Gli Uomini Rossi: Romanzo

Part 2

Chapter 23,737 wordsPublic domain

Fra un sussurio crescente, Gargiuvîn sbucò dalla folla; ma quando fu per entrare ne l'andito, si piantò su le gambe sbilenche, alzò il capo in comico atteggiamento, guardò in viso le guardie e gridò loro:

— Amici!... Son di ritorno!

Poi, fra un impeto improvviso di fischi, di urla e di risate, scomparve dietro l'ombra della fiera legione.

CAPITOLO IV.

Nel quale gli anarchici prendono consiglio.

Allorquando Gargiuvîn si fu allontanato fra la folla che tumultuava e l'ultima eco delle grida si perse nel consueto silenzio delle piccole vie lontane, Schignòtt aprì l'impannata della breve finestra che dava luce al suo momentaneo rifugio, sogguardò intorno e, assicuratosi che nessuno era in agguato, prese con sè Plè e uscì camminando in fretta rasente ai muri. Dopo aver percorso un laberinto di vicoletti, giunse sotto le mura, alla piccola tana di Don Vitupèri. Raccolse un sasso e battè su l'uscio (nel quale era aperto, verso la base, un piccolo passaggio quadrato per il gatto e le galline) prima tre colpi rapidi, poi tre più a rilento e tre ancora.

Una voce cavernosa rispose da l'interno:

— Novità?

— Apri — disse Schignòtt.

Poco dopo l'uscio si dischiuse e il pezzente entrò accompagnato da Plè.

Don Vitupèri era un prete lungo ed ossuto, dal viso magro e rugoso e dagli occhi celesti. Indossava una veste rossigna, un tricorno verdastro e aveva un vestigio di scarpe.

Egli era anarchico di convinzione e i compagni suoi l'avevano in alto concetto, riconoscendo la sua sapienza.

Schignòtt andava ora a prendere consiglio.

Quando l'uscio fu chiuso, Don Vitupèri, riaccovacciandosi sul suo giaciglio, innanzi ad un vecchio libro, chiese in tono distratto:

— Novità?

Schignòtt protese il collo e rispose:

— Hanno imprigionato Gargiuvîn!

— Ah! — fece Don Vitupèri senza scomporsi; e non alzò gli occhi dal libro.

— Come? la notizia non ti fa impressione? — riprese Schignòtt.

— Niente affatto! — rispose il prete senza scomporsi.

— Ma siamo in pericolo tutti!

— E perchè?

— Perchè ci accusano di aver rapito una figlia di Gian Battifiore.

— Davvero? E per quali ragioni?

— Per vendicarci.

— E di che cosa?

— Delle continue persecuzioni.

— Eh! — fece Don Vitupèri alzando una mano come a significare una inconcepibile invenzione; poi riabbassò gli occhi sul libro.

— Che cosa conti fare? — chiese Schignòtt.

— Nulla.

— E se ti legano?

— Buonanotte!

— Ma lo scandalo per te?

— Lo scandalo? — fece il prete alzando le sopraciglia a semiluna: — E ti pare che ciò possa commuovermi? Lo scandalo per noi è una parola come tante altre; il fatto non esiste. Noi siamo liberi da tali legami e in ciò è il pregio della povertà. Ci hanno confinato quaggiù, siamo straccioni, il nostro stato è quello delle bestie, avremo diritto ad una nostra morale, mi pare!

Schignòtt tacque con gli occhi fissi e assunse l'aria compunta di colui che non intende ed è per maravigliarsi.

— Poi — riprese il prete — siamo innocenti.

— Questo è vero! — disse Schignòtt: — Però oggi o domani ci porteranno al buio.

— E che vorresti fare?

— Ti chiedevo consiglio. Apulinêr non è in casa?

— No; ma tornerà fra poco.

— Dio mi castighi, se non ho una paura maledetta.

— Dei poliziotti?

— No, della prigione.

— E perchè?

— Perchè?... perchè senza sole, il respiro mi manca; perchè voglio morire in fondo a un fosso come mio padre, e non in un letto di infermeria. Io ho paura degli uomini, sai?...

— Hai paura?

— Sì.

— E vivi delle loro elemosine?

— Non è vero! — gridò Schignòtt scattando. — Io vivo di ciò che trovo per le strade!

Vi fu una sosta in cui Plè e Miarù, il vecchio gatto di Don Vitupèri, si azzuffarono, si rincorsero, riempirono la stanza di mugolii sordi e minacciosi, di cupe grida, di soffi e di guaiti. Plè, avanzando con prudenza la grossa testa spelata dalle lunghe orecchie penzolanti e piagate, girava intorno al nemico per prenderlo alla sprovvista; Miarù, inarcato come un orciòlo, col pelo arruffato, la coda diritta, la bocca aperta e minacciosa, seguiva col giro lento degli occhi verdi il cane, muovendosi a pena in agili scatti.

Interruppe l'aspra battaglia, un gracchiare roco, e il subito apparire, dalla piccola apertura praticata ne l'uscio, di un'ombra nera.

— Ecco Apulinêr! — disse Don Vitupèri.

— Lèdar lo precede sempre — soggiunse Schignòtt.

Lèdar, la cornacchia, giunse zoppicando nel bel mezzo della stanza, spiccò il volo ed andò ad appolaiarsi sopra un'asse vicina al soffitto.

Poco dopo, Apulinèr socchiudeva la porta. Non appena vide gli amici, sussurrò:

— Gargiuvîn è in prigione!

— Lo sappiamo — risposero — e ti aspettavamo.

— Arfàt e Marcôn sono già partiti — soggiunse.

— Lasciali andare.

— Che faremo noi?

— Rimarremo al nostro posto! — disse Don Vitupèri. — Chi parte si condanna.

— Sei stato mai in prigione? — chiese Apulinèr, curvandosi.

— No.

— Allora non puoi sapere! Vieni con noi, andremo alla montagna, non ci troveranno più.

— Lassù mi conoscono e sarebbe peggio.

— Vuoi rimanere coi lupi, allora?

— No, rimango con Miarù e guarderemo alla casa. Andate andate. Al vostro ritorno mi troverete ancora qui. In quanto a vivere si vivrà. Gli spazzini sono pigri, fino alle quattro di mattina non lasciano le loro mogli e abbiam tempo di far bottino. Miarù non pretende molto, a me, lo sapete, basta un rosicchiolo secco e si trova sempre. Quando tornerete di lassù...

Ma poi non finì la frase, riabassò il capo sul libro e s'immerse nella lettura.

Schignòtt e Apulinèr si guardarono un istante, alzando le spalle e si dissero:

— Andiamo.

Schignòtt legò al collo di Plè una cordicella; Apulinèr fece un fischio e dischiuse l'uscio. Per l'aperto quadrato, s'intravidero gli ori del tramonto. Lèdar, gracchiando, scese dal suo nido vicino al soffitto e s'involò innanzi ai due che prendevano il cammino silenziosamente.

Plè seguì con la coda bassa e si volse a tratti per tema che il selvaggio Miarù lo seguisse.

Ne l'aria si udì lo stormire dei pioppi sotto il vento della sera.

— Oh, uomini uomini! — esclamò Don Vitupèri che s'era fatto su la soglia e guardava il rosseggiare dei cieli. — Uomini uomini! Più vale un grillo e una formica e una monera anzichè tutta la vostra prosopopea.

Io mi chiamo l'Ultimo fra voi, ma la vendetta mi guida!

E tese le braccia scheletriche, alte sul capo, sogghignando.

CAPITOLO V.

Nel quale Divina piange un dirotto pianto per la soave Primavera.

Erano arrivate le prime canipaiuole, gli usignuoli e le capinere. Africa le aveva udite cantare fra le siepi del brolo, nelle notti in cui non poteva dormire perchè le lenzuola odoravano troppo acutamente di lavanda e passava la primavera la quale ha qualche perfidia per le zitelle che aspettano invano il guanciale compagno.

Gli alberi avevan posto la loro gaia animazione floreale ne l'aria azzurrina e il vecchio melo, che sorgeva con le sue rame vicino alla finestra della stanza ove dormiva la solitaria, sorrideva già nel suo bianco diadema, per le nozze feconde rinnovantesi ad ogni nuovo ritorno della dolce-prolificante sorella.

Era per l'aria l'invincibile languore primaverile che fa fiorire il viso degli adolescenti.

Africa passava le sue giornate, intenta ad agucchiare, muta e astratta nel suo unico pensiero d'amore e contava le foglie e contava le rame, e aspettava il sorgere delle stelle, sempre intenta a trarre il favorevole responso alla sua speranza dolorosa e continua.

Asia, la cupa Asia dai grand'occhi obliqui, dai miseri capelli e dalla grande magrezza stridente, poichè Europa aveva seguìto il suo ignoto destino, era divenuta più strana, più irascibile, più agitata. La sua voce suonava ora, alta e sovrana in infinite querele. Tutto le dava ragione di sospetto e di male, tutto l'accendeva di sacro zelo e paure incomposte le attraversavan la mente di continuo, nate da cause irrisorie. Ella era in moto per tutta la casa dai tetti alle cantine, e ciò dallo spuntare del giorno a l'ultima sera; giungeva trafelata, guardava la disposizione delle cose, lanciava qualche parola e ripartiva per altra mèta, per altre grida, per altre apparizioni trafelate.

Tutto il suo cuore e tutta la sua mente, erano in tale agitarsi; ella non vedeva più in là e le pareva sorreggere il mondo. D'altra parte, le agonie del desiderio nutrivano la sentimentale anarchia.

Asia sapeva che la sua stagione era giunta al termine estremo; sapeva che ormai dalla rossigna sera si levava l'addio che non ha ritorno, epperò gli ultimi assilli, le ultime tentazioni de l'amore le davano l'irrequietezza di chi non può tender le mani al piacere che trema nelle bianche gole delle vergini e zampilla dalla inesausta fonte della vita.

A l'opposto, America era calma e tranquilla perchè sapeva di essere desiderata. In tale pensiero, a volte, lo spirito si acqueta.

Ella era bionda e piacente, ne l'età dei frutti; aveva una bella persona propiziatrice e la primavera non le dava nè malinconie, nè esaltazioni.

Oceania, trillando come gli usignuoli e le capinere, guardava gli astri fatali, in attesa de l'annunzio della sua definitiva assunzione al marital dominio.

Le quattro figlie di Gian Battifiore, vive rappresentanti di una incorrotta ed incorruttibile fede politica, assistevano così, sole e fantasticanti, ciascuna in suo metro, alla stagione che gli uomini, ligi alle loro leggi tetragone ad ogni assalto, dovrebbero chiamare peccaminosa.

E Divina le guardava sospirando, e diceva in cuor suo:

— Quanta bellezza si perde! E gli uomini cantano alla luna!

Ella ci soffriva perchè era nella sua natura l'istinto de l'accoppiamento, istinto che a volte rasentava l'ossessione.

Così, negli occhi suoi, vagava una continua pietà per le padroncine che non potevano sapere niente.

Nel brolo c'eran le canipaiole che hanno gli occhi come due piccoli coralli e Divina ricordava che, sotto la sua casa di grossolane selci, udiva un tempo il fischio di Fiurù, simile al verso delle canipaiole. Le sue quattro ragazze (le teneva ella ne la sua materna protezione) chisà quanto dovevano soffrire per la ininterrotta solitudine!

E se qualcuna le avesse detto:

— Divina, aiutami!

Sarebbe andata in capo al mondo per far entrare di soppiatto l'amore, dove le consuetudini non volevano. Non era giusto forse? La nostra vita è breve — pensava ella — bisogna ben godersela come si può. Quando si è morti, è finita!

Ora, vedeva Africa sospirare per il conte Alfonso De' Bigamia; Asia e Oceania attendere a loro volta il sospiro che si rivolge a qualcuno e America perdere la sua bella giovinezza, nel sonno e ne l'insapienza.

Ciò le dava grande amarezza.

Verso sera, le figlie di Gian Battifiore, poichè la madre Veneranda usciva per le sue pratiche religiose e il padre era assorbito dagli interessi della popolazione, si riunivano in una stanza a terreno, che immetteva ne l'orto e, intente a qualche lavoro femminile, attendevano l'ultimo crepuscolo.

Divina era con loro.

Quella sera, come di consueto, disposte in semicerchio intorno alla porta, per ricever la luce direttamente, stavano chine sui loro lavori. Tre giorni erano trascorsi dalla notte fatale, e quasi un acconsentimento con la sorte era subentrato alla disperazione dei primi momenti; un acconsentimento doloroso, perchè pensavano esse ai paesi felici nei quali Europa fuggiva, guidata da l'amore forse, chè non credevano altrimenti.

Asia lavorava ad un'enorme calza nera; America era curva sul tombolo; Africa ed Oceania ricamavano, sopra una stoffa verde, un gran fiore giallo.

Divina le guardava in silenzio diritta ed immobile dietro loro.

Cigolò d'improvviso una girella rugginosa su qualche antico pozzo delle vicinanze.

— Dio!... — esclamò Asia portando una mano al cuore.

— Che cos'hai? — chiesero le sorelle levando gli occhi, sorprese.

— Questo rumore mi fa male!

Divina scrollò il capo in atto doloroso e disse:

— Povera figlia, povera figlia mia!

Il cigolio continuò per qualche minuto ancora, e fu seguito da una voce limpida, che, in impeto canoro, mandò un suo lungo canto ai cieli crepuscolari.

Poi Oceania mormorò:

— Sentite Neretta!...

Si udì da prima un mormorare sommesso, un picchiettìo di campanellini a pena tintinnanti nella lontananza; dipoi in un crescere, in un distinguersi, come per forza di vento, un gorgogliare, un trillare di un fischio caldo e pieno che si espanse in poche note, fiorì in appoggiature, si estese in cadenze e morì ad un tratto in breve trillio.

— Neretta fa il nido — disse Africa.

Neretta era la capinera che tornava ogni anno ne l'orto dei Battifiore.

E le sorelle in coro, su toni differenti, come un lamento, risposero:

— Sì!

Passò una pausa.

— Dove sarà Europa? — chiese poi Africa, sospirando.

E le sorelle:

— Chisà?

Seguì ancora il silenzio e la luce si spense sempre più dietro gli alberi, in grandi veli di porpora, fra sfumature violette e verdi e d'oro.

A poco a poco, si come il vespero avanzava, ciascuna delle sorelle abbandonò il lavoro e alzò gli occhi verso le alte rame e il cielo. Giunse il suono di un organetto, da una casa vicina, e un tumultuare di voci giovanili.

Divina, sempre immobile, udì e vide: vide le figlie sue impallidire, vide la traccia inesorabile del tempo sul viso di qualcuna, ricordò che la primavera è come un'alito, e che non si può far fidanza ne l'avvenire, sì che, di fronte alla sua impotenza presente, un grande scoramento la prese fino a darle il tremito del singhiozzo, fino a farla scoppiare in gran pianto.

Vespero era sorto fra le rame del melo.

— Divina? — fecero le ragazze volgendosi — Divina?

— È ingiusto! — singhiozzò la gigantessa, con la faccia nascosta fra le palme. — È ingiusto! Europa ha fatto bene!

— Divina!... — gridò Asia scattando.

— Sì — riprese l'ancella fra i singhiozzi — sì... perchè quando è passato il tempo... addio!... È un'altra cosa!...

La magra zitella, cupa ed arcigna, chinò la testa in silenzio nè replicò, perchè il languore, che è come un rettile avvolgente in infinite spire, l'aveva stretta d'improvviso, sotto i vivissimi occhi degli arguti desideri.

CAPITOLO VI.

Che serve d'intermezzo esplicativo.

Monsignor Rutilante, nel breve tempo che trascorse fra l'arresto di Gargiuvîn e la ricerca de' suoi complici, pose in opera tutta la sua attività per evitare lo scandalo.

Egli spinse la polizia su le orme degli anarchici, giacchè sapeva che, per dirigere la pubblica opinione in certi casi, basta muovere abilmente la prima pedina. Se da uno stormo, una pispola si getta nella pania, tutte la seguono di un grido.

Così avvenne alla popolazione ciarliera la quale si impigliò nelle reti de l'uccellatore mattiniero.

Ebbe il pasto per la sua fantasia, e, in buona fede, aiutò chi non era nelle sue grazie.

Monsignor Rutilante non avea proseliti fra gli uomini rossi; la sua cura era quasi esclusivamente di anime femminili, de l'alta aristocrazia e del popolo. Le donne accorrevano in massa alla parola del sacerdote fascinatore, dalla figura maschia e maestosa, dagli occhi neri e penetranti per assidua forza interiore, dalle folte sopracciglia, dalla sottile bocca piegata sempre in sorriso ambiguo, fra lo scherno e la benevolenza, e, di questo suo dominio, il benigno padre era soddisfatto.

A volte aveva destato una vera frenesia fra le sue ammiratrici, perchè rappresentava il Signore! La sua voce calda, dalle cadenze lente, avvinceva le donne che han seguito l'amore; poi era bello! Bello come una palma ieratica!

Il sacerdote solenne ebbe così in suo potere, nella piccola società in cui il suo dominio si esplicava, la donna, la quale, anche fra gli uomini rudi e battaglieri, rappresenta la brezza soave e Borea che scompiglia, scendendo con sibili dalle nubi tumultuose.

Alle sue parole di incitamento, le regine del fuoco rosseggiante fra gli alari, si votarono alla giustizia, con l'entusiasmo degli sfaccendati, per i quali la benchè minima causa è ragione di gran fiamma.

Inoltre la giustizia è donna: si trovò in famiglia così e sussurrò con le gravi-osannanti sorelle i proprii sospetti e le formidabili realtà.

Monsignor Rutilante circuì i liberi pensatori, nelle invisibili trame del suo esercito innumerevole che combatte a guerriglie e non ha temibili nemici.

D'altra parte Gian Battifiore aveva chinato il capo al destino e si era rassegnato a pagare il riscatto che gli anarchici avrebbero chiesto, forse, per rendergli la bella creatura scomparsa.

Europa era la sua intelligenza viva; era il ramo più forte della sua prolifica pianta, colei che si era adorna di ogni più squisita bellezza del sapere e poteva sostenerlo nelle sue difficili vie, ed essergli di consiglio e di aiuto.

Gli doleva ch'ella fosse stata vittima di occulte vendette; ma intimamente pensava alla grande dignità di dolore e alla nuova forza di potere che gli avean dato gli anarchici, vendicandosi in tal guisa della superiorità sua e del suo partito.

Dunque avevano necessità di colpirlo negli affetti, non riuscendo loro possibile altra via di vendetta?

Forte come uomo, più forte come capo di una falange ardita e battagliera, i dinamitardi non potevano aver l'ardire di prenderlo di fronte, e gridargli:

— Ora si veda fra noi, Gian Battifiore, chi vale più!

Ma oscuramente, eludendo la vigilanza, lo colpivano nel suo nido; nella persona più cara ch'egli avesse su la terra.

Tristi e dolorose necessità queste, nella vita; il destino, per esaltare una creatura, vuole sempre le sue vittime.

Così l'uomo calvo, che aveva nel sangue una terribile capacità vulcanica; il violento oratore dei comizi, assumeva di fronte agli estranei che si dolevano per la sua disgrazia, un contegno enigmatico, tanto che alcuni andavan sussurrando:

— Ma Gian Battifiore impazzisce!

Mentre in cuor suo, il libero pensatore, sentiva che la gloria lo trascinava su cime luminose; lo poneva nel suo nido di falco, fra le asprezze adamantine delle rupi; gli donava un trono, alto su la folla plaudente alla vittima delle segrete mene politiche, dei terribili odii di parte, delle oscure vendette settarie.

Europa, la gaia Europa, l'ultima nata fra le cinque parti del mondo, era stata sempre la sua dolcezza. Sbocciata di maggio, portava con sè la fortuna che rinnova, povera santa anima sua!

Prima, amore e dolce luce della triste casa; ora, vittima della grandezza di suo padre!

Bortolo Sangiovese, Bartolomeo Campana e Ardito Popolini non avevano abbandonato un istante il loro capo, dal giorno della disgrazia. Alla mattina erano ad attenderlo e lo riaccompagnavano la sera, camminando in silenzio, le mani dietro le reni e il capo chino.

Sui tre seguaci, si rifletteva un po' la gloria del doloroso.

E, al loro passare, tutti si facevan su le porte e sussurravano:

— Guardali, guardali!

Gian Battifiore era al centro, la corte si distribuiva ai lati. Solo Bortolo Sangiovese, ch'era piccolo e rotondo ed aveva le gambe cortissime, rimaneva un poco addietro e seguiva agitando le braccia, tutto acceso nel volto, ma felice di quel suo affrettarsi.

— Com'è pallido! — dicevano i curiosi segnando Gian Battifiore. — Pare abbia vissuto mill'anni!

E ancora:

— È una tempra d'acciaio. La sventura non lo vince!

Una domenica, giorno in cui gli uomini si guardano le vesti nuove e si aggreggiano abitualmente per le vie, in nome del Signore che si riposò, Gian Battifiore e i tre devoti al suo cammino, avendo occasione di traversar un quartiere popolare, si ebbero dimostrazioni di simpatia, prima da un gruppo di pochi operai, poi da una vera folla.

Fu allora che Gian Battifiore pronunziò il suo primo discorso dopo la triste sventura. Tanto commosse i fieri-urlanti ascoltatori suoi, che, quand'ebbe finito, Albena, una bella del luogo, si inoltrò recando un boccale azzurro, decorato di rossi festoni, e offrì al sindaco riluttante, col suo più bel sorriso, un bicchiere ricolmo del sanguigno vino che Bertinoro dalle vigne opime, profonde agli uomini che scalerebbero il cielo.

Gian Battifiore bevve al bicchiere di Albena e il popolo, a l'atto di fiera democrazia, plaudì frenetico; poi accompagnò, inneggiando alla rivoluzione ed alla scomparsa di tutte le monarchie, il sindaco fino alla sua abitazione e rimase sotto le finestre ad urlar canzoni ed evviva, finchè la notte non fu nei cieli.

Allora Coriolano, il donzello del Municipio, disse a Gian Battifiore:

— Tutto il male non vien per nuocere!

E Bortolo Sangiovese, rispose:

— È vero!

Un'altra volta, quattro ciechi che andavan cantando per le terre di Romagna, su fisarmoniche e vecchi violini sonori, le rapsodie di ignoti eroi, si fermarono sotto la casa di Gian Battifiore. Avevano improvvisato la nenia de l'odio e del ratto, ed ora venivano a farne omaggio al loro signore.

Così per molteplici esplicazioni, Gian Battifiore si vide accresciuto ne l'affetto e nella considerazione de' suoi simili e amministrati.

Egli non pensò di iniziar ricerche per rintracciare la figlia perduta. Di questo si occupava la polizia, sempre solerte e, per quanto i tentativi non avessero dato alcun risultato soddisfacente, nutriva fede nella buona riuscita delle cose.

Più lo preoccupava la sua fama. Al bene pubblico, un uomo superiore, deve talvolta sacrificare e i suoi particolari interessi e gli affetti famigliari ed ogni suo bene; in tale sacrificio sta la sua superiorità, il coefficiente primo che lo distanzia e lo diversifica dalla massa dei mediocri e degli intelligenti.

E Gargiuvîn, frattanto, nelle lunghe notti di sua prigionia, contava dalle strette inferriate, le stelle, chiedendosi serenamente se egli fosse per davvero l'uomo più folle fra la folle brigata rivoluzionaria.

CAPITOLO VII.

Qui fa la sua prima comparsa il Cavalier Mostardo negli uffici dell'«Aristogitone».

L'_Aristogitone_ era l'organo del partito repubblicano. Ne era anima e corpo, Ardito Popolini, mente eletta e temperamento entusiastico.

Egli aveva avuto l'idea di sostenere il partito con un giornale, il quale doveva essere ad un tempo: gogna dei disonesti, centro di combattività per l'idea del Maestro e palestra aperta ai giovani ingegni romagnoli, desiderosi di tentare il campo delle lettere e della politica.

L'_Aristogitone_ aveva due avversari: _Il Cataclisma_, organo dei socialisti rivoluzionari, che combatteva sotto l'egida di un motto piuttosto medioevale: _Quia nominor leo!_; e _La Vera Croce_, ebdomadario del partito clericale.

Ogni ingiuria creata ed ogni fantasia ingiuriosa che il clima della calda Romagna alimentasse, trovava in detti giornali sua stabile dimora per le ardenti e continue polemiche, nate da minime cause, divampanti in perenni incendii.

Ardito Popolini, allorchè fu per porre un titolo al suo giornale, frugò fra i suoi ricordi classici, perchè voleva togliersi dalle comuni denominazioni. Rimase incerto così fra i nomi di due eroi della libertà, dei quali conosceva le gesta: Armodio ed Aristogitone. Armodio si prestava troppo ai facili giuochi di parola degli avversarii; la scelta cadde su Aristogitone.

Quantunque avesse pensato a Vercingetorige, non lo elesse a vessillo, che gli parve troppo barbaro.

Spiegò a' suoi lettori l'essenza del suo eroe e affisse, su la porta della redazione, un cartello sul quale era stampata la seguente dicitura:

_Redazione dell'ARISTOGITONE_ (*)

(*) ARISTOGITONE E ARMODIO ANTICHI GRECI FAMOSI PER LA LORO ARDITA CONGIURA CONTRO GLI ODIATI TIRANNI IPPARCO E IPPIA FIGLI DI PISISTRATO L'USURPATORE OGNI BUON REPUBBLICANO ONORI LA MEMORIA DEI RIBELLI

Ciò per chi non sapeva. Naturalmente, Aristogitone divenne popolarissimo tra gli uomini rossi. In tal guisa Ardito Popolini dimostrò la sua coltura e la sua originalità e fu gran colpo per gli avversari.

Ora frequentava gli uffici del giornale, i quali consistevano in una sola camera a pianterreno, il Cavalier Mostardo.

Il Cavalier Mostardo aveva quarant'anni.