Gli Uomini Rossi: Romanzo

Part 11

Chapter 113,667 wordsPublic domain

E siccome, ne l'esaltazione crescente, la frase del Popolini si arrotondava acquistando sveltezze procaci, lampeggiamenti e plasticità tentatrici, gli ascoltatori, facili alle veneri oratorie, scattavano di tanto in tanto in applausi, poco curandosi se il periodo s'interrompeva a metà e il senso comune prendeva i cocci. Tanto, a detta stessa del Popolini, il senso comune era il giudizio irriflessivo di tutto uno stupido gregge; non valeva dunque la pena di accalorarsi per lui.

Erano adunati nel _Caffè dei Girondini_ e si pigiavano attorno a l'oratore o, dispersi in fondo alla sala, ascoltavano seduti, sorbendo la loro bibita, circa un centinaio di repubblicani, giovani per la maggior parte, alcuni giovanissimi e accesi tutti di sacro ardore.

Visi fieri, accigliati: cravatte rosse; lunghi capelli spartiti, come in giube leonine, ombreggiati dalle vaste tese dei cappelli flosci gettati sul capo quasi con dispetto civettuolo.

E tutti avevano il loro ciondolo, recante il ritratto di un capo repubblicano: di Garibaldi o di Giuseppe Mazzini. Alcuni l'avevano adottato come spilla, altri come fibbia al cappello, altri come decorazione; ed uno ve n'era, giovane repubblicano di stirpe repubblicana: Ribelle Libertà Giovanelli il quale, per avere il sopravvento sui compagni, e per dimostrare l'altezza della sua fede, aveva sostituito agli umili bottoni del suo vestiario, tante piccole reliquiette rotonde dalle quali, attraverso un cristallino, trasparivano i ritratti in miniatura dei principali repubblicani, da Platone in poi.

Così Ribelle Libertà, oltre essere un'espressione altamente repubblicana, era anche un utilissimo sunto di storia.

Oltre ai ciondoli, qualcuno mostrava le calze rosse: altri aveva, poichè la calda estate col suo nimbo di mosche avanzava, in luogo del panciotto, una larga fascia vermiglia; altri portava a l'occhiello garofani, gerani, papaveri, del più bel scarlatto. E compivano il loro assetto, con grossi bastoni, atteggiandosi alla guisa di coloro che son pronti a l'assalto se una voce li inciti.

Il loro Caffè aveva assunto quella esterior forma che più si confaceva ai gusti di sì vulcanica stirpe.

Nella scansia troneggiante nel fondo, dietro al banco vegliato dalla _cittadina_ Ragione Verlenghi, la proprietaria, si allineavano in buon ordine, su varie file, parecchie dozzine di bottiglie della più strana foggia. Ciascuna d'esse rappresentava, a suo modo, il busto di un uomo caro alla repubblica; busto il quale, per necessità di cose, terminava con una breve appendice chiusa da un bel tappo rigonfio e dorato.

Chi fosse entrato nel Caffè, inconscio della cosa, avrebbe potuto supporre di trovarsi in un nuovo originalissimo museo ove fossero accolte nobili persone costrette a portare col cercine uno strano carico.

Sui muri bianchi della sala bislunga trionfavano poi, fra gruppi di ghirlande d'alloro, oleografie di Garibaldi, di Mazzini, di Ermellini, di Saffi, di Cavallotti, di Imbriani, ecc.; oleografie che Madonna Ragione ricopriva l'estate con garze color rosa perchè le mosche non vi lasciassero irriverentemente le schiere dei loro puntini.

Completava l'insieme un affresco del soffitto, affresco rappresentante una figura enorme vestita alla foggia romana, ricoperto il capo dal berretto frigio.

Ora Ardito Popolini, inesauribile oratore, continuava a tessere le lodi del candidato repubblicano e avrebbe continuato chi sa quanto ancora, dimentico di tutto, se, in una sosta, una voce d'avvertimento non si fosse levata dal gruppo degli ascoltatori.

— Ardito, sono le quattro; c'è il discorso di Livio Merate al teatro Chenier.

Al subito richiamo, l'ardente tribuno troncò a mezzo la sua concione, discese dalla tavola e si volse in giro battendo le mani.

— Ragazzi?... Presto, al teatro Chenier. Parla il nostro candidato.

In un battibaleno il _Caffè dei Girondini_ si vuotò e la folla schiamazzando empì la via del Passo, diretta al prossimo teatro.

Vi fu chi, passando innanzi al _Caffè della bandiera_, volse occhiate di scherno alle persone ivi accolte; ma rapidamente chè Pietro Ramelli, ritto su la porta, vegliò con gli occhi torvi, nero come la più nera tempesta. E sapevano i repubblicani che l'uomo grave d'anni, ma forte ancora in tutta la sua vigorìa, non avrebbe temuto, ne l'impulso de l'ira, di cimentarsi con tutta una folla. Era il Ramelli come un ariete bronzeo, cieco ne l'impeto e di straordinaria violenza.

— Dove vanno? — chiese il vecchio cieco che ascoltava.

— Al teatro Andrea Chenier. Parla il loro candidato — rispose Urbini.

— Bisognerebbe render loro pan per focaccia! — fece il Ramelli volgendosi — L'altro giorno non vennero forse appositamente al coso... al teatro Comunale, per fischiare Giacomo Albenga?

— Chi ha più educazione l'adoperi — rispose Sandro Ancona, il cieco.

— In tempo di lotta politica non v'è educazione che tenga. Chi fischia sarà fischiato. Io coso... io vado, chi viene con me?

Mentre Pietro Ramelli si volgeva, interrogando con lo sguardo i compagni e molti già s'eran levati per seguirlo, passò dalla strada un gruppo di giovanotti, che si soffermò innanzi al _Caffè della bandiera_.

Era a capo della schiera Teseo Alvisi, studente di medicina, piccolo e forte, dal viso energico.

— Dove andate? — chiese Antonio Viminèdi.

— Andiamo al teatro Andrea Chenier. Andiamo a fischiare, guardate! — ed estrasse un'enorme chiave. — Chi viene? — soggiunse.

La schiera adunata da Pietro Ramelli si confuse con quella de l'Alvisi e partirono in silenzio. Al teatro si divisero fra la platea, il loggione e i palchi. Pietro Ramelli, Teseo Alvisi, Giacomo Verati, Bartolomeo Vienni, occuparono un palco di proscenio, al prim'ordine. Non appena entrarono, tutti gli occhi si rivolsero dalla loro parte e siccome l'oratore aveva già cominciato la sua arringa e i nuovi venuti, col loro entrare, coprirono un po' la sua voce, si levò un coro di zittii e qualche:

— Alla porta i disturbatori! — che non ebbe altro effetto se non quello di far sorridere Teseo Alvisi. Il qual Teseo Alvisi, per rendere nota al pubblico la sua intenzione, estrasse da una tasca l'enorme chiave che avea portato seco e la posò con lento gesto sul parapetto del palco.

— Questo è il mio binoccolo! — disse ad un tipo che stava sotto al palco e lo guardava con minaccia.

— Bada alla tua pelle! — rispose lo sconosciuto.

— Non temere, ne ho molta cura e ho anche la _canterina_ a dodici colpi.

— Silenzio! — gridarono dal palco vicino. E altri:

— Alla porta i disturbatori!

— Fuori i codini!

— Alla forca!

— Non vogliamo gli sfruttatori!

— Abbasso i borghesi!

— Fuori fuori fuori!

A tale impeto di ribellione e al pandemonio che ne seguì, Livio Merate interruppe il suo dire onde la furia popolare si volse più intensa verso il palco di proscenio nel quale erano apparsi i quattro monarchici.

Teseo Alvisi e Pietro Ramelli, ch'erano innanzi, non si scomposero. Ascoltarono per qualche secondo il diluvio d'invettive a loro dirette poi, mentre l'Alvisi con gesto lento e composto, presa l'enorme chiave l'avvicinò alle labbra e gonfiando le gote mandò un sibilo acutissimo, Pietro Ramelli afferrata una sedia, la levò sul capo e, sporgendosi, gridò a coloro che s'erano minacciosamente aggruppati vicino al palco:

— Al primo che fa un passo rompo la testa come a un cane!

Sì bene si leggeva l'intenzione del vecchio capitano che nessuno si mosse.

L'intervento dei pennacchi rossi e la minaccia di far sgombrare il teatro, rimisero un po' di calma negli animi; ma calma fittizia.

Gli urli si spensero a mano a mano in un brontolìo sordo che si perse completamente allorchè Livio Merate accennò a riprendere l'interrotto filo del suo discorso. La voce tonò alta e musicale sotto le volte armoniche.

Disse il Merate delle soverchie ingiustizie del presente ordinamento economico; esaminò le condizioni del proletariato romagnolo e parlò de l'indifferenza e de l'incuranza degli uomini di Stato per questa enorme falange di lavoratori. Scese poi gradualmente a discutere dei partiti riformatori e dei partiti impossenti a portar frutti di prossime riforme, dati i capisaldi sui quali si reggevano; i dogmi imprescindibili che dovevano osservare per serbarsi in vita.

Entrato nel difficile argomento, vi si mantenne poichè se da un lato vedeva i pochi monarchici accendersi d'ira funesta, notava da l'altro il mormorìo d'intima soddisfazione che scorreva fra la folla dei repubblicani.

E disse:

— Noi rappresentiamo la vita e l'avvenire. Con noi è la giustizia, è la verità, è la divina libertà. Noi, liberi pensatori, scioglieremo il mondo dagli oscuri legami che l'avvincono ancora e, nella grande scìa che la nostra nave, impetuosamente avanzando, aprirà, scompariranno i nemici nostri, coloro che ci avversano e vorrebbero vederci morire perchè dalla nostra presenza sentono minacciati i loro dominii oscuri.

«Cittadini! Con noi la giovinezza adunque, con noi ogni forza primaverile, con noi la scure che abbatte, la vanga che apre la terra e la rigenera e la rende atta ad accogliere e a fecondare una nuova sementa.

«Forti di questa luminosa certezza, avanzeremo impavidi e sicuri sotto qualsiasi bufera. Vengano pure i monarchici a protestare poco civilmente, noi...

Ma non gli fu dato compire la frase chè dalla platea, dai palchi, si levò un coro di acutissimi sibili.

Ai fischi risposero gli urli, agli urli seguirono e si confusero le invettive.

Livio Merate si avanzò fino al proscenio, si sporse verso il palco ove Teseo Alvisi adoprava tutta la forza de' suoi polmoni per trarre dal suo istrumento di protesta suoni sopracuti e gridò:

— Accettate un contradditorio!

— No! — rispose il Ramelli — Io coso... io protesto!

— Villani!

— Buffone!

— Patriottardi da strapazzo!

— Canaglia in mala fede!

— Prete!...

— Ah! assassino! — gridò Pietro Ramelli preso dalla cieca furia della sua violenza a l'imperdonabile insulto. E Teseo Alvisi e gli altri compagni usarono la forza per trattenerlo, ch'egli, posto già un piede sul parapetto del palco, stava per lanciarsi a l'assalto.

— Lasciatelo venire! — gridarono dal palcoscenico.

— Liberatelo, l'eroe da burla!

— Lo vedremo! Venga, venga l'amico dei preti!

— Non ci si muove. Ti aspetteremo fino a domani, capitano!

E Pietro Ramelli, reso impotente dalla vigorosa stretta di sei poderose braccia, proteso il capo dagli occhi iniettati di sangue, continuava a lanciare le sue invettive.

— A me prete? Ve lo farò vedere s'io porto le vesti, buffoni! Mentre a cori, a ondate, da tutti gli angoli del teatro si levava il grido:

— Alla lanterna!

Nel contempo, poichè la scena si svolse in pochi secondi, era dalla platea al loggione, come un mare corso da furiosissima bufera. Volavano i cappelli, si levavano i bastoni in atti minacciosi, ricadendo, rialzandosi come un ondeggiare continuo. Si videro più braccia sollevare un uomo che si difendeva a disperazione con ogni suo arto libero, poi scomparve, si riconfuse alla folla; si videro due avvinghiarsi alla vita e attorno a loro si formò un largo improvviso tosto ricoperto; si notò la lotta di un giovinetto circondato da dieci che gli gridavano in viso ogni contumelia poi si udirono, acuti sul tumulto, i tre squilli fatali, ravviso che i pennacchi rossi intervenivano.

Per qualche secondo ancora il tafferuglio continuò; ma ai primi arresti, i tumultuanti si accalcarono a l'uscita.

Teseo Alvisi e Pietro Ramelli furono seguiti da due carabinieri. Non appena se ne avvidero, si volsero pregandoli di allontanarsi:

— Non abbiamo bisogno di protezioni!

— Sappiamo difenderci, lasciateci soli.

Però i pennacchi rossi, che avevano ricevuto un ordine, non vollero saperne e continuarono la loro guardia, molto opportuna d'altra parte, perchè non appena i due monarchici sbucarono su la piazza, un crocchio di male faccie che s'era formato, si trattenne da l'assalto solo per la presenza dei due paggi severi che hanno una loro casa di ricovero poco simpatica al popolo. Anche l'eco del tumultuoso comizio, si perse in breve ne l'accrescersi de l'ansia, per la sempre più prossima giornata campale.

Il Cavalier Mostardo continuò a batter le campagne in compagnia molte volte di Ardito Popolini che improvvisava discorsi su discorsi: nelle aie, nelle osterie, nelle stalle, fra i campi, ovunque trovasse un gruppo di bifolchi.

Il Cavalier Mostardo era più risoluto; Popolini più suasivo; ciò che il primo otteneva minacciando, il secondo otteneva con la parola ornata, sempre pronta, sempre chiara nelle iperboli strampalate, ragione principale questa del suo notevole ascendente su gli uomini che ascoltano a bocca socchiusa e ad occhi fissi e tanto più si maravigliano quanto meno comprendono.

Aspra fu la lotta alle Colìe, regione divisa in due nimicissimi campi: socialista e repubblicano. Un fiume che scorreva per le verdi e belle campagne, un fiume profondo e azzurro, serviva di confine ai due partiti.

Su la destra del fiume si trovava un villaggio: Asis, piazza forte dei repubblicani; su la sinistra, un poco più innanzi, era un secondo villaggio: Duràz, torre maestra dei socialisti.

Gli abitanti del primo erano in prevalenza contadini; quelli del secondo erano braccianti e barrocciai.

Non nasceva ombra d'uomo ad Asis che non fosse battezzato repubblicano e non dovesse per conseguenza nutrire un verace odio per gli abitanti de l'altra sponda; e a Duràz, ogni neonato succhiava spontaneamente il collettivismo con le prime goccie di latte dal dolce seno materno.

Se ad Asis fu, per il Cavalier Mostardo, larga e facile messe, a Duràz, l'idea de l'unione dei partiti popolari non ebbe efficacia.

Nei giorni che seguirono, il Cavalier Mostardo, dando ampia relazione del suo operato, fece notare come fosse necessaria un'azione concorde contro Duràz, villaggio _sovversivo_, peste dannosa che si doveva combattere con lena gagliarda per evitare irreparabili danni al razionale estendersi del partito repubblicano!

Ma ormai il momento solenne era vicino e la voce del Cavaliere passò inosservata.

Il Comitato istituito per la compilazione e la diffusione dei manifesti, del quale facevano parte l'assessore della pubblica istruzione Bartolomeo Campana e Tragico Arrubinati, cominciò la sua opera di propaganda.

Furono da prima enormi manifesti nei quali si annoveravano i pratici benefizî che sarebbero derivati al popolo dalla elezione di Livio Merate. Ogni male, al solo presentarsi de l'apostolo rosso, sarebbe dileguato e i beni, in benefiche masse accorrendo, avrebbero scacciato ogni miseria. Livio Merate chiudeva il vaso di Pandora; Livio Merate era l'_Ecce Homo_ dei nuovi credenti, il divulgatore dei vangeli per il trionfo dei quali tutta una falange di martiri giaceva disseminata sotto le zolle.

I muri de l'eroica città passarono rapidamente nel corso delle ore, dal bianco al vermiglio, dal vermiglio al verde, al giallo, a l'indaco. I colori si sovrapposero, si fusero, formarono immani tavolozze.

Vere torme di uomini furono assoldate per andare intorno ad affiggere i cartelloni, gli avvisi, i manifesti, onde non aveva finito il pubblico di leggerne uno che un altro vi si poneva a canto, poi un terzo, un quarto in sequela interminata finchè si sovrapponevano, disparivano, si accavallavano in pandemoniaca fratellanza.

Ciò che cominciava nel nome del Signore, finiva con feroci imprecazioni alla casta sacerdotale; così gli accenni rivoluzionari, modificandosi per via, trovavano loro conclusione in una compunta fidanza ne l'Ente Supremo e la _morale dei liberi pensatori_ (chè non può supporsi in Romagna un _libero pensatore amorale_) dopo una serie di guizzi bizzarri, finiva per cadere e abbandonarsi in seno di Nostra Madre Chiesa.

Da ciò impeti di sdegno, lotte con gli uomini assoldati, irruzione di nuovi manifesti e cartelloni in prolificità spaventosa.

La lotta continuò, amplificandosi, fino alla vigilia del giorno destinato alle elezioni, nella quale vigilia, assunse nuova, inaspettata forma.

Avendo ormai i repubblicani ed i loro avversari esaurita ogni possibile sorgente di auto-esaltazione e di denigrazione del campo nemico, attaccarono di fronte cose e persone e trassero al pubblico giudizio fatti ormai dimenticati o posti in non cale.

La vita di Giacomo Albenga, candidato monarchico-clericale, fu accuratamente vagliata, e come si scoprì che Giacomo Albenga, nella sua ormai lontana giovinezza, aveva professato le dottrine della repubblica, alte querele se ne mossero e motivazioni di sempre rinnovati attacchi.

Sì come il tempo urgeva e l'ansia e l'esaltazione toglievano la possibilità materiale di lunghe elucubrazioni, i cartelloni si ridussero a semplici striscie, su le quali erano stampate le frasi che dovevano bollare, come un marchio d'infamia, il candidato nemico.

Così la mattina del penultimo giorno, i muri ebbero un nuovo aspetto e gridarono la loro ingiuria:

_Non votate per Giacomo Albenga, candidato fedifrago!_

Più tardi un'altra se ne aggiunse:

_Chi ha tradito, tradirà. All'erta, elettori!_

Poi un'altra:

_Vorrete esaltare Giuda?_

A capannelli, a crocchi, fermi su le cantonate, accalcandosi in corona, vecchi, giovani, fanciulli stettero fermi sussurrando, intenti alla lettura. Le grida d'approvazione o i susurrii discordi crescevano:

— Chi ha tradito la sua parte è un cane!

— E un assoldato della polizia!

— E un figlio di preti!

Il Cavalier Mostardo batteva le piazze e le vie seguito da una sua torma di fedeli dal ceffo poco rassicurante, onde la prudenza, in veste di mite madonna, seguiva la maggior parte degli amici dello _statu quo_.

Ad ora più tarda, sempre nella mattinata, un'altra torma di uomini, recanti nuovi avvisi, si sparse per la città. Questa volta erano i monarchici. La pubblica curiosità si acuì, sì che ogni uomo lanciato in corsa lungo le vie, alla ricerca degli angoli ove affiggere le sue striscie di risposta, aveva dietro una vera massa di gente che lo seguiva affannandosi.

Si videro così passare in varie direzioni questi gruppi bizzarri rincorrenti un uomo scamiciato e sudante.

Dopo non molto, sui muri, sotto l'ultima striscia vermiglia che recava l'ingiuriosa domanda:

_Vorrete esaltare Giuda?_

era disteso un cartello verde che recava la risposta dei monarchici:

_Il vostro linguaggio vi giudica. Elettori, guardatevi dai falsi apostoli; dai Ciceruacchi che vi tendono reti insidiose!_

Quando il Cavalier Mostardo lesse tale risposta, si ripromise di appendere alla cima del campanile, almeno una coppia di monarchici per intima soddisfazione degli occhi e della coscienza.

Però non trascorse il breve periodo di un'ora che già il comitato repubblicano aveva replicato:

_Mentitori! Nelle nostre file non milita gente prezzolata. Il popolo può giudicarci._

E i monarchici:

_Vi giudica l'amministrazione del 18... Vi giudica il Commissario regio!_

E i repubblicani:

_Le vostre insinuazioni non hanno valore, traditori del popolo! Ricordate l'Africa e le persecuzioni politiche!_

E i monarchici:

_La nostra moralità è ineccepibile. Voi non potete dire altrettanto!_

E i repubblicani:

_Non c'è morale dove l'interesse borghese domina. Il popolo vi giudicherà, sanguisughe insanabili!_

E ancora ancora in fila ininterrotta, sui muri, su le colonne, sui marciapiedi, nei tempietti del divo imperatore, sui fanali, su le insegne dei negozi, sui portoni chiusi, su le finestre, ovunque fosse uno spazio libero, ovunque fosse un palmo disponibile, le striscie si distesero, si sovrapposero recando il loro dialogare rapido e veemente.

Il prefetto fece sguinzagliare per tutta la città i suci agenti: ma con l'ordine di seguire la massima prudenza che, data la soverchia eccitazione degli animi, sarebbe bastata la più lieve scintilla a far nascere gravissimi disordini.

Ora avvenne che Gargiuvîn avesse adunato, in quel penultimo giorno, i compagni suoi per impartir loro la parte delle dottrine anarchiche che impediva di portare il loro contributo alle urne. Decisero adunque di astenersi in massa. Però, come volevan dimostrare la loro presenza e l'assiduita del loro pensiero avvenirista, Gargiuvîn, capo e iniziatore, pensò di esporre un unico cartello nero sul quale a lettere rosse, sotto un teschio che aveva stampata nelle concave occhiaie la parola _Libertà_, era scritto:

_La morale non esiste; il popolo non esiste. Esistono solo degli uomini. Abbasso i Re, le Elezioni, i Governi. Evviva l'Anarchia!_

NOI.

Finita la compilazione, Gargiuvîn si rivolse a Apulinèr, Marcôn, Arfàt e Don Vitupèri che aveano seguito il suo lavoro ammirando e disse loro:

— Andiamo.

Come non era loro abitudine nè rispondere, nè trasgredire, si avviarono dietro lo storpio il quale, col cartello arrotolato in una mano, li precedè cianchettando.

Quando furono su la via, Gargiuvîn si provvide della colla necessaria poi, in prossimità della piazza maggiore, si fece aiutare da Marcôn e da Arfàt e, spiegato il cartello e spalmatolo ben bene di colla, lo affisse sotto l'ultima striscia dei repubblicani che diceva:

_Non c'è morale dove l'interesse borghese domina, ecc. ecc._

Stavano contemplando l'opera loro e Don Vitupèri già era per allontanarsi, allorquando una torma di agenti fu loro addosso; li legò, li impacchettò, e, fra larg'ala di popolo, li trasse al consueto domicilio. La preda era fatta. L'azione della polizia, salva.

Gargiuvîn rise. Rideva sempre quell'anima da burla! Marcòn guardò i cieli, Arfàt il selciato, Don Vitupèri studiò le proprie scarpe, più anarchiche del padrone nella loro disfatta compagine e Apulinèr tentò toccare col gomito sette volte e poi sette e poi tre, i poliziotti che lo avean preso in mezzo e lo conducevan fieramente, a buon passo.

Solo su l'entrare nel corpo di guardia, Gargiuvîn, come di consueto, squadrò le guardie ch'eran ferme su la porta, le salutò, e gridò loro con un bel gesto marziale:

— Amici!... Son di ritorno!

E più debolmente la voce di Don Vitupèri si udì, come a compimento di una prece:

— Amen!

Così la feccia del sobbollimento politico era tolta di mezzo.

Ma l'ultimo giorno spuntò; l'ultimo giorno in cui gli uomini rossi, dischiuse le loro fucine, dovean provare la vigorìa delle proprie ancudini.

Nella notte antecedente i capi non avevan saputo riposo. Il Cavalier Mostardo era partito per le più lontane campagne onde raccogliere e guidare alla città torme di contadini.

Ardito Popolini e Tragico Arrubinati avevan vegliato, intenti a disporre le cose in guisa che la prima vittoria si ottenesse con la conquista dei seggi. Gian Battifiore, vigile nel suo studio, aveva misurato le forze degli avversari.

Inoltre Bartolomeo Campana parlò al Circolo Marat e Bortolo Sangiovese, nella solenne occasione, compì un discorso che aveva cominciato il padre, l'unico discorso della famiglia Sangiovese.

Come suonaron le campane del giorno, gli uomini rossi ritornarono alla luce.

Alle nove doveva aver principio la votazione per eleggere i presidenti dei seggi.

L'ultima adunanza fra i capi repubblicani fu tenuta rapidamente in casa di Gian Battifiore. Stabilite le ultime disposizioni si lasciarono. Nessuno pensò a prender cibo.

E alle nove, in vari punti della città si apriron le _porte fatali_.

Gli ambienti, adibiti a l'alta funzione politica, furono presi d'assalto dagli uomini di parte rossa. Urlando e sbracciandosi si scagliarono verso le urne.

Nel frattempo, una geniale idea di Bartolomeo Campana, aveva trovato sua pratica applicazione. Erano state scelte, fra il popolo, le giovanette più avvenenti, e si era fatta indossar loro una veste del color di fiamma viva e, a gruppi, erano state poste su la soglia delle varie sezioni, per distribuire le schede su le quali figurava il nome di Livio Merate.

Alle dieci era compita la prima votazione terribilmente indiavolata. Vi fu sul principio un istante di panico fra le masse repubblicane, poichè erano corse male voci; ma gli animi si rincorarono allorchè furono positivamente noti i risultati. Su otto seggi, cinque erano stati conquistati dai popolari e tre dai monarchici.