Fosse l'impressione fisica d'esser sollevata in aria, fosse il piacere d'esser con Miss Olivia, certo si è che Bebè aveva la fisonomia assai più animata di prima, e che un leggero incarnato s'era diffuso sulle sue guancie.

Sotto la tettoia ell'accondiscese a far qualche passo, retta per mano da Miss Olivia.