I Bianchi e i Neri: Dramma

Part 2

Chapter 22,135 wordsPublic domain

_Bianca_ Mesto è il tuo canto, o Dore; è mesto come Pianto di madre che il morto sembiante Del figliuolo involarse per la polve Vede curva sull'orlo della fossa. — Donna del Cielo, ella è menzogna in core Del giusto un seggio aver la pace; e i deschi Fuggire, e i letti, ove riso di pianto Ride, e sonno di spine il fallo dorme? _Dore_ O mia diletta, e può turbar fantasma Di colpa lui che dal tuo sguardo ha vita? Celeste cosa son l'anima e gli occhi Tuoi, e allor che pietosi al ciel li movi, Ogni spirto li segue in paradiso. — Io son tranquillo, — ma di pace stanca. Giaccio, — ma non riposo, — e sento tale Una quiete, che sarà nel giorno Dell'ira, quando staranno il giudicio Di Dio tremendo ad aspettar le genti. _Bianca_ Dal profondo del cor volgiti a Dio; Chiama, e risponderà. — Qual madre sorda Fu al grido dell'infante? A quale afflitto Non sovvenne invocato il sommo Dio? _Dore_ Il libro della vita è scritto: — è fissa Del dolor la misura, e della gioia È destinata, o Bianca: — e noi siam fiumi; Rapidi discorriamo per la china Entro un letto fatal, finchè ne accolga Lo abisso della eternità. _Bianca_ Ma Dore, Voi fate ingiuria al vostro Dio. — Qual mai Fu il fattore che odiasse sua fattura? L'arbore ei dette della vita, e noi Cibammo il frutto della morte; — noi Liberi come il raggio del pianeta. — Se il sapere di Dio conosce il fine. Non però il move; qual uom su la riva Mira la navicella indirizzarse Secondata dal vento al suo cammino. _Dore_ Oh parole celesti! O Bianca, bella Come il sorriso della prima madre Quando innocente si specchiava in Dio; Tu sola degna di parlar dei cieli; Nè cor più puro, nè più santo labro Mai innalzò prece: e che mai dirti io posso? Il mio intelletto vinci, eppur da molti Anni mi è aperto il mio destino. — _Bianca_ Quale Ruppe il velo del tempo, ed il futuro Vide presente? — Forse tu, con arte Che il Cielo aborre? _Dore_ Turbare io la polve Che riposa? — Io turbar l'ossa dei morti Guardimi Dio! — Rammenta i giorni andati In che un tetto copriva i nostri padri, E non violato era l'amplesso, e quella Speme ei nudrivan ch'or contesa è ai figli... _Bianca_ Ahi che rammenti, o Dore! _Dore_ E pur rammenta La notte turbinosa in ch'io, chinato Il capo sul tuo grembo, ascolto dava Al novellare dell'antica Lena... Povera Lena! or non è più: — che Dio Faccia pace a quell'anima. — Repente Fu battuto al castello; — era un Palmiero Che chiedeva per Dio posare il fianco Sotto il tetto dell'uomo. _Bianca_ Oh se il rammento! Coi labbri che baciaro il gran sepolcro Ei mi baciava; — questa ch'ei donommi Portai sempre sul core.[2] _Dore_ Egli accostossi A noi, — la man c'impose: — E voi godete, Disse, il piacer della innocenza, e l'ora Della pace; — ch'ella è di vita il lampo, E le succede tenebra di pianto, Di misfatto di pena e di rimorso... Si volse, e lagrimò; — dal ciglio cadde La lagrima, io l'accolsi, e da quel giorno In questo cuore è viva. _Bianca_ Ei ben si appose: Non siam noi infortunati? _Dore_ Più tremenda Sventura io temo. _Bianca_ Ed è? _Dore_ Perderti, o Bianca. Gran Dio! non sai di quale amore io t'ami, Perchè non fu, nè sarà mai favella, Che valga a dire ogni pensier di amore. — Odi visïon che testè m'apparve. — Suonata era la squilla degli estinti, Ch'io fui tratto in misterioso sogno. — Pareami uniti andassimo l'amore Nostro a sacrar nel tempio: — il guardo volsi Su i comitanti, e non conobbi amico, Ma strani tutti; — aveano intento il ciglio, La pupilla velata; — al tuo bel volto Il raddrizzai, — tu non avevi il serto Di sposa, — eran viole; — e già sospeso Tenevi il piè per valicar la porta, Quando dall'alto tal mosse una voce, — Di tua madre era voce: — Vieni, o amata. Dalla valle del pianto al sen materno, Vieni, ripara in Dio. — E tu sorgevi, Qual portò la colomba olivo al giusto, Nel gemito dell'anima io ti chiamo, Ma tu non odi, e su le sante piume Di un immenso desio librata, voli Vie, vie più lieve pel sereno azzurro... L'anima afflitta ama seguirti, — scuote Di Adamo il carco, ma nol spezza, e tutta Anelante il dì eterno si dibatte Pei lacci della vita. — Tal mi sveglio Freddo, affranto, dolente, e il corpo e l'alma Sono una piaga. _Bianca_ Se nel cielo è fisso Che sia tale il mio fato, o Dore, vivi, Vivi alla patria, e ad alle cose intendi... Pensa alla madre Italia: — ella sospira Da lungo un figlio di lei degno, — indarno. Pensa all'Italia:... e... qualche volta ancora Deh! pensa a Bianca tua;... ma non sia quello Pensiero di dolor. — Nel ciel beata Godrò di tua virtude, e se mai avviene Nel giorno della gloria un'aura senta Aleggiarti soave intorno al volto. Di': — Questa è l'alma della mia diletta. Che fa omaggio di amor, siccome è dato Ad immortale. _Dore_ Oh! vivrà pria il creato Senza la stella che conduce il giorno. Eppure qui nell'anima mi suona Triste una voce che mi dice: Mai Più con la Bianca parlerai di amore; Mai più la rivedrai. — Quindi al cospetto Di Dio e di tua madre or sii mia donna. _Bianca_ O Dore! _Dore_ Se quest'alma da me fugge, Forza è che vada a secolo immortale Con la tua fede. _Bianca_ O Dore! _Dore_ Ecco l'anello Che dà una sposa al Cancellieri. — Il padre Mio alla sua lo concedeva. — A Bianca Porgelo Dore... _Bianca_ E nol ricusa Bianca; E t'abbi in cambio questo mio. — Dal letto, Ove giacea la moribonda madre, Questo raccolsi e un bacio. — Io con te lieta Il legato divido. — Ecco l'anello; Lasciami il bacio: — pago sei? _Dore_ Son pago. _Bianca_ Omai più rade e pallide pel cielo Fansi le stelle... Intendi?... il sacro bronzo Suona la prece del mattino;[3] sembra Che flebile lamenti su la luce Che sorgerà tra breve a illuminare Le sventure dell'uomo ed i misfatti. Donna del Cielo, ah! tu soave inspira Senso quaggiù; — tu di alcun fiore adorna Questo calle di spine; — i duri sdegni Vedi, e la gente che su questa zolla Si divora incessante. — Alfin la terra La inghiotte, e invano; — chè la nuova schiatta Sorge, e su l'ossa dei padri contende! Donna del Ciel, fa che la via del ferro Oblii la destra, e sol dell'uom si stenda A impalmare la destra. — Oh! non consenta Voce all'ingiuria il varco, e sol le labbia Suonino il verbo della pace; — salve Fratello. _Dore_ Così sia. _Bianca_ Dore, la gioia, Di Dio sia teco. _Dore_ O dolce Bianca, — addio.

SCENA III.

DORE.

Travagliata nell'anima si parte Senza conforto. — Oh pace almeno al giusto! Sul letto della vergine dall'ale Scuota l'Agnol di Dio i sogni vaghi Dei colori dell'iride. — Signore, Se la misura del tuo sdegno è colma. S'è ver che i figli den portare il peso Dei paterni misfatti, — ecco io mi t'offro Vittima espiatoria, — alma per alma, — Sangue per sangue; — fulmina, ma cessa Dalle vendette... e perdona. — Son tristi I figli tuoi... son crudi... ma infelici; E tu sei padre alfine... Dio, perdona!

SCENA IV.

GERI, MANENTE, E DETTO.

_Geri_ Senti amasio quadrel di amore è questo?[4] _Dore_ Ahi traditore![5] E tu se questa è pena A tradimento. _Geri_ Son morto!... _Manente_ Non senza Vendetta... _Dore_ Oh quanti siete! Iddio m'aiti. _Manente_ E me l'inferno.[6] — Cavalier, mercede Per Cristo! _Dore_ Tolga il ciel, che in te si brutti Ferro onorato: — ti aspetta la scure. — Vivi, e se puoi, ti penti.

SCENA V.

GERI, MANENTE.

_Manente_ Niun qui geme. — È trapassato... _Geri_ Manente! _Manente_ Vivete? Io vi facea tra i morti. _Geri_ Ah! dammi aita, Ferma il sangue che spiccia... Ahi questa è piaga, Che se altra è più mortal, nulla è più acerba. _Manente_ Gagliardo egli è quest'uomo Vostro![7] _Geri_ Quindi Più mi grava di spegnerlo. _Manente_ A quest'ora Poco spazio di terra avria sepolto Il trafitto, il misfatto e la memoria; — Ma io vel dico, voi — mai sarete un uomo. La buona spada innanzi al sol combatte, E dà in petto al nemico; — ma il pugnale Le tenebre ama e il dosso: — più veloce Quindi è la via che mena dritto al core. _Geri_ Vivo; — la sconterà. _Manente_ Ma intanto il vostro Sangue per lui tigne la terra... _Geri_ Vivo. Breve di pochi dì tremenda vita Io gli apparecchio, e morte disperata.

ATTO SECONDO.

E sì distretto m'ave in suo disire Lo core mio, che dallo suo pensare Un'ora solo io nol porria partire, DANTE DA MAIANO.

SCENA I.

Sala interna di Damiata. Spunta il giorno.

GUALFREDI _al lume di una lampada legge una nota di proscritti_.

E voi morrete, — Tedici, Lazzarri, Rossi: già foste amici, or troppo grandi Siete: — io non v'odio... ma perchè importuni Ove a posare ho il piè poneste il capo? Voi perirete. — Lemmo Cancellieri! Il figlio di mio padre! Il mio fratello![8] Uno stesso alvo!... un sangue stesso!... il nome! Di mie vigilie o lampada compagna, Vinta del sole al mattutino raggio, Sembri la Vita;... scintilla di eterno Lume... di vile umor figlia, che splende Nell'ombre: — sembri il tempo, che misura I pianti lunghi, il breve gaudio, e scava Le fosse. — O tempo, o vita, e che mai siete? D'immota eternità mobili figli, Tenebra di sepolcro, ombra di morte. — Ma ed io sarò un eterno? Qui di forma Muta tutto e non muore. E il mio giudicio?.., La mano tinta di fraterno sangue Arderà nell'Inferno... io fratricida... No, — non sarò.[9] Fratello, vivi, e quando Ne dovessi esser morto, e a vituperio Per le vie tratto, e alfin gittato ai fossi, — Vivi: — ciò tu non sai, ma io ne son lieto. Dunque vero è che un oprar bello, ov'altro Manchi conforto, alto a se stesso è premio? Ma io non posso esser giusto, — non posso. Nello... Guido!

SCENA II.

NELLO, GUIDO, E DETTO.

_Nello_ Messere. _Gualfredi_ Il figliuol mio? _Nello_ Non giunse ancora alle paterne case. _Gualfredi_ Vagare innanzi dì per la foresta Forse disio prendevalo? _Nello_ Messere, Noi l'aspettammo tutta notte indarno. _Gualfredi_ Che!... gran Dio! Certo un qualche grave malo Lo incolse... in qualche perigliosa impresa Si cacciò male ardito... ahi! forse ei cadde. Tu perchè pria non mel dicevi? O figlio, Per darti stato a fiero passo io metto L'alma e la vita mie, e tal sì acerbo Tu mi rimerti? — Seguimi. _Nello_ Pensate. Ch'ora sia questa a uscir soli: — il nemico Però non dorme, e il capo vostro ha messo A prezzo. _Gualfredi_ Vieni... ch'ove tremi un padre Pei dì del figlio, non paventa morte... E già mi è troppo questa vita grave, Che vedovato strascinar la possa Del figlio mio....

SCENA III.

GERI, MANENTE, E DETTI.

_Geri_ Vosco sta il figlio... _Gualfredi_ Oh vista!... Tu se' ferito... ell'è mortal la piaga?... Chi t'offendeva?... Guido, il ferro mio... Tu corri... va per mastro Dino, Nello... Parla in nome di Dio; chi ti trafisse? Nello, ma Nello, la mia spada dammi? _Geri_ Rimanti, — lieve è questa piaga; — Dino Videla, un tal suo farmaco vi appose. Sì che ormai n'è la doglia al tutto spenta. _Gualfredi_ Ma il feritore... il feritor?... _Geri_ Lo taccio... _Gualfredi_ Svelalo... _Geri_ Padre!... _Gualfredi_ Se il mio amor t'è caro, Se grave t'è lo sdegno mio, lo svela. _Geri_ Quanta angoscia di pianto e di vendetta È per uscirne... _Gualfredi_ Non ti calga,... il noma. _Geri_ Egli consorte è nostro... _Gualfredi_ È Lemmo? _Geri_ È Dore... _Gualfredi_ Schiatta iniqua!... vil serpe!... io calpestarti Potea... nol volli... Maladetto l'uomo. Che vede il serpe e nol calpesta. — Oh spenti Siate voi tutti, ribaldi![10] ricada Il vostro sangue su la vostra testa... Sali il mio buon destriere, o Nello... sprona Al mio castello; — trova Uberto; — digli Che mova tosto, — che tra sesta e nona Con le masnade armate io qui lo aspetto... Parti, — vola. — E non se' partito ancora? — Ora tu dimmi, il fiero caso come Accadeva? _Geri_ Poichè disio vi prende Saper la triste istoria, e a vendicarvi Siete parato, — io ben volenteroso La vi dirò. — Con nera opra il codardo, Ordita in grembo della notte, d'onta Volea coprirci tal, che da qui innanzi Senza arrossire non osasse il volto Alzare un Bianco;... un redivivo... eterno Portare obbrobrio... una infamia infinita In casa di Gualfredo Cancellieri... _Gualfredi_ Onta a Gualfredo! _Geri_ E svellerti dal seno Paterno il capo diletto di Bianca... Spietato!... _Gualfredi_ A forza?... _Geri_ Oh! femminil talento Fievole è cosa, e più che d'ira, degno di pietà... _Gualfredi_ Dunque consentia colei?... _Geri_ Dai ribaldi travolta, con parole Dolci di pace vinta, ir si lasciava Semplicetta alle frodi... _Gualfredi_ E tu? _Geri_ Li colsi Al varco, — ruppi il nequitoso fatto. — Di lieve piaga ebbi la mano offesa. Ma di profonda il core. _Gualfredi_ O scellerata Figlia! Oh disdoro della casa mia! L'ora tua estrema è suonata... la gente Dirà a un punto il tuo fallo e la tua pena; E che Gualfredo tra il delitto pose E la tua morte quel tempo che vuolsi A trarre un ferro, e a trapassare un cuore.

SCENA IV.

UN SERVO, E DETTI.

_Servo_ Messere, un uom, _Gualfredi_ Che vuole? _Servo_ A grande istanza Favellarvi... _Gualfredi_ Che rieda a vespro. _Servo_ Ei disse, La sua bisogna oltre ogni pensier grave Non dare indugio, e dove or non lo udite, Ei mai più tornerà. _Gualfredi_ Lo conoscesti? _Servo_ Io nol conobbi: a grande studio il volto Col mantel cela. _Gualfredi_ Or chi fie questo? — venga.

SCENA V.

DORE, E DETTI.