Part 5
L'assessore della pubblica istruzione Bartolomeo Campana, fervido studioso delle orazioni di Cicerone dalle quali desumeva le veneri della sua oratoria, pronunziò uno de' suoi più applauditi discorsi. Dato uno sguardo alle finanze del Comune, da un lato e a l'accrescersi della miseria e dei bisogni della popolazione, da l'altro, disse ch'era ormai tempo di lasciare in pace i morti per occuparsi con maggior serietà dei vivi.
Alla foga demagogicamente irruenta del suo discorso, il pubblico rispose con grida osannanti.
Il Maraviglia e l'Arrubinati furono pure contrari al progetto. Bortolo Sangiovese per amore del sindaco e Ardito Popolini per tattica prudenza, si astennero.
Contuttociò l'idea del conte Agesilao De' Lavilla segui una sua via trionfale onde furono decretate a Gerolamo Parvenza solenni onoranze.
Si diramarono circolari-invito ai quattro punti cardinali: si stabilì un programma di feste per intrattenere i forestieri che sarebber giunti in istraordinaria affluenza; si dotò il teatro comunale per avere una breve stagione d'opera; si bandiron concorsi ippici, gare ginnastiche, feste popolari, e Bortolo Sangiovese il quale appena in quei giorni ebbe nozione del suo illustre compaesano, lanciò la proposta di bandire una grande fiera di bestie. L'idea non attecchì data la solennità de l'avvenimento.
Gian Battifiore, novello Bruto, sacrificava così a l'amor del paese i figli suoi.
In quei giorni, volgevan le calende di maggio, fra discorsi, ricevimenti, preparativi e sorveglianze, non aveva trovato tempo neppure per il suo quotidiano nutrimento!
Gerolamo Parvenza lo aveva assorbito; Agesilao De' Lavilla gli era sempre alle calcagna.
Erano giunti frattanto gli scienziati tedeschi rappresentanti varii Istituti ed Accademie: Fredrich Hoblein, Heinrich Krapffer, Sigmund Hoërgritz.
Il primo, Fredrich Hoblein, professore de l'Università di Lipsia, era presidente di venti istituzioni scientifiche, membro un po' di tutte le Accademie del mondo. Profonda celebrità, intelletto insuperabilmente vasto, dottrina incoercibile. Ove lucesse un lume di civiltà ivi era il nome, volava la fama di Hoblein, torre d'avorio incorruttibile al tempo.
Seguiva Heinrich Krapffer prototipo del genere co' suoi grandi occhiali cerchiati d'oro, rotondi come due lenti da lanterna; biondastro, obeso, solenne. Egli era filosofo naturalista; nato a Wolfenbüttel professava a Gottinga. L'opera che aveva destato un mormorio intorno al suo nome s'intitolava: _Quadri comparativi degli alfabeti dei varii popoli_. Per condurla a termine aveva impiegato venticinque anni votandosi al celibato ed alla castità. I varï popoli, riconoscenti per i rispettivi alfabeti, l'avevan fatto salire in somma gloria.
Veniva terzo ed ultimo Sigmund Hoërgritz, uomo che pareva l'emanazione diretta della tranquillità e della pazienza. Portava un soprabito bluastro orlato accuratamente ai bordi da un nastro nero; un cappelluccio rotondo e floscio, adorno da una piccola penna ricurva; gli immancabili occhiali e le scarpe coi chiodi.
Sigmund Hoërgritz aveva il viso rotondo, gli occhietti chiari e pareva sempre assunto alla maraviglia delle maraviglie. Egli era celebre come i compagni per un'opera grandiosa: _La storia degli uomini e delle bestie_.
L'autore non aveva trovato fra gli uomini persona il nome della quale fosse meritevole di andar unito nei secoli a l'opera sua onde, preso da subita ispirazione, l'aveva dedicata al Signore Iddio Re degli Universi.
Per la città gaia di sole, di stendardi e di bei visi di donna; sonora di voci bronzee, di voci umane osannanti al bel maggio, divino amante; per la città vegliata dalle lunghe ombre degli insigni campanili, rosea e bianca come una adolescente che il bel tempo innamorato non raccoglie, gli scienziati andavano sogguardando e il cielo e i monumenti, scortati da un corteo di monelli che il conte Agesilao De Lavilla e Bortolo Sangiovese cercavano invano di scacciare a cenciate, quali mosche importune.
Erano su la piazza maggiore, dinnanzi a la chiesa di San Viminale di maravigliosa eleganza per l'esile campanile diritto come albero di nave, lanciante fra il vago sciamar delle nubi e dei cirri, fra il volo dei colombi e l'azzurrità chiara de l'infinito, il suo cono roggio e verdastro sormontato da una croce di ferro aperta in eterno stupore innanzi a l'immenso.
— Questa — diceva il conte Agesilao in pessimo francese — è la chiesa più antica della città. La sua fondazione si perde ne la notte dei tempi. Il primo ricordo che se ne abbia, risale all'893. Apparteneva allora ai monaci cluniacensi. Grandi venture si ebbe nei numerosi secoli di sua esistenza. Fu quasi distrutta dall'incendio, fu ricostruita e s'ingrandì a mano a mano nel tempo. La facciata, come è ora, fu compita nel 1646, naturalmente non serba che pochissime traccie dell'antico splendore. Quando il seicento è passato restaurando, addio bellezza!
— Addio bellezza! — ripetè Bortolo Sangiovese tanto per interloquire qualche volta e far notare la sua presenza ai tre ospiti illustri. In verità egli non concepiva come si potesse ammirare un vecchio muro nerastro il quale d'altro non aveva bisogno se non d'essere intonacato, chè, così nero, era una vera indecenza. Comunque fosse ascoltava pazientemente le fole del conte Agesilao, con la rassegnazione particolare alle cariche autorevoli.
I monelli facevano attorno a loro un gran vocìo ridendo e segnando a dito in particolar modo Sigmund Hoergritz per il suo cappellaccio olivastro e rotondeggiante.
— E questo è il campanile — riprese il conte Agesilao — antica opera muraria pregevole di grazia e d'eleganza. Ne fu cominciata la costruzione nell'anno 1178 e fu compiuta nel 1180. In soli tre anni si elevò dalla terra a dominare la magnificenza dei piani vastissimi. Lo stile è lombardo. È alto settantacinque metri o poco più. Gli uomini ne deturparono in parte l'aspetto primitivo.
I tre scienziati del nord stavano col capo a l'aria, ammirati dalla grazia della esile guglia eretta a dominio ne l'alto medioevo.
— La fede per la quale sorse l'ha salvato da rovina — soggiunse il conte Agesilao. — L'ombra sua coprì stragi e tripudii; vide barbari dominii e libero governo repubblicano; vide alte le aquile imperiali e gli stendardi che il popolo eresse a grida, i rossi stendardi dalle bianche croci che segnavano le libertà repubblicane!
— Bravo bravo! — esclamò Bortolo entusiasmandosi al sacro nome del suo desiderato governo; e l'Hoblein, molto freddamente, quasi avesse udito un qualsiasi brano del Baedeker, soggiunse:
— _Très bien_.
L'assessore de l'annona gli lanciò un'occhiata feroce.
Seguirono per la grande piazza innondata di sole e il conte Agesilao, animandosi sempre più, nonostante la fredda cera degli illustri ospiti, dimostrò come la bella piazza fosse stata campo di grandi stragi, di insigni esaltazioni e di giostre e di quintane e di palii trionfali. — Se vide dilagare il sangue — soggiunse — se per l'aria la campana del popolo lanciò le sue grida d'allarme che corsero dai colli al mare e destarono ogni capanna; se gli uomini fecero scempio di uomini nel giro delle mura severe, sotto l'ombra delle alte grondaie su le quali si era annidata la morte, anche vide trionfar primavera, la bella piazza che cerchia un breve orizzonte, e vide passar carri e cavalli e bardotti coperti di acciaio e di argento; di ori scintillanti e di gemme, fra i suoni delle baldose, dei liuti e il ritmo lieto dei caribi. Vide i bei torneamenti, le magnificenze imperiali, le porpore, i broccati e le sete delle quali andarono adorne le dilettose giovanette al tempo in cui ogni bella cortesia fioriva per l'amore gentile; ella fu la terra madre di tutta una gente, il grande altare sacro all'ignoto Dio degli umani destini. Solitario orto un tempo, corso dai cantici gravi dei monaci cluniacensi, campo di orgogli e di bellezza di poi, di aspre violenze e di primaverili conviti; altare in cui fluì il sangue e si sparsero fiori, in cui giacquero i vinti, la faccia rivolta al cielo profondo e sul quale volarono canti propiziatori di amplessi fecondi; altare in cui gli uomini, arrovellandosi e accarnandosi, invocarono il cielo e la morte; l'amore e la morte; ara misteriosa nella quale tutta una gente esaltò la sua forza e la sua eterna paura: Iddio!
Il conte Agesilao De' Lavilla trasse un gran sospiro e Bortolo Sangiovese, l'assessore de l'annona, rimase con gli occhi sbarrati e luccicanti, il viso congestionato dalla commozione intensa. Solo, dopo qualche secondo, strinse vigorosamente la mano al conte Agesilao e gli disse in tono enfatico e solenne:
— Sei grande!
Gli scienziati speculavan un piccolo arco di luna, navicella d'argento, che scendeva fra nuvole ed aria verso il suo nido negli alti grani maggesi.
Poi, come passavan cantando due giovanette belle, in tutto quel sole d'oro, Hoergritz si rivolse al conte Agesilao e gli chiese:
— _Connaissez vous le folk-lore de votre pays?_
Il conte fu preso da un certo imbarazzo e rispose:
— _Non monsieur, mais_....
Si arrestò perchè, volgendo gli occhi, aveva veduto Augusto Regida che li sbirciava poco lungi, sorridendo.
— Regida, Regida? — chiamò il conte accennando con la mano. Il giovane si avvicinò.
Fatte le debite presentazioni disse Agesilao De' Lavilla:
— Senta, caro Regida, questi signori vorrebbero sapere qualcosa circa il _folk-lore_ romagnolo, ella che è profondamente erudito....
— Prego! — fece inchinandosi con schernevole sorriso il Regida.
— Me lo lasci dire — riprese il conte — lo merita! Ella che è profondamente erudito può dar loro gli schiarimenti che desiderano. Vuole?
— Ma certamente!
E il Regida compiacque il desiderio degli scienziati i quali lo ascoltarono con molta deferenza.
Giunsero così a passo a passo ad una piccola piazza nella quale si teneva il quotidiano mercato delle erbe. V'era molta folla; un gridìo assordante si levava fra il trascorrere di terribili cortesie. In Romagna ogni insolenza ha valore di squisito augurio.
In lunga fila erano schierate le ortolane sedute sui loro piccoli carri, sotto immense ombrelle bianche, fra monti di legumi, di frutta e di verdura; fra scintillar di colori e di sole e chi andava, chi veniva, chi si soffermava gridando. Tutti gridavano a gola aperta quasi temessero non essere uditi dal vicino, quasi volessero comunicare ai circostanti la loro ragione, onde più e più cresceva il frastuono con l'accrescersi della folla. In tutti quei volti accesi, era una ebbrezza di vita gagliarda.
Grandi mucchi di ciliegie e di albicocche e di pesche duracine mettevano la loro nota gaia nel sole; i frutti degli orti e dei giardini dei quali la città si coronava come di un bel diadema.
E i monelli ronzavano intorno a tutto quel bene, a quella festa, a quella dovizia inutile per loro; ronzavano come povere pecchie a cui toccano appena gli avanzi.
Andaron quattro fanciullette bionde tenendosi per mano ed eran tutte un sorriso, vieppiù chiare che l'alba del giorno. I visetti belli e luminosi, gli occhi festevoli e ridenti. Avevan su le orecchie, a pendenti, gruppetti di ciliegie martelline come rubini e gridavano saltando:
— Son venute le ciliegie martelline che hanno sapore d'uva paradisa!...
Passarono come una folata di vento.
Gli scienziati speculavano la massa. E chiese l'Hoergritz indicando una fila di ragazze:
— Chi sono quelle?
— Quelle sono le _coefore_ — rispose Regida sogghignando — le portatrici di libamenti e mercanteggiano i cibi per la mensa.
Augusto Regida aveva intuito la grazia di linguaggio confacentesi a menti sì erudite onde si compiacque far pompa de' suoi ricordi classici e riferirli, a dritto o a torto, a cose presenti.
Un tronco di colonna, abbandonato fra l'erba, disse appartenere a un gran tempio di Giove statore; del qual tempio non si aveva ricordo se non nella leggenda popolare e in un palinsesto del secolo quinto.
Aggiunse che in alcune canzoni del popolo si nominava ancora Giove quale datore di ogni bene.
Parlò della città romana e della repubblica popolare che fu già grande nel medioevo sì che la città rossa, per feudi e castella, dominò su gran parte della Romagna.
— Gli astrologi del tempo — soggiunse — pronosticarono che il Governo Popolare avrebbe avuto qui sua stabile dimora. Ricorda conte Agesilao? Dice il cronista:
«_Nell'anno 1381 apparve un segno in l'aria a modo d'una lampida da fuoco, e avea direto a modo d'una coda de fuoco conio lancie grosse_...» Eccetera. Dall'apparizione trae gli auspici.
Videro poi le chiese e il po' che avanzava dei maravigliosi affreschi di taluna fra esse.
— Ringraziamo il cielo — aggiunse Regida — che qualcosa si sia salvato perchè dove è un'opera d'arte ed un prete, ivi sono due nemici inconciliabili!
— _Mais_ — chiese Sigmund Hoergritz — _on n'aime pas l'art en Romagne?_
— Ecco — rispose Regida sbirciando il conte e Bortolo Sangiovese — i romagnoli sono gente pratica: amano il buono ma non il bello. Ad un quadro preferiscono una moggia di grano. Intendiamoci, ogni legge ha la sua eccezione. Il conte Agesilao, ad esempio, è tra coloro che difendono il nostro patrimonio d'arte dall'eccessiva praticità dei cosidetti _popolari_.
Bortolo Sangiovese tossì e torse il niffolo.
— Sicuro. Guardi ad esempio: la parola _artigiano_ in dialetto romagnolo non esiste: esiste bensì la parola _artista_; ma non s'inganni; gli artisti per il nostro gaio-osannante popolo sono i falegnami, i fabbri, i calzolai _et similia_. Un catenaccio, un tavolino, un paio di scarpe sono, per ogni buon romagnolo, opera d'arte perchè di indiscussa utilità: il resto... è letteratura!
La cosa mise un po' di malumore Bortolo Sangiovese il quale mormorò fra le labbra:
— Esagerazioni!
— Nient'affatto, verità! — rispose Regida.
— E sta bene! — soggiunse il rotondeggiante repubblicano il quale, per aver combattuto con Garibaldi, adottava il suo intercalare.
La città fu esplorata minuziosamente in lungo ed in largo; tutto ch'ella poteva offrire alla curiosità dei dotti alemanni, offrì; anzi più si rivelò che non fosse possibile supporre.
In un quartiere eccentrico, poi che gli scienziati uscivano da una vecchia chiesa, s'imbatterono in una torma di marmocchi i quali, con le rispettive camicie occhieggianti da l'apertura posteriore delle brache, infervorati di belligero ardore andavano cantando a squarciagola:
_Con Mirabelli_ _Noi vogliam marciar!_...
Trascorrevan così sotto al sole di primavera sempre più animandosi allorchè, da un vicoletto, sbucarono altri monelli i quali, udita la canzone dei compagni, si dettero a gridare a contrapposto:
_Con Enrico Ferri_ _Noi vogliam marciar!_...
Le due schiere urlanti si diressero l'una verso l'altra cercando soppraffarsi con la vigoria delle voci. Allorchè si scontrarono, tacquero un attimo; poi da ambo le parti, per reciproco saluto di guerra, si levò alto e sonoro quello special suono che Dante udì in Malebolge, usato a vaga salutazione da Barbariccia, capo della decina.
Al qual suono i dotti alemanni corrugarono il supercilio.
CAPITOLO X.
Dove si cantano gli osanna.
Gian Battifiore dette gli ultimi ordini necessari perchè la solenne commemorazione filasse a buon vento, senza inconvenienti.
Gli operai avevan finito di erigere le grandi tribune per il pubblico, per le autorità, per la stampa; la cattedra per gli oratori, i seggi speciali per il sindaco e per i suoi seguaci.
Lavoro faticoso fu quello degli adobbi (nei quali dominò il rosso, un rosso vivo di carminio puro) e molta cura richiese la diramazione degli inviti. Quali posti si dovevano serbare alle autorità civili e militari, ai rappresentanti del Governo monarchico? Lungo fu il dibattito, lunghe le querele e i disaccordi. Ardito Popolini voleva dare carattere politico alla commemorazione. Gian Battifiore era di opposto consiglio. Poi si trattava del suo decoro; egli doveva dimostrarsi ospite compito. Così... si esclusero i clericali.
Si invitò l'aristocrazia, la grande e la piccola borghesia, il corpo insegnante, il questore, il prefetto, il generale. Un grande strappo alla fiera coscienza repubblicana!
Ora le cose erano a l'ordine e nel recinto erano giunti già: il collegio convitto, l'asilo infantile, la musica e alcuni invitati, in ordine sparso, i quali si sbandarono qua e là per le tribune.
Gian Battifiore guardò l'orologio ogni cinque secondi passeggiando su lo spiazzo vuoto fra le tribune. Lo seguivano a qualche distanza Ardito Popolini e Bartolomeo Campana, assessore della pubblica istruzione. Essi conversavano animatamente. Tutti indossavano il soprabito di prammatica. Gian Battifiore aveva anche la fascia sindacale; ma la teneva accuratamente celata sotto al soprabito perchè non dovevano rifulger sul suo petto gli aborriti colori de l'insignificante monarchia.
Suo pensiero, molto apprezzato dal Popolini, fu quello della bandiera. Era necessario inalberare una bandiera sul recinto della commemorazione e Gian Battifiore la inalberò, ma avvolta in guisa da sembrar tutta rossa. Gli uomini vermigli ne impazziron di gioia.
Ora rideva il sole, (rideva, diciamo così, poichè lo vogliono fare ridanciano il severo padre de l'infinito) e su la terra passava primavera.
Dalla torre del palazzo comunale giunsero dieci tocchi di campana. Gian Battifiore guardò l'orologio, forse per la centesima volta, si soffermò aggrottando le ciglia poi si volse a Popolini e a Campana che lo seguivano:
— L'invito è per le dieci e mezzo mi pare?
— Si.
— Sono in ritardo gli invitati.
— Ma non tanto. Guarda un po' intorno.
Le tribune cominciano ad affollarsi.
Breve pausa.
— A proposito — riprese Gian Battifiore — ci siamo dimenticati di una cosa!
— Quale?
— Chi riceve gli invitati?
— Nessuno! — disse Popolini.
— Nessuno! — soggiunse Campana.
— Ma come, e vi pare cortese? Chi indicherà loro il posto assegnato?
— Il donzello del Municipio: Coriolano.
— Sicuramente! — chiosò Campana.
— E vi pare cortese?
— Cortesissimo. Noi siamo democratici e non potremo mica ossequiare l'aristocrazia!
— Ma che aristocrazia d'Egitto! Ritorniamo da capo? È questione di gentilezza! Verranno molte signore e diranno poi che siamo asini e villani. Bisogna provvedere e subito!
— Io non vado! — esclamò Ardito Popolini.
— Neanch'io — aggiunse il Campana.
Gian Battifiore si strinse la fronte fra le mani.
— Guarda — riprese il Campana — c'è il Cavalier Mostardo laggiù, possiamo mandar lui.
Gian Battifiore scrollò le spalle senza rispondere. Poi, alzando gli occhi, vide un nuovo arrivato ed ebbe un'idea felice.
— Ecco il mio caso! — mormorò, e si diresse con le mani tese verso il conte Alfonso Bigamia. — Caro conte devi farmi un grande favore! — gli disse stringendogli le mani con effusione.
— Anche due se posso.
— Devi incaricarti di ricevere le signore e le autorità.
— È solo questo che vuoi?
— Sì.
— Sarà fatto.
E il conte si avviò.
— Ascolta — riprese Gian Battifiore — se credi può aiutarti Coriolano!
— Non ne ho bisogno — rispose Bigamia sorridendo.
— Belle storie! — fece Ardito Popolini bofonchiando.
— Povera democrazia! — aggiunse Bartolomeo Campana; ma questa volta Gian Battifiore non udì o non volle udire.
Giunse Veneranda con le figlie; quattro eleganze sotto al sole. Asia vestiva di giallo, un giallo cupo come quello delle zinnie le quali, per chi non lo sa, sono fiori molto sciocchi che adornano i giardini eleganti. Era pallida, cupa, accigliata e guardava il suo simile con l'ira repressa e feroce delle vecchie e brutte zitelle.
Giunsero le signore de l'aristocrazia in vesti estive; tutto uno sfolgorìo di bianco, di rosa e di celeste chiaro si espanse. Il recinto si animò pei colori e la festevolezza che portati seco le belle donne, ovunque. Giunsero gli studenti, gli assessori, il prefetto, ii generale; ogni bellezza ed ogni autorità fu presente al solenne consesso.
Il recinto per il popolo era gremito, urlante, ossessionato. Tale recinto l'aveva voluto Ardito Popolini ed ora se ne trovava quasi pentito, vista la mala grazia de' suoi umili fratelli in fede repubblicana.
Infatti, per passare il tempo, i rappresentanti più interessati della democrazia si erano empite le tasche di semenza, di lupini, di ciliegie e di ogni sorta di ghiottonerie vegetali! Poi tanto per dimostrare come il loro rispetto per Madonna Cortesia fosse intenso e come, per isquisiti sentimenti di delicatezza andassero essi evolvendosi verso l'ideal forma di perfezione per la quale qualche Grande sognò inutilmente, gettavano i noccioli e le buccie nella cattedra degli oratori, nelle tribune delle autorità, nello spiazzo occupato dalla musica.
Ardito Popolini li redarguì ma per poco, che qualcuno, più animato degli altri, rispose a' suoi consigli gridando:
— Abbasso la borghesia!
Un bubbolio sordo si levò dalla massa.
Gian Battifiore ch'era poco distante ed udì, si volse di scatto, sbarrò gli occhi e disse forte:
— Ancora un grido come questo e faccio sgombrare il recinto!
Risposero voci di assentimento e di protesta, poi due semplici pennacchi rossi che ondeggiarono sul tumultuare dei grandi cappelli a enormi tese, bastaron a ristabilire la calma.
L'incidente passò inosservato al pubblico delle tribune, ebbro della festevolezza che dànno le mattine placide e serene, le ineffabili mattine primaverili.
Ne l'ampia corona dei due steccati che si svolgevano ad arco e innanzi ai quali erano eretti i palchi per gli invitati, fulgeva tutta la sana, la forte bellezza romagnola.
Il convegno aveva chiamato dalle città vicine, liete comitive di signore e di giovani e la rossa città del piano se n'era improvvisamente animata.
La cosa insolita inorgoglì Gian Battitore il quale vide come non solo egli potesse essere valente e temuto uomo di parte, ma anche abile organizzatore di piacevoli conviti.
Gian Battifiore aveva qualcosa più dei cinquantanni e i gravi pensieri che incombono ai guidatori di greggi lo tenevano sotto il loro dominio; pure come poteva non essere distolto dalle sue cure e affascinato da tutta quella luminosità di bellezza che dava come un desiderio vago di moltiplicarsi a l'infinito per tutto abbracciare? C'erano visi sì intensi d'espressione, occhi sì grandi e neri, bocche che parevano l'amore istesso e persone velate da ineffabili eleganze che... ah! il popolo era una gran brutta bestia in paragone!
Quasi quasi si sentiva aristocratico ne l'anima; sì, che dopo tutto nessuno la vedeva ed egli poteva foggiarsela a sua posta, secondo i suoi desideri. I poeti fanno altrettanto. L'anima è un'espressione elastica; è come l'onore.
Così girava gli occhi estasiato. Un giovane amico elegante, Isidoro Quarti, gli diceva i nomi e le particolarità delle intervenute.
— Quella è la contessa Maria Agiolesi; una statua; vede? L'ufficiale che le sta accanto è l'amante suo. Il marito è più giù, guardi, vicino allo stendardo; parla col prefetto.
L'altra, discosta un palco, è la Sinibaldi, la famosa Sinibaldi, la bellezza più superba della nostra terra, sindaco! La guardi bene.
Gian Battifiore aguzzò lo sguardo, stette un attimo estasiato poi esclamò:
— Maravigliosa!
E Quarti continuava:
— Poi la Simetri, la biondissima: Annalena Vanni che ispirò tutto un poema d'amore; la contessa Beatrice Marella, fiore degli stagni. Oh! Guardi Marinella Albisi, la contessa Marinella: quella in celeste, vicino al palco del generale. Le piace? È il viso più squisito ch'io mi conosca!
Poi a voce più bassa:
— Il povero Vallata si uccise per lei.
— Davvero? Per una donna? — fece sdegnosamente Gian Battifiore.
— Per quella donna! — rispose Quarti.
Gian Battifiore rimase un poco perplesso fissando la soavissima creatura e mormorò:
— L'uomo è sempre una bestia!
L'enumerazione piacevole continuò per qualche tempo, poi Quarti stava per dire:
— E quella...
Ma il sindaco affrettandosi concluse:
— Quella la conosco troppo, troppo bene!
Volse le spalle e se ne andò. Il Quarti gli aveva indicato il viso cupo, arcigno, sparuto di Asia, la tragica sorella dei tramonti novembrini, la dolorosa immagine del costretto rifiuto.