Chapter 10
--Sì, ma questa volta son pronto a scommettere che non campa tre mesi--ribattè Varedo fregandosi le mani con l'aria soddisfatta d'un deputato italiano che fiuta una crisi.
--Vedremo--disse Diana.--A ogni modo, ti raccomando d'essere a casa per le sette e mezzo.
--Procurerò... Se no, mettetevi a tavola senza di me.
--Non far questo torto alla regina della festa.
--Oh, la regina della festa, quando ha un pezzo di dolce, è arcicontenta.
--Abbiamo altri commensali; i Feana e Miss Olivia.
--Dio, quei Feana, che noia!
--Son pieni di premure che bisogna ricambiare.
--Non avrai mica invitato i figliuoli, spero?
--Non ci sarebbe stato nemmen posto a tavola. Pranzano da una zia... Quieta, Bebè, cosa fai?
Bebè, ch'era seduta sopra alcuni vecchi giornali sparsi sul pavimento, s'era levata una scarpina e una calza e guardava con grande ammirazione uno de' suoi piedini nudi. Anzi lo spettacolo pareva aver per lei una tale attrattiva che quando sua madre volle calzarla di nuovo ella protestò con tutte le sue forze.
--Per amor del cielo, mandala di là--disse Varedo che non aveva pazienza pei capricci infantili.
--Ora la porto io... Saluta il papà, Bebè... Buondì, papà, buondì... Via, Bebè, non esser cattiva il giorno della tua festa.
Ma Bebè non era punto compresa dalla solennità della giornata, e anzichè salutare il suo babbo strillava disperatamente, agitando le braccia e le gambe.
Entrò in buon punto la Lisa, la cameriera, con la posta della mattina; un fascio di lettere e di giornali. Dietro di lei un fattorino con due pacchi.
--Son per la signora--avvertì la Lisa.--E c'è anche qualche lettera per lei... Oh, Bebè...
--È pessima--dovette confessar Diana, mortificatissima. E la consegnò alla cameriera perchè la desse all'Irene.
--Via, via, presto--seguitava a dire il professore, mentre firmava la ricevuta dei pacchi sul libro del postino.
La bimba ricalcitrante e divincolantesi slanciò dalla soglia lo strale del Parto.--Papà _citto_.
Da qualche tempo s'era detto a Bebè ch'era ora di finirla con quest'antifona del _papà citto_, ma ella con la precoce malizia infantile infrangeva spesso il divieto, e a costo di provocar la collera della mamma, pronunciava con più gusto la frase incriminata.
--Bebè!--intimò Diana in tono di rimprovero.
Ma la Lisa, da donna prudente, aveva già chiuso l'uscio dietro di sè e allontanata la piccola ribelle.
Senza mostrar di curarsi delle bizze della figliuola, Varedo diede a sua moglie un giornale e un paio di lettere, di cui sbirciò la soprascritta.--Una è della tua mamma--egli disse.--E una di Bardelli.
--Saranno auguri per Bebè.
--Ed è certo di Bardelli anche questo scatolone di dolci che vien da Torino.
--È di lui sicuramente... Mi pareva impossibile ch'egli dimenticasse l'anniversario della bimba.
--L'altro pacco poi--riprese il professore,--arriva da Venezia.--Di chi sarà mai?... Forse te lo spiegherà la tua mamma.
--No--rispose Diana che aveva già scorso rapidamente l'epistola della signora Valeria e si accingeva a legger quella di Bardelli.--No, la mamma non accenna all'invio di nessun pacco.
--Pazienza allora... Scioglieremo l'enigma più tardi--soggiunse Varedo. E cominciò ad aprire la sua corrispondenza. La quale pare non fosse quel giorno di grande importanza perch'egli aveva già rimesso nella busta le sei o sette lettere ricevute prima che Diana avesse finita quella dell'antico assistente di suo marito.
--Per bacco!--esclamò il professore.--Bardelli ti scrive un volume?
--Non un volume, ma quattro pagine fitte.
--Per far gli auguri a Bebè e annunziare l'invio d'una scatola di dolci?
--L'annunzio dei dolci e gli auguri non occupano che una mezza facciata. Il resto è per te.
--Per me?... che novità ci sono? È un gran buon diavolo quel Bardelli, ma è anche un gran seccatore.
Diana passò il foglio a suo marito, e ripigliò:--Sembra che il concorso di Bologna gli prepari una nuova delusione. Povero Bardelli! Ha la fortuna contraria, ed è sempre vittima di qualche intrigante, senza che i suoi amici si affannino troppo ad aiutarlo.--
Varedo fece una spallucciata.--O che pretende?
E di mano in mano che andava innanzi nella lettura, la sua impazienza cresceva, e i suoi commenti diventavano più acri.--Bardelli è un imbecille. Si lagna perch'io non son voluto entrare nella Commissione di concorso, come se entrandoci avessi il mandato imperativo di votare in suo favore.
--Non questo--interpose Diana.--Conoscendolo a fondo, avresti potuto illuminare i tuoi colleghi.
--In qual modo?... Ma che idee vi fate di una Commissione di concorso alle cattedre universitarie? Si giudica sui titoli che sono presentati; chi ha titoli maggiori riesce.
--E se uno s'è procurato i titoli con un atto di malafede come il tuo Quinzani?
--Che mio?--protestò Varedo.--Io non ho predilezioni nè pel _mio_ Quinzani, nè pel _tuo_ Bardelli, e se non volli entrare nella Commissione si è appunto perchè vi son fra i candidati il mio antico e il mio nuovo assistente.
--E dunque Quinzani rischia di trionfare per merito di una gherminella indegna,--ribattè Diana.--Perchè hai visto come stanno le cose? Hai visto che il titolo principale di quel caro signore è un lavoro di cui Bardelli gli fornì in massima parte i dati e le idee? E ciò dopo aver promesso che il lavoro sarebbe stato condotto a termine solo nell'anno venturo, e non avrebbe servito pel concorso di Bologna.
--Ho visto tutto--rispose il professore,--ho visto anche che Bardelli vorrebbe ch'io mettessi sull'avviso la Commissione. Ma non capisce la sconvenienza della sua domanda?... Appena uno scolaretto di ginnasio commetterebbe una goffaggine simile.
--Bardelli sarà goffo--obbiettò Diana--ma è senza dubbio leale e sincero. E si può giurare che quello ch'egli dice è la verità.
--Tanto peggio per lui. S'è stato un minchione, se invece di lavorare per sè ha lavorato pel suo competitore, impari ad esser più accorto per l'avvenire, nè aggiunga allo scorno del probabile fiasco il ridicolo di questi pettegolezzi e la confessione della sua dabbenaggine.
--Sicchè--riprese Diana il cui senso della giustizia si ribellava alle teorie di suo marito,--sicchè i giudici del concorso dovranno ignorare il plagio inverecondo commesso da Quinzani?
--In primo luogo--disse il professore--non è il caso di plagio. Può darsi che il Quinzani si sia valso d'idee suggeritegli e di notizie raccolte da Bardelli, o che per questo? Se di quelle idee, di quelle notizie Quinzani è riuscito a far un tutto organico, il merito è suo, e l'accusa non regge. La paternità d'un'idea? Ma un'idea è di tutti e di nessuno; un'idea è nell'aria; cento uomini possono coglierla a volo; essa appartiene soltanto a quello fra i cento che sa fecondarla. E poi Bardelli è padronissimo di rivolgersi alla Commissione; basta che non si sogni nemmeno ch'io mi ingerisca in questa faccenda.
--Te ne lavi le mani?
--Sfido io. Non entro mai in ciò che non mi tocca.
--I fautori di Quinzani non avranno di questi scrupoli.
--Avrebbero torto a non averne. Ma Quinzani ha più tatto; non sarà indiscreto co' suoi amici.
--È vero--notò Diana con amarezza.--Egli usa d'altre armi per vincere.
--Oh!--replicò, infastidito, Varedo.--Voi donne parlate per simpatie e antipatie. Bardelli t'è simpatico, e ha sempre ragione. Quinzani t'è antipatico, e ha sempre torto. Io sono più equanime. Vedo che hanno entrambi i loro pregi e i loro difetti, e son ben contento di non aver da pronunciarmi fra i due.
--Sì, sì,--soggiunse Diana--ma è triste assai che i furbi abbiano costantemente il sopravvento sui galantuomini, e non è men triste che non si possa mai far nulla per un uomo il quale si getterebbe nel fuoco per noi.
Alberto Varedo allargò le braccia.--Bardelli è l'artefice delle sue disgrazie. Gli manca il senso pratico della vita, e io non sono in grado di darglielo... Ma con queste chiacchiere il tempo passa, e io per le dieci sono aspettato.
Diana capì ch'era inutile trattenerlo, ch'era inutile prolungare il colloquio. Ell'era forzata a riconoscere che in molte cose Alberto aveva ragione, che Bardelli si rovinava da sè e che gli uffici ch'egli sollecitava in suo favore non erano facili a compiersi; tuttavia ella sentiva come la vantata equanimità di suo marito non fosse che una maschera accomodata sul proprio egoismo. Egli sapeva ben transigere con la sua rigidezza quando si trattava degli affari suoi, sapeva ben trovar gli argomenti che servono ad allargar le maglie elastiche del dovere. Quelli ch'egli ignorava, quelli che avrebbe sempre ignorati erano gli slanci generosi che ci fanno intuire anche nei nostri rapporti coi terzi una giustizia superiore alla giustizia convenzionale del mondo, e c'inspirano i sacrifici, e c'incoraggiano a sfidare, in nome d'un nobile scopo, le censure dei formalisti.
--Non vuoi vedere che cosa ci sia nel pacco misterioso?--ella chiese ad Alberto, riprendendo dalle mani di lui la lettera di Bardelli.
--Vediamo pure, ma subito--diss'egli. E franse i suggelli e tagliò col temperino i lacci che chiudevano il pacco.
Indi apparve, in mezzo al cotone, una bambola coi capelli biondi, col viso bianco e roseo, con gli occhi ceruli moventisi in atto sentimentale.
--E ha un meccanismo nella pancia--notò Varedo.--Aspetta.
Premette una molla, e la bambola rispose:--Mamma! Papà!
--Oh, come sarà contenta la bimba!--esclamò Diana. E cercava sempre un indizio del donatore, quando, sotto il nastro di seta rosa che cingeva la vita della pupattola, scoprì un cartoncino su cui era scritto in una calligrafia a lei notissima: _Auguri a Bebè dallo zio Gustavo._
Le pupille di Diana si velarono di lacrime.--Povero zio!--ella sospirò.--Si ricorda della sua nipotina.
Il professore senza far motto riadagiò la bambola sul suo letto di cotone. Poi domandò ironicamente:--La sposa non la sposa la sua vedova?
Egli alludeva all'Adelaide Nocera il cui marito era morto da un mese.
Diana si oscurò in viso.--Credo che la sposerà dopo passato l'anno di lutto. E sposandola farà il suo dovere, come dite voi altri.
--O piuttosto espierà i suoi peccati--borbottò Alberto Varedo.--Addio, addio. Arrivederci.
--Per le sett'e mezzo, mi raccomando.
--A meno di casi imprevisti ci sarò... E, a proposito, credo che porterò anch'io un commensale.
--Chi?
--Il collega Zonnini.... che conosci.
--Ci starà a fatica, e s'annoierà coi Feana.
--Oh in quanto a starci, magro com'è, occupa poco posto; e pel rimanente non ti confondere. I Feana, per una volta tanto, possono esser tipi divertenti.
Appena sola, Diana riprese in mano la bambola dello zio Gustavo e stette in forse se tenerla in serbo per un altr'anno. Era ancora così piccina, Bebè.
Ma no, no; ella non aveva il diritto di far questo. Sarebbe stata usare uno sgarbo allo zio.
Di nuovo i suoi occhi s'inumidirono. Ella provava una tenerezza grande per quello zio, che senza sua colpa, s'era alienato da lei, provava un desiderio acuto di riveder il suo viso aperto e gioviale, di sentir la sua voce, di sedergli sulle ginocchia come quand'era fanciulla... Sicuro che i suoi difetti egli li aveva, sicuro che non era da lodarsi quella sua relazione con una donna maritata... Ma era buono e leale.... così premuroso verso la sorella, così tenace ne' suoi affetti... Ecco, adesso che l'Adelaide era rimasta vedova egli la sposava. Fortunata Adelaide!... Anche oggi, come circa tre anni addietro sulla terrazza del Lido, ma con assai minore acrimonia, Diana pensava a queste donne che traversano la vita col sorriso sul labbro, infedeli spesso agli amanti, fedeli sempre all'amore, a queste donne che la morale austera condanna e che pure hanno in sè qualche cosa che le fa compatire ed assolvere. E la vinceva una curiosità femminile d'imparare, non certo per usarne, il loro segreto, di penetrare nelle loro anime, di farsi un'idea esatta dei loro sentimenti, delle loro gioie, dei loro dolori. Chi sa, un giorno, quando l'Adelaide fosse diventata la signora Aldini e lo zio Gustavo si fosse riconciliato con Varedo e con lei, chi sa? Fors'ella avrebbe potuto, a momento opportuno, tirare in disparte la sua novella zia e dirle:--Spiegami un po'....
Diana si strinse nelle spalle. Che idee bislacche le frullavano in capo? E che stava ella ad annaspar nebbia nello studio di suo marito, mentre all'altro angolo dell'appartamento Bebè (se ne udiva benissimo la voce) si sgolava a chiamar _mamma, mamma_, e faceva disperare l'Irene?
In fondo, Bebè non aveva torto. Perchè sua mamma la trascurava nel giorno della sua festa?
Per calmarla, Diana andò da lei coi dolci e la bambola e parve un momento che gli umori della bisbetica fanciulla si rasserenassero. Ma fu un breve intervallo fra due tempeste. Nella persuasione fallace che la puppattola dovesse amare le chicche, Bebè le fregò sul viso uno dei cioccolattini che si trovavano nella scatola di Bardelli, e quando la madre saggia, per evitare maggiori disgrazie, portò via scatola e bambola, Bebè, offesa nei suoi diritti di proprietaria, si rotolò rabbiosamente per terra. In seguito di che, la regina della festa fu messa in castigo fin dopo colazione.
XIV.
.... e finisce peggio.
Nel pomeriggio, la bimba si mansuefece alquanto, e potè figurare con onore davanti ai Feana, venuti a portare i loro auguri e a ringraziar Diana dell'invito a pranzo. Venivano _in pompa magna_, marito, moglie e cognata _sofferente_, e oltre agli auguri, portavano fiori in quantità acquistati dallo stesso signor Giacinto in Piazza di Spagna. Ma la dimostrazione più lusinghiera era quella di aver uniformato il vestito all'esigenze della lieta solennità. Non solo il Feana aveva levato dal soprabito il velo ch'era documento del suo mite cordoglio; non solo la signora Amalia indossava un vestito con sbuffi rossi alle maniche e tre falde di gale; ma persino _la sofferente_ rompeva il rigore delle sue gramaglie vedovili con una _blouse_ di color cenere chiaro che la faceva parere ancor più grassa del solito e dava maggior risalto alle sue mobili rotondità.
La sorella e il cognato, vedendola ansare, manifestavano ciascuno a modo suo, la loro amorosa sollecitudine.
--Ecco,--diceva, con un po' di rabbietta repressa, la signora Amalia,--ecco, non mi hai voluto ascoltare. Ti predicavo d'andare adagio per le scale.
Ma il signor Giacinto, tutto latte e miele, posava una mano sulla spalla della diletta congiunta.--Sta tranquilla, cara, non parlare.
--Desidera un bicchier d'acqua?--offerse Diana.
La signora Daria protestò, prima con la mano, poi con la voce.--No, grazie, signora Varedo, non ho bisogno di nulla.
E rivolgendosi ai Feana soggiunse:--Dio, che casi fate!
Accennò a Bebè di avvicinarsi, l'aiutò ad arrampicarsele sulle ginocchia, la coperse di baci.
Bebè, cullata in quel mare di gelatina, provava una sensazione gradevole, ricambiava le carezze, rideva, sprofondava le dita sottili nelle guance piene, nel collo carnoso della _sofferente_.
Siamo amiche noi, siamo vecchie amiche, non è vero, Bebè?--diceva la signora.--Come mi chiamo?
--_Signoa Aia_--rispose l'interrogata.
--Cara, cara, cara!
Il signor Giacinto e la signora Amalia discorrevano con Diana del più e del meno; lui di politica, della Camera, del Ministero, dell'impiego, del bisogno che il paese aveva d'uomini nuovi, come sarebbe stato per esempio l'onorevole Varedo; lei della casa, dei figliuoli, del movimento che c'era a Roma all'avvicinarsi della Pasqua, della difficoltà di trovar buone persone di servizio, eccetera, eccetera.
Diana fece girar lo scatolone dei dolci di Torino, e invitò la signora Amalia a prenderne senza cerimonie per sè e pei figliuoli.
Di lì a un quarto d'ora il signor Giacinto si alzò. Non poteva trattenersi, pur troppo, in causa della pedanteria dei superiori che l'avevano già messo in mala vista di Sua Eccellenza, perchè qualche giorno marinava l'ufficio... Grazie a Dio che Sua Eccellenza aveva i minuti contati.
Intanto la signora Amalia s'era alzata in piedi pur essa, e la signora Daria aveva deposto Bebè per terra e pareva accingersi a seguir l'esempio de' suoi tutori.
--Loro poi non devono aver questa fretta--disse Diana alle due sorelle.--Non vanno mica all'ufficio, loro...
--Eh, cara signora--replicò la Feana--tre figliuoli maschi son peggio dell'ufficio.
E soggiunse che aveva il bucato da rattoppare.--Quei ragazzi sciupano tutto. Proprio mi dispiace, ma devo scendere...
--Resti lei almeno, lei che non ha figliuoli,--insistè Diana verso la signora Daria, i cui movimenti erano ancora nella fase preparatoria, come di nave che sta per levar l'áncora.... Passi la giornata qui... Usciremo più tardi in carrozza con Bebè.
Così fu deciso, dopo una serie di negoziazioni coi coniugi Feana... Pur che la Daria si coprisse bene. Aveva tanta facilità d'infreddarsi.
--Ma non è vero.... Non mi raffreddo niente più degli altri....
--Se non avessimo giudizio noi!--interpose la signora Amalia in tuono di protezione.--Basta, ti manderemo uno scialle.
--Degli scialli ne ho io in abbondanza--assicurò Diana.--Non abbia paura, signora Amalia, usciremo coperte in modo da poter andare in Siberia.
--E adesso fa un caldo da aprile avanzato--disse la vedova.
--Non è da fidarsene. Ci son tanti sbalzi di temperatura in questa Roma--notò gravemente il signor Giacinto. Sbirciò l'orologio e soggiunse con galanteria:--Diamine, diamine.... Da lei signora Varedo, il tempo vola... Bisogna proprio ch'io dia una capatina in ufficio... Vieni, Amalia?
--Arrivederci a ora di pranzo.
Libera dall'incubo dei parenti, la signora Daria s'abbandonò a uno dei suoi soliti sfoghi. Non ne poteva più. Assolutamente non ne poteva più... Quel voler farla passar per malata era una cosa che le urtava i nervi fuor di misura.
E per mostrar ch'era sana, e che la sua corpulenza non le inceppava troppo i movimenti, si mise a giuocar con Bebè. Se la palleggiava sulle ginocchia, la prendeva sulle spalle, la rincorreva, si accovacciava per terra con lei. E in verità, benchè soffiasse come un mantice, e le balene del busto le facessero _crac_, _crac_ e un rossore intenso le salisse alla faccia, ell'era assai più agile e svelta che non si sarebbe creduto.
Bebè andava in estasi.--_Signoa Aia, signoa Aia!_
--Badi--ammoniva Diana ridendo.--Non dia troppo libertà a madamigella, che se sapesse quanti capricci ha fatto questa mattina.
--Oh, lasci fare. In quell'età lì anche i capricci sono graziosi... Io, io ho tre nipoti grandi e grossi che sono tre furie scatenate... C'è il maggiore specialmente, tra i quattordici e i quindici anni, che non so che cosa gli frulli... mi mette sempre le mani addosso.... da per tutto.... e fossero di queste manine morbide e delicate!
Bebè si divertiva tanto che ci volle del bello e del buono a persuaderla che si lasciasse portar in camera dall'Irene per farvi la sua _toilette_ da passeggio. Non si chetò che quando le dissero che s'era docile, ragionevole, la signora Daria sarebbe venuta anche lei in carrozza; se no tornava a casa subito.
D'ordinario, Diana si serviva modestamente del primo fiacre capitato; oggi ell'aveva preso un _landau_ di rimessa.
La carrozza fece un lungo giro. Traversò la Piazza del Panteon, la Piazza della Minerva, tagliò il Corso Vittorio Emanuele, salì al Campidoglio, scese al Foro romano, costeggiò il Colosseo. Un bel sole primaverile splendeva sulle rovine, rievocava la vita in quel mondo defunto. Fra le colonne infrante, sotto gli archi vetusti passavano i grandi fantasimi; scintillavano le corazze, gli elmi, l'aste, gli scudi; si agitavano i brandelli dei vessilli gloriosi provati dall'ingiurie di tutti i climi; uomini, donne, fanciulli, patrizi e plebei, fremendo nell'ansie dell'attesa, irrompevano nel Circo; i campioni della prossima lotta esercitavano in giochi atletici le membra poderose, mentre forse li assaliva un ricordo delle native selve germaniche, e la pupilla si velava al pensiero dell'infanzia lontana, della morte imminente.
Ahi, ma ben presto Diana s'accorse che per lei sola si movevano questi fantasmi, che a lei sola parlavano queste voci. Bebè aveva posato la sua testina sulla spalla dell'Irene e dormiva; e la signora Daria guardava distratta di qua e di là, dondolando il capo sonnolento, e scuotendosi solo quando si incontrava per la via qualche carrozza di forestieri. Allora quelle foggie strane, quei tipi esotici, quelle pronuncie gutturali, sibilanti le suggerivano sempre la stessa osservazione profonda:--C'è di tutto in questa Roma. Una vera Babele.--Ella poi confessava candidamente che sebbene ci vivesse da oltre un anno non ci si era ancora potuta assuefare, e sospirava Torino dov'era nata o Milano dov'era andata a stabilirsi con suo marito. Una gran città Milano; molto meno cara di Roma, anche pel prezzo dei viveri e degli alloggi... Non conosceva Venezia... assai bella la dicevano.... ma una città in cui non c'eran carrozze e cavalli non faceva per lei.
La Varedo diede un ordine al cocchiere che rimontò per San Pietro in Vincoli, traversò Via Cavour e per Via dei Serpenti e Via della Consulta si diresse alla Piazza del Quirinale ove un gruppo di curiosi oziava dinanzi alla reggia. La fisonomia smorta della signora Daria si animò tutta.
--Oh, se vedessimo i Sovrani!
--Niente di più probabile--disse il cocchiere voltandosi da cassetto.--Spesso la Regina va a passeggio in quest'ora.
L'Irene sgranò gli occhi, e Bebè che s'era svegliata volle seder tra la signora Daria e la mamma.
--Fermiamoci un minuto lì--disse Diana additando la balaustrata di marmo di dove si vede così bene San Pietro.
Ma non occorse fermarsi troppo; chè proprio in quel punto si notò un certo movimento nel vestibolo del Palazzo, una _vittoria_ con le livree rosse sboccò dal portone, la sentinella presentò l'arma, i cappelli si agitarono, la bionda regina chinò, risalutando, il capo gentile, slanciò uno sguardo fuggitivo alla cupola della basilica vaticana e scambiò una parola con l'unica dama che l'accompagnava. La carrozza infilò la Via del Quirinale e disparve; solo per qualche secondo si intese ancora lo scalpitìo dei cavalli rattenuti nella ripida discesa.
Bebè, ritta sul sedile, gridò:--_La egina!_
--O che la conosce?--esclamò, maravigliata, la signora Daria.
--Conosce le livree rosse. Ogni volta che le vede dice:--_La regina._
--Che bella combinazione è stata!--soggiunse la _sofferente_.--Peccato che non fosse che un lampo.
--Già sarebbe stata sempre la medesima cosa--rispose Diana, sorridendo. E ordinò al cocchiere:--Andiamo al Pincio adesso.
--Per il Corso?
--No, è meglio andarci per Via Sistina. Si fa più presto.
--Lei è pratica delle strade di Roma assai più di me--osservò la signora Daria.
La bella giornata primaverile aveva attirato al Pincio sull'ora del tramonto una quantità di pedoni e d'equipaggi signorili e di vetture da nolo; era un brusìo allegro di voci, era una festa di luce, una fantasmagoria di colori, in quello sfoggio di vesti chiare, in quel chiudersi e aprirsi degli ombrellini di seta spiccanti sul doppio fondo del cielo azzurro e della verde spalliera degli aloe e dei cactus; era un fremito di vita nel ronzìo degli insetti e nelle fragranze dell'aria.
--_La egina!_--gridò nuovamente Bebè, battendo palma a palma.
--Dove? Dove?--E la signora Daria tese il collo come fanno i colombi quando vanno in cerca d'esca.
Ma non era la regina. Era, a cassetto d'uno _stage_ a quattro cavalli, una giovinetta bellissima, avvolta in un gran mantello scarlatto, una forestiera, forse un inglese.
--Oh scioccherella!--disse Diana.--Ti basta veder del rosso per credere che sia la regina.
Bebè però ripeteva ostinatamente:--_La egina! La egina!_
Diana la prese sulle ginocchia e le disse:--Guarda laggiù com'è bello!