Part 3
Portava il cappello su le ventiquattro, il colletto a pistagna e una grande cravatta rossa; era alto, forte e piacente; gran mangiatore e uomo di piacevoli vendette.
Il Cavalier Mostardo era un Nume.
I romagnoli adorano la forza muscolare, e Mostardo aveva dimostrato in varie occasioni di possederne tanta, da far nutrire a' suoi simili savio rispetto per la sua persona. Egli sollevava un uomo di statura media, a braccio teso e con massima disinvoltura; fermava un barroccio trascinato da due mule, afferrandolo per il verricello; faceva divergere le sbarre di un'inferriata, con semplice garbo disinvolto.
Raccontava che, una volta, entrato in mischia, e trovatosi sprovvisto di armi, afferrò per una gamba uno dei contendenti e se ne fece clava mettendo così in isbaraglio, in pochi minuti, gli uomini inferociti. Un'altra volta, combattendo in Calabria contro il brigantaggio, uccise cinque malfattori di un colpo solo rovesciandoli in un precipizio. E così via.
Le sue avventure erano eroiche. Egli le raccontava, ridendo del riso solenne dei numi e lo stupore si appalesava negli occhi attoniti degli ascoltatori. Qualcuno aveva fatto un calcolo però: secondo i fatti d'arme ai quali Mostardo raccontava aver preso parte, egli avrebbe raggiunto la rispettabile età di centocinquant'anni; ma siccome l'eroe non amava essere contraddetto, ed aveva sempre qualche ragione convincente, i maligni si guardavan bene dal comunicargli le loro osservazioni.
Ora il suo nome di battesimo era Giovanni Casadei, nome che indicava la sua origine ignota. Però, per la perfetta concordanza dei tipi, Augusto Regida lo disse discendente da un antico eroe della città; del quale eroe un cronista del quattrocento parlava in questi termini:
«Cavalier Mostardo, conduttiere et capitano di ventura, homo molto pronto et valoroso. Lo quale si gloriava che nelle battaglie diverse haveva havuto cento ferite nel suo corpo, delle quali mostrava le cicatrici; tanto fu animoso che non istimava pericolo di morte, et a la sua forza non credeva altri fesse resistenza, et più et più volte combattè a corpo a corpo et sempre vinse».
Giovanni Casadei credette per davvero fosse il Cavalier Mostardo suo antenato, sì che ne assunse il nome e si gloriò della discendenza.
Negli uffici de l'_Aristogitone_, il Cavaliere era la seconda persona; la terza era Maraveja, vecchia nutrice di Ardito Popolini. Ella assomigliava ad un arcolaio ed aveva negli occhi tutta la dolcezza stanca delle favole che raccontava a' suoi innumerevoli nipoti. Seduta tutto il giorno su l'uscio della casa di Popolini, faceva certi suoi scacchi componenti una gran coperta matrimoniale destinata forse ad una fra le bionde principesse delle sue fiabe, e si udiva sempre il picchiettio sommesso de' suoi ferri da calza, simile al lento rodere di un tarlo. La casa del suo figlioccio sorgeva in una strada vicina ad una gran torre che segnava il tempo con le sue vecchie campane, fra attimi brevi, quasi ad ogni pulsare di vena: e Maraveja, da lunghi anni, vedeva morire il sole su le alte grondaie rossigne e vedeva passare i fanciulli alle ore consuete. Essi crescevano di anno in anno e la salutavano con varie voci. Ora viveva ella come ombra che si attarda in crepuscoli estivi, solo del ricordo di un giorno.
— Ah, quando c'erano i tedeschi! — soleva dire. Allora aveva sposato, e, per l'umile creatura, tutta la gioia vissuta era di quel tempo.
Il Mostardo amava la vecchia ch'egli chiamava _Nonna_, quasi per antonomasia e l'amavano così tutti gli abitanti del Rione perchè ella sapeva tacere e parlare a tempo.
Questa, la portinaia del giornale vulcanico nel quale si agitavano i destini di tutta una gente.
Il Cavalier Mostardo fungeva da cronista ne l'_Aristogitone_; veramente egli era analfabeta, ma il suo pensiero, passando attraverso la penna del Popolini, nulla perdeva della sua originalità.
Il còmpito affidatogli di scovare notizie, le quali mettessero la città a rumore, lo disimpegnava a maraviglia.
Molti scandali si dovevano alla sua perspicacia, al suo intuito da segugio che sapeva scoprire le traccie le quali lo avrebbero tratto a infallibile porto.
Per tale qualità il Cavalier Mostardo era molto temuto.
Un giorno, era trascorso forse un mese da l'arresto di Gargiuvîn, il Mostardo, nelle ore del pomeriggio, andò, contro il suo solito, agli uffici de l'_Aristogitone_.
A Maraveja ch'era seduta nella sua eterna posa, sugli scalini della porta, chiese:
— C'è Ardito?
La vecchia, senza alzare il capo dal lavoro, rispose come sempre:
— Sì _donnino mio_!
Il Cavaliere spinse l'uscio ed entrò.
Ardito Popolini scriveva ad un gran tavolo posto in fondo alla stanza; allorchè vide l'amico, emise una specie di saluto gutturale e riabbassò subito gli occhi su le cartelle che riempiva di fitta calligrafia a zampe di mosca.
Il Cavalier Mostardo a quell'ora, era sempre un po' alticcio nè meritava il tempo e la fiducia di chi è spinto da continua fretta sul suo fatale andare.
Mostardo si piantò in mezzo alla stanza. Aveva gli occhi un po' lucidi, il viso era vermiglio come il vessillo del suo partito; i baffi diritti e il cappello da parte accrescevano l'aria piacevolmente spavalda.
Si dondolò su la persona con le mani strette dietro le reni e il petto un po' innanzi; guardò con insistenza l'amico suo, con un sorrisetto furbo, come per dire: — Tu non immagini neppure ciò che sto per rivelarti! — poi tossì leggermente. Attese qualche secondo e visto che l'amichevole richiamo non serviva a distogliere Popolini dalle sue profonde elucubrazioni, abbassò il capo, quasi a riordinar le idee, ed esclamò con voce profonda:
— Io ho un'amante!
Rialzò gli occhi. L'altro continuava imperturbabile il suo lavoro.
Allora fece un passo innanzi e a voce più alta riprese:
— Io ho un'amante!
— Lo so! — disse Ardito e gonfiò le gote per l'impazienza.
— Ascolta — continuò il Cavalier Mostardo, col suo risolino arguto — la mia donna si chiama.....
E il Popolini, scattando:
— Ermelinda Melisari, abita in via Pelle di leone, numero 34, piano terzo a sinistra. Basta?
— Ma ascoltami! — ripetè con divina calma e in tono mitissimo il Cavaliere: — Lasciami parlare!
— Non ho tempo, non ho tempo!
— Non vuoi ascoltarmi?
— No!
Il Popolini chinò di nuovo il capo sul suo lavoro.
Il Cavalier Mostardo, per nulla sconcertato, dondolandosi sempre su la persona, sorrise.
Scorse breve tempo durante il quale il direttore de l'_Aristogitone_, cercò riordinar le idee; ma, sotto l'insistenza dello sguardo del Cavaliere, fu costretto inconsciamente a rialzare gli occhi.
— Ebbene lo fai tu l'articolo di fondo? — gridò a l'imperturbabile compagno.
— Volentieri — rispose il Cavaliere con le sue più gentili inflessioni di voce — ma non so scrivere.
— Allora lasciami lavorare, fammi questo regalo!
— Non vuoi ascoltarmi?
— Non ho tempo ora! Intendi o no?
Altra sosta, altro tentativo di lavoro. Il Popolini aveva ripreso l'aire, ma stentando, interrompendosi a tratti, faticosamente, quasi distillasse le parole ad una ad una, dal pensiero ribelle.
Mostardo lo lasciò fare per un po', poi, per la terza volta, con calma indisturbata riprese:
— Io ho un'amante!
Popolini lanciò la penna sul muro, posò con forza le braccia sul tavolo e aprì gli occhi oscuri ed inquieti sul volto del pacifico amico.
— Bravo! — disse il Cavalier Mostardo — ascolta adunque!
Ermelinda è una ragazza onesta, vuol bene a me e basta! Tu non ne vuoi sentir parlare ed hai torto perchè, per mezzo suo, sono sulle traccie di un mistero!
— E quale? — esclamò Ardito.
— Ascolta. Don Papera abita il secondo piano della casa di Ermelinda e Don Papera è un prete che ha paura del diavolo e degli spiriti. Susanna mi raccontava che la notte dorme col capo sotto alle lenzuola e non ispegne il lume. Susanna è la sua cameriera: Lo sai? Sta bene.
Io odio i preti per convinzione e per sentimento, se posso tormentarne qualcuno sono felice; il mio ideale sarebbe di porli tutti in fascio dentro un vascello e mandarli a colonizzare il polo.
Ieri notte mi feci una pensatella graziosa. Mi dissi: Don Papera rientra alle undici, io lo aspetterò sulle scale per fargli paura. E lo aspettai.
Nascosto nel vano di una porta, avevo messo la giacchetta al rovescio, e mi ero tirato il cappello sugli occhi. Quando Don Papera entrò, salì le scale e mi fu vicino, sugli ultimi scalini, uscii dal mio nascondiglio, afferrai il prete per una spalla e gli gridai: — Ed ora confessati! — Pietà, pietà! — rispose tremando, ed io: — Non ho tempo, spicciati! — Proprio come dicevi con me, poco fa. Sentivo che il povero diavolo veniva a mancarmi sotto alle mani, pareva diventasse sempre più piccolo; con un fil di voce rispose: — Io sono estraneo... io non ne ho colpa... è stato Monsignor Rutilante! — Malmissole! pensai, qui si tratta di cosa seria! — Ingrossata la voce ripresi: — Non è vero!... Bada la pagherai per tutti! — L'altro respirava come un mantice ed io pensavo: Ora mi muore ed è fatta! — Rispose ancora: — È stato Monsignor Rutilante d'accordo con la contessa.... non odio gli anarchici. — Poi sentii ch'era rimasto appeso al mio braccio, come fosse un cencio. Lo adagiai su due scalini e me ne venni via.
Questa mattina Susanna mi ha detto che Don Papera è in letto con la febbre.
Mostardo tacque e continuò ad arricciarsi i baffi. Ardito Popolini s'era fatto serio e pensoso.
Disse quest'ultimo in tono grave:
— È tutto vero ciò che mi hai raccontato?
Mostarde fece un atto sdegnoso ed evasivo e non rispose.
— Allora — riprese Popolini — conviene parlarne nel giornale.
— Certamente.
— E se aspettassimo prove più convincenti?
— Bisogna agire subito! — rispose il Cavalier Mostardo.
Ardito si strinse la fronte fra le mani, rimase in silenzio per qualche tempo, poi disse, scrollando il capo in atto risolutivo:
— Hai ragione. È necessario compromettere i nostri nemici. Tacendo, lascieremmo loro tempo per riparare al mal fatto!
Riprese la penna e vergò frettolosamente un articolerò di cronaca che lesse poi al Cavalier Mostardo.
«Fra poco sul conto dei nostri nemici, manipolatori della virtù, ne avremo da raccontar delle belle.
«Il pubblico giudicherà allora chi meriti più la sua stima: se noi, liberi pensatori, anime ribelli ma integramente sincere, o gli ipocriti seguaci della Chiesa.
«Ciò che si promette, non sarà insinuazione maligna, ma verità documentata!»
— Come va? — chiese Ardito a lettura finita.
— Benone! — rispose il Cavalier Mostardo.
— La mando in tipografia?
— Certamente.
— Mi assicuri l'esito dell'inchiesta che farai?
— Sulla mia coscienza! — rispose il Cavaliere, e inarcò le ciglia come soleva fare allorquando Madonna Serietà lo invadeva co' suoi effimeri fuochi.
E come decisero, fu fatto.
Il Cavalier Mostardo chiese consiglio al suo cuor leonino ed _entrò in lizza_, giacchè egli considerava ogni atto della sua vita, come una fiera battaglia.
CAPITOLO VIII.
Nel quale Don Papera si trova in un terribile ginepraio e non sa come uscirne.
Per qualche giorno il saggio prete non uscì di casa; dette ordine a Susanna di far le provviste per una settimana, chiuse ermeticamente porte e finestre, accese la lucerna e si dette a considerare versetto per versetto, con soave intensità d'attenzione, una sua grande Bibbia.
Egli si dilettava di interpretare il senso religioso del Cantico dei Cantici il quale aveva suo inizio con sì dolci parole: «_Bacimi egli de' baci della sua bocca: perciocchè i tuoi amori son migliori che il vino._» Anzi, ogni qualvolta aprisse la sua Bibbia, tant'era l'abito di questa di mostrare una determinata faccia, che non v'era caso capitassero, sotto agli occhi del reverendo, le disperate parole de l'Ecclesiaste o le violente visioni di Isaia: sempre il prediletto libro gli porgeva il prediletto frutto: il più bel canto che abbian mai accompagnato, nel lento giro delle danze primaverili, i queruli salterï.
E Don Papera si compiaceva provare la sua bella vocetta dai toni bianchi, nella declamazione dei versetti dai quali balzavan le immagini voluttuose in continuo susseguirsi, quasichè l'intera giovinezza di un popolo avesse nel breve canto, profuso con regale magnificenza tutto l'amor suo.
Chino su le pagine giallastre, un braccio gesticolante ne l'aria, Don Papera, entusiasmandosi di parola in parola, cresceva tono, fino ad esplicar tutta la potenzialità della sua voce.
E nella stanza non era che Susanna intenta ad avviar qualche sua lunga, abbominevole calza.
Diceva il sacerdote:
«_O figliuola di principe, quanto son belli i tuoi piedi nel lor calzamento! le giunture delle tue cosce son come monili di lavoro di mani d'artefice_....»
Susanna alzava gli occhi riabbassandoli in fretta e l'altro cresceva tono gesticolando sempre più disperatamente, col braccio teso sul capo:
«_Il tuo bellico è una tazza ritonda, nella quale non manca giammai beveraggio: il tuo ventre è un mucchio di grano intorniato di gigli._»
Altra pausa. Maraviglia de l'uditorio ed entusiasmo crescente de l'oratore.
«_Le tue due mammelle paiono due cavrioletti gemelli_....»
Or avveniva quasi sempre che Susanna la quale, poverella, essendo nata in campagna non conosceva troppe sottigliezze distintive, si appropriasse la squisita serie di bibliche galanterie ed interrompesse la lettura, con la risatella di sdegno consenziente comune alle creature semplici.
Don Papera alzava gli occhi furibondi dal libro galeotto.
— Perchè ridi, stupida?
— Ma.... padrone....
— Quando leggo, non devi ascoltare!
— Debbo andare in cucina? — chiedeva Susanna facendo l'atto di levarsi. Don Papera, il quale poco simpatizzava con la solitudine, si affrettava a rispondere:
— No rimani, e non ridere.
— Ma... dice delle sciocchezze!
— Io non dico nulla! — gridava il prete: — Io leggo il libro sacro, il libro di Dio e tu non capisci niente!
— Può darsi!
Susanna chinava la testolina di bimba sedicenne su la sua abbominevole calza e sorrideva muta allorchè Don Papera, continuando, diceva con gran serietà, quelle tali cose ch'ella aveva udito, in forme differenti, ben altre volte; ma sussurrate a l'orecchio, in qualche aia remota, fra l'uggiolar dei cani e il palpitìo legnoso delle lontane maciulle.
Ora, nei pochi giorni di malinconica prigionia, Don Papera, ad ogni scampanellata, ebbe un sussulto timoroso e si consigliò con Susanna.
Che fare? La paura è una compagna che ha mille occhi; ella si trasmuta nelle forme più bizzarre: per sollazzarsi degli uomini coi quali simpatizza e li veglia da buona madre e sussurra loro mille sospetti sì da renderli piacevolmente fanciulli. La paura che ha l'oscura profondità de l'abisso e la gaietta sembianza dei conigli e delle mansuete pecore, si compiace delle sue creature, mai le abbandona, e, varia, molteplice, universa come lo spazio, avvolge a volte per i repentini guizzi delle sue enigmatiche comparse tutte le cose che ebbero il potere di un'ombra su la terra poichè il destino le trasse dai gurgiti del mare.
Madonna Paura amava Don Papera tantochè questi, per l'assidua vegliante, aveva adottato e il fare guardingo e il dubitoso dire e la rinunzia a qualsiasi comando o volontà di possesso su cosa controversa. Cauto, tollerante, remissivo con gli uomini sempre, con le donne talvolta, il piccolo prete palliduccio e mingherlino cercava seguire una sua viuzza oscura che non recasse danno a nessuno, che a nessuno desse noia; e si curvava tutto ne l'ombra per passare inosservato e s'inchinava ai burberi, povera piccola creatura! Perchè è ben naturale che al mondo si debba vivere con solazzevole pace.
Era modesto; un po' pettegolo forse, ma con discreta parsimonia; gli piaceva dir male del prossimo, ma, in tutta segretezza, sotto il vincolo del giuramento. D'altra parte gli uomini non erano lo specchio della bontà e, se Don Papera ne biasimava la condotta, lo faceva per augurar loro il perdono da Colui che, sempre benevolente, è disposto ad indulgere.
Aveva due occhietti di adamatica ingenuità infitti a fior di pelle alle prime radici di un gran naso angolare, sottile come una lamina; la boccuccia asciutta stirata in sorrisetto benigno, lasciava in mostra, per tale particolare atteggiamento, i denti giallastri. Portava il capo leggermente inclinato su la spalla sinistra.
Ora nel terzo giorno di prigionia, Susanna presentò al suo piccioletto signore, una lettera che il postino, aveva fatto passare fra l'uscio e la soglia.
— Una lettera?! — esclamò Don Papera — e dove l'hai trovata?
— Nella stanza d'ingresso.
— Quando?
— Poco fa.
— Oh! — fece il reverendo e rimase fisso a guardare la calligrafia de l'indirizzo; poi con subita decisione, strappò la busta e lesse:
«Molto Reverendo,
«Vi prego intervenire domani all'adunanza che si terrà al mio domicilio (Via Sacro Cuore, N. 10) alle ore tre pomeridiane.
«Non mancate poichè la seduta sarà di somma importanza e vi si dovranno discutere cose gravissime.
«P. RUTILANTE EMERSI.»
Rilesse, si passò una mano su la fronte, alzò gli occhi al soffitto, guardò Susanna ed esclamò:
— È fatta!
Per quel giorno più non ebbe pace. L'indecisione lo tenne, palleggiandolo piacevolmente fra due punti estremi, onde mille volte guardò Susanna con aria interrogativa e le chiese:
— Che debbo fare?
La piacente camerista non seppe quale consiglio suggerirgli, essendole ignota la causa che poneva in simile turbamento il suo signore, sicchè rispose imperturbabile, col fatalismo rassegnato che è proprio delle genti della campagna romagnola:
— Ma?! Ci penserà il buon Dio!
E Don Papera la guardò con gli occhi foschi. Se non si fosse trattato della Grande Maestà de l'Eterno, avrebbe sentito, la piccola ignorante, come sapevan d'amaro le sue parole.
Giunto il momento fatale, Don Papera ebbe la disperata decisione dei deboli: infilò una veste, si pose il tricorno ed uscì. In via Sacro cuore, trovò adunati Don Barchetta, Don Eucaristia e molti altri reverendi.
Al suo giungere passò qualche risolino sardonico, perchè Don Papera era valutato un niente da' suoi colleghi. Già il suo nome era Abelardo; il nomignolo, col quale era noto a tutti, gli era stato imposto a l'inizio della carriera e precisamente al tempo del suo primo quaresimale. Allora, fresco di studi, ci teneva a far bella figura; la timidezza lo perdette.
Quando si trovò su l'alto del pulpito e guardò la folla assiepata che aspettava le sue parole, un gran tremore lo colse, pensò a ciò che avrebbe detto, al suono della sua voce, al giro de' pensieri suoi e gli parve essere innanzi ad una tenebra fitta. Aveva preparato un panegirico coi fiocchi: _Gesù a Gerusalemme_ — frutto di lungo lavoro: ora non ne ricordava parola. Comunque fosse, bisognava ben parlare! Trasse un grande sospiro, puntò le mani sul parapetto del pulpito e si protese verso la folla sperduta ne l'oscurità. — La sua voce risuonò ad un tratto sotto le grandi arcate e parve un'altra! Dio, che pena! Ma chi parlava? Era veramente lui? Don Abelardo? Poi udì qualche sussurro. Aveva detto, dimenticando una semplice regola di madre grammatica:
— _Fedele e fedeli!_
Ciò bastò per aumentar a mille doppi l'intenso timore che lo faceva tremare a verga a verga. Dopo una sosta, fatalmente, a voce alta, scandendo le sillabe, continuò:
— Allorchè dalla verde, dalla lussureggiante Galilea, portato da Dio che lo guidava sulle vie della salvazione, _Gerù scese in Gesuralemme_...
Breve pausa. Che aveva detto mai? sentiva salire un mormorio cupo, giù, da l'ombra minacciosa e vedeva i volti più vicini atteggiati in ismorfie di riso trattenuto. Alzò gli occhi agli alti domi per dimenticare il presente e proseguì:
— ... un fatale monito _dagli oscuri veli cielò_... un fatale monito _cielò dagli oscuri veli_...
Altra pausa. Riprese quasi singhiozzando: Dagli oscuri cieli velò il cuore degli uomini pravi, delle male femmine e dei perduti.
Doveva dire ancora, più innanzi, in un punto in cui, por il crescendo della voce e l'incitamento della passione, la folla si sarebbe commossa; doveva dire: _Una folgore minacciosa_... ecc. — E, rincorato un poco, che, tanto tanto una diecina di periodi si erano annodati bellamente in seguito decoroso, prese lo slancio oratorio, protese le braccia sul capo, e, nel silenzio, gridò:
— Sì, fratelli, fu proprio allora che _una fragorosa minaccia_ piombò su gli infedeli!...
Fu uno scandalo! Subitamente una pazza risata salì, si propagò fra la folla e risuonò bacchicamente nel tempio. Egli era perduto. Scese dal pulpito e da quel tempo gli fu tolta la facoltà di predicare e gli fu imposto il nomignolo di Don Papera.
Trovatosi adunque Don Papera nella grande sala del palazzo vescovile, fra una severa ricchezza di arredi (ricchezza che gli toglieva ogni facoltà di libero movimento onde più non sapeva come atteggiarsi e dove guardare) rimase alcun tempo immobile a pochi passi dalla soglia, sorridendo a destra ed a sinistra, senza sapere precisamente a chi; poi, scorto poco lontano un gruppo di preti che discutevano con animazione, vi si mischiò quasi a nascondervisi.
Poco stette ascoltando e poco apprese dal vociferio indistinto, chè un subito movimento di sorpresa mosse tutti a guardare ad un punto, e lui con gli altri.
Una pesante cortina di velluto rosso, in fondo alla sala, si era sollevata, e l'alta e mirifica persona di Rutilante era apparsa nel vano, in posa di «_Non mette conto!_»
Avanzò inchinandosi leggermente e mentre tutti rispondevano con rispettoso ossequio al suo saluto, si sedette su la sua grande poltrona, adorna come una signora crepuscolare.
Poichè erano convenuti in quel giorno, per suo ordine, anche i parroci delle lontane campagne, Don Rutilante cominciò da questi e dette loro singoli avvertimenti e consigli, licenziandoli poi ad uno ad uno.
Disse ad esempio a Don Rosolia, parroco di Mongrande, di non avere più tante tenerezze per i socialisti della sua parecchia; a Don Presente, prete evoluzionista, di intendimenti prettamente moderni, impose, sotto minaccia di grave punizione, di togliere l'indecorosa iscrizione posta a sommo della Chiesa.
Don Presente vedendo che i fedeli non erano più assidui alle funzioni religiose, per richiamarli, su la facciata della chiesa, fra due enormi mani nere da l'indice teso, aveva fatto dipingere a lettere cubitali le seguenti parole: — _Qui si parla di Dio!_
Ciascuno ebbe il suo consiglio o il suo avvertimento severo. La sala si sfollò lentamente e come Don Papera si vide sempre più solo, più il suo timore si accrebbe.
Finalmente rimasero di fronte al gran vescovo dai folti sopraccigli: Don Papera, Don Barchetta, Don Eucaristia, Don Giovanni, Don Crisantemo e Don Amilcare.
Il Vescovo stette alcun tempo in silenzio quasi si concentrasse, poi, da una tasca segreta della lunga veste, tolse una copia de l'_Aristogitone_.
Don Barchetta tossì e Don Amilcare, un prete donnaiuolo, ciarliero ed aggressivo, mormorò:
— Io non c'entro!
— Neanch'io! — soggiunse Don Papera chinando il capo.
E Don Crisantemo, sacerdote dagli eterni dubbi, chiosò, alzando gli occhi al soffitto e continuando metodicamente la rotazione dei pollici:
— Speriamo!
— Saprete — prese a dire Monsignor Rutilante — come il giornale del partito repubblicano, abbia qualche giorno fa pubblicato un articoletto di cronaca nel quale si minacciano rivelazioni gravi a proposito del noto affare Liturgico-Battifiore. Dette rivelazioni implicherebbero naturalmente una campagna, aspra e dannosa al massimo grado, contro il partito clericale.
Ora io ho iniziato particolari ricerche, riuscite fino ad ora infruttuose, per sapere dove e come il Signor Popolini, o chi per esso, possa avere assunto le gravi informazioni, le quali, naturalmente, condurrebbero i nostri nemici su le traccie dei fuggitivi. Riuscirò all'intento, sviando le malvagie insidie! Comunque sia, chiedo fin d'ora il vostro indispensabile aiuto.