I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 2

Part 16

Chapter 163,747 wordsPublic domain

--È vero, ma che cosa arrischia quel cane?... Siamo sicuri di aver la somma del mutuo fra una quindicina di giorni. Il Genovese non ci ha lasciato una promessa scritta?... Ci pensi un poco, signor marchese, perchè anch'io sono una persona onorata, e ne' miei affari non c'è mai stato niente di men che onesto!... Ci pensi, e mi dica se io le ho mai fatto una proposta simile, quando non eravamo ben sicuri di avere i danari?... Oh, se i danari ci sono, se son nostri (carta canta!) dobbiamo far morire di crepacuore una buona signora... e perdere un'eredità di parecchi milioni, perchè siamo caduti fra le mani di una canaglia di livornese?... Ci pensi, marchesino.... Io sono un minchione e posso sbagliare, ma sono un uomo di cuore.... Ci pensi bene. Al punto in cui siamo non c'è altro scampo: o firmare o lasciar protestare.

Stefanuccio ebbe un fremito, ma si vinse subito, e continuò a lisciarsi la testa e ad accomodarsi i capelli colla mano.

--Dica tutto quello che vuole, signor Bianchi, non riuscirà mai a persuadermi.

--E allora... lasciamo protestare!...

Ma invece il protesto non ci fu. Il giorno dopo il signor Bianchi si trovò due volte col marchesino, e tante gliene disse che lo persuase. "Non c'era tempo da pensarci... L'ora della scadenza era sonata...." Il signor Bianchi gli mostrò ancora la dichiarazione del capitalista di Genova; gli evocò dinanzi lo spettacolo terribile della rovina; la collera dello zio, la disperazione della mamma, tutti i bei sogni di avvenire svaniti... e il ragazzo firmò.

--Un altro favore mi deve fare, caro marchese,--gli disse il signor Bianchi mentre ripiegava le cartoline.

Stefanuccio lo guardò smarrito....

--Mi deve permettere di regalare cinquecento lire a quella canaglia di Livorno, quando andrò a riprendere le cambiali.

--Oh sì, sì! questo sì! anche mille!--esclamò Stefanuccio con enfasi.--E mi assicura proprio... che non corro nessun rischio per quanto abbiamo fatto?...

--Si figuri!--esclamò il signor Serafino, e scappò via. Aveva fretta di mandare le cambiali a Livorno, perchè non c'era tempo da perdere.

Il ragazzo rimase un paio di giorni sopra pensiero. E se il tiro fosse stato scoperto?... E se a Livorno si vendicassero denunciandolo?... Se scrivessero al colonnello?... Ma poi, gli giunse il vaglia bancario colle migliaia di lire della differenza, e tornò a non pensar più ad altro che a spendere. Non c'era nulla da temere.

Le cambiali, e ne aveva una prova nei danari ricevuti, ormai dovevano essere state accettate senza sospetti, e se poi fosse anche successo un qualche ritardo per l'altro affare di Genova, il signor Serafino, che s'era portato via al solito le firme in bianco, aveva detto che, per ogni buon conto, voleva che la rinnovazione fosse per un mese.

Per un mese dunque poteva darsi pace. Ma invece, in capo a una settimana, egli ricevette un telegramma da sua madre che lo chiamava sul momento a Milano. Lì per lì ne rimase atterrito e subito pensò al signor Bianchi, ma dopo un poco, riflettendo che alla scadenza c'erano ancora più di venti giorni tornò a farsi cuore; domandò una breve licenza per esser più sicuro di ottenerla, e partì per Milano quanto più presto gli fu possibile.

Ma durante il lunghissimo tragitto, la campagna deserta e bigia sotto il cielo annuvolato, cogli alberi scoloriti, senza fremiti di vento nell'afa accidiosa, lo riempiva di tedio, e tentava invano di vincere la tristezza invadente con qualche allegro pensiero. Voleva persuadersi che il telegramma non annunziava nulla di grave, e lo leggeva ogni tratto attentamente, ansiosamente, studiando le parole a una a una. Il tono era laconico e imperativo... ma era lo stile dei dispacci....--Contò le parole: erano dodici soltanto....--Ci potevano stare anche i saluti!--E poi, perchè aveva firmato _tua madre_?--Di solito firmava sempre _la mamma_!...

Si provò a dormire, ma non poteva. Non poteva nemmeno fumare. Il sigaro gli si spegneva ogni poco fra le labbra. Era solo nel carrozzone vuoto e ciò gli cresceva la malinconia. Il treno faceva fermate lunghissime; il cielo diventava sempre più scuro, e finalmente cominciò a piovere: una pioggerella fitta che crepitava sui vetri e penetrava nelle ossa. Stefano, rannicchiato in un cantuccio del cupé, cogli occhi fissi ai cristalli appannati dalle spesse gocciole stillanti, aveva sbadigli di noia e tremiti di freddo. Il fischio lungo della locomotiva gli irritava i nervi, e in mezzo a quella tristezza plumbea senza confini la cornetta del cantoniere risonava lugubremente come voce di sotterra. Le piccole stazioni cogli smorti fanali rilucenti sulle pozze fangose, erano spopolate. Soltanto i conduttori, come ombre nere incappucciate, correvano sbattendo gli sportelli, gridando, leticando, diguazzando sotto la pioggia. Nessuno scendeva, nessuno montava: la vaporiera soffiava immobile.--Pronti!--gridava il conduttore.--Pronti!--rispondeva da lontano un'altra voce più fioca. Sibilava il fischio acutissimo: sonava rauca la cornetta: ma la vaporiera soffiava immobile.

--Auf!... Che treno infame!...--Stefano borbottava, batteva i piedi.... finalmente le ruote stridevano, le catene cigolavano, si urtavano i carrozzoni con fracasso, il treno si moveva, e il marchesino tornava a rannicchiarsi con un sospiro di sollievo. Una volta gli cadde lo sguardo sul numero del cupé; era il 113, e quel tredici gli fe' provare un senso di cattivo augurio,--ma che!... era proprio inutile inquietarsi per le cambiali!--Certo, lo chiamavano a Milano per qualche novità circa al matrimonio. Forse quell'egoista dello zio Diego, tormentava la mamma....--Povera mamma, tanto buona!

Il ragazzo avrebbe voluto che si trattasse proprio della mamma, e sentiva che l'avrebbe difesa con tutto il cuore.--Povera mamma!... Tanto buona!

La notte calava oscurissima; alla noia gli si aggiungeva la molestia dello stomaco vuoto, e le inquietudini, allontanate ad una ad una, ritornarono a un tratto tutte insieme.

--Se quel cane del Bianchi mi ha tradito, lo strozzo con queste mani!...

In fine, l'affanno, la smania era tanta, ch'egli avrebbe preferito di saper subito la verità, qualunque fosse, piuttosto di soffrir ancora per due ore quell'agonia.... Ma invece quando il treno rallentò il moto sotto la gran tettoia innondata di luce della stazione di Milano, e cacciato il capo fuori del finestrino vide sua madre che lo aspettava, egli avrebbe voluto essere ancora lontano. Dal pallore, dall'espressione del suo viso, dal modo stesso con cui essa gli veniva incontro, capì subito, con una stretta al cuore, che non si era ingannato ne' suoi timori e che quel furfante lo aveva rovinato.

--Mamma! Mammetta cara!--esclamò correndole incontro ed abbracciandola, con straordinaria effusione.--Che cosa è successo per spaventarmi così?... Temevo tu fossi ammalata!...

Angelica si lasciò baciare, ma non abbracciò suo figlio, e con voce rotta, mormorò:

--Lo zio sa tutto! È in una collera terribile!... Non vuol far nulla per salvarti!

VIII.

Le cambiali delle ottantamila lire, colle firme false, erano capitate all'improvviso, proprio come un uragano d'estate, in mezzo alla tranquillità serena e ridente della buona Angelica.

Il primo colpito era stato il vecchio zio, grazie a un bigliettino del commendatore Barbarò col quale gli si dava avviso che alla Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali erano stati girati da Livorno, per l'incasso, vari effetti colla sua firma.

Diego di Collalto si precipitò alla Banca e fu ricevuto subito dal Commendatore, in persona, il quale, al vederlo, licenziò con un cenno il segretario ch'era nella sua stanza.

--Non c'era bisogno di tanta premura!... S'accomodi; prego.... C'era tempo tutt'oggi, e anche domani, fino alle due.

Il vecchio guardò Pompeo con un piglio suo particolare tra l'altezzoso e l'impertinente, e aprì la bocca per parlare:

--Ma...--e si fermò. Il banchiere, sorridendo ossequiosamente, levava dal portafoglio varie cambiali, che spiegò sullo scrittoio.

--Ma.... ci deve essere uno sbaglio di nome....

--Marchese Diego di Collalto?...--rispose Pompeo lentamente.--Ce ne sono altri del suo illustre casato, che portino lo stesso riverito nome?...

--No....

--Allora guardi bene,--e gli porse una cambiale.--Può capire chi abbia falsificato il suo nome?

Il marchese Diego fissò gli occhi sulla firma, poi, facendosi livido, borbottò più col moto istintivo delle labbra, che non colla voce, alcune parole, che l'altro afferrò a volo.

--Suo nipote?--domandò piano, andandogli più. vicino.--Suo nipote?...

Il marchese si lasciò cadere sopra una poltrona: pareva fulminato.

Pompeo sospirò profondamente, gli prese una mano, e la strinse forte per fargli coraggio.

--Le dico il vero, sospettavo qualche cosa di simile.... Per questo mi sono preso la libertà di scriverle preventivamente, e ho voluto parlarle in persona, così tutto può rimaner segreto fra noi due. In pari tempo ho l'onore di offrire i miei servigi al signor marchese, dato il caso che... le facesse comodo la dilazione di alcuni giorni al pagamento.

Il vecchio, alla parola _pagamento_, saltò in piedi infuriato.

--Dilazione?... Pagamento?... Che pagamento?... lo non pago niente!... Nemmeno un soldo!...

--Ci penserà, signor marchese, ci penserà meglio, e muterà proposito. Se così facesse, il marchese Stefano sarebbe rovinato irreparabilmente.

--Me ne lavo le mani!... non lo riconosco più!... una canaglia! un truffatore!... non lo riconosco più.!... non voglio più averci che fare!... me ne lavo le mani! me ne lavo le mani!--e il vecchio girava per la stanza, accompagnando l'atto alle parole.

--E l'illustre nome dei Collalto?... Lo scandalo grandissimo... è un'ingiustizia, signor marchese, posso ammetterlo, ma toccherebbe anche lei....

--Anche me?

--Il marchesino è il continuatore della famiglia!...

--E che la famiglia si fermi!...

--Nessuno del... nostro ceto, perdonerebbe a lei di non evitare lo scandalo. A lei... che in fine può farlo.

--È grossa la somma?--domandò l'altro con voce fioca.

--Ottantamila lire.

--Ottantamila lire!--gridò il vecchio, ritrovando a quella risposta tutta la forza dei suoi polmoni.--Ottantamila lire?... Dovrei pagare ottantamila lire? È matto, lei. Non le ho nemmeno io, ottantamila lire!

Il Barbarò strizzò l'occhio con un sorrisetto.

--Il signor marchese non ha da far altro che comandarmi.

Il vecchio guardò fisso l'ex-portinaio, poi storcendo la bocca e alzando le spalle con un moto significantissimo:--A mia disposizione,--pensò,--per strozzarmi di sotto mano;--ma pensò soltanto e non disse niente di simile: tornò invece a sfogarsi contro il nipote.

La sua collera era tanto più terribile quanto meglio egli capiva che in fondo il Barbarò non aveva tutti i torti, e che per la gente, per l'onore del nome, per continuare ad essere ben accolto e rispettato in società, avrebbe dovuto finir col pagare.--Pagare ottantamila lire per i vizi di un ragazzaccio antipatico, e che adesso sentiva di odiare!... Pagare ottantamila lire perchè la madre di quello sciagurato non era mai stata altro che una romantica senza testa!...

--E se non... se non si pagano, che cosa succederà?--domandò alla fine, a denti stretti.

--Prima il protesto, poi, scoperta la falsificazione delle firme, l'arresto personale.

Il marchese Diego trasalì suo malgrado.

--E... ci sarebbe tempo... fino domani alle due?...

--Domani e anche dopo; tutto il tempo che vuole!--esclamò Pompeo con un inchino.--Mi basta una sua parola, signor marchese. Con una sua parola metto le cambiali, come si dice, sotto il calamaio!

Diego di Collalto borbottò alquanto, guardò in fretta l'orologio, poi si rivolse nuovamente al Commendatore.

--Vado subito a Gallarate a prendere mia nipote... la condurrò qui da lei.... Sentiremo, vedremo che cosa ha in animo di fare.

Gli occhietti loschi del Barbarò sfavillarono, e le sue guance avvizzite si accesero subitamente.

--Io già,--continuò il marchese,--non pago niente. Ottantamila lire non le ho, e non voglio mettermi a contrar debiti per gli altri, io che non ne ho mai fatti per me. Stasera lei, sarà ancora visibile alla Banca?

--Certo!... Si figuri!... ma la signora marchesa non deve incomodarsi, diamine! Mi recherò io stesso a inchinarla, dove la signora marchesa mi vorrà far l'onore di ricevermi. Diamine, diamine!... Si figuri! Stasera, anzi, dovevo andare a Roma... volevo parlare alla Camera a proposito dei dazi protettori--(il deputato Barbarò, a sentirlo, doveva sempre parlare alla Camera, e viceversa non apriva mai bocca)--ma ci rinunzierò e mi fermerò a Milano. Per bacco baccone!... Da tanti anni sono... sento... la più gran devozione per la nobile famiglia dei marchesi di Collalto e non vorrei, per tutto l'oro del mondo, rifiutarle proprio adesso, in un momento così... così grave, la mia umilissima servitù.

Il vecchio sorrise con una smorfia e un cenno del capo, che potevan passare per un ringraziamento.

--Guardi bene, per altro,--soggiunse dopo un istante di silenzio,--di non compromettermi con la marchesa, e anzi, mi faccia questo piacere, di aiutarmi a tener fermo. Io voglio sperare che riunendo tutto ciò che rimane a... a quella gente, potranno ancora, se non subito, con un po' di quiete, riparare questo colpo....

Pompeo scosse il capo in segno negativo.

--E allora, peggio per loro!--strillò il marchese tornando a infuriarsi. Io non voglio subire una _débâcle_ per i vizi di mio nipote. Ottantamila lire?... In pochi mesi?--Se fossi anche tanto imprudente da pagare oggi, mi assicura lei che avrei finito, e che sarei sicuro di non dover domani ritornar da capo?

--Oh per questo non c'è da illudersi, il marchesino ha il vizio nel sangue; ha la prodigalità ereditaria. _Talis padris_...--e il commendatore interruppe il latino che non gli veniva bene con una volgare sghignazzata.

--Vede dunque--esclamò il Collalto cogliendo la palla al balzo.--Vede dunque?... sarebbe inutile!... mi sacrificherei per niente!... mi dà ragione anche lei!...

--No, scusi, signor marchese; non posso darle ragione. Sono disgrazie che quando capitano in una famiglia, bisogna portarne tutte le conseguenze. So anch'io che il boccone è amaro da ingoiare, tanto più col pericolo di tornar da capo..., ma d'altra parte, le par possibile di poter lasciar mettere in prigione suo nipote il suo unico nipote, un Collalto?...--E il processo, signor marchese? E la pubblicità dei giornali?...--Capisce bene, il nome sarebbe rovinato per sempre, e lei, lei stesso, non potrebbe più vivere in società, tenere quel posto così eminente che ha nella nostra aristocrazia....

Il marchese non diceva più una parola: sbuffava di rabbia.

--E poi, oltre all'onore,--continuava spietatamente il Barbarò con un risolino ironico che gli spuntava sulle labbra in mezzo alle espressioni affettatamente ossequiose,--oltre all'onore ella deve compiere il sacrificio delle ottantamila lire anche per quella povera signora....

Il vecchio fece un'altra scrollatina di testa.

--Sì, anche per la signora marchesa,--continuò mellifluamente il commendator Pompeo.--Essa è in tutto degna dei più grandi sacrifici: anche un milione, sarebbe bene speso per la marchesa!...

--Angelica?... mi faccia il piacere!--rispose Diego di Collalto, indispettito dall'enfasi improvvisa del suo interlocutore.--Mi faccia il piacere!... Non è altro che una matta... un'egoista!... una linfatica sentimentale, piena di romanticherie!... Se fosse stata una donna di cuore, una donna di testa, avrebbe pensato a collocarsi in modo da assicurare il proprio avvenire e quello del figlio!--A questo punto il nobile Pompeo di Panigale non sorrise più, si fece serio, quasi melanconico, e sospirando alzò gli occhi al soffitto, per chiamarlo a testimonio del proprio dolore.

--Io l'ho sempre ammirata quella signora,--disse poi, mettendosi una mano sul cuore.--Ho trovato in lei virtù... virtù straordinarie. Per parte mia, le ripeto, sarei disposto a spendere un patrimonio, pur di vederla soddisfatta. Oh vorrei essere in lei, signor marchese, lo confesso con tutta sincerità.... Vorrei essere in lei, per avere il diritto di proteggerla, di consolarla, di collocarla, per modo di dire, sopra un trono... un trono d'oro!--E il signor Pompeo, così parlando era tanto accalorato e commosso, che il vecchio marchese, quantunque miope, se ne avvide, e ne rimase colpito.

--Povera signora,--riprese il Barbarò dopo un momento di pausa,--è sempre stata sfortunatissima, come moglie, come madre e adesso....--Qui fece una reticenza, strinse le labbra sottili, ove il risolino tornò a comparire--adesso--concluse è capitata fra le mani di uno spiantato qualunque, che la inganna colle dimostrazioni del perfetto amore, ma che invece non mira, ad altro che al suo avvenire.

--Avvenire?... Quale avvenire?--domandò il marchese cogli occhi sfavillanti dietro le lenti, e coi baffi più ritti del solito.

--Non se l'abbia a male.... Ripeto, quanto mi è stato riferito. Il maggiore Martinengo avrebbe risposto a chi lo sconsigliava di dare le dimissioni, e di perdere così un posto sicuro, che _il vecchio_ doveva pur crepare, e che non avrebbe potuto portare i suoi milioni con sè... all'inferno!... Il vecchio, non se l'abbia a male, il vecchio sarebbe lei, signor marchese!...

L'altro ebbe un sussulto, diventò rosso, poi pallido, ma riuscì a frenarsi, e ripulendo le lenti che gli eran cadute dal naso, mormorò fra i denti:

--_Il ne faut jurer de rien!_

Pompeo Barbarò sorrise, e guardò il Collalto senza aggiunger verbo; non aveva ben afferrato il senso di quelle parole.

Il marchese Diego, sebbene avesse avuto la forza di vincersi in faccia a Pompeo, se ne andò via portandosi la spina nel cuore, e arrovellandosi contro suo nipote, contro Angelica, e contro il Martinengo che faceva i conti sulla sua morte.

--E quel _Barabò_, quel _Barabao_, quello strozzino arricchito, che dopo aver ingoiata Villagardiana, protesta la sua devozione a mia nipote? impostore!... ipocritaccio!...--borbottava toccandosi le punte dei baffi.

--Pure... pure non c'è da scegliere. In questo momento bisogna fargli un po' di buon viso. Lui solo ha le mani in pasta e può trovar la maniera di accomodare le faccende senza rovinarmi!...--Sicuro... sicuro... è antipatico, ma non si può far senza di lui!... Intanto andiamo subito a Gallarate. Cominciamo a far ballare anche mia nipote: tocca a lei; la madre è lei!

Con tanta bile in corpo il marchese Diego arrivò al _Villino delle grazie_, più verde dei suoi mustacchi e dei suoi capelli. Angelica passeggiava in giardino con Andrea, e... fu per caso?... fu per misterioso presentimento?... certo è che appena le fu annunciato il marchese Diego, divenne pallida e si sentì una stretta al cuore.

--Mio Dio, che cosa ci sarà di nuovo?--esclamò istintivamente alzando timorosa gli occhi grandi e buoni, in faccia al Martinengo.

--Che vuole che ci sia di nuovo?--nulla!...--le rispose Andrea il quale dava a preferenza del _lei_ anzichè del _tu_ all'amica per un sentimento gentile, di rispettosa tenerezza.--Il marchese verrà a farle una visita.

--Non ci viene mai a Gallarate!--rispose Angelica, e quantunque inquieta, mosse incontro allo zio, sforzandosi di mostrarsi amabile e contenta.

Il marchese Diego, sempre galante, le baciò la mano facendole un madrigale; salutò il maggiore, sorridendogli colla benevolenza di uno zio soddisfatto e chiamandolo--il più fortunato dei mortali.--Poi pregò la nipote, la bella nipotina, di concedergli cinque minuti di colloquio.--Pur troppo,--disse infine rivolgendosi al Martinengo nell'allontanarsi, dopo aver offerto il braccio alla nipote--non sono più in istato di rendervi geloso--e ripetè con più enfasi di prima--mortale fortunato!

Angelica conosceva bene lo zio, e però non si era lasciata ingannare da tutte quelle dimostrazioni di affetto e di galanteria. Anzi, era sempre più inquieta, aspettava con ansia che il marchese le spiegasse il movente della sua visita. Appena furono nel salotto, Diego di Collalto offrì alla marchesa una scatola di dolci, che il servitore aveva tolta dalla carrozza col _plaid_; chiuse bene le porte, e poi con una brutalità, che appariva più fredda e spietata, per le forme ostentatamente cortesi, le disse che quel bel mobile del suo figliuolo era un Mirabeau, salvo l'eloquenza, che aveva falsificata la sua firma per ottantamila lire; e che lei, la cara nipotina, inebriata dalle dolcezze dell'amore, lo avea lasciato troppo libero, lo aveva troppo abbandonato a sè stesso, e dichiarava esplicitamente che lui non poteva far nulla per allontanare la catastrofe.

Angelica era rimasta come fulminata; tuttavia non aveva ancora compreso.

--Ha falsificato la tua firma?... come? in che modo?...

--Sì, cara, per ottantamila lire!--- E il marchese le riferì e le spiegò, in poche parole, tutto quanto sapeva.

--Non è possibile. È una menzogna, una calunnia!...

--Le cambiali, gioia mia, le ho viste io stesso, co' miei propri occhi.

--E Stefano ha firmato col tuo nome?

--Diego di Collalto.

--Sei sicuro, proprio sicuro, che sia il suo carattere?

--Sicurissimo.

--Allora è caduto in un tranello, e bisogna sentire prima di giudicare. Bisogna sentire le sue ragioni, le sue difese, le sue scuse....

--Gli puoi telegrafare di venir subito a Milano.

--Ah zio, zio mio,--esclamò in fine la poveretta prorompendo in lacrime,--zio mio, abbi pietà, di quel ragazzo.... Perdonagli, te ne supplico, zio, te ne scongiuro!

--Oh in quanto a perdonare, può darsi,--rispose il marchese Diego con un sorriso che in quel punto diventava feroce,--ma pagare no, no di certo. Dove le trovo, ottantamila lire?...--e dondolandosi tutto, e facendo scricchiolare le scarpettine inverniciate,--_La plus belle fille du monde_,--continuò,--_ne peut donner que ce qu'elle a!_

--Ma allora... allora che cosa potrà succedere? Che cosa faranno a mio figlio?!

--Eh!...--rispose il vecchio elegante stringendosi tutto nelle spalle e allargando le braccia mentre sibilava quell'_Eh!_... che passò freddo, come una lama, nel cuore di Angelica.

--Pensa che abbiamo il tuo nome.... Pensa che siamo il tuo sangue. Non ci puoi abbandonare.--Vorrai consigliarci.... vorrai che il nostro onore sia salvo!

Il marchese le prese una mano e gliela accarezzò per farle cuore. Dar quattrini non poteva, perchè non ne aveva; ma in tutto il resto, si metteva a sua disposizione. Andare, girare, parlare, brigare, era disposto a tutto. Era venuto apposta a Gallarate per prenderla e condurla subito a Milano. Si sarebbero abboccati la sera stessa col signor commendator _Barabbò_ e insieme avrebbero cercata la via, se ce n'era una, per riparare, o almeno mitigare quel colpo terribile.

--Il Barbarò?--demandò Angelica facendosi ancora più pallida.--Come c'entra il Barbarò?...

--Per bacco, se c'entra!--esclamò il marchese,--è lui che ha in mano le cambiali!

Angelica si sentì oscurare la vista, e mal suo grado le sfuggì un nome dalle labbra che pareva una preghiera, pareva un lamento,--Andrea....

--Andrea, aspetterà. Ritornerai domani, dopo domani; c'è tempo.--Al punto in cui sia... in cui siete, gli affari prima di tutto!

--Che io lo debba sempre incontrare quell'uomo, sempre sempre!--e Angelica, in mezzo alla sua grande angoscia, ebbe un fremito di terrore.

--Anche il deputato arde della nostra fiamma istessa: ho scoperto stamattina che è un tuo spasimante.

--Abbi pietà dello stato in cui mi trovo, zio,--esclamò la marchesa vivamente,--risparmiami almeno ora questi tuoi scherzi.

--No, no, nipotina cara, non andare in collera perchè è la verità. Il _Barbabò_ mi ha trattenuto a farmi i tuoi elogi per due ore di seguito: e come prendeva fuoco! Non è bello, bisogna convenirne, ma si può proprio dire _un uomo d'oro_, come lo chiama Donna Ippolita Bellotti, che ho veduto l'altra sera al Cova, e che mi ha detto di salutarti. Sicuro, prendeva fuoco, e mi pare l'avesse a morte col maggiore. Tutta gelosia: bisogna compatirlo.