Part 4
Voi conoscete la doppia conversione che siamo per compiere mercè l'opera oculata ed assidua del molto Reverendo Canonico Bartoletti, il quale si è recato appositamente al Castello dei Lecci; ora, sarebbe atroce se le nostre migliori speranze venissero troncate di un colpo per il divulgarsi della cosa. Come ho detto, fino ad ora non ho certezze; ho solo alcuni indizi (e qui guardò acutamente Don Papera) i quali mi condurranno o prima o poi a buon porto. Comunque sia raccomando la massima oculatezza (e fissò sempre il povero piccolo prete) la prudenza più rigorosa, la segretezza più assoluta. Se qualcuno fra voi (qui la voce crebbe e gli occhi lampeggiarono minacciosi) trasgredisce a questi miei ordini, che sono la volontà della Chiesa, mi troverò costretto a punirlo con severità della quale fin qui non ho dato esempio!
— Io non so niente! — sussurrò Don Papera che si credeva diggià scoperto.
— Non ho parlato con lei in particolare! — soggiunse Monsignor Rutilante: — Vi ho messi tutti sull'avviso. D'altra parte credo che ognuno agirà da buon sacerdote.
— Speriamo! disse Don Crisantemo.
E Don Barchetta sorridendo:
— Può darsi!
— Ma io vorrei — riprese don Amilcare — vorrei che Ella specificasse i suoi dubbi perchè da sacerdote onesto non posso lasciare che altri supponga...
— Nessuno può supporre un ette, dal momento che io solo so. D'altra parte hanno intesa la mia volontà. Ora ogni discussione è esaurita.
I sacerdoti s'inchinarono, poi, siccome il comando del gran vescovo dagli occhi volpini era stato esplicito, uscirono uno alla volta, lentamente, in silenzio.
Quando Don Papera si trovò nella strada, già erano accese le prime scialbe fiammelle dei fanali. Udì per ultima la voce di Don Barchetta, il quale diceva:
— Già già, l'affaruccio si complica. Prima Fedele e Didino: amor fraterno, disinteressato e platonico; poi Didino ed Europa: amor fulmineo, irresistibile, sensuale; infine Didino, Europa, il canonico Bartoletti e una piccola cicala che canta. C'è un po' d'idilio, un po' di farsa e si delinea la tragedia. Ci divertiremo! — E se ne andò fregandosi le mani.
Don Papera prosegui la sua via rasentando i muri e guardò con la coda de l'occhio, sospettosamente tutti i passanti, vicini o lontani. Non mai, come in quella sera, la paura lo arroncigliò e sì forte lo tenne.
Non fece dieci passi senza rivolgere il capo. Gli parve aver sempre alle spalle qualcuno che lo seguisse spiandolo. Quando svoltò per un vicoletto oscuro che scorreva fra due alte mura, cercò farsi piccolo piccolo, per non essere osservato, per non esser veduto neppure dai tralci d'edera o dai rami di glicinie, i quali, soverchiando gli alti ripari, condiscendevano per buon tratto lungo le mura screpolate, nidi alle lucertole e culla di tenaci gramigne.
La metodica luna, spavento delle solitarie cagne, adornatrice di tenui ricami; invocata dai grandi alberi ciechi, immobili giganti della terra e sorrisa nel suo viaggio, dagli occhi delle querule rane che l'abboccano negli stagni, non aveva peranco raggiunto il colmo del suo andare, sì che, celata in parte da una muraglia, proiettava su l'altra e la sua luce metallica e l'ombra lieve dello cose.
Don Papera, a tratti, aveva un sussulto di paura, poichè vedeva, per l'affanno del vento, le ombre rincorrersi e scomparire; sminuire e giganteggiare in successione continua.
Andava così tutto timoroso e della notte e della triste fortuna che lo perseguitava, allorchè udì, proprio dietro le spalle, una voce imperiosa gridargli:
— Fermati Don Papera!
Il povero prete provò quel tal brivido che imbianca d'improvviso il volto e priva il corpo di ogni vigoria, sicchè, come non ebbe forza di continuare il cammino, così non trovò il coraggio di rivolgersi. Si appoggiò al muro e si posò una mano sul cuore il quale ballava una sua indemoniata furlana.
Poi la stessa voce ripetè:
— Buona sera cittadino!
Don Papera alzò gli occhi, tutto rincorato da l'augurio e provò un impeto di gratitudine per lo sconosciuto, perchè si aspettava qualche grave insulto. Quando riconobbe il Cavalier Mostardo, gli tese le mani e disse con la tenera foga dei deboli ai quali preme ingraziarsi i forti:
— Buona sera, caro Cavaliere, buona sera! Come state? Come mai siete da queste parti?
— Ti cercavo — disse il repubblicano.
— Mi cercavate?
— Si, tu devi dirmi alcune cose che sai.
— Io non so nulla, io non so nulla! — sussurrò Don Papera, e si sentì morire.
Il Cavalier Mostardo, da quattro giorni dava la caccia a Don Papera. Avendolo visto uscire in quel pomeriggio, architettò il piano per catturarlo.
— Ascolta cittadino! — prosegui Mostardo, dondolandosi su la persona: — Io non ti farò alcun male però ti avviso che di qui non potrai fuggire. Ai due sbocchi del vicolo, ci sono gli amici miei; se urli nessuno ti udirà. Poi, con me non si scherza e tu lo sai.
— Ma io non vi ho fatto niente! — sussurrò la povera creatura mesta. — Lasciatemi in pace, per la carità del vostro Dio!
— Guarda! — esclamò l'uomo rosso alzando un dito in segno d'attenzione: — Se tu dirai ciò che voglio sapere, ti prenderò sotto la mia protezione e ti giuro che non vi sarà persona la quale si attenti di torcerti un capello. Tu mi conosci! Il primo che ti tocca lo mando a fare una visita alla moglie del sonno e sai ch'io non le faccio spicciolare le mie monete!... Una e due!... — E Don Papera vide luccicare in due atti bruschi, qualcosa di orribilmente lucido nel baglior lunare.
— Però... — continuò lentamente il Cavalier Mostardo — però se vorrai fare il cocciuto e intestarti nel silenzio, non mi faccio garante di nulla. Accada ciò che vuol accadere!
— Ma io non so niente! — riprese il sacerdote. — Io non saprei proprio che dirvi!
— Ti farò domande semplicissime alle quali risponderai.
— Oh! Vergine benedetta! — mormorò Don Papera torcendo il viso.
— Presta attenzione perchè incomincio. È vero che gli anarchici hanno rapito Europa?
Don Papera si guardò intorno con aria timorosa e sussurrò:
— Voi mi perderete, voi mi perderete!
— Rispondi. È vero?
E il prete, con tono rassegnato, precipitosamente disse:
— No!
— Bravo! Ora ti metti su la buona strada e guadagnerai la mia stima che potrà esserti utile, molto più utile di quella del tuo gran Monsignore, perchè qui, il tuo principale comanda alle donne e questa è commedia da ridere; io invece, ho in mano una leva con la quale posso mandare tutto all'aria: la Chiesa, i sacerdoti, le donne. Basta mi piaccia gridare una parola perchè tutti siano con me. Questa parola è il sole dell'avvenire. — S'inarcò su la persona, allargò le spalle, spinse il cappello un po' più su l'orecchio, e, fissando con le ciglia aggrottate, la metodica luna che sfiorava allora il comignolo di un camino, gridò: Viva la rivoluzione! — Da l'ombra del vicolo, alcune voci risposero:
— Evviva!
— Hai udito? — riprese il Cavalier Mostardo. Don Papera si rannicchiò sempre più vicino al muro, invidiando le lucertole che hanno il nido nei crepacci.
— E avanti! — continuò Mostardo — Rispondi a tono. Dov'è Europa?
— Non lo so, ve l'assicuro, non lo so!
— Bada ch'io non posso perdere tempo. Rispondi: dov'è?
Don Papera che stava fra la paura della vendetta di Monsignore e quella del repubblicano, pensò appigliarsi ad un partito sicuro rivolgendosi al buon cuore di quest'ultimo:
— Ascoltate — disse — datemi la vostra parola, Mostardo, la vostra più sacra parola che non mi tradirete, che non direte neppure all'ombra vostra ch'io vi ho parlato! Ne va del mio decoro, della mia vita, e voi non vorrete rovinarmi!
— Ehi! — fece il Cavaliere alzando il capo: — Tu non sai che voglia dire repubblicano! Sta attento figliuolo, che questa è sacra dottrina. Repubblicano, vuol dire: Dignità e Coscienza; Pensiero ed Azione; Progresso e Cortesia! — Hai inteso? Ora, puoi fidarti.
— Ma datemi la vostra parola! — ripetè Don Papera poco convinto dalla dichiarazione.
— Bestia! — rispose il Cavalier Mostardo indispettito. — Non capisci niente! Ebbene, su la mia parola d'onore non farò il tuo nome.
E allora, rapidamente, a voce bassissima Don Papera cantò:
— Didino è fuggito con Europa, perchè si volevano bene; gli anarchici non c'entrano. Ora gli innamorati sono in campagna, in una villa delle vicinanze, ma non so dove.
— È possibile mai che tu non lo sappia?
— Ve lo direi come vi ho detto il resto.
— Voglio crederti perchè sei un buon figliuolo e meriti la mia stima. Ora puoi andartene a casa senza timore. Sei salvo!
— Buona sera Mostardo! — disse il prete.
— Addio cittadino! — rispose il gigante battendogli una mano su la spalla. Mentre Don Papera si avviava lentamente rasentando il muro, il Cavalier Mostardo mandò un fischio d'intesa al quale altri fischi simili risposero di rimando. Poi gridò:
— Passo libero!
E quando Don Papera svoltò per un vicoletto remoto, vide tre brutti figuri che lo salutarono togliendosi il cappello e gridando:
— Evviva la repubblica!
Al qual grido il povero prete, cercando il suo miglior sorriso, rispose:
— Evviva!
CAPITOLO IX.
Si osserva ora come l'illustre scienziato Gerolamo Parvenza possa appianare momentaneamente le cose.
Gli anarchici ritornarono dai loro nascondigli sui monti. Qualcuno li rassicurò ed essi, posto da parte ogni timore, ripresero la via della loro lieta città nel piano.
Arfàt, Marcôn, Schignòtt e Apulinèr, i fuggiaschi per l'idea, pensarono che nessuno li avrebbe tormentati ormai poichè tutto s'era appianato.
Mendicando o prestando opera presso qualche villano, percorsero la lunga via.
Marcôn cantò e disse la ventura e siccome aveva i lunghi capelli a zazzera e il viso pallido degli ispirati, trovò ovunque numerose simpatie. Una vecchia lo pregò di guarire una sua povera figlia che tribolava per l'_anma cadù_ e siccome l'operazione era lunga, egli si trattenne qualche giorno nella casa ospitale. Certi disturbi nervosi, non infrequenti nelle ragazze, i contadini della terra romagnola li spiegano con l'_anma cadù_ o caduta de l'anima. Secondo il loro concetto, l'anima si abbassa dal livello normale e il corpo, svigorendosi per il disequilibrio, si consuma. Un pratico de l'arte poi, con certi suoi nastri e scongiuri, misurando e rimisurando, con nodi e cappii rimette a mano a mano le cose a posto.
Ora Marcôn, per certe malattie, era rinomato quasi come taumaturgo. La vecchia comare lo chiamò ed egli operò il miracolo.
Raggiunse poi i compagni vicino alla città, su gli ultimi contrafforti de l'Apennino. Li trovò, un crepuscolo serale, distesi in un praticello che si apriva fra un ampio anfiteatro di quercie, poco lontano dalla via maestra. Schignòtt ed Arfàt erano intenti a dividere qualche rosicchiolo fra la voracità di Plè, il cane filosofo e di Lèdar, la cornacchia. Apulinèr, disteso col ventre a l'aria, guardava le nuvole rosse e cantava.
Al comparire di Marcôn, non fu scambiata parola e nessuno si scompose. Era loro abito il trattarsi così rudemente e il non sindacar gli atti reciproci con vana curiosità. Andavano uniti, si disunivano a seconda dei casi, non v'era patto prestabilito fra loro; ognuno era padron suo.
Marcôn si assise fra Schignòtt ed Arfàt che lo guardarono appena; solo Plè scodinzolò e Lèdar crocidò il suo contento; anzi, come aveva spiccata simpatia per il profeta, gli volò sopra una spalla.
Nel piano appariva la città co' suoi campanili a cono e le sue torri, tutta animata da un lampeggio rosso di vetri.
Ad un certo punto Apulinèr si alzò:
— Andiamo — disse. — Il rientrare in città prima di notte tarda, è cosa prudente!
— Andiamo! — risposero gli altri.
Plè, ondulando, riprese la strada e Lèdar non si mosse dalla spalla di Marcôn.
Disse Schignòtt:
— Gargiuvîn ci aspetterà!
Nessuno rispose. Poi, dopo una sosta, Arfàt soggiunse:
— Ma siete ben certi che ci lascino in pace?
Uguale esito di risposta. Nella brigata regnava perenne concordia per questo semplicissimo mezzo di reciproca difesa: se non si trattava di affari gravissimi ognuno che movesse una domanda doveva implicitamente rispondersi; gli altri non interloquivano mai.
Così, allorchè Marcôn disse:
— Êrla, la vecchia del castello dei Lecci, è rimasta contenta. Le ho guarita la figlia che soffriva da sei mesi e più. Male difficile e guarigione portentosa. Êrla è ricca e mi ha pagato bene. Avete bisogno di qualche spicciolo?
Fu come parlasse al vento. Gli spiccioli di un compagno sapevan bene ch'eran anche i loro; questa era vecchia consuetudine. Poi, tanto eran disabituati al possesso speciale della moneta, che ormai non ne conoscevano più il valore. Un soldo equivaleva ad un pane e sta bene; ma Schignòtt, ad esempio, aveva l'abilità di fornirsi quasi quotidianamente di un pane senza bisogno di ricorrere allo sporco dischetto di metallo, ragion per la quale allorchè possedeva un soldo, essendo i bisogni suoi limitatissimi, lo dimenticava in fondo a qualche tasca o lo regalava a Don Vitupèri perchè, come diceva lui, si comprasse un libro o un bicchier di vino, a suo talento. Negli ultimi tempi, su l'alta montagna, un ricco proprietario al quale Schignòtt aveva reso un servizio, gli chiese che pretendesse in compenso. Schignòtt dai capelli rossicci, era bizzarro, aveva certe predilezioni particolari quasi da fanciullo.
Avendo visto in mano al suo debitore del momento un vecchio portafogli tutto sgualcito, lo guardò ben bene e disse poi, chinando la testa da un lato e puntando un dito come soleva fare allorquando gli prendeva vaghezza di una cosa:
— Dammi quello!
— Questo? per che fartene?
— Niente. Dammi quello.
Per quanto l'altro cercasse sapere la motivazione della strana domanda, non si ebbe in altra risposta da l'ingenuo mendicante se non le due parole con le quali questi aveva chiesto l'oggetto desiderato:
— Dammi quello!
E se l'ebbe e ne fu lieto. Lo guardò con infinita compiacenza cercando poi nella profondità delle proprie tasche qualcosa da riporvi. Dopo un minuto esame estrasse un sigaro, un vecchio sigaro per il quale aveva speciale predilezione; lo rinchiuse nel portafogli e se ne andò contentone, guardando i compagni e la gente che incontrava, con occhi accesi.
Il vagabondo era ricco allora, più ricco di un re perchè aveva appagato i suoi desideri.
Disse Schignòtt, come furon poco lontani dalla città, ed eran già apparse le prime stelle:
— Apulinèr, mi dice il cuore che non dovremmo entrare in città — e come, secondo la consuetudine, il vecchio Apulinèr dalle grandi bizzarrie non si volse manco a guardarlo, Schignòtt continuò quasi, a soddisfare una supposta domanda:
— Perchè, vedi? noi siamo i topi di tutte le trappole e i perpetui sconta-pene delle colpe altrui.
Apulinèr si dette a fischiettare, poi, siccome gli cadde la mazza, la lasciò cadere reiteratamente, ad ogni tre passi, per altre sei volte, perchè egli aveva la mania del tre e del sette e, se compiva cosa che non dovesse ripetersi per tre o per sette volte, riteneva certa e prossima la fine sua.
Entrarono in città ch'erano già accese le fiammelle rossastre dei fanali a gas. Entrarono alla spicciolata e nessuno pose mente agli straccioni che guardavan le stelle ed il selciato, alla ricerca di sogni e di rosicchioli secchi.
Don Vitupèri li accolse con allegrezza. Miarù, il gatto forastico, s'inarcò soffiando, alla comparsa del suo fiero ed implacabile nemico: Plè.
Lèdar tornò nel suo nido sotto le travi. E tutto parve ristabilirsi in pace. Don Vitupèri nulla chiese ai compagni ch'erano stati assenti e i compagni non lo tormentarono con domande importune. Solo Apulinèr, capo della schiera in assenza di Gargiuvîn, domandò:
— Novità?
E Don Vitupèri:
— Nessuna.
— Gargiuvîn è libero?
— Si.
— Sta bene.
Don Vitupèri, seduto sul suo pagliericcio, riprese la lettura interrotta e Schignòtt lo guardò per qualche tempo con molta ammirazione poi gli regalò un soldo, tutto ciò che possedeva e molto più gli avrebbe dato, potendo, perchè, secondo l'idea sua, Don Vitupèri era un Saggio e non doveva che leggere.
Usciti per la città poi, videro le principali vie adobbate come per gran festa, tanto che si guardarono maravigliati. Qualcuno disse loro di che si trattava.
Benchè il centenario non fosse argomento da persuaderli, proseguirono il loro cammino verso la casa di Gargiuvîn, senza più dimandare.
E Gargiuvîn li ospitò ridendo. Aveva innanzi a sè i suoi teschi e lavorava ad una corniola su la quale, con infinita pazienza ed arte squisita, incideva la figura di una morte sorridente, con le braccia protese a l'amplesso. Illuminava l'opera sua e la stanzuccia meschina, un'esile candela. Il volto del pallido artefice, era in netto contrasto di luci e di ombre.
— Ehi! — fece Gargiuvîn sghignazzando — vi presento Tanumlìgh, la spia, che morì quattro anni fa. Guardate che testa aveva, il buffone!
Arfàt che era superstizioso e credeva negli spiriti, si fece il segno della croce. Egli era ne l'ombra ed ebbe cura di non farsi scorgere.
— Hai veduto Apulinèr? — riprese il capo anarchico: — L'ho bollato come si meritava. Per le spie non c'è perdono.
Prese il teschio e ne mostrò la calotta su la quale risaltava in grandi lettere nere, la scritta: _Morte alle spie!_
Apulinèr lesse la condanna ad alta voce e la ripetè sette volte in tre tempi, metodicamente.
Marcôn dagli occhi spiritati guardò Gargiuvîn ed esclamò:
— Bravo!
— Ehi! — fece il pallido ribelle — a ognuno il suo. Botte agli asini e fieno ai cavalli. Ieri notte Tanumlìgh mi un ardo di traverso perchè gli avevo conciato il cranio a quel modo. Ha corso un brutto rischio sapete, perchè io faccio giustizia. Ma tant'è, l'ho voluto risparmiare. Così al giorno del Giudizio Universale, quando il Signore Iddio lo chiamerà con gli altri per dirgli la buona o la mala sorte, non potrà nascondere i suoi peccatacci. Glie li ho scritti sul cranio e vi rimarranno!
Arfàt, il gigante dagli occhi placidi e timorosi, sentì un brivido di paura.
— Dunque sbandatevi e state all'erta! — disse ad un tratto Gargiuvîn.
Nessuno rispose.
— Avete inteso?
— Sì.
— Ora celebrano il centenario della morte di Girolamo Parvenza. È un signore che non conosco, ma non era anarchico. Molta gente è venuta, molta ne verrà, i gendarmi ci terranno d'occhio.
— È vero! — disse Schignòtt.
— Essi debbono pure far qualcosa e tutelare l'ordine pubblico. Se un asino raglierà, probabilmente saremo incolpati noi. Tenetevi lontani dalla folla.
— Faremo come dici.
— E se ci porteranno al buio, pazienza. Pensate che i martiri saranno ricordati.
Silenzio assoluto.
— Avreste paura forse?
Tutti, tranne Arfàt, risposero concordi:
— No!
— Bravi! La prigione non è poi la morte, è un po' di riposo, ecco tutto.
Dopo breve pausa, Gargiuvîn si alzò, andò ad aprir l'uscio e disse:
— Ed ora andatevene. Ognuno alla sua casa. Dove dormi Schignòtt?
— Non lo so.
— Vuoi rimanere con me?
— Non importa. È caldo ed è sereno. Nei fossi c'è posto per tutti.
— E tu Arfàt? — riprese Gargiuvîn.
— Io? — sussurrò il nemico de l'acqua che parve ridesto da un sogno. — Io mi adatto sotto al ponte del fiume. Ci si sta bene.
— Non sei mai ruzzolato nell'acqua?
— Mai! — rispose con orrore il gigante. — Mai!
— Ti fa tanta paura l'acqua?
— Si, perchè non so nuotare!
— Ma per lavarsi non c'è bisogno di saper nuotare, sai? Vecchio barbagianni!
E Marcôn con aria d'ispirato esclamò:
— È vero!
Ad uno ad uno sfilarono innanzi a Gargiuvîn e scomparvero ne l'oscurità delle scale; solo Apulinèr si fermò a toccar l'uscio sette volte e se ne andò a capo chino, senza nulla dire.
Così i rappresentanti del partito estremo, se pur poteva dirsi quella loro inconsulta associazione un'estremità, si trovarono riuniti una volta ancora nella città degli uomini rossi, culla di eccellenti vini e di idee avanzate.
Ora (essendo il carattere romagnolo impulsivo e per conseguenza rapido nel condannare e rapidissimo ne l'assolvere) nessuno pensò più alla ragione per la quale i miti apostoli dello sfacelo si erano allontanati per ignote vie.
Essi trascorsero fra la gente senza destar sorprese; solo Arfàt servì da spauracchio alle donne ed ai bambini, per la sua bruttezza pietosa.
Il giorno seguente alla loro comparsa ripresero le consuete occupazioni interrotte per qualche tempo.
Frattanto avveniva che Gian Battifiore, ingolfato nel soverchio daffare, avesse quasi dimenticato la figlia fuggita.
E come avrebbe potuto occuparsene se tutta l'Europa scientifica era per partecipare al centenario di Gerolamo Parvenza?
Ben vide Monsignor Rutilante la propizia occasione e pensò alla sua buona fortuna che non era per abbandonarlo.
Ardito Popolini, dopo il primo violento articolo comparso su l'_Aristogitone_, aveva taciuto aspettando l'opera del Cavalier Mostardo.
Passava come una tregua di Dio in nome de l'illustre scienziato Gerolamo Parvenza.
L'idea del centenario non era nata a Gian Battifiore il quale poco si occupava del passato: ma al conte Agesilao De' Lavilla, uomo studioso quant'altri mai.
Era il conte Agesilao di antichissima stirpe chè la sua famiglia aveva avuto e guelfi e ghibellini e capitani di ventura e cardinali ed alti magistrati dottissimi. Il genio dei Lavilla si era esplicato universalmente, in tutti i rami dello scibile umano, lasciando traccie non comuni del suo passare. Un Teodoro che aveva vissuto su l'aprirsi del millecinquecento, era stato inviato dal papa per certa ambascieria in Ispagna, con missioni delicate, tali da richiedere la più abile tempra di diplomatico; e con tanto onore aveva disimpegnato il non comune incarico che il papa, poichè il detto Teodoro fece ritorno, lo creò spontaneamente cardinale, elargendogli ricchi premii e in terre e in danaro.
Però del vasto patrimonio accumulato dagli avi poca cosa rimaneva al conte Agesilao, onde viveva egli modestamente del frutto di qualche podere, pascendosi de' suoi studi prediletti.
Nella città rossa altri non v'era che, come il conte Agesilao, conoscesse punto per punto, fin nei più minuziosi particolari, le cronache ed i documenti inediti dai quali la storia della detta vermiglia città emergeva chiara; altri non v'era che potesse con più dotta facondia enumerare e fatti e uomini e cose lustro e decoro di tutta la terra di Romagna, sicchè a lui spettava per diritto acquisito dal lungo studio e da l'inesausto amore, il vanto di far rivivere per pochi giorni nella memoria dei già lontani nepoti l'illustre scienziato Gerolamo Parvenza.
Sfogliando un giorno una monografia nella quale il genio del Parvenza si esplicava per un sapiente parallelo istituito fra i costumi de l'ornitorinco (classe dei _monotremi_ o, come altri vogliono, _ornitodelfi_) e quelli del pinguino (famiglia dei _bachitteri_, ordine dei _palmipedi_, genere degli _aptenodytes_) e ricercando gli anni nei quali l'illustre compaesano, tutto dedito agli studi gerarchici delle famiglie animali, aveva compito certi suoi viaggi per rintracciare l'esatta ubicazione delle uberifere bestiuole, per associazione d'idee si chiese:
— Ma quando è morto Gerolamo Parvenza?
Compulsò i documenti e vide che poche settimane mancavano perchè il ciclo dei cento anni si compisse. Allora gli nacque il pensiero della doverosa memoria e con forbita dialettica l'espose a Gian Battifiore. Questi se pur rimase dapprima sconcertato perchè il Parvenza non era stato repubblicano nè tampoco libero pensatore e non s'era occupato di politica (ciò che segnava senza dubbio una implicita inferiorità) si lasciò purtuttavia persuadere dal pensiero che la commemorazione avrebbe portato grande decoro a lui ed alla città sua.
Fece uno strappo alla fede politica e lanciò la proposta in pieno consiglio comunale.
Naturalmente ne nacquero divergenze le quali, secondo i costumi dei fieri uomini di parte, finirono in chiassosi battibecchi.