I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1
Part 18
E ogni oggetto raccolto nella elegante stanzetta, dai ritratti dei parenti e degli amici; dalle preziose anticaglie, dai gingilli, dalle galanterie che riempivano gli scaffali e i palchettini dorati, fino ai ninnoli, ai fiori, ai libri riccamente rilegati della piccola scrivania, tutto, si capiva subito, era stato scelto e messo a posto dalla marchesa; tutto, là dentro, apparteneva a lei esclusivamente; e pareva proprio che le mani gentili che toccavano sole quegli oggetti e la predilezione un po' gelosa che aveva Angelica per le cose sue, infondessero nell'armonico complesso come una fisonomia particolare.
Il Barbarò, in quella semi-oscurità, distinse solo la marchesa per il suo abito bianco, e si avvicinò alla scrivania dov'era seduta, urtando in una poltroncina.
--Oh, come son balordo!... Perdoni, signora marchesa.
--S'accomodi, signor Pompeo!... È forse troppo buio, non è vero?...
--No, no!... Ci si vede benissimo! Soltanto venendo dalla strada, al primo momento si resta un po' confusi....
--S'accomodi.--E Angelica gl'indicò la poltroncina presso la scrivania; quella che gli era andata fra le gambe.
--Grazie, obbligatissimo!--rispose il Barbarò sedendosi e cercando il posto dove mettere il cappello, che finì poi per tenere sulle ginocchia mentre frugava nella tasca interna dell'abito e tirava fuori il portafoglio grosso di bulgaro. Lo aprì, ci ficcò dentro gli occhietti storti, e con due dita prese una cambiale e due biglietti di banca che pose sulla scrivania, dinanzi alla marchesa.
--Devo ancora firmare?--domandò Angelica, guardando il Barbarò con viva inquietudine.
--Se la bontà sua vuole farmi questa grazia....
--Ma senta, signor Pompeo, ella desiderava spiegarsi con me; poco fa mi ha detto, anzi, che ciò era assolutamente necessario. Parli dunque, la prego; mi dica tutto.
--Ecco.... per.... ecco....--Il Barbarò, impacciato, non sapeva da che parte incominciare.--Il signor marchese non ha mai voluto farmi l'onore di ascoltare i miei consigli e siamo arrivati al punto.... Sicuro, tutte le volte che mi credevo in obbligo di accennare allo stato deplorabile del suo patrimonio....
--Stato deplorabile?--ripetè Angelica sbigottita.
--Deplorabilissimo, signora marchesa!--esclamò il Barbarò traendo un grosso sospirone e alzando gli occhi verso i putti del soffitto.
--Per carità, signor Pompeo, per carità, non mi faccia morire!...
--Diavolo; come la marchesa ha la morte facile!--pensò l'altro fra sè; poi, brevemente, facendo prima notare che i registri erano in pieno ordine e che la signora marchesa avrebbe potuto verificare l'esattezza di quanto le andava esponendo, e avendo cura di ripetere sempre che il signor marchese "quel che voleva, voleva" e non gli avea mai lasciato dire le sue ragioni, concluse colla fredda eloquenza delle cifre che l'ammontare dei debiti che aggravavano Villagardiana superava il valore del possesso, anche stimandolo assai alto.
--Ma, signor Pompeo,--esclamò Angelica colle lacrime agli occhi,--ella diceva sempre che Villagardiana doveva essere la nostra fortuna?!...
--Sicuro; Villagardiana doveva essere la fortuna della nobile casa; ma, ma, ma.... Pur troppo i ma sono parecchi!... Prima di tutto non son profeta, e non potevo certo prevedere che per tre anni consecutivi ci dovesse colpire la grandine!... Non potevo prevedere nemmeno il fallimento della ferriera di Dardanello che ci ha lasciato in asso colla torba e.... E infine, scusi, signora marchesa, non avrei potuto immaginare l'ostinazione del signor marchese nel non voler mai, mai una volta, aprire gli occhi!... Appena mi arrischiavo a toccare il tasto dell'economia, montava subito in furia e, quanto a me, oltre al rispetto e alla soggezione grandissima che ho sempre avuto per il signor marchese, ho una natura, lo confesso, piuttosto timida, e basta una parola per chiudermi la bocca!
Angelica, pallidissima, era atterrita e accasciata.
--Poi--continuò il signor Pompeo dopo un momento di silenzio in cui si era soffiato il naso e asciugato gli occhi--poi il signor marchese, poveretto, si è ammalato e allora lei stessa, marchesa, mi ricordo benissimo, mi ha detto, un giorno, che vagamente ho tentato di condurre il discorso sugli affari, mi ha detto di non infastidire il signor marchese, di non irritarlo a motivo dei suoi nervi....
--Il momento, me ne ricordo, non mi pareva opportuno, e poi anche dal tono del suo discorso, non avrei mai creduto che si potesse arrivare a una simile catastrofe.
--Catastrofe: è proprio la vera parola.
Il signor Pompeo ormai era a cavallo, e trottò via speditamente nella sua esposizione finanziaria, riuscendo nello stesso tempo a convincere Angelica che tutta la colpa di quella gran disgrazia doveva attribuirsi principalmente al signor marchese che non lo avea mai voluto lasciar parlare, e anche un pochino alla signora marchesa che non aveva dato importanza a certe mezze frasi, a certi sospiri pieni di sottintesi del signor Pompeo, che pure avrebbero dovuto essere altrettante rivelazioni. E quando tacque, finalmente, mostrandosi molto commosso e addolorato. Angelica, appoggiata coi gomiti alla scrivania, col capo fra le mani, scoppiò in un pianto dirotto.
--Povero figliuolo mio!... Povero il mio figliuolo!
E nella disgrazia che la colpiva proprio in quel giorno, vedeva adesso la collera, la punizione del cielo; e pur non potendo strapparsi dal cuore l'immagine di Andrea, che anzi fra le lacrime pareva farsi ancora più viva e vicina, sentiva diffondersi nel dolore, nella disperazione sua lo sgomento pauroso del rimorso.
Pompeo la guardava, la guardava fisso, e un bruciore gli saliva sulle gote, alle orecchie, a tutta la testa. La voce di Angelica nel piangere, nel lamentarsi, aveva intonazioni incantevoli. Così, com'era chinata, col capo fra le palme della mano, egli le vedeva la nuca bianchissima trasparire fra i capelli biondi e più giù, sotto la cravatta di trine, dentro l'abito un po' sollevato, il collo morbido che fremeva palpitante per l'urto dei singhiozzi.
Allora Pompeo col respiro grosso, affannoso; cogli occhietti accesi, si curvò per farsi più vicino, e colle dita tremanti osò toccarle un braccio.
--Coraggio.... si faccia coraggio.... signora marchesa....--borbottò con voce rauca.
--Oh per me.... lo avrei il coraggio! Fossi sola mi sentirei forte, sopporterei tutto; ma è il pensiero del mio bambino, del povero bambino mio che mi spezza il cuore!...
Pompeo sollevandosi un po' e tirando forte la poltroncina per la frangia, si fece ancora più vicino e con tutta la mano prese il braccio della marchesa che continuava a piangere e a singhiozzare.
--Io.... io ho avuto sempre molta affezione per.... lei....
--Oh so, so ch'ella è buono!... buono assai!
Pompeo alzò la mano, le sfiorò il braccio dove usciva nudo dalla manica corta, e continuò sempre balbettando, e colla voce sempre più strozzata:--Se.... se volesse ascoltarmi si potrebbe.... sarei disposto a tutto per.... per salvarla....
--Oh signor Pompeo, se ancora è possibile ci salvi, non ci abbandoni, e avrà tutta la gratitudine, la riconoscenza di una madre!--Angelica avea presa una mano del Barbarò, e lo guardava supplichevole premendola sul cuore.
Pompeo non intese bene o intese troppo a modo suo quelle parole che l'estremo della disperazione rendeva così espansive. Rosso in viso, inebriato da quella bellezza ancora più attraente nel disordine del dolore, strinse più forte il braccio di lei, poi, all'improvviso, l'attirò contro il suo petto stringendola forte fra le braccia, e la baciò violentemente sui capelli della nuca, sul collo, mormorando:
--La salverò!... Sarà padrona lei di tutto! come prima....
Angelica, sorpresa, sbigottita ed anche impaurita in sul primo momento, diè solo un urlo che le restò strozzato in gola; ma poi subito, colla forza che le dava il ribrezzo, riuscì divincolandosi a liberarsi e a respingere il Barbarò lontano da sè.
--Fuori!... Fuori!...--pallida, fremente, non poteva dir altro indicandogli l'uscio.
Pompeo, sconcertato e confuso, cercava il suo cappello, che era ruzzolato fino ai piedi di Angelica. Curvo, senza più guardarla, si avvicinò per prenderlo mentre la marchesa scostandosi rabbrividita come alla vista di un rettile, ripetè:
--Fuori!...
--Subito.... subito.... cerco.... prendo il mio cappello....
--Fuori!... Fuori!...
Ma nell'avviarsi il timore istintivo di uno scandalo vinse il turbamento di Pompeo e voltatosi mormorò:--Se parla lei, parlerò anch'io!... Stamattina.... l'ho veduta....
Era tanto il turbamento e lo sdegno di Angelica, ch'essa non badò nemmeno a quella minaccia.
--Fuori!... Fuori!...
Invece, in quei pochi istanti, Pompeo era riuscito a rimettersi.
--Diavolo! non doveva aver paura d'una donna, e il marchese non gli poteva correr dietro in carrozzetta per bastonarlo!--Allora vedendo i denari ancora sulla scrivania li prese, e cacciandoli in tasca disse alla marchesa con voce malferma e senza guardarla in viso, ma pure con un sogghignetto che già gli spuntava sulle labbra:
--Penserà lei a scusarsi col signor marchese per non aver voluto firmare.... Badi, per altro, di non tirarmi in ballo.... in tal caso.... parlerò anch'io!
--Fuori!... Fuori!...--ripetè Angelica che non capiva, non sentiva altro che l'orrore che le ispirava quell'uomo. Il Barbarò uscì, chiuse la porta, ma allora, nell'allontanarsi udì uno scoppio di pianto.
In fretta, e internamente un po' vergognoso ad onta di tutta la sua impudenza, egli andò dritto nel suo studio e vi si richiuse. Poi, per un momento, si fermò in mezzo alla stanza muto, immobile, ancora col cappello in testa, a pensare.... Il tentativo gli era andato maluccio; aveva sbagliato i suoi calcoli.... E si sentiva il petto gonfio, oppresso, e dinanzi a' suoi occhi pareva distendersi un gran buio, un grande squallore.... Ma presto riuscì a vincersi, e alzando le spalle e gettando il cappello sul sofà pensò che stava proprio per commettere una grande minchioneria.
"Quella donna infine, avrebbe imbrogliato i suoi affari! Egli, nientemeno, correva il rischio di rimetterci Villagardiana!"
Allora pensò di scrivere subito al suo avvocato e di non aver più altra mira che l'utile proprio.... Ma coll'utile proprio provvedeva anche alla sua vendetta e per ciò, risoluto a pigliar le cose allegramente, si fregò le mani, e cominciò a fischiettare.
Cavò poi di tasca il portafoglio, lo aprì, prese i due biglietti da mille lire, e mormorò sventolandoli:--Tanti risparmiati!... Tanti risparmiati, signora marchesa!... Con questa roba me la rido delle sue smorfie e posso averne delle donne quante ne voglio!... Ah, Ah!... l'aristocratica disprezza il danaro?... Non vuol capire che il danaro è tutto a questo mondo? Preferisce le parolette dolci? Stupida; me lo saprà dire più tardi!...
A questo punto gli balenò un pensiero che lo tenne nuovamente sospeso:--E se una volta che cominciasse a provare lo strettezze e le privazioni, mutasse parere? Ma non volle abbandonarsi troppo alla speranza, e tornò ad alzare le spalle.--Chè! Chè! Anche lui aveva il suo amor proprio, e non ci sarebbe ricaduto in quelle reti! Stava proprio per commettere uno sproposito grosso!
--Tornate a casa, figliuolini miei, e non vi perdete mai più dietro alle donne!--diceva poi ai due biglietti da mille lire, nell'atto di riporli nello scrigno. --È una cattiva speculazione; perchè le donne costano sempre più di quello che valgono!
E chiuso lo scrigno tornò a fischiettare e a cantarellare:--Tanti risparmiati!... Tanti risparmiati!...
Ma non c'era verso; l'allegrezza non gli voleva scendere in fondo al cuore; anche dopo avere scritto all'avvocato non era contento della sua vendetta e pensava al modo di sciogliere "quella tresca" della marchesa con Andrea Martinengo.
XI.
Appena Angelica potè reggersi corse subito presso il marito, e febbrilmente, con parole tronche e concitate, gli raccontò quanto le era accaduto.
--Mascalzone!... Brigante!... Lo caccerò via a calci, come un cane!--esclamò il marchese, dimenticando, nel suo furore, che i piedi e le gambe non gli servivano più nemmeno per camminare.--Quanto a Villagardiana, prima che se ne impadronisca l'avrà da far con me;.... farabutto! Non sono una donna io, e non mi lascio intimorire. Chiamerò il nostro avvocato; e colui gli dovrà mostrare tutti i libri dell'amministrazione; gli farò causa, proverò che è un ladro e lo farò mettere in prigione!
--Ha in mano per più di sessantamila lire di cambiali: non c'è altro da fare che pagarlo!--rispose brevemente la marchesa, la quale vedendo come il marito continuasse nel solito metodo di pascersi d'illusioni per risparmiarsi fastidi, credeva ormai necessario di venire alle strette.--Non c'è altro da fare che pagar tutti i nostri debiti, o non rimanere un minuto di più a Villagardiana....
--Ma prima voglio vedere i conti....
--Villagardiana, se non si paga, è roba sua! Pensa se possiamo rimaner qui un minuto di più!
--Ti ha mancato di rispetto per altro!... Ha tentato di baciarti....
--Sì, ma io l'ho respinto: l'ho scacciato!...--mormorò la marchesa, che dinanzi al pudore non voleva più nemmeno ammettere di essere stata toccata.
--Prima di tutto mi dovrà rendere ragione!
--No; prima di tutto bisogna pagarlo!
--E tu credi a ciò che t'ha detto quel tartufo col proposito di spaventarti?... Non capisci che sperava approfittare della mia infermità, e della tua ignoranza?--E il marchese smaniava gridando che voleva tirare una revolverata al Barbarò. Ma poi, vedendo che non riusciva a commuovere la moglie, la quale rimaneva fredda a quelle smargiassate, cominciò a sgomentarsi anch'esso, e calmandosi a un tratto le domandò con un altro tono di voce:
--Dunque.... dunque non c'è scampo?... Siamo rovinati?
Angelica rispose appena con un cenno del capo; ma tanto eloquente per il marchese da spingerlo alla disperazione.
--Ah mio Dio! mio Dio!--esclamò gemendo e dimenandosi sulla poltrona dov'era sdraiato.--La rovina; la miseria!--e si rivoltò furioso contro Angelica rimproverandola perchè non sentiva pietà del suo stato. Se avesse avuto solo un po' di cuore, avrebbe cercato ogni via per nascondergli una così terribile disgrazia!... Per lasciarlo morire in pace! Ma poi pensando che non gli rimaneva più altro da sperare che in sua moglie, e nella subitanea esaltazione avendo paura di essere abbandonato, scoppiò in un dirotto pianto e le domandò perdono come un bambino, dicendole che era il male, il gran male che si sentiva addosso, che lo rendeva nervoso e irascibile.
--Dove andremo, mio Dio?... Dove mi condurrai?...--Sbigottito le prese le mani; e ricordando le parole di Angelica, gli parve di trovar ancora un filo di speranza, e le domandò con grande ansietà:
--Hai detto che bisogna pagare tutti i nostri debiti.... Dunque credi che, forse, si potrebbe ancora trovar il modo di.... di.... farlo?
Angelica rimase muta, pensosa.
--Cerchi un qualche ripiego?... Pensaci! Pensaci!... Hai tanto ingegno, tanto criterio!... Anche il signor Bernardi, il nostro ragioniere di una volta (quello sì che era proprio un galantuomo!) anche lui aveva molta stima di te!... Dimmi, ordina che cosa devo fare, e io ti obbedirò ciecamente!
Angelica, dopo alcuni istanti di silenzio, un po' titubante e scotendo il capo come per mostrare che, sebbene tenuissima, quella sua speranza era pur la sola che ancora restasse, disse a mezza voce:
--Non ci sarebbe altri che lo zio Diego.... Se ci volesse aiutare!...
--Oh Dio! Dio mio!--esclamò il marchese Alberto stirandosi dolorosamente.
--Pure.... ci vuole molto bene....
--Lo zio Diego vuol molto bene a tutti, quando non c'è da scomodarsi!
Angelica, quantunque non volesse abbandonarsi a troppe illusioni, tuttavia pensò e fece osservare al marito che alla fin fine non avevano alcun motivo per credere che lo zio fosse proprio senza cuore. Anche nell'occasione di quella malattia d'Alberto, egli aveva scritto per aver notizie. Non tralasciava mai di mandare un bellissimo mazzo di fiori il giorno onomastico di Angelica e un telegramma per la festa di Alberto, e diceva a tutti che Stefanuccio sarebbe stato il suo erede, il successore. Di più, lo zio Diego aveva molto a cuore il lustro della famiglia, ed anche per ciò, forse, si sarebbe lasciato indurre a fare qualche sacrificio.
--E poi--soggiunse Angelica--non avrebbe potuto pagare tutti i debiti che gravavano Villagardiana entrando, senz'altro, in possesso del fondo?... Così forse, almeno, non sarebbe perduto per Stefanuccio!...
--Sicuro; e anch'io, non è vero? ci potrei rimanere questi pochi giorni che mi restano da vivere!...
Il marchese non sperava nulla dallo zio Diego, pure fingeva di lasciarsi persuadere dalle ragioni di Angelica, per guadagnare almeno un po' di tempo.
--Bisognerebbe scrivere allo zio.... che uno di questi giorni, con suo comodo, desidererei vederlo.... a Villagardiana.
--No, no; non c'è tempo da perdere!--rispose Angelica vivamente.--Domattina colla prima corsa andrò io a Milano, e gli parlerò!
Questa proposta e la fretta di Angelica tornò a far andar in bestia il marito.
"Lei già quando si era messa in testa una cosa non c'era più bene; non voleva capire che negli affari bisogna riflettere assai, prima di muovere il primo passo!"
Ma la marchesa questa volta lo lasciò brontolare e gridare a sua posta, senza cedere d'un punto: essa gli dichiarò esplicitamente, che non dovevano aspettare un giorno di più a mettere ben in chiaro il loro stato.
--Se lo zio non ci potrà aiutare--concluse con fermezza--è per altro l'unico nostro parente e siamo in dovere, anche per non pregiudicare l'avvenire di Stefanuccio, di metterlo a parte di questo nostro disastro e domandargli un consiglio....
--Che consiglio ti vuoi aspettare da lui?!... Non è uomo da consigli lo zio Diego! Finchè tu gli parlerai delle nostre disgrazie quel vecchio ganimede non penserà ad altro che a farti la corte!--E vedendo che Angelica rimaneva ferma nel suo proposito e che voleva partire ad ogni costo, tornò da capo colla gelosia. Non voleva che la marchesa andasse a Milano sola; voleva che prendesse con sè Stefanuccio, o che si facesse accompagnare dalla Mary, o da Donna Lucrezia. Ma Angelica continuò a mostrare in questa circostanza un'energia tutta nuova, che fece colpo sul marchese. Essa gli rispose che non voleva prender con sè Stefanuccio perchè sarebbe partita troppo presto;--di mattina, all'alba, per poter essere di ritorno ancora in giornata, colla corsa delle quattro;--e voleva che la Mary rimanesse a Villagardiana per assisterlo durante la sua assenza. Donna Lucrezia era indisposta, poi nel viaggio sarebbe stata un impiccio.
Alberto a quelle risposte così risolute, e con in cuore la paura di essere rovinato, rimase confuso e quasi intimidito. Tornò a rassegnarsi, a soffocare la gelosia, a mostrarsi docile colla moglie, pregandola soltanto di non mancare alle sue promesse e di essere proprio di ritorno subito subito. Egli l'avrebbe aspettata coll'angoscia in cuore; non poteva vedersi solo, così smarrito ed oppresso, sotto l'incubo di quella catastrofe.
Alla fine, pensando come Angelica mostrasse tanta sicurezza per il convincimento di poter ottenere un buon esito dal viaggio, si abbandonò a un tratto alla speranza che prima gli era sembrata assurda, e tutto rabbonito le raccomandò più volte di dire e di ripetere allo zio Diego che "se non faceva in modo che rimanesse a Villagardiana, sarebbe morto subito di nostalgia!..."
Angelica aveva la febbre. A volte le pareva impossibile che lo zio, così orgoglioso del nome comune, non li volesse aiutare. A volte invece perdeva tutta la fede, tutto il coraggio, e vedeva distrutto per sempre l'avvenire del suo figliuolo. Ma pure in mezzo a tanta agitazione c'era un punto fisso attorno al quale correvano tutti i suoi pensieri e tutti i suoi dolori: Andrea!... L'atto villano del Barbarò le rendeva ancora più caro il segreto del suo cuore, e più strettamente la legava ad Andrea. E quando la mattina dopo, sola sola nel suo coupé, passava da Brescia, spinse il capo fuori dal finestrino e guardò con tenerezza tutta quella città addormentata e avvolta dalla luce pallida e vaporosa dell'alba.
"Che cosa faceva Andrea in quel momento? Forse dormiva ancora mentre lei gli passava tanto vicina!... Come avrebbe voluto essere invisibile per un momento.... e poter entrare inosservata nella cameretta di Andrea....--Doveva essere tanto gentile e di buon gusto quella cameretta!... E allora pensò che gli avrebbe scritto pregandolo di dirle un po' com'era messo il suo quartierino.... Voleva sapere almeno il colore delle stoffe e degli addobbi e lo stile dei mobili.... Voleva potersi figurare tutti gli oggetti che lo circondavano e che gli erano cari.... Insomma voleva colla sua mente poterlo _vedere dov'era_!"
Angelica arrivò a Milano che lo zio Diego era andato a letto appena da poche ore. Il marchese non aveva mai perduto il suo tempo a fare qualche cosa, e pure, alzandosi, come usava, quasi all'ora di pranzo e andando a dormire dopo l'alba, si lamentava con tutti che le giornate erano troppo corte, e al _Caffè Cova_, e al club, e ad ogni suo ritrovo giungeva sempre affannato e in grande tardanza. Intanto la sua _toilette_ richiedeva molte cure e non si poteva dire fossero spese male, perchè il marchese Diego, alto della persona, magro, pallido, d'un biondo che invece d'incanutire era diventato verdognolo, riusciva ancora, veduto un po' da lontano, o in mezza luce, a sembrare quasi un giovanotto, quantunque si avvicinasse molto alla sessantina.
Angelica, dopo essergli stata annunziata, dovette aspettare assai nel salottino dello zio, prima di potergli parlare; e più volte si era presentato il cameriere per dire alla signora marchesa, con una solennità cerimoniosa, e sempre colle stesse parole e col medesimo inchino, "che il signor marchese si scusava di doverla far aspettare ancora un dieci minuti" e per domandarle se intanto abbisognasse di qualche cosa.
--No, grazie. Dite al signor marchese che faccia pure tutto il suo comodo; che non ho alcuna fretta,--rispondeva Angelica invariabilmente.
Adesso avrebbe quasi desiderato che lo zio non terminasse mai di vestirsi; e quando sentiva camminare nelle camere vicine e poi invece del marchese Diego vedeva comparire il servitore, provava in sull'attimo come un senso di sollievo.
Sola e raccolta nel cantuccio del canapè, non alzava mai gli occhi dal suo ventaglio, che continuava ad aprire e a chiudere con le dita convulse tenendovi gli occhi fissi senza guardare; e in quel punto si sentiva tanto agitata che non poteva più nemmeno pensare a ciò che avrebbe dovuto dire per commuovere lo zio.
Il salottino, che sembrava quello di una signora, o meglio di una _cocotte_, tanto era frivolo e mondano, tutto pieno di ninnoletti eleganti e inconcludenti, di nudità non sempre artistiche e di ritratti e di ricordi femminili messi in mostra con ridicola ostentazione, come avrebbe fatto un fantino coi premi delle corse, non aveva mai attirata la curiosità di Angelica in tutto quel tempo ch'era rimasta sola ad aspettare.
Essa non osservava, non vedeva nulla, e il cuore le batteva sempre con maggior violenza; e quando dallo scricchiolare delle scarpe indovinò che quella volta non era il cameriere, ma proprio il marchese Diego che stava per venire, fu presa da un subitaneo sconforto, da un avvilimento strano.
L'accoglienza dello zio Diego fu affettuosissima. Egli non finiva mai di scusarsi per averla fatta aspettare e mentre "valendosi dei suoi diritti" le baciava galantemente la mano, metteva immediatamente a disposizione dell'adorabile nipotina la propria casa, la propria persona ed anche il proprio cuore, "pur troppo sempre giovane, anche _fra le brine e fra le nevi_ della cadente età!"