I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 2

Part 15

Chapter 153,661 wordsPublic domain

--So benissimo, signor marchese, so benissimo, che in tal caso non avrebbe bisogno di me. Ma... gli è, vede... che io sono sprovvisto: non sono un banchiere, come il signor barone; sono un agente d'affari e nulla più. Tuttavia cercherò di servirla per due o tre giorni... intanto... regolata questa pendenza, potrà rivolgersi ancora al signor barone e, se crede, penserò io a tutto, mediante una provvigione.

--S'intende, s'intende....

--Io non sono un capitalista, ripeto, e vivo sugli affari che fo per gli altri.

Dopo una simile dichiarazione Stefanuccio si sentì più tranquillo. L'amico, pensava, avea subodorato un buon affare, e per questo era venuto da lui con tanta premura.

Infatti il signor Bianchi, sempre più ossequioso, lasciò sul tavolino la cambiale scaduta, e si portò via la firma in bianco, per duemila lire, del marchese Stefano, che a quelle dimostrazioni di grande rispetto rizzava la testa e, gonfiandosi, faceva la ruota come un tacchino.

Per alcuni giorni l'agente d'affari non si fece vivo e Stefanuccio, prosciolto dagli arresti, si era già dimenticato di lui, del barone Castagneto, e della firma in bianco, quando vedendoselo una mattina comparir dinanzi al _Caffè di Parigi_, si consolò tutto, pensando che il signor Bianchi gli poteva procurare i quattrini che gli occorrevano per la beneficiata di madamigella Nicoly; un fiore esotico, e molto sbocciato, della compagnia equestre Ciniselli.

--Buone nuove?--gli domandò subito il Collalto che si era allontanato dai compagni, coi quali stava facendo colazione.--Buone nuove?

--Sì... e no, signor marchese.

--Fuori il sì!...

--Mi scusi, l'eccellenza sua, ma dovrei cominciare dal no.

Stefanuccio aggrottò gli occhi miopi.

--L'effetto... sa... non l'ho ancora potuto scontare.

--Quale effetto?

--Quello che mi ha lasciato in bianco, per duemila lire.

--Ah, sicuro! rispose Stefanuccio, lustrando l'occhialino colla pezzuola di battista.

L'altro lo guardò, disponendosi ad ascoltarlo colla più premurosa attenzione.

--Per la cambiale delle duemila lire, ci penserà... con comodo. A me occorrerebbe invece di conchiuder presto un altro affare....

La faccia verde del signor Bianchi si colorì a un tratto.

--Ecco... è appunto intorno a ciò che avrei buone notizie. C'è chi sarebbe disposto a trattare con lei.

--Il barone Castagneto?...

--No: qualche cosa di meglio... di molto meglio!

--_Saperlotte_!...

--Sarebbe un grosso banchiere di Livorno. Un mio corrispondente. Ma non ho voluto sciuparlo per la bagattella di duemila lire.

--Ha fatto benissimo!... Prende un cognac, signor Serafino?--Cameriere!... Cognac!

--Troppa bontà!... Appena ha udito il nome del signor marchese, m'ha detto Bep...--il signor Bianchi si corresse a tempo,--Serafino,--m'ha detto,--ti lascio trattare per sessantamila lire!

L'ufficiale ebbe una scossa che gli fece saltar la lente fuori dell'occhio, ma l'altro tirò dritto, imperturbabile.

--E quali sono le condizioni?--ho soggiunto io, volendo battere il ferro, mentre era caldo.

--Benissimo! Benissimo!

--Le condizioni sono presto dette.--E il signor Bianchi tacque un momento, per dar più importanza alle parole, mentre l'altro aspettava con ansiosa irrequietezza.

Il grosso banchiere di Livorno, per sua propria garanzia, voleva essere il solo creditore del marchese Stefano di Collalto. Però, colle sessantamila lire, il marchese Stefano di Collalto doveva pagare tutti gli altri suoi debiti, e sottoscrivere una dichiarazione in piena regola, colla quale si obbligava a non firmare nessun'altra cambiale, nè come traente, nè come avallante, nè come giratario.

Le tratte, fino alla ricorrenza convenuta, delle sessantamila lire, sarebbero state rinnovate di tre in tre mesi, sempre che il credito del marchesino Stefano si mantenesse tale quale lo godeva presentemente.

Ma queste parole erano chiacchiere inutili. Stefanuccio non ci badava nemmeno. Egli pensava che con quel contratto, pagati tutti i suoi debiti (erano dalle trentacinque alle quarantamila lire) gli rimanevano ancora ventimila lire da spendere, ed era contento. Accettò senz'altro. In quel momento i tre mesi erano per lui un'eternità: avrebbe sottoscritto per qualsiasi somma, per qualsiasi cosa.

Due o tre giorni dopo tutto era stato convenuto e preparato, e verso sera, un poco prima che il marchesino uscisse per andare a pranzo, ci fu la firma delle cambiali. In piedi presso lo scrittoio, colla lente ficcata nell'occhio, colla sigaretta in bocca, col berretto sotto il braccio, e i gomiti appuntati, egli si sbrigò in fretta di quella noia, mentre il signor Bianchi lo guardava di sottecchi, rodendosi le unghie.

Ma anche quelle ventimila lire durarono pochino, pochino assai, nelle mani bucate dello sventatello. Già, bisogna notare, che ventimila proprio non erano mai state, perchè Pompeo Barbarò, che non voleva buttar via quattrini più del necessario, aveva imposto al Micotti di trattenersi il frutto dell'otto per cento, e di più una provvigione di mille lire. Rimaneva sempre un bel gruzzolo, a ogni modo, ma il marchesino non aveva mai avuto tanto danaro fra le mani; e quel danaro non gli era costato nessuna fatica, e lo sciupava malamente, stupidamente, passando da una bottega all'altra colla foga, colla smania di spendere; empiendosi la casa di roba inutile, pagata il doppio del valore; invitando sempre qualche amico a colazione, e a pranzo; coprendo di regali madamigella Nicoly, che fece passare dal quartierino di via _Borgo nuovo_, al piano nobile dell'_Hôtel D'Angleterre_; giocando a rotta di collo, comperando un _tilbury_, poi un cavallo da tiro, poi un altro cavallo da sella.... In capo a un mese la cassa era vuota, e gli rimaneva ancora da pagare il _tilbury_, mezzo cavallo e il conto dell'_Hôtel D'Angleterre_. Madamigella Nicoly era partita per la Russia.

La marchesa, informata in parte della vita allegra del figliuolo, gli aveva scritto una lunga lettera per supplicarlo di aver molto giudizio. Gli ricordava che del babbo non c'era più nulla, che la sua dote era ben poca cosa; lo ammoniva di non farsi troppe illusioni sullo zio Diego, e tutto ciò scriveva in un modo che toccava il cuore e strappava le lacrime. E Stefanuccio pianse davvero: ebbe un giorno di luna, un altro di disperazione.... Anche il tempo aveva la sua parte. Pioveva sempre, con un buio, un vento caldo, un'uggia insopportabile.... Poi in fine, un bel mattino, Superga riapparì sulla cima ridente illuminata dal sole, e anche Stefano di Collalto si rasserenò. Scrisse alla "sua buona mammina" che era stata male informata, e che si mettesse il cuore in pace. _Mademoiselle_ Nicoly era partita per Pietroburgo, il _tilbury_ lo aveva a prova da un amico, il cavallo era sempre quello, che serviva da sella e da tiro; il giuoco lo aborriva, i suoi compagni lo chiamavano il _certosino_, e lui non faceva altro che studiare, studiare, studiare, tanto che certe volte, gli doleva il petto. Finiva poi coll'inviarle "tanti baci" e col pregarla di ricordarlo con simpatia al carissimo Andrea. Scrivendo la lettera buona si sentì rimesso a nuovo, e allora, fischiettando un'arietta della _Bell'Heléne_, mandò pure un bigliettino al signor Bianchi:

"_Carissimo_,

La prego di farsi vedere quanto prima. Venga a cercarmi a casa mia; non al _Caffè di Parigi_, nè alla Scuola, e ciò per evitare pettegolezzi."

Il marchesino aspettò il signor Bianchi il giorno dopo; ma questi, nè il giorno dopo, nè il seguente non si lasciò vedere. Venne invece la sera del terzo, e a Stefanuccio sembrò assai mutato. Era meno espansivo; tutto pieno di dubbi e di reticenze.

Il ragazzo, tanto per incoraggiarlo, gli lesse una lettera molto affettuosa dello zio Diego.

--Scusi, signor marchese.... scusi se le fo una domanda.

--Dica, dica....

--Da quanto tempo ha ricevuta questa lettera?

--Da una quindicina di giorni.

--Gli è, vede,--continuò l'altro con un tono particolare e assai espressivo,--gli è che in questo tempo... il suo signor zio potrebbe essersi mutato.

--Chè! mio zio non si occupa de' fatti miei.

--No, no,--continuò l'altro lentamente, lisciando il cappello col dito.--Non si dubita di lei. Si dubita che il matrimonio della signora marchesa possa spiacere al marchese Diego.

--Nessuno ha diritto di occuparsi e di parlare di un matrimonio che non è stato ancora partecipato,--rispose Stefanuccio seccamente,--e ciò non deve entrare nei nostri affari.

Il signor Bianchi si scusò, mostrandosi mortificato.

--Ora, da lei, non voglio sapere altro che una cosa: potrei avere due o tremila lire, senza firmare nessuna cambiale?

--Non vuol sapere altro che questo?... Ebbene, no, signor marchese.

Stefano si scosse a quella risposta, si turbò, e guardò bene il signor Serafino.

--Nemmeno.... millecinquecento?... mille?...

--Oggi sa, eccellenza, gli ufficiali sono un po' in discredito presso la gente d'affari.

--Ma io.... io non sono il primo venuto.

--Nella _società_, nell'alta aristocrazia; ma sulla piazza, mi spiace doverlo dire, il suo nome non è più così solido, come due o tre settimane fa.

--Come mai?... Perchè ho perduto al giuoco qualche migliaio di lire?...

--Chi sa?... Forse per questo... forse,--e qui il signor Bianchi marcò le parole e lisciò il cappello ancora più adagio e ancora più forte,--forse.... per qualche altra ragione.... chi sa?...

L'ufficialetto camminò su e giù per la stanza, colla testa bassa e battendo gli sproni, ad ogni passo. Anche il signor Bianchi stava pensieroso, a capo chino. Non si lustrava più il cappello, che avea messo sopra una seggiola accanto, ma gli anelli d'oro delle dita. A un tratto Stefano gli si fermò dinanzi, e gli domandò a mezza voce:

--Se si facesse la proposta a quello di Livorno.... di portare il suo credito a settan.... a settantacinquemila lire?

--Sarebbe uno sproposito. Se perde la fiducia c'è il rischio che alla fine dei tre mesi non voglia più rinnovare le cambiali.

--Questo è impossibile!--esclamò l'altro vivamente.--È obbligato a rinnovarle! Non è vero, signor Serafino che è impossibile? Che non farà questo tiro?

--Eh!--balbettò l'agente d'affari stringendosi nelle spalle, e alzando gli occhi al soffitto,--speriamo che non lo faccia!

La risposta non era troppo rassicurante; ma c'erano ancora due mesi di tempo alla scadenza, e il ragazzo non voleva cominciare a inquietarsi così per tempo. Del resto era convinto che quella titubanza fosse una tattica dell'omino per farsi valere, e guadagnare un'altra provvigione. Fatta una scrollatina, accese una spagnoletta; e persuaso che con quella gente lì non bisognava mai mostrare di averne troppo di bisogno, se ne sbrigò con poche parole:

--Lei ha capito, signor Bianchi. Se mi può trovare qualche migliaio di lire, ci sarà un buon regalo.

Il signor Bianchi se ne andò mogio mogio, senza dire quando sarebbe tornato, ma il marchesino era sicuro di rivederlo presto coi danari in tasca. Invece non si fece più vivo, se non una settimana prima dello spirare dei tre mesi. Nel frattempo Stefano di Collalto avea vissuto di espedienti; aveva venduto il _tilbury_, i cavalli (anche quello che gli rimaneva da pagare per metà) oltre a due selle inglesi.

--Senta,--furono le prime parole ch'egli rivolse al signor Bianchi appena lo vide entrare, senza osservar subito che era vestito molto dimesso e aveva il viso stravolto.--Senta, ella mi deve trovare la piccola somma occorrente per i frutti del rinnovo delle sessantamila lire, o ottenermi almeno che quello di Livorno, aggiunga i frutti al ca....

Ma l'altro non lo lasciò finire: spalancò le braccia, mormorando con un singulto:--Altro che frutti!... Altro che rinnovo!... Siamo traditi!... Un momento fa ho ricevuto lettera da Livorno. Cose terribili: non rinnovano più niente!

--_Cheèh!_--rispose il marchesino impallidendo e curvandosi, quant'era lungo, per guardare in viso il signor Serafino.

--Ah, signor marchese, signor marchese!... mi lasci parlare.... non mi chiuda più la bocca come l'altra volta: è il matrimonio della sua signora madre che rovina lei, che rovina ogni cosa! Non se n'abbia a male, eccellenza, perdoni il mio ardimento, ma al punto in cui siamo bisogna dir tutto;--devo dir tutto.

--Si spieghi.

--Ma....

--Avanti!

--La gente d'affari è sospettosa, paurosa....

--Avanti!--ripetè Stefano battendo i piedi.

--E la fiducia... è riposta soltanto nell'eredità dell'illustrissimo signor marchese di Collalto.

--Questo si sapeva! Ebbene?...

--Ma ora che il marchese Diego va dicendo che il matrimonio della sua signora madre è il disonore della famiglia, e che....

--Non sono io che mi sposo!...

--Ma l'illustrissimo signor marchese dice di averla anche con lei, perchè non si è mosso, perchè non ha impedita la cosa, perchè invece se ne mostra contento, e dichiara a tutti, e grida forte, che nemmeno a lei non lascierà più un soldo!... Tanto forte grida che l'han sentito fino a Livorno, e le cambiali non le vogliono rinnovare!

--Questa, per altro, è un'azionaccia! Avevo la parola per il rinnovo, e ci contavo!

--Oh Dio, si sa bene, la parola.... È al danaro che tengono. D'altra parte... anche in quanto alla parola... loro si vantano di essere in regola.

--Canaglia!...

--Non ricorda la clausola?

--Quale clausola?!... Mi faccia il piacere, anche lei, di non inventarmi storie!--strillò il marchesino sempre più infuriato.

--Scusi, ma....--Non si riscaldi per amor del cielo!... Dopo si sentirà male!...

--Non ci dovrà pensar lei, se mi sentirò male!... Un tiro simile... a bruciapelo.... Mi avesse almeno avvertito in tempo!...

--Ho ricevuto la lettera in questo punto....

--E mi parla di clausole!--continuava a gridare il povero ragazzo, pestando i piedi, camminando rabbiosamente in su e in giù per la stanza.

Il signor Serafino, a buon conto, stava sempre vicino all'uscio: non si sentiva troppo sicuro.

--Legga... legga, signor marchese, la lettera di convenzione. Dice espressamente: "_le cambiali saranno rinnovate di tre in tre mesi sempre che il credito del marchese Stefano di Collalto si mantenga quale lo gode presentemente...._" E a Livorno invece si crede che, dopo le chiacchiere, le lagnanze e le dichiarazioni del marchese Diego, anche il credito ne abbia molto scapitato.

Stefanuccio, a tali parole, passò dalla collera all'abbattimento il più profondo.

--Mi salvi, signor Bianchi, mi salvi o... succederà una catastrofe!

Il signor Bianchi, inorridito, gli fe' cenno di non dire di quegli spropositi.

--Se fossi in lei, cercherei piuttosto di indurre la marchesa a... a piegarsi al desiderio dello zio. Lo zio è vecchio, la sua signora madre è giovane ancora e... potrebbe aspettare.

--No, mai. Non domanderò mai a mia madre di sacrificarsi per me.

--Che bel cuore!--esclamò il signor Serafino guardando Stefanuccio con ammirazione.--Ma il bel cuore guasta sempre gli affari buoni!

--Mia madre... è sempre stata una....

--Gran dama!

--Una martire....

--Vero, vero!

--.... E io non voglio attraversare la sua felicità. No, no!... Piuttosto, le ripeto, succederà una catastrofe, e il rimorso lo dovrà sentir tutto lei!...

--Per amor del cielo,--io?...

--Sì: è stato lei che m'ha messo in un simile impiccio. Non sapevo io che fossero al mondo nè lei, nè il suo strozzino di Livorno!...

L'ufficiale tornava ad accendersi. Il signor Bianchi si strinse la fronte e gli occhi colla mano come per concentrare i pensieri, poi, dopo un momento di silenzio, "Finiremo" disse "donde avrei dovuto cominciare. Stasera stessa col diretto delle sette vado a Genova, propongo l'affare al barone Castagneto, e domani son di ritorno colla risposta."

--Bravo!... Avevamo dimenticato il barone Castagneto!--esclamò Stefano consolandosi subito.--Egli non era fatto per soffrire. Pensò invece di ingrazionirsi il signor Bianchi e, per renderlo più caldo nel servirlo, uscì con lui, facendo i portici insieme, a braccetto (a quell'ora i suoi conoscenti erano a pranzo, e sperava di non esser visto); gli offrì un rhum al caffè di Roma, e in fine gli strinse forte la mano nell'accomiatarsi, non senza raccomandargli di ritornare subito, con buone notizie. Raccomandazione che, invero, dopo il grande onore che gli aveva fatto, stimava un di più. Era sicuro che l'omino si sarebbe fatto in quattro per corrispondere alla sua benevolenza, come era sicuro di aver proprio sbandito ogni pericolo. Anzi, dopo pranzo, quando venne l'ordinanza al _Caffè di Parigi_ a portargli _lo spençer_, gli passò fra le mani, senza farsi scorgere dai compagni, un biglietto da portar subito alla Stazione Centrale, al signor Serafino Bianchi. In quel biglietto gl'ingiungeva di trovar modo, nel trattar l'affare, di combinarlo addirittura per settantamila lire.

--Sta a vedere,--pensò poi il marchesino quando l'ordinanza se ne fu andata.--Sta a vedere che, dopo tanto chiasso, finirò col guadagnare diecimila lire!--e allegro e contento fece portare una bottiglia di Sciampagna da bersi cogli amici.

VII.

L'ordinanza ebbe un bel cercare alla _Stazione Centrale_ il signor Serafino Bianchi. Invece di partire col diretto delle sette, egli era partito col direttissimo delle otto e un quarto... almeno così disse la sera dopo, al marchese Stefano, che lo interrogava in proposito. Quanto poi al combinar l'affare per settantamila lire, invece di sessanta, erano ancora in tempo perchè anche il barone Castagneto aveva risposto picche. Ma pure il diavolo non era tanto nero come il dì prima; anzi il signor Serafino aveva trovato a Genova la persona che prestava i danari, ma bisognava aspettare un quindici giorni, perchè la somma era impiegata a mutuo, e il mutuo non spirava altro che fra un paio di settimane.

--Allora è come non averli,--rispose l'officialino impensierito.--A me occorrono subito.

--Si può offrire un regalo al mutuante e ottenere che paghi la somma prima della scadenza.

--Sicuro!... Bravo!... Così si deve fare!...

Il signor Bianchi fece un sorrisetto di compiacimento.

--E mi assicura che si potrebbe combinare per settantamila?

--Anche per settantacinque.

--Faccia, faccia tatto lei, come le pare, scriva subito, per il regalo, per i frutti. Mi dirà poi anche la provvigione che le devo. Mi metto nelle sue mani!...

--Ci sei da un pezzo, carognetta,--pensò il signor Bianchi, mentre s'inchinava profondamente.

Stefanuccio era soddisfatto, e anche il giorno dopo si sentiva allegro e leggero, senza quell'uggia addosso, che par foriera di cattive nuove. Eppure il signor Bianchi non ne aveva di buone da dargli. Il mutuante non poteva pagare altro che al giorno preciso della scadenza.

--_Saperlotte_!... come si fa?

--Scriverò a Livorno: cercherò, pagando, di far pazientare altri quindici giorni.

--E crede, signor Serafino, che riusciremo?

--Perchè no?... in fine, non si domanda altro che quindici giorni.

--E c'è da guadagnare. Faccia lei, combini lei. Posso star tranquillo?... mi assicura che posso star tranquillo?

--Direi di sì.--E per non perder tempo il signor Bianchi scrisse la lettera lì su' due piedi, la fece leggere al marchesino, e la portò subito alla posta.

Intanto passavano i giorni, quello della scadenza era imminente, e non si era a capo di nulla. Anche da Livorno era venuta una risposta tale da mandare il signor Serafino su tutte le furie.

"_Non si rinnova senza la firma del marchese Diego di Collalto. In questo caso siamo disposti a portare la somma fino alle ottantamila lire._"

Il buonumore di Stefanuccio si era dileguato il signor Bianchi passeggiava sbuffando.

--Non è più possibile avere un soldo!... Bisogna lasciar protestare!

--Protestare?...--ripeteva Stefanuccio, sbigottito.

--Protestare!... È la rovina!... È il disonore!... Che colpo dovrà essere per la illustrissima signora marchesa!... Un colpo mortale!--E il marchese Diego?... Nelle disposizioni d'animo in cui si trova?!...--Così, invece di medicar la ferita al povero ragazzo, il signor Serafino l'inaspriva sempre più; e ogni poco barbottava fra i denti le parole del telegramma spietato:

"_Non si rinnova senza la firma del marchese Diego di Collalto!..._"

--Canaglia!... Canaglia!... Cana....--A un tratto il signor Serafino si fermò, colla bocca aperta, come sopraffatto da un'idea nuova, e fissando gli occhi in viso al marchesino gli si avvicinò lentamente.

--Ha trovato qualche cosa di buono, signor Bianchi?

--Scusi... come si chiama lei?...

Stefanuccio lo guardò senza rispondere, maravigliato da quella domanda.

--Mi dica il suo vero nome di battesimo.

--Stefano!--rispose il marchese, con un'alzata di spalle.

--Stefano? soltanto Stefano?...

--Stefano, Diego, Maria....

--Diego!--esclamò il signor Serafino giubilante.--Siamo salvi!

--In che modo?

--In un modo semplicissimo, e che a suo tempo sveleremo a quella canaglia di Livorno, che dovrà rimanere con un palmo di naso. Ha mancato di parola con noi?... Ci vuol strozzare per un capriccio, perchè infine non si tratta altro che di un capriccio?... Ebbene, noi alla nostra volta lo pigliamo in trappola!

Il marchesino, senza capir nulla ancora, seguiva coll'occhio, e colle labbra atteggiate a un sorriso ebete, le parole del signor Bianchi.

--Lei lascia il suo primo nome di Stefano nella penna, e firma le cambiali _Diego di Collalto_....

--Chè?... È matto!...

--Senza falsificare il carattere, ben inteso: fa soltanto la firma un po' più grossa....

--È matto.

--Io stesso mando le cambiali a Livorno--continuò il signor Serafino senza lasciarsi scuotere da quelle interruzioni--con una mia accompagnatoria. lo non nomino alcuno; non dico se le ho avute dall'eccellenza vostra, o dal marchese Diego. A Livorno, appena le ricevono, le chiudono in portafoglio, e fra un paio di settimane vado io stesso a riprenderle. Allora mi deve permettere, signor marchese,--aggiunse riscaldandosi,--mi deve permettere di dare una buona lezione a tutta quella gentaglia, Voglio insegnare laggiù come devono trattare colle persone di alto bordo. Credono forse d'aver per le mani un mercantuccio, un plebeo, uno spiantato qualunque?... Non le pare?

--Non mi pare niente affatto. Lei mi propone una firma falsa!

--Firma falsa?... Mi offenderebbe, signor marchese, se invece non dovessi ammirarla, anche per questi scrupoli, ohe svelano il gentiluomo compito. Firma falsa?...--in che modo? O che non sono nomi suoi Stefano, Diego e Maria?...--Firma falsa?... Non Le dico già d'imitare un'altra scrittura e nemmeno di alterare la sua. Scrivere il nome un po' più grande o un po' più piccolo, è poi la stessa cosa!

--No, non mi pare.

L'ira del marchesino si era un po' calmata. Non era convinto, ma sentendone parlare a lungo tranquillamente, la proposta non gli faceva più tanto orrore. Stava a sentire quell'altro lisciandosi colla mano tesa il cranio pelato, e raccogliendo in una ciocca sull'orecchio, i lunghi capelli della nuca.

--Del resto, caro signore marchese, lei è molto giovane... mi perdoni... è quasi un ragazzo ancora! in certi pasticci, per fortuna sua, non c'è mai stato, e non conosce ancora tutte le arti, tutti i ripieghi degli strozzini. Firma falsa!... Bisogna distinguere. Lei non sa, per esempio, che io conosco capitalisti i quali, adesso che han tolto l'arresto personale, obbligano il debitore, per essere più sicuri di averlo nelle mani e di essere pagati alla scadenza, a mettere un'altra firma, oltre la propria, sulla cambiale? Questa è una firma falsa, ma non è una frode: l'hanno messa d'accordo!

--Nel caso mio non c'è questo accordo.

--Nel caso suo, signor marchese, non c'è nemmeno la firma falsa!

--Lei stesso, poco fa, mi diceva: _noi alla nostra volta lo si piglia in trappola!_