Part 1
SCRITTI DI F.-D. GUERRAZZI.
I BIANCHI E I NERI. dramma.
FIRENZE. FELICE LE MONNIER. 1847.
I BIANCHI E I NERI,
DRAMMA.
Tu porterai novelle di sospiri Piene di doglia e di molta paura; Ma guarda che persona non ti miri Che sia nemica di gentil natura. GUIDO CAVALCANTI.
PERSONAGGI.
BIANCHI
MESSER GUALFREDI. MESSER GERI _suo figlio_. BIANCA _sua figlia_. MANENTE. GUIDO. NELLO, _ed altri Fanti_. UBERTO _capo di masnada_. VANNI. UGHETTO. BACCIO. DONATO _ed altri Masnadieri_.
NERI
MESSER LEMMO. MESSER DORE. FRA LOTTERINGO _cavaliere Gaudente_. UOMINI, _che parlano_.
_La Scena: in Pistoia._
FATTO STORICO.
«Nel 1300 la detta città (di Pistoia) haveva assai nobili e possenti cittadini, infra i quali una schiatta di nobili e possenti cittadini e gentil'huomini, li quali si chiamavano Canceglieri, et havea quella schiatta in quel tempo dieciotto cavaglieri a speroni d'oro, et erano sì grandi e di tanta potenza, che tutti gli altri grandi soprastavano e batteano: e per loro grandigia e ricchezza montarono in tanta superbia, che non era nessuno sì grande, nè in città nè in contado, che non tenessono al disotto; molto villaneggiavano ogni persona, e molte sozze e rigide cose facevano; e molti ne faceano uccidere e ferire, e per tema di loro nessuno ardia lamentarsi. Seguitoe che certi giovani della detta casa li quali teneano la parte Bianca, ed altri giovani della detta casa i quali teneano la parte Nera, essendo a una cella ove si vendea vino, et avendo beuto di soperchio, nacque scandalo intra loro giucando; onde vennero a parole, e percossonsi insieme, sì che quello della parte Bianca soprasteo a quello della parte Nera, lo quale avea nome Dore di messer Guglielmo, uno dei maggiori della casa sua, cioè della parte Nera. Quello della parte Bianca che lo avea battuto, avea nome Carlino di messer Gualfredi, pure dei maggiori della parte Bianca. Onde vedendosi Dore essere battuto et oltraggiato, e vitoperato dal consorte suo, e non potendosi quivi vendicare, però ch'erano più fratelli a dargli, partissi, e pruoposesi di volersi vendicare; e quel medesimo dì, cioè la sera a tardi, stando Dore in posta, uno dei fratelli di detto Carlino che aveva offeso lui, che aveva nome messer Vanni di messer Gualfredi, et era giudice, passando a cavallo in quel luogo dove Dore stava in posta, Dore lo chiamò, et egli non sapendo quello che il fratello gli aveva fatto, andò a lui, e volendogli Dore dare di una spada in su la testa, messer Vanni per riparare lo colpo parò la mano: onde Dore, menando, gli tagliò il volto e la mano per modo, che non ve gli rimase che il dito grosso. Di che messer Vanni si partio, et andonne a casa sua; e quando lo padre e' fratelli e gli altri consorti lo videro così fedito, n'ebbero grande dolore, però ch'egli era, come detto è, dei migliori del lato suo: ed anco perchè colui che lo aveva fedito era quello medesimo intra quelli del suo lato; di che tutti gli amici e parenti loro ne furono forte malcontenti. Lo padre di messer Vanni e i fratelli pensarono per vendetta uccidere Dore, e il padre e i fratelli e consorti di quello lato. Eglino erano molto grandi e molto imparentati, e coloro gli temeano assai, e tanta paura aveano di loro, che per temenza non usciano di casa. Onde vedendo il padre, e' fratelli, e' consorti di Dore che li convenia così restare in casa, credendo uscire della briga, deliberarono di metter Dore nelle mani del padre e dei fratelli di messer Vanni che ne facessono loro piacere; credendo che con discrezione lo trattassono come fratello: dopo questa deliberazione ordinarono tanto che feciono pigliare Dore, e così preso, lo mandarono a casa di messer Gualfredi e del fratelli di messer Vanni, e miserlo loro in mano. Costoro, come spietati e crudeli, non riguardando alla benignità di coloro che gli lo avevano mandato, lo misono in una stalla di cavalli, e quivi uno dei fratelli di messer Vanni gli tagliò quella mano con la quale aveva tagliato quella di messer Vanni, e diedegli un colpo nei viso in quel medesimo lato dov'egli aveva fedito messer Vanni, e così fedito e dimozzicato lo rimandarono a casa del padre. Quando lo padre, e' fratelli, e' consorti del lato suo, ed altri suoi parenti lo videro così concio, furono troppo dolenti: e questo fue tenuto per ogni persona troppo rigida e crudele cosa a metter mano nel sangue loro medesimo, e spezialmente avendolo loro mandato alla misericordia. Questo fue lo cominciamento della divisione della città e contado di Pistoia, onde seguirono uccisioni di uomini, arsioni di case, di castella, e di ville.» — Così le _Istorie Pistoiesi dal 1300 al 1348_, dalla Crusca tenute di anonimo scrittore, e nelle note all'ultima edizione dello Ammirato, attribuite a Iacopo di Franceschino Ambrogi.
«Focaccia fu dei Cancellieri di Pistoia, e a tradimento uccise un suo zio. Nel 1300 erano in questa famiglia tre fratelli, e Focaccia, giovane audacissimo e di pessimi costumi, era figliuolo di uno di questi. Intervenne che, giucandosi alla neve, il padre di Focaccia percosse un suo nepote, perchè troppo acerbamente aveva con la neve percosso un altro fanciullo, e questo fece come a sua famiglia, sendo zio. Ma il fanciullo, più temerario e più maligno che non richiedea la sua età, dissimulò il dolore, e dopo non lungo spazio finse volergli parlare all'orecchio: chinossi il zio, e il fanciullo gli dette una ceffata. Dolsene il padre, che rimandò il fanciullo al suo zio perchè lo punisse a suo modo. Ma egli stimando che più non si bisognasse pel fatto di un fanciullo, in luogo di batterlo, lo baciò in volto, e rimandollo al padre. Ma lo scellerato Focaccia, suo figliuolo, tagliò la mano a questo fanciullo, dipoi corse a casa del padre, che era suo zio, ed ucciselo. Dal qual parricidio ne nacque tanto scandalo, che tutta Toscana ne fu molti anni tribolata, perchè di qui ne derivarono le parti dei Bianchi e dei Neri, che divisero prima Pistoia poi Firenze.» — Così il Landino, _Commento di Dante, Inferno_, Canto XXXII.
«Era fra le prime famiglie di Pistoia quella dei Cancellieri. Occorse che giuocando Lore di messer Guglielmo e Geri di messer Bertaccio, tutti di quella famiglia, e venendo a parole, fu Geri da Lore leggermente ferito. Il caso dispiacque a messer Guglielmo, e pensando con la umiltà il torre via lo scandalo, lo accrebbe; perchè comandò al figliuolo che andasse a casa il padre del ferito, e gli domandasse perdono. Obbedì Lore al padre; nondimeno questo umano atto non addolcì in alcuna parte l'acerbo animo di messer Bertaccio, e fatto prendere Lore dai suoi servitori, per maggior dispregio sopra una mangiatoia gli fece tagliare la mano, dicendogli: Torna a tuo padre e digli _che le ferite con il ferro e non colle parole si medicano_. La crudeltà di questo fatto dispiacque tanto a messer Guglielmo, che fece pigliare le armi ai suoi per vendicarlo, e messer Bertaccio ancora si armò per difendersi; e non solamente quella famiglia, ma tutta la città di Pistoia si divise.» Niccolò Machiavelli, _Istorie Fiorentine_, lib. II.
Certo, maraviglia non poca apporterà ai leggitori, il pensiero come per tanti scrittori siasi potuto tanto diversamente narrare un medesimo fatto. Quantunque però li citati sien quelli che viemaggiormente tra loro diversificano, ciò non s'intenda già che altri infiniti, o contemporanei o posteriori all'avvenimento, concordino; chè anzi trovammo esser varii, e negli anni in che accadde, e nel modo della ferita, e nella cagione del nome, e nelle persone eziandio. Simone della Tosa, negli Annali, parla nel 1300 di questa fazione come di cosa già da qualche tempo avvenuta, non pure in Pistoia, ma sì ed anco in Firenze. Paolino di Piero, nella _Cronachetta_, la rammenta nel 1297 al modo stesso di Simone. Tolomeo lucchese, vescovo Torcellense, negli _Annali_, ne deriva l'origine fino dal 1286; e questa opinione è stata modernamente seguita dal Pignotti e dal Sismondi. Per la ferita, osservammo le Storie Pistoiesi contare di uno sfregio sul volto, e di una mano tagliata per modo, che non vi rimase appiccato che il dito grosso. Tolomeo Lucchese tace del volto, e dice che tre sole dita furono recise; Il Machiavelli narra la ferita essere stata leggiera. Il Landino semplice percossa. La cagione del nome dal Salvi nelle _Memorie Storiche della città di Pistoia_, dal Fioravanti nelle _Storie di Pistoia_, dal Machiavelli e da altri infiniti, si attribuisce a due mogli che furono di messer Cancelliere, di cui l'una si chiamò Bianca, l'altra Nera. Dal Ferretto Vicentino alla diversa capelliera di messer Guglielmo e di messer Gualfredi, che nera quegli, bionda questi aveano sortito dalla natura. Nè manca chi la derivi dall'aver tolto una parte per divisa il Bianco, e l'altra, per opporsele meglio. Il Nero. Finalmente nelle persone; perocchè il ferito ora è Vanni, ora è Pelleri, ora è Geri, e il feritore or Dore, or Focaccia e or Lore. Non senza consiglio poi ci prese vaghezza di tutte questo cose discorrere, imperciocchè se Istoriografi eccellenti, il principale studio dei quali dovea porsi in ricercare la verità, hanno tanto e diversamente parlato di questo atrocissimo fatto, confidiamo non sieno per saperci malgrado i cortesi, se in questa Opera nostra, in che noi non facciamo officio da Storico, dilungati alquanto da tutti l riferiti racconti, narrammo la novella pur noi a modo nostro.
ATTO PRIMO.
Amor celato fa sì come fuoco Il qual procede senza alcun riparo; Arde, e consuma ciò che trova in loco, E non si può sentir se non è amaro. CINO DA PISTOIA.
SCENA I.
Luogo remoto dietro Damiata castello dei Cancellieri. È vicina l'_Ave Maria_ del giorno.
GERI, MANENTE.
_Geri_ Credi che in buio eternamente cupo, Simile a questo, senza fine il mondo Sarà sepolto un dì? _Manente_ Credo. _Geri_ E che un giorno La condanna tremando intenderai, Che in guaio interminabile t'inchiodi Giù nell'Inferno disperato? _Manente_ Credo. _Geri_ E credi ancora ch'ove il nuovo sole Diffonda il raggio su la fronte a Dore, Occhio di Dore non vedrà più sole. _Manente_ Geri, — pensate al fine. _Geri_ A qual mai fine? Se di vita, — fors'io temo la morte? _Manente_ No, vivadio, siete valente, o Geri, Come la lama di questo pugnale, Cui mai fu d'uopo raddoppiare il colpo. _Geri_ Che altro terrammi, or via, se non è morte? _Manente_ La pena degl'infami... _Geri_ O masnadiero, Poichè pria del capestro la speranza Scorgi, codardo, tra l'opra e la pena, Tal tu tremi: — non io: se un ferro stringo, Ei dee passare certamente un core, O lo inimico o il mio. — Parato a tutto, E fermo che ove più cadami in fallo, — Capo che tal si avvisa, indarno spera Starsi lunga stagion sul busto all'uomo. E poi — nullo qui vede, — eternamente Ei tacerà. — Chi bene ha fesso il core Lingua non snoda. _Manente_ E il sangue? _Geri_ Hai tu mai inteso Gridare il sangue? _Manente_ E Dio? _Geri_ Dimmi, Manente, Se' tu di quelli che perduto il cielo Temono poi l'inferno? A te sta a dire Di Dio, a te? Conta del ciel le stelle: Tanti, e più, sono i tuoi misfatti. _Manente_ E voi A vostra posta il ciel guardate: — un occhio Eterno veglia colassù che scerne Anco pel buio della notte; — un braccio Che aggrava il capo dell'iniquo. — Dite, Sapete voi quanto un delitto pesa? Vedeste mai quando lo stanco senso Lascia libera l'alma, appiè del letto Starsi un demonio che vi guata fiso, E ride, e aspetta al varco della vita Il fiato eterno per piombarlo dentro Allo abisso infinito? E voi pauroso, Chiamare e Cristo e i Santi; e di repente Scendere l'Agnol del Signore, e vôlto A quello delle tenebre: — Vediamo, Dirgli, a cui spetta; — e qui cavare un scritto Breve, in che stanno i merti, e l'Infernale Sporger volume immenso, e pieno tutto Di colpe, e all'Agnol dire: — Or va beato; Quando per fuoco sarà fatto puro, Riedi per esso; — e quei partirsi, e un guardo Volgerti, — un guardo che disvela tutto E l'inferno acquistato, e il ciel perduto. In questa l'Infernal ruinarti addosso, E stringerti alla strozza, e dalla fronte Graffiarti il crisma e conficcarvi il segno Di Caino; — e voi ansoso e a forza desto, — Esterrefatto trabalzar dal letto. Come lapide freddo, e andar cercando Al lume di una lampada conforto... _Geri_ Io ti credea senza rimorso: — all'opra Basto solo... _Manente_ Messer, che dite? — male O voi intendeste, od io parlai. — La porta Della misericordia è per me chiusa, Nè questo labbro, via della bestemmia, Può dir parola che suoni preghiera. Nè io, nè altri per me prega: — un'opra Saria perduta. — Guai! se un giorno io cesso Addensarmi sul capo la vendetta Dell'Eterno. — Guai! se un punto io poso; Disperato un pensiero allor m'assale. Feroce un'ira, — un'agonia di morte. Vivo di sangue come d'aere; — ond'io Nè vo' lasciarvi, o posso, chè su quante Son cose al mondo a me più grata è questa. _Geri_ Ben volea dir ch'io m'ingannassi. — Or dove, Dimmi, accennava il sermonar tuo dianzi? _Manente_ Tanto è lo stato mio tremendo, — è tanto Crudo, che in altri mi farla pietade: Deh! non saperlo tu. — A me l'incarco Di spegner Dore lascia, — a me che sono «Per disperazion fatto securo.» Il terzo giorno ciberò del pane Nel vin temprato su l'arca del morto, Nè i suoi consorti ancideranmi. — Questo Bastami. — Questo sol dal Cielo io chieggo; Più che possibil fia tardi — mi piombi Giù nell'Inferno. _Geri_ Oh gran mercè! — Ma quale, Dimmi; è il sapor della vendetta? _Manente_ Frutto Crear Dio, che il desso non volle. _Geri_ E ben volle. E a tor vendetta che daresti? _Manente_ Dove Per me non fosse chiuso, — il cielo. _Geri_ Or sappi, Questa cacciarmi tra le mani il ferro. _Manente_ Che! — V'offendeva Dore? _Geri_ Atrocemente, E sempre; — e l'odio, e lo vo' spento. Intendi? Alcun qui move, odi un mutar di passi; Vieni; — t'ascondi... _Manente_ Seguovi... _Geri_ Rammenta I dì che furo. _Manente_ E voi — quei che verranno.
SCENA II.
DORE, BIANCA.
LI DUE SVENTURATI.
LAMENTO.
_Dore_ Torna il verno. — Le fronde alla foresta Svelle e mena feroce in giro il vento; È triste il colle, la pianura è mesta;[1] Dell'usignolo il melodiare è spento: Il veltro per la notte alza la testa Esterrefatto, e prorompe in lamento; Orrore spira ogni cosa e paura, Sembra che gema Dio su la Natura. Dai campi seminati di umane ossa Torna la squadra, e il trepido sospiro Cessa la sposa amata che si è mossa Al caro amplesso, ed il padre deliro Di abbracciare il figliuol pria che alla fossa Lasci la carne e a Dio l'eterno spiro. Securo che nel dì di morte santo Ei glieli chiuda, or terge agli occhi il pianto. Gino non torna a Oretta. Sventurata! La mano della madre il bianco velo Avea trapunto, e i fior di fidanzata Esultante reciso dallo stelo. Quella mano per morte ora è ghiacciata! Rigido stringe quei fioretti il gelo! La squilla i prodi alle difese affretta; Gino partiva e non tornò più a Oretta. Ei non reddiva più. La disiosa, — Come colei che il suo mal teme, e spera, — Ne fea dimanda: — Il cavalier riposa Nella morte, risposerle; — sua schiera Combattendo perì da valorosa, — Chè co' forti quel giorno Iddio non era. — Volse al ciel gli occhi Oretta, e dolce in atto Disse: — Signore, il tuo voler sia fatto. Buio d'Inferno per lo cielo assembra Notte, e sul mondo per silenzio tetro Solennemente spiegalo, e rassembra Manto di trapassato in sul feretro; E il cupo mugghio del mare rimembra Gente che pianga in lamentoso metro, Nè tutt'uom dentro le paterne porte Dorme il sonno fratello della morte. Per questa notte dubitante e lento Move Gino alla casa del suo amore; Chè giacque offeso e non rimase spento Nel giorno maledetto del furore. La casa è vuota, e sol vi stride il vento; Ond'egli grida in voce di dolore: — Oretta, — Oretta, non ti vedrò più! L'eco dei monti gli risponde — più. Sorge un dì senza sole. Il cavaliere Pallido in faccia e con occhi compunti, Mesto mesto incamminasi al piviere Co' bracci in croce sul petto congiunti. Giunge: — e Oretta dov'è? domanda al Sere; Quei cela il volto, e il campo dei defunti Gli accenna. Ei corre. — Novamente smossa Comparisce la terra di una fossa. È la tomba di Oretta. — Eterno pianto Con la rugiada spargevi Natura... Cessa la umana lagrima col canto Che accompagna gli estinti in sepoltura. Ahi! l'anima quantunque sotto il manto Di Dio ripari, e in lui si faccia pura, Se un pio ricordo l'Angiolo le porta D'alto gaudio anco in Cielo si conforta. Fioria modesto su la tomba un giglio Alla infelice vergine: — lo colse: — Tal tu passasti un dì; — qual mai consiglio Riporrà il fiore ove mia man lo tolse? Chi a rianimare Oretta trarrà il figlio Del soffio eterno ove disio lo volse? Qui Gino tacque: ora riposan l'ossa Di quei due travagliati in una fossa.