Part 10
In breve andar di tempo la polemica si arricchì di contumelie e condusse a una dimostrazione ostile che il popolo, guidato dal Cavalier Mostardo, fece sotto gli uffici di redazione de _La Verità_.
_Il Cataclisma_ plaudì; _La vera Croce_, bestemmiando in sua guisa la modernità, innalzò la Chiesa ad unico segnacolo, perchè in essa era la fratellanza, in essa la pace, in essa l'avvenire trionfale del popolo. Le male vie erano aperte; le orribili voragini del peccato guatavano l'umanità; la fatale perdizione delle genti sarebbe stata prossima e per l'eterno nella consumazione dei secoli, se gli sguardi del popolo non si rivolgevano al fulgente lume di civiltà e di dolcezza impersonato dalla Chiesa; se gli elettori, traviati dalle maligne arti dei sovversivi, contribuivano col loro voto al trionfo del male.
Il paradiso non era serbato se non a coloro i quali avrebbero votato per Giacomo Albenga, candidato monarco-clericaleggiante, sommo agnello del Signore.
L'_Aristogitone_ s'intrattenne su le dissoluzioni del papato, su le gesta de l'Inquisizione e aggiunse: «I fatti parlano, le nostre parole nulla valgono d'innanzi alla fulgida evidenza dei fatti. Questi signori cianciano di moralità; ma quale significato dànno essi a tale parola? Tutta la storia è là per provarci che la morale dei preti non è quella delle persone oneste! Noi combatteremo le turpitudini finchè la forza ci assisterà, finchè il pensiero vorrà guidarci con la sua fiaccola rossa.
«Elettori!
«Fra pochi giorni sarete chiamati alle urne; fra pochi giorni dal vostro giudizio complessivo sarà segnato un trionfo: o quello della Giustizia, o quello dell'Ipocrisia clericale.
«Elettori!
«Il mondo vi è a testimonio. Il vostro atto è solenne. Dalla decisione che prenderete dipenderà la vostra fortuna.
«Volete il proseguimento di questo stato di cose intollerabile, di questa orrenda ruina nella quale la vita dei più precipita miseramente?
«E allora votate per Giacomo Albenga.
«Volete le riforme, volete la giustizia comune, volete che i vostri infrangibili diritti, manomessi ora e posti in non cale, siano finalmente riconosciuti?
«E allora votate per Livio Merate.
«Il suo nome è una bandiera; la sua vita un segnacolo di giustizia; la sua fede è la nostra, elettori; quella fede per la quale da tanti anni diamo tutte le nostre energie, tutto il nostro sangue.
«Elettori!
«In nome di questa fede incrollabile, v'invitiamo a gridare con noi: _Evviva la R_...»
I puntini erano posti per evitare un sequestro.
A tali accuse _La vera Croce_ raggiunse il diapason delle sue apocalittiche visioni e _La Verità_ attaccò la condotta dei capi repubblicani.
Così i primi fuochi si accesero e la politicofilia romagnola cominciò a porre gli animi in quello speciale stato di tensione che ha sempre, come risultato finale, una qualsiasi conflagrazione di parole nelle classi borghesi dirigenti; di azioni nelle masse popolari barbare e audaci.
A compire le prime avvisaglie della lotta che si annunciava quell'anno insolitamente accanita comparvero sui muri, i manifesti proclamanti le poste candidature dei singoli partiti.
Due avvocati si contendevano il campo: Livio Merate, candidato repubblicano; e Giacomo Albenga, candidato monarchico-clericale.
Nelle antecedenti elezioni, il partito monarchico e il partito clericale si erano astenuti cosicchè gli uomini rossi avevano riportato una grande vittoria. Il dubbio di non ottenere nelle nuove elezioni identico risultato, era tale assillo doloroso agli uomini rossi che le più ardenti fantasie furono chiamate a raccolta per escogitare nuovi mezzi, atti a raccogliere il maggior numero di voti possibile.
L'accensione velava, ne' suoi alti bagliori, le qualità speciali di bonaria festevolezza, di ampia e cordiale ospitalità per le quali le genti romagnole vanno nominate in Italia. Ogni forestiero rappresentava in quel periodo, per lo meno una _x_ incognita di dubitosa vicinanza. Più non si aprivano le case con la facile accoglienza patriarcale di gentile memoria; le mense non erano condivise; il volto de l'ospite non sorrideva più alle giovanette e ai candidi capi dei vecchi, finito l'abbondante pasto servito in onor suo; la diffidenza era subentrata alla ingenua festevolezza primitiva; il silenzio alla feconda loquacità ridanciana; il cipiglio fiero alla serena espansività dilagante.
Ogni buon romagnolo, in tempi normali, quando la politica co' suoi flagelli non turbi il suo bell'equilibrio di uomo sano che ama la vita e la gode come può, essendo di tutto grato alla terra, ritiene obbligo imprescindibile quello di accogliere l'ospite col riso più franco e circondarlo di tutta la sua gioia e offrirgli, nei limiti de l'onesto, ogni possibile bene ch'egli possieda: però, se la politica dalle aggrovigliate chiome appaia a l'orizzonte, il buon romagnolo si turba, dubita, si acciglia e non si rinfranca se non allora quando il nuovo arrivato gli dichiarerà di appartenere alla fede de l'ospite, di odiare coloro che l'avversano, di essersi votato anima e corpo al trionfo della medesima.
Inoltre non è uomo valutabile colui che non sia ascritto a un partito qualsiasi; chi non si proclamerà gridando, strenuo propugnatore di qualche forma politica, non godrà mai piena stima in Romagna, anzi sarà guardato con lo stesso fare dubitoso col quale gli antiquari sbirciano la merce se temono una contraffazione.
V'è un solo Dio: la Politica; questo è il verbo che guida gli uomini rossi nella loro vita irruenta.
Ora, nei primi giorni della settimana di passione, avvenne che, per ragioni di commercio, si trovasse a passare dalla rosea città, certo Mauro Rubini, persona pacifica e aliena da qualsiasi partecipazione ai così detti pubblici interessi. Siccome il Rubini conosceva da qualche tempo il capo repubblicano e ne aveva ricevute altre volte festose accoglienze, tanto da serbarne grata memoria, pensò di recarsi agli uffici de l'_Aristogitone_ per presentare i suoi ossequi al cortese ospite.
Così fece, e trovò Ardito Popolini acceso e sudante sul quarantesimo articolo.
Levò gli occhi dalle cartelle, guardò il nuovo arrivato e, aggrottando le ciglia, ebbe la smorfia dubitosa di colui che non rammenta.
— Non mi riconosce? — chiese Mauro Rubini.
— Ecco... precisamente... mi pare... ma...
— Sono Mauro Rubini. Non ricorda?
— Ah! si, ricordo. Come sta, come sta?
— Non c'è male e lei?
— Io ho la febbre; io mi consumo caro signore.
— E come mai? Perchè non rimane in letto e non si cura?
— In letto? Ma non sa che siamo in periodo d'elezioni?
— Lo so. E con questo?
Il Popolini, a l'inaspettata risposta, divenne livido, sbirciò il conoscente che gli stava innanzi sorridendo e si tacque.
Dopo una pausa levò gli occhi e chiese a bruciapelo al malcapitato signore:
— Scusi, a quale partito appartiene lei?
— A nessuno. — Rispose con tranquillità Mauro Rubini.
Altra brevissima pausa in cui Popolini parve inghiottisse qualcosa di estremamente amaro.
— Domando — riprese — quale è la sua opinione politica?
— Non ne ho.
— Ecco — aggiunse con voce tremante per repressa ira, il Popolini — ecco... forse non riesco a spiegarmi. — E alzando il tono, continuò: — Desideravo sapere s'ella milita fra i repubblicani, fra i socialisti o fra i monarchici.
— Io non milito — rispose l'interpellato col suo sorriso bonario.
Gli occhi del capo repubblicano lampeggiarono vivissimamente, le sue mani ebbero uno scatto nervoso. Fu per levarsi, ma si rattenne e cambiando tono e pronome, con un risolino sarcastico riprese:
— Sarete clericale allora?
— Meno che mai.
— Anarchico?
— Neppure.
A quest'ultima risposta il Popolini più non si frenò. Spinse indietro la sedia con impeto, si rizzò di scatto, battè i pugni sul tavolo e con gli occhi sbarrati, congestionato in viso, gridò protendendosi:
— Vi dichiaro ch'io non amo essere preso in giro e voi, a quel che pare, ne avete intenzione. Sbagliate strada. Vi avverto per amicizia, e per evitare dolorose e forse irreparabili conseguenze.
— Le assicuro... — soggiunse il Rubini.
— Non posso perdere tempo ora. Ci rivedremo altrove se così vi piace.
L'ospite, pallido ed esterrefatto, guardò il Popolini, guardò il Cavalier Mostardo, seduto in un angolo, s'inchinò e senza far parola disparve.
Non appena ebbe richiuso la porta, disse il Popolini al Cavalier Mostardo:
— Tieni d'occhio quel tipo. È una spia.
— Sarà fatto! — rispose il Cavaliere arricciandosi i mustacchi: e a lenti passi seguì il malcapitato ospite, il quale ormai poteva esser certo di avere una volta o l'altra, un piccolo e grazioso ricordo della Romagna rossa.
Ora, l'indice ordinario delle passioni che turbavano la città, era il così detto _Passo_, nome posto a una via nella quale si trovavano, quasi di contro, due caffè: il _Caffè della bandiera_ e il _Caffè dei Girondini_. Il primo era comune ritrovo dei monarchici; il secondo, come si può facilmente supporre dal nome, era stato eletto a sede permanente dei repubblicani. Da l'uno si udivan gli urli de l'altro, e ciò avveniva da l'alba fino a notte tarda, quando il lampionaio scendeva la via per ispegnere le giallastre fiammelle dei fanali.
Il _Caffè della bandiera_ era frequentato più che altro da vecchi patrioti, uomini fieri, gravi e arditi nella loro vecchiezza: la generazione che passava.
Al _Caffè dei Girondini_ predominava l'elemento giovane: studenti, commercianti, impiegati: gente che viveva de' suoi sogni come di indiscutibile realtà.
A seconda delle voci che giungevano dai due luoghi di ritrovo posti di fronte: a seconda delle invettive e delle grida, si poteva misurare lo stato di tensione degli animi e i sentimenti belligeri della popolazione.
In periodo di elezioni, il Passo assumeva importanza straordinaria, tale, che v'erano alcuni giovani di buona volontà i quali s'incaricavano di diffonderne d'ora in ora le lotte e le querele. Querele e lotte che sollevavano a loro volta altre consorelle, onde dagli angiporti alle case dei ricchi, era un battagliare continuo fra alte voci discordi e dissonanti.
Dominava i frequentatori del _Caffè della bandiera_, Antonio Viminèdi, vecchio colonnello pensionato; uomo di salda coltura, di tenace memoria e di spirito bizzarro.
Il colonello Viminèdi era tal pessimista da non trovare facile riscontro nella storia, e siccome sosteneva le sue iperboliche malinconie con sufficiente dialettica, non trovava oppositori che gli tenesser testa se non forse Pietro Ramelli, capitano in ritiro, il quale, allorquando gli falliva la parola, subentrava con gli urli, persuaso in tal guisa di aver doppia ragione. Erano intorno a questi due capostipiti, una trentina di uomini, tutti oltre la cinquantina; gente di coraggio, temeraria, fiera e prepotente.
Forti del loro diritto di giudizio, perchè tutti o quasi avevan preso parte alla grande epopea del nostro Risorgimento, non si facevano intimorire dalle minaccie e dagli scherni che il _Caffè dei Girondini_ lanciava loro quotidianamente; anzi ne ridevano, pronti a menar le mani se alle parole si fossero sostituiti gli atti, come era accaduto talvolta.
Erano uomini severi, vecchi soldati che l'entusiasmo di un tempo non aveva abbandonato, devoti di un amore senza limiti a l'Italia, alla quale era stata consacrata con impeto e violenza tutta la loro giovanile energia. E come avevan sognato un tempo veder la loro patria, oltrechè libera da gioghi, grande e possente fra le Nazioni, ora si addoloravano sapendola umile laddove avrebber voluto avesse assunto una disdegnosa indifferenza. Essi non intendevano la diplomazia, erano stati uomini d'azione pronti a dare e la loro vita e i loro beni e tutto che avesser potuto, al loro ideale di ribelli; la loro giovinezza non aveva avuto timori, non debolezze, non dubitanze sentimentali; così ogni transigere, ogni pencolare, era per le anime loro dolorosa ferita.
Se avesser dominato, fatta l'Italia l'avrebber ugualmente disfatta. Ora, costretti a l'inazione, seguivano i moti politici giudicandoli in base ad un pessimismo amaro del quale Antonio Viminèdi era la massima espressione.
Al _Caffè dei Girondini_ era invece nota comune l'intolleranza spinta alle sue ultime espressioni. D'altra parte i romagnoli hanno necessità d'agitarsi in tutti i tempi, comunque sia.
Mancando una general causa che li accendesse, se ne eran creata una votandosi alla repubblica e credevano sinceramente che ogni bene fosse per provenire a l'umanità dalla trasformazione politica da essi con ardore inestinguibile propugnata. Sognavano un domani oltre al quale più non doveva esistere su la terra uomo infelice; un domani di redenzione universa che si sarebbe verificato con lo stabilirsi della repubblica, con l'imperare delle dottrine per le quali alla lor volta, i _nuovi_, avrebber data la vita.
Tale fondamento di grande sincerità e l'intima persuasione che solo le loro dottrine fosser le buone, le infallibili sorgenti di ogni bene, faceva sì che i giovani repubblicani fossero violenti nemici di qualsiasi altra manifestazione avversa alla loro: faceva sì ch'essi guardassero non come avversario politico, ma come nemico personale e nemico del pubblico bene, ogni individuo professante fede diversa.
I romagnoli non conoscono se non gli estremi. Se una cosa è buona, e allora va accettata e imposta; se è cattiva, e allora va soppressa. I mezzi termini sono ignoti in Romagna.
Nel primo giorno della settimana di passione si inasprirono adunque, al _Passo_, i rapporti diplomatici.
Antonio Viminèdi, come di consueto, imperava; gli erano intorno i compagni attenti. Pietro Ramelli passeggiò in lungo e in largo, guardando a tratti il soffitto. Egli era in preda a visibile turbamento.
Entrò un ritardatario, Achille Donatelli: salutò, poi, come vide i compagni tacere, chiese:
— Avete letto il manifesto dei repubblicani?
Molti risposero:
— L'abbiamo letto.
— E... che ve ne pare?
— Peuh! — fecero alcuni; e Pietro Ramelli:
— Ci vorrebbero i tedeschi!
Antonio Viminèdi incrociò le gambe, lanciò il fumo a l'aria e disse sorridendo ironicamente:
— _Jaculatio verborum!_
Chi capiva il latino, approvò.
— Dicono — soggiunse Pietro Ramelli che parlava a scatti, animandosi — dicono i ranocchi che non hanno partito e si tengono coi più forti: — Essi sono nel loro pieno diritto. Il pensiero è libero! — Il pensiero?! Ma quelle sono ingiurie. Dice: è libertà di cosa... è libertà d'opinione; ma che s'intende allora per opinione?
— Eh! — fece Antonio Viminèdi — l'opinione è una parola e significa niente in sè. Guarda ad esempio: in Asia chiaman l'_assa fætida_, cibo degli dèi; in Europa invece, _stercus diaboli_. Siamo nell'identico caso.
— Sono così... sono villani — riprese gridando sempre più. Pietro Ramelli — e si dicono democratici. Ma che intendono essi per democrazia?
— Non sbagliare i termini! — riprese il Viminèdi. — Questa non è democrazia, è ciarlataneria.
— Ben detto! — esclamarono gli ascoltanti.
— Sentili! — disse il Donatelli indicando il _Caffè dei Girondini_: — Gridano come tanti ossessi! Quella gente rifà il mondo così!
— Vedrai! Quando saranno al potere, riformeranno il paternostro come ai tempi di Cromwell e la loro azione non andrà oltre.
— Ma tu così... tu ammetti — gridò Pietro Ramelli — che possano salire al potere?
— Certamente — rispose Viminèdi — Tanto ora
_un Marcel diventa_ _ogni villan che parteggiando viene!_
— La colpa è nostra, la colpa è nostra — gridò Sandro Ancona, un vecchio cieco che ascoltava sempre col capo eretto e le mani incrociate sul pomo della mazza. — Io non vedo, ma sento e imparo e so che la nostra azione è debole. Per questo essi hanno ogni agevolezza e conquistano il campo!
— Siamo vecchi! — mormorò Gian Urbini.
E Pietro Ramelli, gridando:
— Vecchi?! Io ho tanta cosa... ho tanta energia da venderne a tutti quei signori. Sono le idee nuove che traviano le masse. Essi promettono mari e monti e cosano... e trascinano il gregge.
— È tutta una putrefazione — gridò Viminèdi — tutta una putrefazione! Povera Italia! Vi siete affaticati, vi siete macerati per farla? Ora guardatela finire! Uomini politici che hanno l'intelligenza di un grillo, che non sanno che voglia dire reggere uno Stato! Saliti al potere per mene parlamentari, per vane ambizioni personali, senza coltura, senza una meta prefissa, ci hanno fatto indossare la veste di Arlecchino e, a suono di tube, hanno raccolto le Nazioni perchè assistessero alle nostre vili pantomime. È tutto un giuoco di ipocrisie che vela sordidi interessi; tutto un contesto di viltà. Se fossimo persone dabbene, dovremmo sopprimere dalle nostre scuole l'insegnamento della geografia perchè i figli nostri non imparassero che nel mondo v'è un continente denominato Africa. Proprio noi dovevamo assistere a tale obbrobrio. Il trionfo dei vili in terra italiana! Ma quando mai i nostri vecchi sono andati processionando per le vie perchè non si partisse? Io, vedete, io son diventato anarchico! Non credo più a nulla, mi aspetto tutto. Domani un barattiere domanderà se l'Italia è da vendere e la venderanno. Potrebbero venire anche gli Esquimesi o i Patagoni a dominare qui, per conto mio non farò un passo: serberò il mio _otium cum dignitate_.
— Esagerazioni! — esclamò Gian Urbini.
— Volete anche illudervi? Guarda: io non leggo più i giornali per partito preso; ma tu, che li leggi, potrai essere al corrente più di me di ciò che avviene. Ora vorrai tu dirmi che da un giorno a l'altro il male si sia convertito in bene?
— Tu esageri — ripetè l'Urbini.
— Ma che esagero?! Tutto va a catafascio, tutto si corrompe, tutto scompare in un battibaleno. Quando abbiamo combattuto si faceva un giuoco di bimbi. Costruivamo un balocco complicato e per tale costruzione abbiamo rischiato la vita, ora lo si rompe per vedere com'è fatto dentro.
— Sono le nuove cose... sono le nuove dottrine che rovinan tutto! — esclamò Pietro Ramelli che continuava la sua passeggiata affannosa.
— E le nuove dottrine e l'insipienza degli uomini di Stato. Si fa la politica della paura e del sentimento e col sentimento si dominano le femminucce e non si guida un popolo nè ci si impone agli altri. Aggiungi a questo, le promesse dell'impossibile che i parolai fanno al popolo, al _Popolo Sovrano_, al grande ambiguo martufo, mezz'asino e mezzo giullare e ne avrai il risultato presente. La corda che ci regge non ha più che una debolissima vena; il minimo vento di tempesta farà disparire tutta la bella costruzione. L'Italia è un castello in aria, amici miei!
— Frattanto — disse il cieco Sandro Ancona — se invece di profetizzare bibliche rovine, voi, che avete a cuore il bene di questa nostra terra, vi deste d'attorno per far trionfare le idee buone, tanto male non sarebbe.
— Ma quali sono le _idee buone_? — gridò inveendo il colonnello Viminèdi.
— Le nostre! — rispose il cieco arcuando le sopracciglia.
— Vi sbagliate. Le nostre idee non valgono più delle altre. Il mondo è un carcame e il tempo se lo riprende.
— Ma allora che cosa vuoi, tu? — chiese violentemente Pietro Ramelli, che s'era fermo innanzi al colonnello e lo guardava con occhio torvo.
— Io vorrei non esser nato per non vedere questo mondaccio fatto così a rovescio.
— Ma vuoi sostituirti al Coso... vuoi sostituirti al Creatore, tu? Tutto è a rovescio per te, nulla v'è di buono! E allora è meglio non cosare perchè tu fai come coloro che si metton gli occhiali neri e vedono tutto oscuro.
— E non cosiamo! — rispose il colonnello sorridendo con lieve malignità. — Tanto se tutto va male io non ne ho colpa e col vostro ottimismo non cambiereste direzione a una piuma.
— Bella ragione! — gridò il capitano Ramelli che si accendeva d'ira — bella ragione! Quando hai torto, per difenderti, sostieni le maggiori strampalerie. Faresti inviperire un santo.
— Ecco la tua logica!
— Ma che logica! Io dico che è una vergogna sentirti parlare in tal modo qui, di fronte al _Caffè dei Girondini_, in tempo di elezioni!
— Ha ragione! — dissero i compagni.
— Io coi preti non voterò mai! — gridò Antonio Viminèdi con la sicurezza di aver toccato un tasto d'effetto.
Passò un silenzio generale. Pietro Ramelli riprese la sua passeggiata guardando qua e là con gli occhi torvi.
— Avreste forse il coraggio di votare insieme a coloro che vi odiano, che odiate e avete combattuto?
— No! — gridaron tutti quasi che un impeto di fiamme fosse passato nelle singole voci.
— E allora è inutile sperare: i repubblicani trionferanno.
— Vi sono le campagne — disse il cieco.
— Le campagne sono sovversive.
— Non tutte.
— Gran parte.
— I preti condurranno molti elettori.
— Rieccoci ai preti! — gridò Viminèdi. — Ciò che ci vien da loro si converte in veleno. Per me, dall'ora in cui i nostri capi han deciso unirsi alle vesti nere, ho fatto voto di abbracciare l'anarchia come unico possibile partito in Italia. Ma dobbiamo dunque rinnegare tutta la nostra giovinezza con un atto di vergognosa umiltà? Quando partimmo con Garibaldi si aveva in odio ogni bestia nera e si uccidevano i corvi in mancanza d'altro: ora dovremmo stringerci al seno, per un imbroglietto politico, i nostri maggiori nemici?
La domanda lanciata là come una sfida, non ebbe risposta precisa; ma fu seguita da un mormorìo di singole conversazioni intavolate a bassa voce fra compagno e compagno.
Antonio Viminèdi e Pietro Ramelli si tacquero guardandosi.
— Che ne dici? — chiese il colonnello.
— Hai ragione! — rispose per la prima volta, quasi rabbiosamente, Pietro Ramelli.
— Chi disse prete disse castigo!
— Per me — esclamò il Ramelli — la mia parte l'ho fatta. Nella cosa contro il brigantaggio ne fucilai due.
— E il Signore ti avrà in grazia.
— Ne sono certo.
Achille Donatelli che fino allora era rimasto in silenzio, ascoltando, uscì d'improvviso in una imprecazione quasi compisse così e suggellasse dignitosamente un suo lungo ragionare:
— Accidenti ai capi!
— Quali capi? — chiesero molte voci.
— I nostri i nostri! Quelli che abbiamo eletti noi, che gettano lo scorno sul nostro nome! Perchè avremo il male, il malanno e l'uscio adosso. Vincere non si vince, questa è verità indiscussa. Dunque tanto valeva rimanersene soli e non stender la mano a Monsignor Rutilante che vorrà riderne ora di questi nemici di Dio.
— Non del Signore Iddio! — corresse Antonio Viminèdi. — Noi siamo nemici dei mercanti del soprannaturale; del tenebroso sinedrio dei barattieri; dei catafalchi neri che rinnegano il sole. Il Signore Iddio è troppo in alto per queste creature meschine.
Nel frattempo dal _Caffè dei Girondini_ era giunto un alto frastuono di grida. I vecchi frequentatori del _Caffè della bandiera_, tacquero guardando nella via.
— Che hanno le araguste? — chiese Viminèdi.
— Sssst!... — fecero gli altri.
Stettero in ascolto. Una voce chiara e solennemente tribunizia, si udiva giungere, interrotta, a ogni fuocherello d'artifizio, da vivi applausi.
— Chi parla?
— Aspettino, guardo — disse il piccolo cameriere, rotondo e paffuto come un chierichetto.
Si affacciò su la porta, sporse il capo e susurrò poco dopo, rientrando:
— È Ardito Popolini.
— Sempre lui... quel buffone!.. — gridò Pietro Ramelli.
— Sarà al suo novantesimo discorso — soggiunse il cieco.
— Non lo cambia mai! — disse Viminèdi.
— Non importa; ottiene il suo scopo.
Nel _Caffè dei Girondini_ infatti, il direttore de l'_Aristogitone_, ritto sopra un tavolo, arringava quel tanto di folla che poteva capire nel ristretto ambiente repubblicano. Con voce sonora, scandendo le parole più importanti e seguendo nel dire un suo ritmo musicale di ineffabile monotonia, intesseva a sazietà gli elogi di Livio Merate candidato popolare, accennando alla vastità del suo programma di riforme, alla saldezza de' suoi propositi, alla maravigliosa possanza del suo ingegno.