I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 2

Part 18

Chapter 183,786 wordsPublic domain

--Lasci fare a me!... Permetta che le parli io! Se Angelica non mi ascolta vuol dire che è una donna senza testa, senza cuore, senza viscere materne e allora... me ne lavo le mani!--E le ottantamila lire,--aggiunse mentalmente,--ho una buona scusa per non darle più!

--Ma, signor marchese,--replicò Pompeo mostrandosi sempre titubante e inquieto, come se l'altro si fosse approfittato di una sua confidenza, per valersene secondo i propri desideri.--Signor marchese... io non ho detto di nutrir ancora... una speranza. Adesso mi sembra anzi troppo tardi; troppo tardi per la signora Angelica e per... per me!

--Per lei, commendatore, non è mai troppo tardi, trattandosi di fare una buona azione. In quanto poi a mia nipote, non è mai troppo tardi per mettere giudizio!--Lei salva una donna, una famiglia, un nome. E alla sua volta, me lo lasci dire, acquista in mia nipote, la moglie che le conviene proprio per ogni rispetto. Un nome, dei migliori di Milano e d'Italia: poi bellezza, eleganza, riputazione illibata... _il n'y a pas de taches dans le soleil!_... Insomma par fatta apposta per lei... perchè se la porti nella sua reggia di Pa.... come si chiama precisamente il suo splendidissimo _château_?...

--Panigale.

--Bravo!... Nella sua reggia di _Paniggale_. Domani comincio un poco a scoprire il terreno, e le riferirò qualche cosa in proposito.

--Domani no, è troppo presto!--esclamò Pompeo vivamente. I suoi occhietti luccicavano, il sudore stillava più abbondante dalla sua fronte: un sudor nero, per via dei capelli tinti, che macchiava il fazzoletto.

--Non abbia paura; non voglio far altro che scoprir terreno, e sentire le prime impressioni. Intanto, mi dica, può tener le cambiali in sospeso per alcuni giorni?

--Sì, ma....

--Allora per domani, lasciamo correre!

--Ma, intendiamoci, non voglio assolutamente che per parte mia, la marchesa Angelica abbia a soffrire pressioni... odiose!

--Si figuri... Lei anzi, devo apparire come un angelo salvatore.

--Meno le ali!--soggiunse Pompeo ridendo.

--Lasci fare a me!--continuò il marchese vie più infervorato, senza badare all'interruzione. Desidero che mia nipote abbandoni la poesia per la realtà; desidero che si formi un vero concetto sullo stato delle cose. In quanto a me... avrei pagato ottantamila lire, per salvare l'onore del nostro nome, ma adesso, è naturale, non le pago più, dal momento che sarebbe una debolezza, colla quale contribuirei al danno di mia nipote. Anche se oggi dovesse struggersi un poco e fare il bocchino amaro, verrà giorno, passati i bollori, che mi ringrazierà e mi benedirà per essere stato inflessibile.... D'altra parte, se tutti poi dobbiamo fare il nostro comodo, non c'è ragione che mi scomodi io. Se Angelica pensa ai suoi romanzi, io penso al decoro, e all'interesse. Ma mia nipote sarà ragionevole, e si chiamerà contenta, fortunatissima; non ne dubito nemmeno!

--Adagio... adagio!--aggiunse ancora il Barbarò, colla voce grossa.--Adagio... adagio... per ora... intendiamoci, nessuna compromissione da parte mia. Voglio prima veder ben chiaro, come stanno le cose....

--Oh!...--e il marchese, facendo una faccia da bigotto scandalizzato che contrastava assai col suo tipo volteriano,--metto la mano sul fuoco,--esclamò, stendendola dinanzi al signor Pompeo,--metto la mano sul fuoco!

X

La mattina dopo, quando il marchese Diego si recò all'_hôtel de la Ville_ per vedere se la nipotina abbisognava di qualche cosa, e se avea ricevuto i fiori freschi che le aveva ordinati dal Ferrario, egli non le disse nulla del colloquio avuto con Pompeo Barbarò. Le disse soltanto che questi si trovava nelle migliori disposizioni d'animo verso lei e suo figlio, e che mentre stava forse maturandosi una combinazione assai favorevole per tutti, avrebbe tenuto in sospeso l'affare delle cambiali.

--Saremo sicuri poi, che non ne faccia qualcuna delle sue?--domandò Angelica sempre inquieta, ma non sospettando certo di ciò che l'aspettava.

--Oh,--fece il marchese esprimendo la massima maraviglia per ciò che diceva Angelica, e la massima stima per il commendator Barbarò.--Oh!... che cosa ti salta in mente?... Del resto devi ricordare... che siete tutti nelle sue mani!

In quanto a Stefanuccio lo zio Diego gli volse un'occhiataccia senza dirgli una parola. Ormai la sua collera verso Stefano rimaneva offuscata dalla preoccupazione in cui si trovava riguardo Angelica; se ella non si fosse piegata ai suoi disegni, tutto il suo odio si sarebbe riversato su di lei. Prima di andarsene aggiunse qualche altra parola di elogio per il Barbarò, e le domandò se non avea mai veduto _Panigali_.

--No, zio.

--È una reggia, nipotina mia; un castello incantato! Poi disse alla marchesa che per un giorno o due essa avrebbe dovuto ancora rimanere a Milano, e le annunciò che quella sera, dopo pranzo, sarebbe venuto a prenderla per condurla alla passeggiata sui Bastioni.

--Noi vecchi, si sa, siamo tutti un po' vani; ed io ho la vanità di farti vedere!--In fine se ne andò, com'era venuto, senza salutare Stefano che dovea ritornar subito a Torino.

Angelica rimase assai angustiata per quei due giorni che doveva ancora passare a Milano, lontana da Andrea. Pensò di farlo venire, ma lo zio non lo vedeva di buon occhio, e per il bene del figliuolo non voleva irritarlo.

"Povero Andrea!... che cosa avrebbe fatto solo solo a Nuvolenta?..." Pure era contenta di saperlo là; là tutto gli dovea parlare di lei, di lei solamente; là, lo sentiva più suo; lo vedeva bene e... e non era gelosa.

Per dir vero la passeggiata ai Bastioni non le sorrideva moltissimo; anzi ne avrebbe fatto senza volentieri; ma non avea avuto il coraggio di rifiutare sapendo quanto lo zio Diego desse importanza a certe cose.

In fatti, subito dopo pranzo, egli si recò all'albergo a prenderla, colla carrozza in gran lusso. Egli stesso era azzimato come un giovinotto; stecchito, leccato, impomatato, con una grossa gardenia all'occhiello.

--Stefano ha confessato tutto?...--domandò poi appena furono soli, in carrozza.

Angelica chinò la testa, accennando di sì, con un grande affanno.

--Che asino!... A pensarci prima sarebbe stato anche inutile di farlo venire.

--Mi ha giurato,--balbettò la marchesa,--che d'ora innanzi farà vita nuova....

--Giuramenti da marinaio!... ha le mani bucate!... Per salvare quel ragazzo, parlo schietto, mia cara, ci vogliono quattrini e molti; se non ne avrà da spendere finirà male; anzi, avrebbe già finito male senza il commendator Pompeo che, ripeto, può proprio dirsi la vostra Provvidenza.

Angelica trasalì, ma non rispose parola.

--Mi ha detto,--soggiunse poi dopo un momento di silenzio,--di domandarti perdono.

--Oh... non ho niente da perdonare.

--....E di assicurarti che la sua gratitudine per te, durerà più della vita.

--Per me?... A me non deve, e non dovrà niente. Accomodandosi le cose, come spero, dovrà la sua gratitudine a te, e al signor Barab... Barabbò!

Angelica tornò a guardare il vecchio attentamente. Nelle sue parole, ne' suoi modi, c'era un mistero che le incuteva vaghi timori, ma che non riusciva a spiegare.

Intanto la carrozza era giunta sui Bastioni di _Porta Venezia_.

Nell'ora tarda del pomeriggio, il gran faccione del sole, di color rancio e affocato, calava lento, come in un bagno immobile di nubi nerastre; e la dritta e larga via dei Bastioni, si affondava fra la caligine dei vapori del tramonto e pareva metter capo a quell'orizzonte di piombo, a quella lastra di fuoco. Nel mezzo, un trapestìo confuso, ma quieto, uno sfarzo di colori sbiaditi nel chiaror pallido del cielo crepuscolare; uno sfoggio di lusso e di ricchezza monotono, e un via vai di gente compassata e affaccendata ai saluti, fra mezzo alle file delle carrozze, e sotto i grossi alberi frondosi e cupi, senz'alito di vento.

Il marchese Diego, sempre sorridente, faceva scappellate alle signore, e salutava colla mano i giovanotti, ripetendo alla nipote il nome di ognuno e i gustosi pettegolezzi del giorno.

--Non si vede il nostro caro deputato!--disse infine quando la carrozza ritornava d'aver fatto il primo giro.

--Chi?...

--Il deputato _Panigali_; ha cavalli magnifici. Mi dicevano oggi al _club_ che la scuderia di _Panigali_ è fra le migliori che si conoscano. Sai,--continuò poi il marchese mentre si sbracciava per salutare la contessa di Corleoni, ch'era col suo equipaggio nella fila delle carrozze ferme in mezzo al Bastione,--sai, il _Panigali_ è proprio innamorato di te, e alla follìa; me lo ha confessato ier sera.

--Zio!...--esclamò Angelica infastidita.

--Una tua parola sola... e si mette a' tuoi piedi.

--Te ne prego, zio; è uno scherzo che mi fa male.

--Scherzo?... Tutt'altro che scherzo! Il commendatore mi ha proprio dichiarato formalmente... che sarebbe pronto e felicissimo di sposarti e... fa conto che io ti parli in suo nome.

Angelica, a tali parole, invece di confondersi, di smarrirsi, riacquistò, con un impeto di sdegno, tutto il suo coraggio, e il suo dominio su sè stessa. Guardò il marchese risolutamente, con un tono altero, quasi sprezzante:

--Risponderai al signor Pompeo--gli disse--che lo ringrazio dell'onore che vorrebbe farmi, e che non accetterei mai, in nessun caso. Gli puoi anche aggiungere, se credi, che ho promesso la mia mano al maggiore Martinengo.

--Non gli dirò nulla di tutto questo. Desidero che, prima, tu pensi bene a quello che fai.

--Ma non capisci che non son più libera?... che ho data la mia parola a Andrea?... Tu lo sapevi già, del resto!... per te non è cosa nuova!

--Pensaci, cara; e pensaci bene. Quando hai data la tua parola al capitano, tuo figlio non aveva firmato cambiali false per ottantamila lire. Trattandosi di salvare tuo figlio, mi pare che il Martinengo medesimo, se è uomo d'onore, dovrebbe scioglierti dalla tua parola.

--Ma è un mercato!... Mi si vende!...

--No, cara! non agitarti così!... Calmati, cerca di ragionare. Pensa che, in tutti i modi, non sarebbe altro che un sacrificio momentaneo, da parte tua: un sacrificio nobilissimo.

--Momentaneo, hai detto?... Allora non capisco bene....

--Ho detto momentaneo, perchè credo, sono sicurissimo che passato il primo momento, tu stessa ti stimerai felicissima di....--Guarda la duchessa di Melzo che ti saluta.--Buona sera, duchessa!... Buona trottata!--Come si conserva maravigliosamente bene!--.... Dicevo dunque, che tu stessa ti stimerai fortunata, fortunatissima di ciò che oggi ti si presenta come una contrarietà.

--No,--rispose la poveretta colla voce che le si strozzava in un rantolo.--No, ti proibisco di parlarmene!

--Come vuoi, cara; come vuoi.--Il vecchio tacque per alcuni istanti, mormorando appena:--Povero Stefano!... povero Stefanuccio!--poi, stringendo le labbra, sospirando e battendo la palma della mano sul pomo d'argento della mazzettina con un "mah!" pieno di sottintesi, e che dovea essere come la conclusione de' suoi propri pensieri, si mise a parlar d'altro, ricominciando a passare in rassegna le signore più eleganti, e i giovanotti che più facevan discorrere di sè, motteggiando, come avea l'abitudine, su tutto e su tutti.

La carrozza fece un altro giro, poi un altro ancora, e Angelica, pallida e muta, cogli occhi fissi, immobile al suo posto, non vedeva più nessuno in mezzo al brulichìo rumoroso, non ascoltava, non udiva più nemmeno il continuo chiacchierare del vecchio marchese. Dentro di lei, col dolore più acuto e disperato, ribolliva un impeto di ribellione contro la Provvidenza, contro Dio medesimo, contro il destino, e contro l'egoismo freddo e brutale dello zio Diego. "Non avrebbe ceduto, no!... non avrebbe ceduto!... Era orribile e infame quanto le proponevano!... era uno strazio, e sarebbe stata una colpa, quasi un delitto! Non lo voleva il suo cuore, non il suo onore, non il suo sangue! Era un'offerta impossibile, assurda, ributtante, odiosa; sarebbe morta di vergogna e di ribrezzo. Legarsi, vivere, darsi a... a un essere ignobile che disprezzava e che aborriva!... e tutto ciò quando la sua mente, la sua anima era piena di un altro; quando era innamorata di un altro... quando gli apparteneva!...--Andrea, oh Andrea,--pensava con uno schianto del cuore,--non temere, tua, sempre tua, sì, tua, tua, tua, a dispetto di tutto e di tutti!"

Lo zio le faceva rabbia: quell'individuo innominabile le faceva ira e orrore; lo sprezzava e l'odiava; la sua lurida immagine le metteva i brividi; era uno spasimo, era la repulsione di tutto l'essere suo. Odio le inspirava quell'uomo; odio soltanto; odio e schifo!... E lei avrebbe dovuto.... Oh morire piuttosto, morire, morire, cento volte morire! No, no; era impossibile; lo zio aveva sognato; era impossibile! Non sapevano tutti che amava Andrea?... che era sua, per tutta la vita, per tutta l'eternità,--sempre! sempre!--Non sapevano tutti che lo amava e che si amavano, che lo adorava e che si adoravano?--Andrea! Andrea!--Sarebbe morta piuttosto, sì... sarebbe morta stretta al collo di Andrea, col cuore sul suo cuore, colla bocca sulla bocca sua; sarebbe morta in un bacio... lo voleva un bacio... il primo... l'ultimo... un bacio che sarebbe stata la sua felicità... e la sua vendetta!...

Il marchese, come niente fosse, continuava a chiacchierare e a salutar le signore; Angelica, invece, coll'inferno nel cuore, e con tanto succedersi e affollarsi di pensieri affannosi, di sentimenti i più opposti, d'odio e di amore, rimaneva ostinatamente muta, ma diventava sempre più pallida.

Non poteva vedersi in quel maledetto Milano!... si sentiva soffocare; voleva correr via subito; voleva tornare a Gallarate; voleva, doveva rivedere Andrea:--oh Andrea!--voleva, doveva dirgli tutto! Era sua, lei, cosa sua--sua!--aveva diritto Andrea di saper tutto. Andrea l'avrebbe consigliata, l'avrebbe aiutata, e l'avrebbe vendicata, perchè quell'offerta era un oltraggio... un oltraggio vile!--Gallarate!... com'era bello Gallarate!

Aveva la febbre di essere fuori di Milano, di essere di nuovo in mezzo alla campagna silenziosa, fra la gente ignota e buona; aveva la febbre di essere sola--sola con Andrea--di confidarsi con lui, di sentire da lui la risposta che doveva dare.--Avrebbe fatto sempre ciò che Andrea le avrebbe detto di fare;--le pareva che appena uscita dalle porte di Milano, i suoi tormenti dovessero alleviarsi; le pareva di ritrovare il conforto e la pace. Come voleva bene al _Villino delle Grazie_!... Andrea era là... pensava a lei... l'aspettava... Andrea!... Andrea!... Andrea!...

E in quei trasporto e in quel sospiro dell'anima per la felicità trascorsa e distrutta, tutto ciò che Angelica ricordava di quei luoghi e del villino, fin le muraglie guaste dal tempo e coperte d'edera, fin lo stridore e il cigolìo echeggiante del vecchio cancello di ferro, le riempiva il cuore di rimpianto e di desiderio.

--Sì... sì... voglio partir subito,--prometteva a sè stessa.--Appena ritornata all'albergo manderò a ordinare una carrozza all'_Anonima_ e via... senza più veder nessuno!--Chi può impedirmi di andar via?... sono libera, sono padrona di me; soltanto Andrea,--oh Andrea, Andrea!--soltanto Andrea ha il diritto di comandare, di imporre la propria volontà; sono sua, tutta sua.

Ma a un tratto, un nuovo pensiero soppraggiunse ad arrestarla in mezzo a' suoi propositi, ad agghiacciarla, a sospenderle per un istante il battito del cuore.

--E le cambiali di Stefano?...

Non poteva più partire; doveva rimanere a Milano. Ma, lì per lì, pensò che appena all'albergo avrebbe telegrafato a Andrea di venire, e con Andrea a Milano, anche quel cielo pesante e ristretto, anche tutta quella gente antipatica, anche quella città uggiosa, prendevano un aspetto meno triste.

Andrea avrebbe pensato e trovato il modo di salvare suo figlio. Oh con Andrea poi non c'era tanto da scherzare; avrebbe dato una buona lezione allo zio Diego, e avrebbe schiacciata la testa alla biscia schifosa. Andrea era pieno di onore e di coraggio, mentre quell'essere... innominabile, era un vigliacco! non aveva altra forza che il suo danaro,--danaro rubato.--Non aveva altro coraggio che contro di lei:--una donna!--Essa lo aveva rimesso al posto, e lui per meglio vendicarsi del disprezzo, della vergogna patita, aveva finto di pentirsi, e nel cuore covava la vendetta. Ma lo zio sognava; aveva esagerato le sue speranze... e lei si angosciava troppo e forse a torto. Ma... e se invece fosse tutto vero?... e se in tal caso, quell'individuo senza coscienza, senza onore, irritato e spaventato dalla presenza di Andrea, rivolgesse tutto il suo astio e i suoi furori contro Stefano?...--Stefano era nelle sue mani!...

A questo punto il marchese Diego, che le avea sempre parlato senza ottener mai una risposta, si era voltato per guardarla e ne rimase colpito. Angelica non era più pallida, ma livida: aveva gli occhi infossati, il volto affilato e contratto. In quei pochi istanti pareva fosse smagrita e invecchiata di più anni.

--Mah!...--sospirò di nuovo il marchese, e come per confortarla, tornando a battere la palma della mano sul pomo della mazzetta, esclamò:--Les _enfants sont des soucis_!--poi, drizzando il piede, si ammirò lungamente la punta lunga e sottile della scarpetta lustra, e ripetè ancora una volta, ma a mezza voce, e con una cantilena da ritornello di operetta: _Les enfants sont des soucis_!...

La povera Angelica, per altro, se prima non gli dava ascolto, adesso non capiva più niente; non sapeva nemmeno più d'essere sui bastioni, in carrozza, accanto allo zio.... Più niente!... Il suo affanno era diventato angoscia, e perdeva la testa in mezzo a pensieri sempre più terribili.

--No!... Non doveva telegrafare a Andrea; doveva restar sola a soffrire, a combattere!... L'arrivo a Milano di Andrea, il suo sdegno, la sua collera potevano perdere Stefano... No, no!... bisognava usare molto tatto, molta prudenza.--Suo figlio, la vita, l'onore di suo figlio erano in balìa di quella gente. Se si fosse trattato soltanto di danaro, della carriera, sarebbe stata un'altra cosa.... Ma le firme delle cambiali erano false... sarebbe messo in arresto subito... poi il processo... la degradazione... la prigione!...

--Ti senti male, nipotina?--le domandò lo zio Diego, che si era voltato ancora per guardarla.

--No.

Cominciava intanto a farsi buio; la luce fioca dei lampioni appariva in una doppia fila interminabile sotto le fronde nerastre dei grandi alberi. La gente e le carrozze andavano a mano a mano diradando.

--Vuoi ritornare, cara?

--Sì.

--Torna!--gridò il vecchio al cocchiere colla vocetta secca e tremula; poi chinandosi di nuovo verso Angelica, le domandò:--Vuoi tornar subito all'_hôtel_, o scendere per una mezz'oretta al Cova?...

--No, no; all'albergo, all'albergo!--rispose Angelica con impeto.

--_Hôtel de la Ville_!--tornò a gridare il marchese Diego al cocchiere, mettendosi una mano aperta alla bocca per essere udito meglio.

Arrivata all'albergo, Angelica salutò appena lo zio, e si avviò difilato per le scale. L'altro la salutò colla solita effusione, ma poi, appena l'ebbe perduta di vista, mormorò dispettosamente con un'alzata di spalle:--Se sulle prime il calice le sembra amaro, lo troverà dolcissimo fra qualche anno!

Angelica, nel frattempo, aveva licenziato la cameriera dell'albergo, indicandole con un cenno che non avea più bisogno di nulla, e chiusa sola nella camera, si era messa subito a scrivere a Andrea, e gli scrisse cogli occhi pieni di lacrime, col seno anelante; piangendo, sorridendo, delirando; gli scrisse così appassionatamente, con tanta effusione, con tanto abbandono come non avea mai osato, come non avea mai voluto per l'innanzi. Per la prima volta essa gli dava in tutta la lettera del _tu_, e le parole _mia, tua, sempre, Andrea_, si seguivano con una frequenza, con una foga febbrile... Andrea nel leggere più tardi quella lettera, Andrea che avea ben fissa in mente l'amica, dovea sentire le calde parole corrergli nel cuore e nel sangue, come altrettanti baci e dovea rimanerne lui pure stordito, inebriato, febbricitante.

Finita la lettera, Angelica la suggellò, chiamò per mandarla subito alla posta, poi, rimasta sola nuovamente, si alzò, si strinse forte la mano sul cuore, come se con quella lettera le fosse fuggita via anche l'anima... si asciugò gli occhi... fe' un atto risoluto, quasi promettendo a sè stessa, al suo amore che sarebbe stata forte, che non avrebbe ceduto; e si preparò lentamente, sopra pensiero, per coricarsi.

Ma poi, quando spogliata e snodate le lunghe e grosse trecce, si avvicinò al piccolo letto, un lettino corto e stretto come il suo del _Villino delle Grazie_, trasalì improvvisamente.... Tutto il suo corpo sussultò con un fremito.... Si rizzò... tese le braccia... voltò la faccia come per fuggire un'immagine che le faceva orrore... poi si nascose gli occhi fra le mani che strinse nervosamente con un moto, con un urlo soffocato di ribrezzo, e infine disperata si buttò sul letto contorcendosi nello scoppio dei singhiozzi.

....No!... No!... avrebbe supplicato... si sarebbe trascinata ginocchioni dinanzi allo zio, ma non avrebbe subito quello strazio... quella vergogna!...

XI.

Non potè chiuder occhio; ebbe tutta notte la febbre; soltanto si assopì un poco verso l'alba, ma fece sogni orribili; poi sul tardi fu scossa di soprassalto dalla cameriera che batteva all'uscio, ed entrava in camera con una lettera di gran premura.

--Mio Dio, che ci sarà di nuovo?...--sospirò Angelica prendendo la lettera e alzandosi a sedere sul letto, mentre strappava la busta.

La cameriera aprì le imposte della finestra, e uscì subito, silenziosamente.

Chi scriveva era lo zio Diego:

"Nipotina cara, _bon dì_!--Hai dormito!... _as-tu réve?_ E, sopratutto, hai riflettuto bene a' casi tuoi?--Di queste tre cose io ne ho fatto una sola: _j'ai réfléchi, bien réfléchi!_... Tu hai veduto che io ero dispostissimo, pur facendo un poco il _grognard_, com'è costume dei vecchi, a compiere qualunque sacrificio per te, per quel cattivo mobile del tuo generale in erba, e per il nostro nome. Non ho altra famiglia; siete voi due la mia tenerezza. Oggi invece, come si son messe le cose, non devo più prestarmi in nulla... devo battere in ritirata.

"Stefano di Collalto, non si direbbe a vederlo, ma è tuo figlio: una cavalletta sbucata da una rosa. È tuo figlio, e sei tu, tu sola, come madre e come marchesa di Collalto, che hai l'onore e l'obbligo di sacrificarti per lui. Oggi, come si son messe le cose, io non c'entro più. Parlo schietto: non ci _devo_ più entrare. Se il sacrificio è possibile, tanto meglio. Se è superiore alle tue forze, io non avrò il rimorso di aver contribuito alla tua debolezza colla mia.

"Il nostro _dovere_, oggi, è uno solo, e esplicito.

"Tu _devi_ dire di _sì_ a don Pompeo.

"Io _devo_ dire di _no_ a te, se mi domandi ancora di pagare le cambiali di Stefano.

"Il tuo _sì_ magnanimo, sublime, eroico, può salvare Stefano oggi, domani e sempre, procurandogli uno stato splendidissimo, in cui potrà continuare nella sua prodigalità incorreggibile e ereditaria, e sfuggirà al pericolo di essere, un giorno o l'altro, rinchiuso, come il bel Lauzun, alla Bastiglia... la quale a Milano, si chiama, borghesemente, il _Cellulare_.

"Brrr!... Ti vengono i brividi? E allora animo: facciamo _bonne mine à mauvais jeu_... e sposiamo... _Panicale_!...

"Pensa che dipende da te l'occupare una delle _prime posizioni_, almeno finanziarie, d'Italia.... Una posizione degna della tua bellezza, dei tuoi talenti, della tua virtù, della tua eleganza... e soprattutto del tuo e nostro nome. A _Panicale_ sarai ancora il mio orgoglio; alla _Stazione Centrale_, o a quella di _Smistamento_, saresti il mio crepacuore.

"E pensa, infine, che quella stessa _Società_, la quale ieri avrebbe gridato _plagas_ contro di me, se io non avessi pagato i debiti di mio nipote, oggi giudicherà te, e se la tua risposta sarà negativa, e tuo figlio disonorato, ti condannerà senza remissione.

"_As-tu compris, ma belle?_