I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 2

Part 14

Chapter 143,766 wordsPublic domain

La Mary voleva resistere ad ogni costo, e resisteva ancora. Si era messa a lavorare, e ricamava e cuciva di bianco, giorno e notte. Voleva resistere e resisteva, ma erano colpi terribili per il suo coraggio ogni volta che vedeva soffrire il marito, sempre ammalato, ogni volta che vedeva il bimbo gracilino, languire e intristirsi. Si era trovata in mezzo ai protesti, ai sequestri, agli insulti dei creditori; si era ridotta a vivere in una soffitta. A poco a poco aveva venduta la roba che le era rimasta, e la Filomena avea rifatte le luride scale delle _Agenzie di prestiti_. Per il continuo lavorar d'ago le si sciupavano gli occhi; si spezzava il petto sul tombolo, e Giulio imprecava disperandosi, e si dava pugni nel capo, poi le domandava scusa, fra i nodi di tosse. Il medico non prediceva nulla di buono pel bambino, se non lo conducevano ai bagni di mare. Pure essa sentiva il dovere sacro, imprescindibile che le incombeva verso la memoria del padre suo; aveva fede nelle preghiere, in un miracolo della mamma, e si ostinava a resistere fino all'ultimo, quantunque anche la gente si allontanasse da lei perchè tutti la condannavano; tutti, meno la Filomena che non si reputava da tanto di giudicarla, e meno la marchesa di Collalto, che poco poteva fare, perchè era a corto di quattrini anche lei, col marito che precipitava verso la fine, e pareva volesse ingoiare tutta la casa.

Quanto poi a Donna Lucrezia, era un nuovo tormento, invece di un aiuto.

La Mary era costretta colla zia a fingere di essere sempre allegra, se no le piovevano prediche e strapazzate, che non finivano mai. Si sentiva dare della testarda, della _mata senza cuor_, perchè non voleva fare quell'atto di sommissione, doverosa per una fia, che l'avrebbe ricondotta ad occupare, colla sua famiglia, la prima _posizion_ di Milano!

--In fin dei conti, anche il mondo _vol_ la sua parte, e il mondo ormai s'inchina tutto quanto dinanzi al Commendator, e come se questo non bastasse, anche re Vittorio in persona, _el ga stretto la man_!... E ricordati, creatura benedetta, che se anche il governo _l'è birbon_, il re, è sempre il gran re dei _galantomini_!

E ciò era verissimo. Mentre la soffitta di Giulio e della Mary si faceva sempre più misera, Panigale riempiva i giornali e le bocche dei Milanesi.

In quei dintorni era stata fatta una finta battaglia da un corpo d'esercito, in presenza di Vittorio Emanuele, che per assistere più da vicino alle operazioni militari, abitò due giorni nella Villa del deputato di Panigale.

Vittorio Emanuele non avea mai sentito parlare di Pompeo Barbarò, ma era stato subito informato dagli aiutanti della straordinaria ricchezza del suo ospite, e avendolo invitato a colazione, scherzando con lui, che impacciato non sapeva infilar due parole, gli disse con quella sua bonarietà, finamente sarcastica, di re democratico:

"_Mi i soun un re ch'a ubidiss; ma chiel coun i so milioun a l'è un re ch'a coumanda!..._"

Per il ricevimento e per la visita reale, Pompeo Barbarò avea speso 50 mila lire, che diventarono 100 e 150 mila nei discorsi della gente. Ed anche il dottore del buon Giulietto ne era rimasto impressionato, tanto da dar pienamente ragione a Donna Lucrezia, e torto marcio alla Mary.

Il brav'uomo, dopo aver tastato il polso all'ammalato e guardato la lingua al bambino:--Biftecche ci vogliono,--esclamava crollando il capo,--biftecche, passeggiate in carrozza all'aria buona, e una cura climatica ricostituente. Poi distrazione, poi tranquillità d'animo. E un giorno a sgravio di coscienza volle parlar chiaro anche alla signora.

--Suo marito,--le disse,--non può rimettersi, se non riprende la vita agiata di prima, e suo figlio finirà col portare la conseguenza tutta la vita, di questo stato di angosce e di privazioni.--Lui non voleva dar consigli, ma ci pensasse la signora... finchè era in tempo.

Queste parole furono una trafitta al cuore per la povera Mary. Ne parlò con Giulio, e Giulio, reso irascibile dal male, le rispose di lasciarlo morire in pace. Si confidò all'Angelica, e questa, pur ammirando il suo coraggio, le disse che, forse, poteva aver ragione il dottore, e che, in tal caso, la salute di suo figlio doveva andare innanzi a tutto.

--Anche tu, anche tu!--mormorò la Mary scossa, e maravigliata.--Anche tu, Angelica, anche tu così buona, anche tu così santa?...

Angelica si strinse al cuore la testina dell'amica e le sussurrò fra i baci:

--Ormai il tuo dovere è quello di dimenticare!...

--Ma tu, nel caso mio, che cosa faresti?

--.... È per la tua creatura: in te non ci può più essere altro che la madre!

Pure la Mary esitava ancora; e si lasciava mettere in croce continuamente. In seguito alla visita reale e all'inaugurazione dei lavori del _Canale Barbarò_, il commendator Pompeo era stato creato nobile di Panigale, e la Balladoro dichiarava "a tutti quanti" che avrebbe strozzato quella _mata da ligàr_, colle stesse sue mani, vedendola così ostinata nel rovinarsi.

--La dignità! Le memorie del passato! I giuramenti! Tutta roba bella e bona... ma per chi _ga_ tanto in pentola, da poter dire le proprie ragioni!... A borsa vuota e a _digiun_, sono... _mincionerie_!...--Minchionerie inperdonabili! E in quanto alla mia eredità, non stia a far calcoli; il suo nome, sul mio testamento, non lo vede di sicuro!... Sarà questo per la sua _punizion_... e po'... Poi non son più giovane, è vero, ma forse una certa persona di garbo e di talento potrà preferire alla bellezza passeggiera dell'_aseno_, la devozione di una sposa fedele, congiunta al tenero _cuor_ di una madre!

La Mary voleva resistere, resisteva ancora e lasciava sempre gridare la zia a sua posta, senza mai risponderle nulla; ma una sera Giulio si era aggravato, il bimbo aveva fame, la cameretta squallida e fredda mancava di tutto, e la Filomena, che avea sempre preso, tacitamente, le difese della Mary le mormorò anche lei a bassa voce:

--Bisogna cedere, padrona, il Signore vuol così!... Non ci aiuta più.

La Mary, disperata, proruppe in pianto, mormorando convulsamente:--padre mio!... Mamma mia, perdonatemi!

Sul tardi venne Donna Lucrezia come al solito, ma quella sera uscì raggiante dalla povera soffitta.

--Corocochè!... La _Regina delle Antille_ anderà in scena di sicuro!

La Mary vinta, non dal proprio dolore, ma dal dolore dei suoi, aveva ceduto, e sarebbe stata posta di mezzo Donna Lucrezia per la riconciliazione.

V.

Successa la pace nella nobile famiglia Barbarò di Panigale, la Mary e l'Angelica si videro assai meno frequentemente, per quanto il commendatore cercasse tutti i modi di mantenere stretta l'intimità fra le due cugine. La marchesa di Collalto schivava di recarsi in casa Barbarò per non incontrare il signor Pompeo, ma d'altra parte, non volendo che la Mary s'accorgesse della sua freddezza, si recava più di rado a Milano, e ci andava solamente nei giorni di visita al Collegio militare, dove Stefanuccio non si diportava troppo bene, e avea bisogno continuamente di prediche e di esortazioni. Era negligente, svogliato, e nemmeno mostrava molta intelligenza. Pieno del suo nome, dei suoi titoli, ogni anno si trovava al punto di dover ripetere gli esami, e ogni poco lo zio Diego doveva raccomandarsi ai suoi amici del Ministero della Guerra perchè non fosse mandato via dal collegio. Angelica ne soffriva assai, e dopo quelle visite, quando sapeva il Barbarò a Panigale, o a Roma, non poteva resistere, e correva dalla Mary prima di ritornare a Gallarate, per sfogare con lei tutte le sue pene.

Questo stato di cose durò così parecchio tempo, finchè un avvenimento assai importante nella vita di Angelica sopraggiunse a mutare totalmente il suo tenore di vita.

Il marchese Alberto, colpito da un nuovo insulto apopletico, era rimasto per quasi tutto un anno immobile, senza poter muovere un dito, nè profferire una parola. Gli occhi soltanto gli erano rimasti vivi per ammiccare al cibo, e la bocca per inghiottirlo. Poi, una sera, la bocca storcendosi non si era più mossa, gli occhi eran rimasti aperti, ma fissi e vitrei: il marchese Alberto era morto del tutto.

La notizia arrivò subito a Milano, e prima ancora che si facessero i funerali giunse da Milano alla marchesa Angelica una busta suggellata col bollo della _Banca degli interessi Lombardi Provinciali_. Conteneva una cambiale del marchese Alberto, avallata dalla moglie, e che scadeva quel giorno stesso, accompagnata da un bigliettino rispettosissimo del Barbarò, il quale le diceva che sapendola in quel momento troppo sossopra per la disgrazia di cui era stata colpita, avea ritirato lui la cambiale, assicurandola in pari tempo che la Banca l'avrebbe rinnovata colla sola firma dell'Illustrissima Signora Marchesa.

"Che fare?..."

Angelica in sulle prime si sentì offesa da quell'atto. Ricorse allo zio Diego per aver modo di pagare subito la Banca, ma lo zio le rispose che non ce n'era affatto bisogno, dal momento che la Banca stessa, com'era conveniente e naturale, le offriva il proprio credito.

--Il signor _Barabao_... _Barabò_ non c'entra; deve essere stata una deliberazione presa dal Consiglio di sconto.--E siccome Angelica insisteva, il marchese con galanteria si dichiarò "desolato di non aver tesori da deporre ai piedini _mignons_ della cara nipote.... ma soltanto i voti del suo cuore, ch'ella manteneva in uno stato di continuo bollore."

"Che fare?..."

Angelica, in quelle strette, in quello sbalordimento, non potè riparare il colpo; dovette vincersi, nascondendo il dispetto in fondo al cuore, e far buon viso alla garbatezza del commendator Pompeo, a cui inviò la nuova cambiale con due parole di ringraziamento. Il primo passo era stato fatto, e in breve, perchè quella cambiale non era la sola, e molti erano gli affari che, per la morte del marito, rimanevano alla marchesa da regolare, il Barbarò, legando destramente una cosa coll'altra, riuscì a circondare Angelica come da una fitta rete di cortesie. Sempre per gli affari, o colla scusa degli affari, trovò modo d'incontrarsi spesso con lei, e tornò finalmente ad andarle per casa. Si faceva in quattro per servirla, e si prosternava dinanzi al marchese Diego il quale lo trattava con alterigia, e consigliava alla nipote di star in guardia, di ricordarsi di Villagardiana.... ma poi non faceva nulla per aiutarla.

Angelica soffriva: soffriva nel suo amor proprio, nel suo cuore, nel suo sentimento di donna. Ogni volta che vedeva avvicinarsi il Barbarò, non poteva vincere un impeto di repulsione, ma era costretta a dominarsi.... era bastato un momento, un momento solo, e ormai era stata presa. Pure, essa affrettava con ansia indicibile il giorno in cui tutti gli affari fossero accomodati, il giorno in cui sarebbe ritornata libera, in cui non avrebbe più dovuto sopportare la presenza e i servigi di quell'uomo.... ma se avea fretta lei, non aveva fretta il Barbarò. Col fascino assorbente del danaro, senza che Angelica se ne fosse accorta, era diventato il padrone di casa sua. Il nobile Barbarò di Panigale, deputato al Parlamento, non era più il signor Pompeo, ed ella pure sentiva, non potendo levarselo di torno, di doverlo trattare assai diversamente. Gli altri, dai creditori alle persone di casa, che andavano in visibilio quando arrivava lui, tutti dichiaravano che era stata una gran fortuna per la marchesa, e più per il marchesino, che Don Pompeo di Panigale avesse voluto occuparsi dei loro affari. Era un suffragio universale al quale, tanto più perchè c'era di mezzo suo figlio, Angelica non poteva, non osava ribellarsi.

E poi i danari, questa forza che il Barbarò sentiva di possedere, pareva avessero affinata anche la sua furberia. Al _Villino delle Grazie_ egli aveva saputo rendersi necessario a tutti. Mance non ne dava, ma poteva rendersi molto utile con raccomandazioni. Un suo biglietto di visita poteva far la fortuna di un uomo, ed essendo prodigo di raccomandazioni e di biglietti di visita, diventava popolare a buon mercato.

Il marchesino Stefano, lo avea fatto suo vezzeggiandolo, adulandolo, facendogli credere che lo zio Diego era un ricco sfondato, e che l'unico erede doveva esser lui.

--Che bell'ufficialetto dovrete diventare!--gli diceva spesso.--E ve ne saranno da spendere, perchè se il babbo ha sciupato, lo zio ha provveduto!

Il giovinetto montava in superbia a quelle parole, e non faceva altro che sognar grandezze. Poi quando, più tardi, superati gli esami, si trovò libero a Torino, alla Scuola d'Applicazione, cominciò a spendere allegramente.... tanto più che gli era facile trovar quattrini, perchè c'era sempre qualche usuraio che gli si metteva alle costole, pronto a servirlo.

Per tutto ciò Pompeo di Panigale trionfava allegramente. Alla Banca non lo riconoscevano più: sempre attento agli affari, ma di buon umore. Siccome andava spesso al _Villino delle Grazie_, aveva mutato il vecchio carrozzone in una _victoria_ elegantissima, e si era fatto canzonare comperando a gran prezzo, e per due _puri sangue_, una pariglia di poco valore.... Ma a un tratto, quando proprio era al sommo di tutte le speranze, arrivando una sera a Gallarate, vi trovò il maggiore Andrea Martinengo, che gli fu presentato dalla marchesa Angelica, cogli occhi lampeggianti di contentezza.

Il Barbarò fece una smorfia, che dovea essere un sorriso, abbondò di complimenti col maggiore, ma avea la voce grossa, e se ne andò quasi subito.

Non vedeva il momento di trovarsi solo!--Invece quando fu solo si sentì peggio. Era gonfio di gelosia e di odio.

--Quella santocchia mi ha ingannato! Si è servita di me come di un ragioniere! Mi ha tenuto buono, mi ha accarezzato finchè aggiustavo i suoi affari, e adesso che si crede a buon punto fa saltar fuori l'amante e me lo butta in viso!... Svergognata! Sfrontata, peggio di tutte le altre!--Poi, sfogata l'ira, un altro pensiero lo accasciava.--Dunque.... si amano ancora?!... Dunque non è vero che quello spiantato l'abbia abbandonata!... Si amano! Si amano! Potessi farli crepare tutti e due!

Pompeo tornava a infuriarsi, e strapazzava il cocchiere perchè non faceva correre abbastanza i cavalli; ma poi a una voltata si arrabbiò perchè correvan troppo, e lo percosse col bastone sulla schiena.

Non poteva star quieto; e borbottava a mezza voce:

--Le pianterò a mezzo tutti gli affari! Penserà il maggiore a levarla dagli imbrogli. Sì.... Sì.... Domani le scriverò una lettera fulminante. Le voglio dire che non mi garba di portare il moccolo!

I cavalli correvano sempre in mezzo alla notte buia d'estate, senza stelle, senza chiaror di luna, pesa, soffocante. Un odor grasso di campagna faceva presentire la pioggia vicina. Pompeo tacque a un tratto, e si rincantucciò. Stette così lungamente, rimuginando e rodendosi i peli dei baffi.... Pensava.... pensava cogli occhi fissi, spalancati nel buio....

A un tratto si scosse, si rizzò a sedere, come per seguire un'idea che temeva gli sfuggisse.... e in fine, così solo, scoppiò in una sghignazzata.

--Ah! ah! ah!.... Sarà un colpo da disperato, ma non ho da scegliere; e poi, con questo, se non riescirò dove voglio, mi sarò almeno vendicato!

Il giorno dopo egli non scrisse nessuna lettera alla marchesa; invece continuò a prendersi cura de' suoi affari, andando al _Villino delle Grazie_ colla solita frequenza, mostrandosi come prima servizievole e rispettoso, facendo continui complimenti al Martinengo, e esprimendo il desiderio di entrare con lui in buona amicizia.

VI.

Il prossimo matrimonio di Angelica e di Andrea era già l'argomento del giorno nei vari discorsi dei conoscenti; ma ancora nè Angelica nè Andrea volevano accettare le congratulazioni. Per tale riserbatezza c'erano due ragioni del pari importanti: una di convenienza, perchè avevano fissato di aspettare che fosse compiuto l'anno di lutto prima di partecipare il matrimonio; l'altra di opportunità, non potendo ancora sapere quando si sarebbero maritati. Nè la marchesa, la cui piccola dote si poteva toccare, nè il Martinengo, che aveva solo la sua paga di maggiore, si trovavano in istato di poter fornire la cauzione. Per questo Andrea avea combinato, d'accordo colla marchesa, di dare le proprie dimissioni e di ammogliarsi appena avesse ottenuto, mediante il suo titolo d'ingegnere, un buon impiego alle strade ferrate. Intanto aspettavano tutti e due, volendosi ogni giorno più bene. Andrea avea chiesta l'aspettativa per ragioni di famiglia, e si era stabilito anche lui a Nuvolenta, vicino a Gallarate, nella stessa casa abitata per tanto tempo da Giulietto Barbarò. L'impiego alle strade ferrate non gli poteva mancare, nè doveva tardar molto a venire, tenuto conto della capacità di cui aveva dato prova, della grande stima che godeva nell'esercito, e delle sue aderenze personali. La felicità dei due amanti era dunque sicura, e il suo compimento non presentava ostacoli; era appena questione di un po' di tempo. Nessuno poteva impedire il loro matrimonio, proprio nessuno, nemmeno lo zio Diego, che, potendo, lo avrebbe fatto molto volentieri.

--La marchesa di Collalto diventare la moglie di un impiegatuccio alle strade ferrate?!... Diventare la signora Martinengo, _tout-court_!... Era più che una _mésalliance_, era una _dégringolade_!... E non soltanto per il decoro del nome, il marchese Diego era irritatissimo, ma anche perchè temeva che i soldi dell'impiego fossero scarsi, e toccasse a lui, a metter mano alla borsa.

Quel matrimonio lo faceva diventar verde come i suoi capelli, e al club gli amici, quando volevano divertirsi alle sue spalle, glie ne facevano le congratulazioni. Allora il marchese montava in bestia, dava del babbuino al Martinengo, e della romantica sventata alla nipote.

--Che bisogno c'è di maritarsi?... Non era libera?... Non poteva fare tutto quel diavolo che voleva, senza impitoccarsi cogli impieghi?--E a chi, in proposito, gli citava la virtù, riconosciuta da tutti, della marchesa di Collalto, il vecchio filosofo rispondeva con un'alzata di spalle:

--La virtù?... Che virtù!... La virtù che apprezza il mondo è una sola, e consiste per gli uomini nell'aver quattrini, e per le donne nell'aver prudenza.

Ma poi, visto che l'arrabbiarsi e il gran predicare non portava nessun frutto, anche il marchese Diego si stancò, Non voleva perdere l'appetito, tanto più che lo stesso Stefanuccio sembrava contento, e invece di gridare cominciò a sfogarsi burlandosi della nipote, chiamandola la signora _Guarda-freno_, raccomandandole di non mostrarsi troppo alla stazione, perchè avrebbe fatto perder la testa agli impiegati, e accresciuto il numero degli scontri.

In quanto a Stefanuccio, per altro, non era vero che fosse contento del matrimonio di sua madre; non gliene importava un fico. Per il Martinengo aveva la considerazione e il rispetto disciplinare che un allievo professa ad un maggiore di artiglieria: null'altro, e nulla più.

Il giovane scapestrato aveva ben altro in mente che il matrimonio di sua madre. Fra i debiti, i cavalli, il giuoco, le ballerine e la Scuola, era affaccendato tutto il giorno e tutta la notte, sempre colla testa sossopra, sempre in moto, sempre in ansia, trascurando la Scuola per rimediare ai debiti, dimenticando i debiti dietro le donne, trascurando le donne per i cavalli.

Ma se i debiti egli li dimenticava, v'era bene chi li ricordava per lui, e fra gli altri un omino piccolo, colle gambette storte ad arco, il viso da vecchietto e gli occhi loschi. Costui, col cilindro lustro e il grosso catenone d'oro dei giorni d'affari, era seduto a un tavolino del caffè Florian, coll'aria di chi vi aspetta qualcheduno. Ma il qualcheduno aspettato tardava a mostrarsi, e l'omino domandò a un cameriere se sapeva dove abitava il marchese Stefano di Collalto.

--Sissignore: abita in _Piazza Vittorio Emanuele_, numero 36.

--E... sapreste indicarmi a che ora è più facile trovarlo in casa?...

--Di solito non saprei dire, ma in questi giorni lo deve trovar di certo perchè è agli arresti: portava la visiera del berretto troppo piccola, e il generale Casanova lo ha consegnato.

L'omino sorrise, poi si alzò quasi subito, e scese lentamente i _Portici di Po_, avviandosi verso la Piazza Vittorio Emanuele.

Beppe Micotti, l'omino non era altri che lui, inviato dal Barbarò con un incarico delicatissimo, rimuginava intanto nella sua testa ciò che dovea dire al marchese.

--Lo liscieremo e lo aduleremo...--e subito trovatosi di fronte all'ordinanza, gli domandò se Sua Eccellenza il marchese era in casa, e lo pregò di andargli a domandare se si degnava riceverlo.

--Chi gli devo dire?...

--Serafino Bianchi,--rispose il Micotti che si era preparato lungo la strada anche a quella domanda.

L'ordinanza scomparve per un uscio a cristalli smerigliati e il Micotti rimase in anticamera ad aspettare. Dopo un momento, dietro i cristalli apparve un'ombra, e dalla fessura dell'uscio si mostrò un'occhio nero che spiava, e un pezzetto di testina riccioluta. Poi l'ombra scomparve, e si sentì squillare nell'interno della camera una risata argentina di donna. Intanto si presentò sull'uscio l'ordinanza ritta, impettita, e senza dir motto fe' cenno all'altro di passare, e gli chiuse dietro la porta, lasciandolo solo col marchese.

Stefano di Collalto si voltò per guardare il suo visitatore, e con la faccetta imberbe rideva ancora dietro alla ragazza che avea fatto scappare nel gabinetto di toeletta. Era un cosino lungo lungo, magrissimo, straordinariamente calvo per la sua età, con la carnagione diafana e lentigginosa dei biondi rossicci.

Il signor Bianchi, col cappello in mano, gli fece un inchino umilissimo.

--Il signor marchese... non mi conosce di certo....

--No, non mi pare.

--Oh, io invece ho avuto l'onore di ammirarla spesso al Valentino a cavallo, e poi in _Piazza d'Armi_....

--Sarà benissimo!--rispose l'altro seccamente, squadrandolo d'alto in basso, e tenendolo in piedi, presso l'uscio. Il marchesino, dal preambolo, dubitò subito di aver a che fare coll'inviato di un suo creditore.

Invece, l'omino, era proprio un creditore in persona. Sempre col cappello in mano e sorridente, il signor Bianchi levò di tasca un grosso portafoglio, e dal portafoglio, con due dita, una cambiale che dopo fatto un altro inchino, presentò al marchese. Questi guardò alla sfuggita verso l'uscio del gabinetto di toeletta, poi invitando il signor Bianchi ad accomodarsi, gli tolse di mano il cappello che posò sopra una seggiola.

--Oh troppa bontà....

--_Saperlotte_! L'avevo dimenticata!--esclamò il marchesino dando un'occhiata alla cambiale. Poi calando il tono della voce per non farsi sentire nell'altra stanza:--Senta,--continuò,--non si potrebbe rinnovarla, per qualche giorno? Sono agli arresti, capisce, e non mi posso muovere, non posso provvedere.

--Si figuri!... Se dipendesse da me!... ma io, in questo caso, non fo altro che rappresentare il barone Castagneto di Genova; una persona stimabile quasi quanto vostra eccellenza, e che me l'ha girata per l'incasso... solamente per l'incasso.

--E...--l'altro sorrise facendo l'occhietto al signor Serafino, come usava colle donne quando voleva essere irresistibile,--e... non si potrebbe telegrafare a Genova?...

--Conosco il signor barone, e so com'è fatto. Oggi, scaduta la cambiale, vuole che sia pagata, pronto domani a scontarne una nuova, com'è naturale, avendo da trattare con persona che ha un nome illustre, un ricco patrimonio presentemente, e un avvenire (quello che gli prepara l'illustrissimo marchese Diego di Collalto) di milioni parecchi.--E il signor Bianchi spiegò di nuovo la cambiale, mettendola distesa sul tavolino.

--E allora, quando mi conosce, e sa di poter essere sicuro, mi trovi il modo lei, di rinnovare questa cambiale a tre mesi. In fine non si tratta altro che di mille cinquecento lire, e se non fossi agli arresti....