Part 12
Sotto gli auspici di sì maraviglioso principio, la votazione fatale cominciò.
Fra lo sventolìo delle bandiere, sotto l'ardente sole estivo, fra un via vai continuo, un incontrarsi, un soffermarsi, un sussurrio di parole a pena pronunciate e male intese, i cittadini cominciarono il loro còmpito solenne.
Andavano a gruppi o alla spicciolata, attardandosi su la soglia delle sezioni, sogguardando coloro che ne uscivano, quasi tentassero investigarli nel più profondo de l'anima e divinare così, per chi fosse stata la loro preferenza di elettori.
Sotto ai porticati, innanzi ai caffè, non era più gente la quale, placida nel riposo estivo, oziasse, incurante di ogni umano affannarsi; l'alta febbre, l'agitazione comune aveva preso i più refrattari, trascinandoli nel suo vortice.
Il sole ascese, toccò il meriggio, indicando invano a quella sua esigua torma di fedeli, l'ora consueta del pasto quotidiano.
Giunsero frattanto i grandi carrozzoni dentro ai quali, stipati, chè uno in più non vi si sarebbe costretto, erano i contadini elettori, i gruppi raccolti quà e là dai seguaci sguinzagliati per le campagne.
A Porta del Mare, un gran frastuono richiamò l'attenzione dei passanti e delle buone comari che attendevano alle loro faccende.
Un impeto di sonagli, uno schioccare di fruste, uno scalpitìo fisso di zoccoli ferrati e un cigolìo, un fremito di ruote su le selci, accompagnato da canti, da risa, da alti vocii, da evviva, irruppe in una ondata sonora, s'innalzò dilagando.
Le finestre furono in un attimo gremite.
Ecco, da Porta del Mare, faceva in quell'istante il suo ingresso trionfale nella via Robespierre, un lungo corteo formato da circa una ventina di pesanti vetture, di antiche corriere, e di carrozzoni antidiluviani nei quali gli uomini dei campi, sotto il propiziare di Bacco, cantavano e gridavano e ridevano agitando le braccia, sporgendosi col torso, picchiandosi a sonori pugni, così, per cortesia di reciproco amore.
A cassetta, nella prima vettura, era Uguaglianza Vicini, un seguace del Cavalier Mostardo: uomo robusto e forte e solenne; circa alla metà del corteo, un altro era posto a vegliare: Ribelle Libertà Giovanelli; veniva ultimo il Cavalier Mostardo, il quale, salito su l'imperiale di una corriera, dominava la situazione.
Fra la polvere sollevata, passarono nel sole, a gran trotto, allontanandosi verso la piazza maggiore.
A un'ora pomeridiana i clericali e i monarchici dubitavano già e la confusa rincorsa al voto non accennava a diminuire.
D'innanzi ai singoli comitati monarchici e repubblicani era uno stazionare perenne, un via vai continuo di contadini che attendevano il loro turno, che tornavano col _contrassegno_ per ricevere la promessa ricompensa. Non di rado avveniva che qualcuno, sbandatosi, fosse improvvisamente conglomerato in una squadra repubblicana o viceversa.
— _C'mav ciamèv?_ Come vi chiamate? — gli chiedeva a bruciapelo il capo della squadra.
— _Me non lo so!_ — rispondeva il contadino nella sua bizzarra lingua.
— Il vostro nome? — urlava il capo.
— Ah! _mi dice Tininana!_ — rispondeva illuminandosi per la subita comprensione il malcapitato.
— _Ma e nôm d'batésum?_ Il nome di battesimo?
— Giorgio!
— Poi?
— _Zorz di Bissi._
— Allora avanti!
— _Che scusa?_ — mormorava dubitando il contadino; ma il capo con una spinta l'univa al branco, gridando:
— Avanti con gli altri che non c'è tempo da perdere!
E la schiera si avviava muta al suo destino, preoccupata solo di avere l'altra metà di un biglietto da cinque lire, rimborsabile a voto compiuto.
L'orologio della torre aveva suonato le due pomeridiane. Il caldo era soffocante.
In certe sezioni che avevan trovato lor nido nelle chiese, tanto tanto si viveva; ma in certe altre, sì intensa era la temperatura, che il presidente del seggio e i quattro scrutatori erano stati costretti a liberarsi da ogni indumento di soverchia eleganza.
Simil cosa era toccata a Tragico Arrubinati.
Trascorsero le ultime ore affannose.
L'onda degli elettori divenne sempre più esigua.
— Come andiamo? — chiese il Cavalier Mostardo irrompendo nella sezione di Tragico Arrubinati.
— Mah? — rispose Ribelle Libertà Giovanelli.
— Come non abbiamo la maggioranza?
— E chi lo può sapere?
— Io lo so; che ho lavorato come un bue.
— E sta bene! — rispose Ribelle Libertà ch'era tormentato dal dubbio. Il Cavalier Mostardo lo squadrò malamente e si allontanò.
Suonarono le tre poi le tre e mezzo. Il tempo pareva trascorresse con insolita rapidità.
Molti repubblicani, per la stanchezza grande, videro tutto rosso; altri si sedettero sfiniti; altri fumarono, disperatamente, con la tenacia di chi vuol resistere fino a l'ultimo.
Tragico Arrubinati leggeva la lista degli elettori su la quale veniva contrassegnando coloro che non avevano compito ancora l'atto doveroso.
Ad un tratto fece un cenno al Cavalier Mostardo che si avvicinò:
— Dì? Bruto Arullari non ha votato.
— Non ha votato?! — esclamò il Cavaliere sbarrando gli occhi.
— No. Bisogna andarlo a chiamare subito, prendi una vettura.
Il Cavalier Mostardo, urtando e calpestando i presenti, si slanciò fuori dalla sala.
Tragico Arrubinati fece cenno ad altri che si avvicinassero, poi a ciascuno dette ordine di sollecitare qualche ritardatario. Partì una torma, via, in corsa per le vie ardenti.
E giunsero vetture e grida di protesta e di sollecitazione.
— Dormivi?
— Ti curi così del partito?
— Spicciati che è tardi!
La voce di Tragico Arrubinati s'era fatta fioca.
— Manca mezz'ora!
— Mancano quindici minuti! — gridavano i sopraggiungenti.
— Come va? A Sant'Anna la vittoria è nostra.
— Alle Clausure siamo in maggioranza.
— Anche al Comune.
— Come va?
Tragico Arrubinati impallidiva di secondo in secondo.
— Un po' di pazienza! Un po' di pace!
— Vinceremo! — gridò un ossesso alzando, col braccio teso, il cappello floscio.
— Abbasso i _codini_! — rispose una voce di rimando.
Ma l'Arrubinati si alzò di scatto sul suo banco ed urlò, sbarrando gli occhi accesi:
— Silenzio per dio! O vi mando fuori!
Tutti si tacquero.
Una vettura che giungeva al galoppo, si fermò innanzi alla sezione. Il Cavalier Mostardo balzò a terra, precipitandosi a gran furia nella sala.
— Ebbene? — chiese l'Arrubinati.
— Bruto Arullari non c'è! — rispose col fiato grosso il Cavaliere.
— Ma sei stato a cercarlo a casa?
— L'ho cercato in tutto il paese. Non c'è!
— Ah traditore! — gridò Tragico. E il Cavalier Mostardo si morse una mano a sangue, poi, segnando con l'indice una croce sul banco della presidenza, bestemmiò una sua folle vendetta.
Pochi minuti ancora: l'ansia cresceva assidua, cocente, intollerabile.
Con la voce fioca Tragico Arrubinati, leggendo nella lista, seguiva:
— Vincenzo Camaldoli?
Silenzio. Quelli ch'erano in prima fila si volgevano guardando e ripetevano ad alta voce: — Vincenzo Camaldoli?
Silenzio.
— Nessuno lo conosce? — riprese il presidente.
Ugual esito di risposta.
— Non c'è? — chiesero gli scrutatori. Passò qualche attimo, poi dal fondo della sala, una vocetta che fu udita a pena dai circostanti esclamò:
— È morto!
Il Cavalier Mostardo, che udì la risposta, diè un balzo, fu sopra a l'omuncolo spaurito e gli gridò con gli occhi fissi:
— Tu sei Vincenzo Camaldoli. Ti conosco!
— Io sono Pierini e ho già votato alle Clausure — susurrò l'omuncolo.
— Nossignore! — esclamò il Cavalier Mostardo. — Tu sei Camaldoli e io ti conosco!
Poi, presolo per il bavero della giacca, lo alzò come un niente su gli astanti e gridò, mostrandolo al presidente che nulla aveva udito della scena:
— Ecco Vincenzo Camaldoli! È un amico mio e posso testimoniare della sua _entità_!
E il pover'uomo assunse la parte del morto.
Così votarono i morti, gli assenti, i mentecatti: tutto fu portato a contributo dagli uomini di buona volontà. Ma quando a l'orologio della torre batterono le quattro pomeridiane, la votazione si chiuse.
Subentrò un grande silenzio durante il quale non si udirono se non le voci degli scrutatori e il ronzio delle mosche.
Fu verso sera, si accendevano già le prime fiammelle e passava la brezza del mare; corse il primo grido, da lontano, da l'ultima contrada e si espanse con rapidità di folgore:
— Abbiamo vinto!
— Evviva Livio Merate!
Come un gran cuore pulsò che prima taceva ne l'ombra; come un sole si disvelò che prima le nubi celavano.
Tutto ch'era stato approntato per la vittoria comparve. Ogni finestra repubblicana ebbe il suo lume; ogni comignolo la sua bandiera; ogni bocca il suo grido.
Oh! gli abbracci, i sorrisi, le reciproche congratulazioni, e il sentimento irrompente e la gioia enorme, pazzesca, contagiosa! Fu una valanga, un fiume che travolge le dighe e dilaga.
Ogni monarchico, ogni clericale ebbe il suo insulto:
— Codini impotenti.
— _Culandrê_...[2]
— Preti e codini, un fascio e al forno!
— Evvivaaa!
— Evvivaaa!
Così! Evviva di tutto e di niente. L'uomo è una bestia che si esalta e grida.
Si formò il corteo, il corteo imponente che la grande occasione richiedeva. Quattro musiche e tutte le associazioni e tutte le bandiere, in fila interminabile.
Partirono dalla Porta del Sole osannando, baciandosi, abbracciandosi. Che bella cosa la Repubblica! Percorsero le vie dei Bruti, si diressero al Passo. Precedevano il corteo: Gian Battifiore, Bortolo Sangiovese, Bartolomeo Campana, Ardito Popolini, Tragico Arrubinati, il Cavalier Mostardo e Coriolano.
Bortolo Sangiovese sgambettava innanzi, senza sapere ove andasse, stupito e inconsciente. Gian Battifiore sorrideva muto.
Quando giunsero al _Caffè della Bandiera_ le grida raggiunsero il colmo.
Su la porta erano ritti, sogguardando e subsannando: Pietro Ramelli, Teseo Alvisi e Antonio Viminèdi.
Quest'ultimo tacque per qualche secondo: ma poi, preso da un impeto d'ira, si pose le mani nei capelli, volse intorno gli occhi e gridò ben alto, sì che i trionfatori udissero:
— L'Italia l'Italia! Il Metternich disse ch'era un'espressione geografica, ma sbagliò!... L'Italia... è un'espressione umoristica!
CAPITOLO XVI.
Nel quale il giovinetto Imeneo getta la sua ghirlanda di rose e gli anarchici esplorano altri cieli.
Le avversità non fiaccarono l'arditezza di Monsignor Rutilante, nè scossero il suo volere. Però, dopo le molteplici sciagure che Satana aveva, a sua gioia grande, scagliato su la dolce figlia del Signore, la Chiesa, il vescovo animoso e superbo più non uscì dal suo augusto e tetro palazzo e nessuno più volle vedere: nè amici, nè parenti, nè le signore che lo avevano in sì squisita grazia. Lesse l'_Ecclesiaste_ e meditò un suo piano di rivincita.
E siccome gli uomini, rossi o no che siano, non possono ancora fare a meno dei preti; e siccome il Cristianesimo con tutto il suo mondo spirituale è sì bene infitto nel cuore dei più, tanto da rivelarsi incoscientemente, Monsignor Rutilante, vide che il suo commercio, non ora poi tanto vicino al fallimento come poteva sembrare a prima vista e si rincorò.
La Chiesa, derisa e vituperata dagli uomini rossi nelle sue esteriorità, in ciò ch'era formula di culto, aveva alla fin fine un impero sovrano su l'animo dei fieri ribelli, dei sedicenti _liberi pensatori_; essa li coglieva là, ove la loro morale li teneva al giogo; li coglieva nella tradizione, nella consuetudine, ne l'educazione basata sempre su gli antichi cardini di umiltà.
Monsignor Rutilante era, in ultima analisi, convinto di una verità: fra i clericali e i repubblicani non era poi un gran divario, un insuperabile abisso; essi non si trovavano certo ai due termini di una antitesi, nè erano come la Luce e Mammone. Bastava un accurato esame per convincersi di ciò: ne l'organamento, nelle finalità potevano chiamarsi _preti_ tanto gli uomini di parte rossa come quelli di parte nera.
Tale l'opinione di Monsignor Rutilante, uomo di sottile esame.
Naturalmente egli era ben lontano dal comunicare agli amici il risultato delle sue osservazioni e de' suoi studi; teneva la deduzione per sè, pronto a servirsene ad occasione propizia, allorchè le cose, ch'egli veniva disponendo, avrebbero trionfato per il bene della Chiesa.
Frattanto, nella notte che seguì il risultato finale delle elezioni, Monsignor Rutilante fece apprestare la sua vecchia berlina settecentesca e, per vie remote, si avviò a una sua lontana villa posta fra le pinete e il mare: fra l'eterna foresta e l'Adriatico verde, maravigliosa cuna di pace.
Egli aveva bisogno di una sosta e andava a cercarla ne l'isolamento completo, fra gli alberi che non hanno parole e partiti e il mare che addormenta, con la sua voce sognante. Il mare buono e bello.
Avesse agito ormai come più le tornava a grado, la contessa Liturgico: Didino era figlio suo.
Partiva lasciando il campo libero. Certo i nemici suoi avrebbero cantato chi sa quali superbe altezze di vittoria; ma si sbizzarrissero pure: tempo è di nascere, e tempo è di morire — dice il Predicatore — tempo di piantare e tempo di divellere ciò che è piantato.
V'è un'alba per ogni cuore, ed egli sapeva la sua non lontana e radiosa come mille fuochi.
Così pensando Monsignor Rutilante si allontanava per le vie mute della campagna, sotto la luna che scendeva rosseggiando verso i limiti delle siepi, mentre nella città del piano gli uomini rossi dormivano il sonno grave e tranquillo dei trionfatori.
Tutto era nella quiete solenne che segue le grandi agitazioni. Per le vie deserte non si attardavano se non i cani. Tutti i fanali erano spenti poichè era il plenilunio.
Dormivano, gli eroi della giornata campale, un grave sonno, privo di ogni visione, poichè la stanchezza estrema aveva abbattuto il loro corpo quasi in una morte latente; ma dormivano coi volti sereni, vivi ancora de l'ampio sorriso che li aveva animati la sera innanzi.
Ora, quando il mattino lanciò le sue freccie d'oro per l'aria e passò le finestre in isprazzi luminosi e condusse il zinzillulare delle rondini nei cieli; quando portò le colombe a volo in larghi cerchi su la piazza maggiore ed ebbe per l'aria l'accoglienza delle numerose campane, gli uomini rossi levarono il capo dal loro guanciale, poichè tutti erano mattinieri e, cantando, dopo essersi sommariamente abbigliati, si avviarono ai consueti ritrovi, pieno l'animo di festività e il pensiero di gioconde parole.
Solo Gian Battifiore e il Cavalier Mostardo si levarono accigliati ancora perchè il loro còmpito non era finito.
Dopo la Repubblica, Europa, ch'era alla fin fine la continuazione del còmpito politico.
Verso le dieci del mattino Gian Battifiore si ebbe la visita del Cavaliere, il quale, riprese già le trame della sua impresa, aveva saputo della partenza di Monsignor Rutilante, della sicura permanenza di Manso Liturgico e delle disposizioni d'animo della contessa circa il matrimonio.
Quando Gian Battifiore si ebbe le tre buone novelle, tutto si rasserenò rincorandosi e, rivolto al suo dolce amico:
— Dunque — gli disse — non sorgeranno impedimenti a questa desiderata fine della nostra campagna?
— Di quali impedimenti parlate? Può esservi forse qualche impedimento quando c'è l'onore di mezzo?
— Tu sei ingenuo, a volte, amico mio! Sarebbe la prima volta? Scuse se ne possono trovar molte e i ragazzi sono ancora minorenni.
— Sindaco! Le chiacchiere sono buone per gli sciocchi non per noi. Qui l'affare si spiccia in poche parole: o li fanno sposare e allora pace con pace, o — e si soffiò sul palmo della mano — ... buona notte! Didino va a far visita alle stelle!
— Ma queste tue... intenzioni sono arrivate all'orecchio della contessa?
— Sì, ho procurato ch'ella le sapesse molto bene perchè potesse pensarvi.
— E l'ultima sua decisione la conosci?
— No; ma non può essere ch'ella voglia resistere; il _Signor_ Rutilante l'ha abbandonata, poi ha paura.
Così continuavano conversando, ed era prossimo il meriggio, allorquando Divina bussò alla porta dello studio ed annunziò una visita.
— Chi mi cerca? — chiese il Sindaco.
— Una signora — rispose la fantesca enorme.
— E chi è?
— Non la conosco.
— Falla passare in salotto — disse Gian Battifiore; poi, rivolto al Cavalier Mostardo, chiese:
— E chi sarà?
— Non l'indovinate? — esclamò il Cavaliere, strizzando un occhio e lisciandosi i mustacchi. — Io scommetto che è la contessa!
— Impossibile!
— Vedrete!
— Ma come? così presto?... A quest'ora?... In casa di un repubblicano... lei!...
— V'ho detto che ha paura. Io sono bene informato!
— Uhm! — fece il Sindaco con fare dubitoso. — Vedremo.
E rassettandosi un poco, dischiuse la porta e scomparve.
Quando ritornò dopo circa mezz'ora, il suo volto era radioso.
— Tutto è combinato! — gridò — tutto è combinato! — E gettò le braccia al collo al Cavaliere e lo strinse, lo baciò, lo ribaciò con effusione indicibile, con impeto d'amore fraterno. — Tu sei un Dio! Tu vali più di tutti gli uomini! Tu meriti una biblioteca, una pinacoteca, un monumento! Io non potrò mai ricompensarti. Io ti debbo tutto!... La Repubblica deve tutto a te... il più grande fra i repubblicani!...
Sotto tale valanga di aggettivi esaltatorii, il buon repubblicano arrossì, tossì, gettò via lo sigaro, ebbe una lenta lacrima giù per le gote rosse fino ai mustacchi imbelli, poi con la voce grossa e un poco tremante, per una contrazione spasmodica della gola, disse:
— No... È troppo!... È troppo!...
Ma acceso ormai l'entusiasmo, Gian Battifiore continuò:
— Tu meriti un regno, un impero! Nessuno potrà mai darti ciò che il tuo ingegno vale! Tutto che ti si getterà ai piedi sarà sempre poco. Ah! mio grande amico, mio unico fratello, come ti voglio bene! Quanta gratitudine ti debbo!
E, dismessi per alcun tempo gli abbracci, Gian Battifiore si lanciò verso la porta, l'aprì d'impeto e sporto il torso, si dette a chiamare a gran voce:
— Veneranda, Europa, America, Asia, Oceania... venite!... Presto, venite che ho una buona notizia! Spicciatevi spicciatevi!
Sì alto fu il grido e sì pressante, che si udì un gran calpestìo, un precipitare giù per le scale e le quattro sorelle, la madre seguì ultima, irruppero nella stanza, scapigliate e vermiglie.
Gian Battifiore richiuse la porta. Le donne si disposero in semicerchio aspettando, mentre il Cavalier Mostardo volgeva gli occhi al soffitto per non mostrare il luccicar delle sue lagrime.
Poi il Sindaco prese per mano Europa e le disse:
— Europa!... Tu hai commesso una colpa e male poteva esserne per te e per la tua famiglia; ma ormai non ti rimprovero, chè le cose sono andate per la via migliore. Tu andrai sposa al conte Manso Liturgico. Questa mattina, con la madre del tuo fidanzato, abbiamo deciso che il matrimonio avverrà fra due giorni! Ora di questa tua insperata e grande felicità, vai debitrice ad un uomo solo, ad un uomo che è più buono del Signore e più alto dei sole; ad un uomo che è stato per te un angelo custode, una dolcissima madre, un'assidua cura benefacente! Tutti andiamo debitori a lui di qualche cosa. Tu lo conosci e lo ami già. Bacialo!
E tese una mano verso il Cavalier Mostardo il quale, goffamente confuso, andava mormorando con la voce grossa e rotta da l'emozione:
— No!... È troppo!... È troppo!...
— Bacialo! — ripetè Gian Battifiore.
E Europa, tutta rossa come una bella fragola saporosa, fece due passi, si avvicinò al gigante poi, alzandosi su la personcina e tendendo il collo, chè altrimenti non avrebbe potuto, baciò su la larga guancia vermiglia il suo protettore.
E quel bacio fu la piena, fu il fremito intenso che pose ne l'anima del povero Cavaliere uno sconvolgimento grande, onde nel pronunziare la parola: Grazie!... — più non si rattenne e a grandi sospironi, sussultando, lasciò libero corso alle sue lagrime copiose.
E piansero tutti, tranne Asia la quale, cupamente sogguardando, pareva attraversasse una tenebra densa.
Poi il Cavalier Mostardo salutò senza pronunziare parola, strinse tutte le mani protese, s'inchinò, tornò a inchinarsi, si rivolse, urtò tutti i mobili e scomparve in silenzio.
Quando fu al sole, gli parve che tutto ciò che gli appariva intorno fosse cosa miserrima; gli parve che avrebbe potuto servirsi del campanile come stuzzicadenti e vide la sua ombra dilagare nello spazio.
V'era uomo più grande forse? V'era spirito più grande?
Egli non si comprendeva quasi; gli sembrava di aver superato il suo desiderio; quasi s'incuteva rispetto, perchè ne' suoi precordi viveva senza dubbio lo spirito di un nume, l'ombra superba e immensa di un Dio! I suoi simili gli apparivano come un mondo brulicante di formiche e non eran suoi simili se non nella simiglianza della forma: nel rimanente, s'essi fossero saliti l'uno su l'altro, mille e poi mille e diecimila ancora, non avrebbero raggiunto il superbo cielo della sua essenza! Egli era la _causa_ di tutto il bene e si sentiva _padrone_ e _signore_. Ciò gli era come un'ebbrezza grande.
Guardò l'ombra sua, nitida e nera nella chiarezza del sole e gli parve di poterla scavalcare a sua volontà; vide un crocchio di giovanette ed ebbe la convinzione che tutte sarebbero impazzite per il suo amore, s'egli avesse fatto un cenno; e così, volgendo gli occhi al cielo si convinse che le rondini e le colombe gli avrebbero fatta docile corona ad un suo richiamo.
Esaltandosi si santificava; scrutandosi si adorava e, risultato ultimo, risultato di relativa applicazione di detti sentimenti, era un piagnucoloso sentimento di umanità. Poichè vedeva i suoi simili tanto lontani e tanto piccini, tutti li avrebbe accolti in amplesso fraterno. Egli sentiva di possedere il capace cuore di un Dio; anzi egli era la stessa capacità divina. L'astrazione mentale di uno spirito a l'infuori di noi, spirito invisibile, legiferante ed eterno, ch'egli non aveva concepita mai, se non in barlume, si modificava in intima coscienza, in istato di fatto allorchè si pensava ultrapossente.
L'impeto megalomane assaltava i cieli che racchiudono i comuni concetti di vita; il Cavalier Mostardo credeva poter muover le nubi a suo talento.
Così perigliosamente fantasticava camminando senza mèta, allorchè si trovò sperduto fra il laberinto di viuzze che mettevan capo alle mura della gaia città del piano. Stava per ritornarsene, quando la sua attenzione fu attratta da un gruppo di persone che si allontanava verso Porta del Sole. Aguzzò gli occhi e riconobbe fra queste Marcôn, il suo fido amico,
Siccome la piena del suo sentimento era in quel giorno impetuosa, si accostò le mani alla bocca e ad alta voce si dette a chiamare:
— Marcôn? Marcôn?
Il lacero profeta si volse, sogguardò, poi, com'ebbe riconosciuto il Cavalier Mostardo, stette fermo ad attenderlo mentre i compagni suoi si allontanavano lentamente.
— Dove andavi? — chiese il Cavaliere.
— Lontano — rispose brevemente Marcôn.
— E dove?
— Non lo so.
— Come non lo sai? Sei matto?
— Non lo so! — rispose il profeta con la sua flemma filosofica.
In un'ora differente, forse il gran repubblicano avrebbe persuaso l'anarchico che quello non era il mezzo migliore per ragionare con un par suo; ma allora, con la piena di gigantesca affettuosità che gli inondava il cuore, avrebbe perdonato a tutti, anche al _signor_ Rutilante. Così battè una mano su la spalla del piccolo ben chiomato vagabondo e gli disse:
— Sai? Fra due giorni Didino sposerà Europa!
— Ah! — rispose Marcôn.
— Come? La notizia non ti commove?
— Sì, mi commove.
— E non ne provi gioia?
— Non c'è male.
— Ma dove sei stato in questi giorni?
— In prigione.
— Per motivi politici?
— Sì.
— E perchè non me l'hai detto? Io potevo liberarti.
Marcôn scosse il capo e non rispose.
— Beh! — fece il Cavalier Mostardo dopo aver taciuto alcuni secondi. — Vieni a pranzo con me, io voglio ricompensarti del buon servigio che mi hai reso.
— Non posso! — rispose sempre con la sua flemma l'anarchico.
Gli occhi del repubblicano si aprirono in grande maraviglia:
— Non puoi? Ma sei ben sicuro di pranzare oggi?
— Non lo so.
— E rifiuti così?
— Ve l'ho detto: debbo partire.
— E quando?
— Subito.
Nello stesso tempo dalla fine del vicolo si udì un lungo fischio di chiamata. Marcôn volse il capo, poi disse al Cavaliere:
— Sentite? Mi chiamano.