Part 7
Chiamai pure a raccolta gli avvertimenti materni, le prime massime di virtù udite da fanciullo; ma non avevan valore contro quel riso baccante, grande, e che pareva oramai una solenne cosa, tanto solenne che le piante, gli alti steli dell'erbe non battevano fronda o fiore come intenti ad ascoltare e bearsi di quella voce ridente.
E allora per la calda afosità del tramonto, in quel muto languire del giorno, una figura di donna nuda, meravigliosa e splendente come un sogno, sorse alla mia vista, e si aggirava veloce fra gli alberi come se i piedi a pena lambissero il suolo, e con le braccia sollevate e le palme distese e le chiome accarezzava le erbe e i fiori presso cui trasvolava, come una benedizione.
Il riso lascivo si era mutato in una voce distinta come una cantilena, e quella voce usciva dalle labbra di quella fata.
* * *
Diceva: «Io sono impudica come Pasife, io sono casta come la Sibilla, io sono forte come Ippolita, io sono sapiente come Minerva: io sono eterna. Proteo aveva meno forme di me, e sono anche orribile più di Megera, e sono anche fatale e bella più di Medusa. Nè Arianna con Bacco rise più pazzamente di me, nè Niobe impietrata diffonde dal Sipilo più rivi di lagrime di quante io ne sparga.
Io sono proteiforme, e pure sono una.
Ma tu mi hai conosciuta soltanto avvolta di bende, severa e terribile, sopra gli altari. Lassù io sono la virtù e la sapienza, e in quella forma mi hai adorato: ma sappi che spesso io fuggo fuori delle bende e delle infule, le quali rimangono e rendono la mia figura agli adoratori del tempio: ma io non vi sono più. Io corro fra i campi e talvolta rido come le villane che tu hai inteso: e pur non sono colpevole; io trascorro nuda e non sono impura; io porto nel mio grembo la fecondità, e vergine sono.
Io sono eterna e son giovane; io corro pei campi e l'erbe crescono dietro di me. Vedi: la selva era nuda ed irta. Oggi è tutta chiomata, e le gemme diventarono fiore e frutto; gemono i rivi, ride e spira il mare. Chi fu? Io.
Io non ho virtù, come non ho colpa; io do luce al cielo, io faccio fremere e contorcere le piante che si aprono e fecondano, io avvolgo tutte le cose create di un invisibile filo, e tutto germina e palpita, e traggo il mondo affascinato dietro di me; però se io rida o pianga nel mio eterno lavoro, nessuno mai saprà perchè questo è il gran mistero.
V'è una leggenda antica: Ifigenia in Tauride sacrifica e svena alla Dea Artemide qualunque uomo a quelle selvagge terre approdi. Io pure godo dei sacrifici umani, e però sappi anche che la Sventura e la Pazzia mi seguono come il rosso giustiziere seguiva gli antichi re. E pure io amo gli uomini e li inebrio della mia felicità e della mia voluttà; ma questa è riserbata soltanto a coloro che non sanno chi mi sia e non cercano di indovinarmi. Chiunque vorrà essere scrutatore della mia divinità sarà oppresso dalla stessa mia gloria.
E pure io amo gli uomini: ma sono come Angelica. Rolando urla per la selva impazzito di amore: io mi dono a Medoro.»
* * *
E ne la immensità del tramonto che balenava una luce pallida e cilestra, l'imagine e la voce svanì.
Era giunto senza avvedermene dove il sentiero sboccava su la via maestra e _Patirai_ era di fronte a me che stavo fermo sull'estremità della strada, dove lo scoglio rompe e scende fondo e livido nel mare. Essa mi fissava con quelle umane e umide pupille che io credo verosimilmente leggessero dentro la mia anima; e non si moveva nè abbaiava.
«È inutile — meditai —, il problema della vita non l'ho capito: un compito su cui ci lavorai tanto! Zero punti, maestro; e, pur troppo, senza il beneficio di ripetere l'anno o la prova! Terribile problema!»
«Problema facile», mi sentii contraddire timidamente.
In quel punto _Patirai_ aveva mandato un lieve guaito che lacerò l'incombente silenzio delle cose.
«Problema facile..., quasi tutti lo risolvono!...» e quelle pupille mi guardavano con muto dolore, e il guaito si ripeteva.
Allora non ricordo come avvenne che la paurosa calma che mi occupava si mutasse in improvviso furore, in una rabbia delirante di annientarmi e di annientare tutto. Ricordo che io presi _Patirai_ che mi amava e che io amava, e la scagliai giù nel mare.
La vedo anche ora nettamente dopo tanto tempo.
Ad un certo punto cadendo si voltò con la schiena all'ingiù. Un lamento, ma che era forte come un nitrito, squarciò l'aria e mi rimase nell'orecchio. Era caduta su di una punta aguzza dello scoglio; si era squarciata il fianco: almeno così doveva essere perchè l'acqua mi parve rosseggiare ad un tratto e l'onda sopravveniente la dissipò.
Allora ebbi paura e voleva fuggire, ma non lo poteva e rimasi lì con l'occhio fisso in giù.
Mi intronava alle orecchie un ronzìo come se due sciami di vespe fossero usciti dalla terra e disperdendosi in alto mi susurrassero qualche cosa di pauroso e di infausto.
Però non sentii nè pietà nè rimorso nè mi mossi per soccorrerla; anzi era una specie di piacere o almeno di sollievo che io provava a quella vista sanguinosa giacchè avevo così trovato una distrazione alle laceranti imagini che mi straziavano. Ma queste ed ogni altro senso o pensiero si andava affievolendo in una stupidità generale, come le ultime vibrazioni di un diapason tremano per lungo tempo dopo avere emesso il primo suono.
Lo scoglio dovea esser liscio dalle alghe perchè lei tutte le volte che l'onda la sospingeva in su e tentava di arrampicarsi, ricadeva nell'acqua. E poi le zampe di dietro, vicino alla ferita, si vede che non aveano più la forza di puntare ma che erano già morte: solo le zampine davanti, quelle zampettine che poco prima saltellavano con la baldanza di un polledro, si provavano di risalire su arcuandosi per lo sforzo, e tutto il corpo tremava per il freddo dell'acqua o per il brivido della morte. Ma certo le forze le erano fuggite col sangue perchè ogni tentativo era sempre più debole e la lieve onda della marea minacciava di rovesciarla.
La sua testolina nera col suo musino appuntito erano o mi parevano rivolti ancora verso di me e gli occhi neri ineffabilmente tristi non aveano e mi pare che non avessero che un'espressione di pietà.
Non un lampo di ferocia o di odio vi passò; le labbra non si sollevarono a scoprire il digrignìo dei denti. Nulla. Era una pietà, una gran pietà per me.
Un'onda più forte la rovesciò e la fece andar sotto. Allora potei muovere il passo dal luogo dove era; e mi avvidi che correvo forte e con terrore come se qualcuno mi inseguisse. Solo quando ebbi svoltata la strada fermai il passo e allora mi accorsi con meraviglia che era venuta la notte.
Finalmente o meravigliosa notte eri venuta e mi avevi ravvolto delle tue ombre, ed io era entrato nel bagno delizioso e profondo delle tue tenebre.
Nora
Ne la stanza di Nora entrava il sole.
Era una dolce mattinata di febbraio senza nebbia e senza vento; e quell'onda di luce si estendeva con l'allegrezza infantile della stagione che ormai si rinnova, per il lettuccio bianco, su per il ripiano del comò, su per la mussolina candida che copriva la _toilette_.
E quivi e ne la luce dello specchio rinfrangendosi, suscitava un più vivo riflesso come di pagliuzze e di cirri d'oro, dentro cui pareano nuotare e godere i molti ninnoli che vi erano sparsi e confusi.
Molti ve n'erano: alcuni puerili, altri che rivelavano la mondana sapienza e l'eleganza di Nora; ma gli uni e gli altri stavano in buona armonia e senza scandalo delle vicinanze: anzi, risvegliati a quel sole, pareano ragionare e ridere sottilmente fra loro, quasi fossero un coro di piccoli genietti maligni. V'erano, fra gli altri, due pupine di smalto, rosee e snodate che volevano nascondere le loro nudità entro il pizzo di un fazzoletto, un gruppo di ciondoli d'argento, i tre ladroni della _Gran via_, un mazzolino vizzo di gardenie, un tubero di giacinto con le radici natanti in una caraffa, due giarrettiere aggrovigliate come biscie presso un libriccino da messa, piumini che si abbeveravano ne' carnali profumi della cipria, e tutti e tutte susurravano, ridevano, e spedivano i loro messaggi ad ignota destinazione lungo i raggi del sole.
E quel loro susurro poteva essere inteso da una di quelle anime che hanno il sesto senso di intendere la melanconia e il linguaggio delle cose, se in quella stanza avesse avuto la grazia di penetrarvi; l'avrebbe ben potuto intendere perchè le due persone che vi erano non si parlavano: Nora scriveva, e una servetta, in cuffia e grembiale, metteva la stanza in assetto: dal di fuori non giungeva alcun rumore.
Le mura di quel palazzo attutivano ogni frastuono della città, e dal giardino su cui dava la finestra di Nora, non si elevava altra voce che il pispiglio delle passere, ora simile ad un sorriso soffocato, come risposta alle malizie dei piccoli genietti; ora più intenso e modulato a canto, quasi un richiamo d'amore che venisse da ignota parte.
Le passere si levavano a stormo da un gruppo di quattro o cinque platani; giganti secolari che si aprivano in tronchi, in branche, in rami, in ramoscelli, oltre il cornicione del palazzo. Affondati con le radici in quel recinto, parevano sognare le foreste spesse e vive, palpitanti al sole e ai venti ne la selvaggia libertà della materia.
Ma gli stormi delle passere garrivano a prova e si spingevano con tanto impeto su fino ai più sottili rami, che questi ondeggiavano a lungo..., poi se ne staccavano; una si spingeva sino al davanzale della finestra, allungava il collo, lo inturgidiva e vibrava delle note furenti come un'ambasciata, e poi volava via. Ma Nora non ascoltava quel canto, nè si accorgeva del destarsi delle cose al tepido sole.
Nora scriveva una lettera, o più tosto la copiava da un libro.
Il braccio fuor dell'accappatoio e la mano si moveano in fretta sul foglio.
I capelli liberati dalla fronte come un cimiero selvaggio, ad ondate scorrevano giù lungo la spalliera della seggiola. Ogni tanto però ella si arrestava, puntava la penna in aria, si mordeva le labbra e faceva saltellare la pantofola su la punta del piede, poi ripigliava a scrivere.
— Auf! è finita, finalmente! — esclamò buttando via la penna come un arnese di tortura, e si rovesciava indietro per isgranchirsi le membra.
A quella esclamazione la servetta si volse e domandò sorridendo:
— È lunga?
— To', guarda, due e due quattro facciate....
— Questa volta sarà contento il signorino.
— Lo spero bene. Ma è un lavoro da copista un giorno sì e un giorno no scrivere di queste letterone...; lasciami un po' muovere. Si levò e apparve rigogliosa e superba in quella cruda verginità delle forme; poi si mosse, girellò per la stanza e infine si postò dinanzi allo specchio, e con ambedue le mani sollevando quella massa di nere chiome e immergendovele dentro, cominciò a pettinarsi.
— Un lavoro da copista! — seguitava. — Ah! ora che ci penso, nascondi il libro; lui è capace di venire a frugare anche ne la mia stanza.
— Se è capace!... — rinforzò la servetta.
— Perchè l'hai visto qualche volta?
— Altro che visto! Un giorno che lei era fuori, l'ho sorpreso qui che baciava il guanciale, un'altra volta che avea messo in tasca un suo fazzoletto.
— Oh che sciocco! — sclamò Nora senza voltarsi.
— Se s'accorge poi che le lettere lei le copia dal Segretario galante è capace di morir dalla disperazione...!
Nora fece spallucce.
Lisetta, la cameriera, proseguì: — Ha poi risposto, signorina, a tutte le sue domande?
— Ce ne sono tante delle belle espressioni ne la lettera d'oggi... — rispose Nora con indifferenza.
— Per quell'altro però — ribattè la servetta — le lettere le fa di sua testa! Quelle sì che sono belle!
— Quell'altro è quell'altro.... E l'hai visto? — domandò con premura volgendosi.
— Lo vedrò oggi, quando vado fuori. Che risposta poi gli devo dare?
— No!
— Proprio no?
— No; digli che abbia un po' di pazienza.
— Però — insiste la cameriera dopo qualche minuto di silenzio e ritornando all'argomento di prima — il signorino finirà con l'accorgersi che quelle lettere non sono roba di lei: bisognerebbe almeno aggiungerci qualche cosa di più preciso!...
— Allora aspetta... — rispose Nora, e con un moto rapido si accostò di nuovo al tavolo, prese un altro foglietto e scrisse a larghi caratteri dettando forte: «Poscritto: lei è un gran curioso; vuol sapere troppe cose; oggi non ho voglia di rispondere a tutto. Faccia la penitenza di aspettare sino alla lettera di domani l'altro; così vedrò anche se ha pazienza. Un uomo prima di sposarlo, bisogna conoscerlo bene, ha capito?» Ecco fatto.
— Sì, così va bene — approvò Lisetta —, ma c'è poi quella cosa che domanda sempre in tutte le lettere, come la grazia ai santi.
— Ah, il famoso bacio! Aspetta: «Secondo poscritto: quella cosa è impossibile per ora. Ne parleremo meglio a voce.» Va bene così?
— Io però glielo darei un bacio — aggiunse l'altra in tono compassionevole —; è tanto buono, poverino, e le vuole tanto bene!
— Ma ti pare?... Dopo non si accontenta più: e poi mi fa senso a baciarlo!
— Gli metta almeno una buona parola; con le parole si può andare avanti un pezzo — consigliò Lisetta.
— Be'... facciamo a tuo modo: «Terzo poscritto: tuttavia sperate.» E adesso prendi la lettera e nascondila sotto il suo capezzale... E per oggi è finita! Si sedette al piano e ne fece zampillare fuori un gorgoglio di note allegre e andanti come di galoppo: il preludio della _Carmen_. Si fermò, poi giù altro scoppio di suoni, ma baccanti e lascivi che durarono un pezzo: un'aria della _Gran via_.
Si fermò ancora, e stava per riprendere un terzo motivo, quando qualche cosa di lugubre si udì in quell'intervallo. Nora si scosse e rimase con la mano sollevata su la tastiera.
Era uno scoppio di tosse, ma così cavernosa e secca che pareva che le viscere si dovessero staccare e lacerare. Gli scoppi di tosse si susseguirono con spasimo decrescente poi tacquero in una specie di rantolo.
— Povero ragazzo! — sospirò Nora.
Ma allora si udì un passo che strascicava in fretta sul corridoio.
— Dio! la signora! — mormorò la cameriera, e si curvò tutta nell'atto di spolverare.
Anche Nora fece per istinto la mossa di alzarsi dallo sgabello, ma non ne ebbe il tempo, che la signora sollevò il velluto della portiera.
Una figura scarna e patita s'inquadrò su la soglia.
Disse con voce sibilante:
— Voi, nipote mia, mi volete obbligare di dire ad Antonio che venga a portarvi via il piano: è una misura severa, ma voi mi costringete.
Fu una breve pausa; Nora non rispose. La voce della signora si ammorbidì, come di un tremito e continuò:
— Tu lo sai, Nora, nessuna emozione, sopra tutto nessuna emozione; i medici dicono tutti così; e la musica è una emozione.
— Ma scusate, zia — rispose questa volta la giovane con mal celata impazienza — io non ho mica suonato la marcia funebre dell'_Aida_! Guardate: tutta la musica seria l'ho messa via. Questa che mi rimane, eccola qui: _Madama Angot_, la _Carmen_, la _Gran via_...; tutta musica allegra....
— E sconveniente — ribattè la signora.
— Adesso la musica sarà diventata un romanzo dello Zola da essere sconveniente! — rispose Nora con lieve accento di scherno.
— Si vede dunque che li leggete — ribattè la signora con ironia.
Nora tacque.
— O sconveniente o no — riprese colei — non si suona. Anzi permettete. — Si mosse verso il piano, lo chiuse e si mise la chiave in tasca.
— Così è levata anche la tentazione. E poi — aggiunse osservandola meglio — siete ancora in accappatoio, a quest'ora! Sono le undici oramai. Che cosa avete fatto tutta la mattina? Tutta nuda — e aperse con dispetto l'uno e l'altro lembo dell'accappatoio denudando le spalle e il seno —, tutta nuda e tutta spettinata ancora! e la finestra aperta! Volete dunque ammalarvi anche voi?... Le stanze devono essere a dodici gradi; qui si gela! chiudete quella finestra.
Lisetta si affrettò a chiudere.
— E voi siete ancora qui? — riprese notando la cameriera —. A quest'ora avreste dovuto finire di mettere la stanza in assetto. Ma si capisce, fra voi due!.... Però non è dignitosa, Nora, questa confidenza con una persona di servizio; si vede proprio che avete nelle vene il sangue di vostra madre buon'anima, che Dio l'abbia in paradiso. Provvederò anche a questo; due ragazze come voi non stanno bene insieme.
Nora non si era mossa, nè aveva aperto bocca; solo teneva gli occhi rivolti al cielo in atto di rassegnazione forzata e si mordeva le labbra.
— E oggi a pranzo — aggiunse con voce sommessa — mi raccomando, tenete un contegno più serio; meno gesti, meno sorrisi, meno smorfiette. Ed ora pettinatevi, ma senza tanti riccioli; e mi farete anche il piacere di mettervi l'abito marrone scuro.... Eh! avete sì un bel far l'offesa: me l'avete stregato per dovere, povero figlio — conchiuse con accento di rabbia e di dolore insieme.
— Ma vi giuro, zia — supplicò Nora — che non sono io; è lui che vuole che gli scriva, che vuole che lo ami....
— Eh, non dico adesso, io! dico prima quando lui era ancora un bambino che me l'avete stregato. Adesso le cose sono quello che sono. Ma, se Dio vuole, non dureranno molto così. A pena si apre la stagione, lui a Nizza e per voi in un modo o nell'altro si provvederà — e voltatele le spalle se ne andò.
— Ha sentito la signora — domandò con impertinenza Lisetta dopo che il passo di colei si fu allontanato, e rifacendole il gesto — ha sentito? È stata lei a fare innamorare il signorino! Se ne possono dir di peggio? Ma sicuro lei è stata, lei! Non basta la vita che lei fa da più di un anno, niente feste, niente conversazioni, come in un convento, non basta; ma la signorina non si deve fare i riccioli, come se non fossero i capelli che sono ondati per natura! Ha un bel vitino, e se lo deve far brutto! L'abito _marron_: vi metterete l'abito _marron_ scuro: e che tono! Lei vorrebbe così far andar via l'amore al suo figliuolo....: e dovrebbe invece ringraziarla che lei gli dà retta....; ringraziarla come si fa coi santi, perchè se lei fosse una giovane come ve ne sono tante e gli dicesse chiaro e tondo il suo sentimento, li vorrei vedere tutti e due... madre e figlio! Proprio vero che a far del bene è tempo perso con certa gente!
Nora non diceva nulla, ma piangeva di rabbia.
— Oh io poi — continuava Lisetta — se fossi in lei, questa pazienza da santa non ce l'avrei mica. Dopo tutto lei è libera, dispotica di sè, e io me ne sarei andata da un pezzo....
— Sì! e dove vado? e con cosa vivo? — domandò Nora con voce alterata levando il fazzoletto dagli occhi.
— Bella! va dove vuole: non ci ha la sua dote?
— Ah, se ci avessi la dote, non dubitare che non sarei rimasta tanto per i loro begl'occhi!....
— Ma dunque non ci ha la sua dote? — ridomandò con gran sorpresa Lisetta.
— Se non se la fosse giocata mio padre prima di ammazzarsi, ce l'avrei ancora; ma l'ha fatta saltar lui a Montecarlo. Ah! cara mia — seguitò consolandosi ne le memorie del passato —, quella fu una disgrazia, una disdetta da non darsi pace. Ma che vita si faceva allora, se tu l'avessi provata! Pensa che si viaggiava tutto l'anno: io era ancora bambina, ero libera come il sole. E come mi divertivo! Avevo la _bonne_; ma quella badava a fare l'amore!... Dopo ho fatto la penitenza quando la zia mi ha raccolta qui per carità, orfana e senza niente....
— Sicuro che allora — sentenziò Lisetta — lei ha la sua buona ragione di tenersi da conto la signora e di fare a modo suo. Lui, già, il signorino, non campa. Dopo chi resta? Nessuno: e la parente più vicina è lei. Anche la vecchia non vivrà mica gli anni di Noè, e allora il palazzo, tutti i finimenti d'oro e di brillanti, e tutto il capitale viene a lei per legge.... Poi lei sposa quell'altro.... e tutto finisce bene.... — Così seguitava ad almanaccare Lisetta.
Nora non diceva nulla e seguitava a vestirsi.
* * *
Dopo mezzodì il cameriere venne ad annunciare a Nora che il pranzo era servito.
La tavola era preparata per quattro, ma ne la sala v'era solo suor Angela, una specie d'infermiera; donna senza sesso, lunga ed ossuta. Si stropicciava le palme con forza e pianamente, dilatava le narici e stirava le labbra: segni di un costante e solido appetito.
— Adesso madama viene — disse a Nora con la sua voce ombrata e fuggevole di sibilanti —; l'ha voluto aiutar lei a vestirsi. Una martire, povera signora, una vera martire!
Nora non disse nulla.
Febo entrò dando il braccio alla madre.
Non era brutto Febo: anzi un certo non so che di signorile e di eretto nel portamento e nel vestire allontanava a prima vista l'idea della tisi che lo minava; ma osservandolo meglio nel volto, sotto la pelle terrea e smorta, troppo forti apparivano i rilievi e le insenature del teschio, e ciò incuteva non solo pietà ma ribrezzo, tanto più che la forza tetra del male spirava da tutta la sua persona. E questi sentimenti si imprimevano più vivi per ragione di contrasto quando parlava e sorrideva, giacchè in quel volto gli occhi grandissimi e neri scintillavano e la voce avea quelle inflessioni di quiete e di soavità che hanno quelli su cui spira vicina la beatifica aura della morte.
I capelli solo conservavano la vita che da tutto il corpo gli sfuggiva, chè erano di un nero bellissimo e lucente, e incorniciando a lievi ondate la fronte, vi imprimevano quel non so che di ingenuo e di nobile che è proprio della sacra e ancor virginale giovanezza del maschio.
Appena vide Nora, le pupille scintillarono di più larghezza, le guance gli si colorirono di un fugace rossore, e le labbra tracciando un fuggevole sorriso scopersero il madore dei denti, d'un color grasso d'avorio.
Lasciò il braccio di sua madre e accostandosi galantemente alla giovane:
— Come va, cugina? — chiese con lieve turbamento; — e come siete bella! — esclamò poi fermandosi a contemplare quella rigogliosa forma di giovane donna.
Nora interruppe e chiese di lui, come stesse, se la tosse era diminuita, se più riposato il sonno durante la notte.
Febo rispondeva di sentirsi assai meglio. Oramai con la buona stagione si alzerebbe tutti i dì; poi l'aura mite e il mare della riviera avrebbero compita la guarigione.
Si posero a tavola. Febo sedeva presso Nora e con bel servire e con piacevoli conversari si studiava di renderle gradita la sua compagnia.
La vecchia signora, non osservata, osservava ansiosamente il figliuolo, e ogni tanto dei fremiti convulsi le agitavano le estremità delle labbra. La suora badava a mangiare con correttezza, non perciò meno vorace.
Sovente la signora con voce timida e persuasiva osservava:
— Febo, non parlare tanto; sai che ti fa male....
— No, mammina, sta buona — e seguitava a conversare con Nora.
Ma una volta si eccitò d'improvviso perchè lei, la povera mamma, ripeteva sempre la stessa raccomandazione.
La voce gli tremò di rabbia, spiegazzò la salvietta con tutte e due le mani e disse con voce stridente e convulsa:
— Ma che sono un bambino, io? Tu dici che sto meglio, lo dice il medico, lo dicono tutti: oggi v'è un bel sole, m'alzo, mi sento bene, e non volete che parli? Allora vuol dire che sto molto male. Voglio parlare finchè mi pare. Sei noiosa come tutte le mamme!
La povera donna abbassò il capo senza rispondere, ma il moto convulso delle labbra si accrebbe, e quando non potè più trattenere il pianto, si alzò piano e se ne andò senza che Febo se ne avvedesse.
Egli si era subito calmato e seguitava a parlare con Nora della villa in riviera, del mare, del dispiacere di aver perso due anni di studi, dei progetti per l'avvenire.
— Sapete, cugina, quando avrò la laurea? a venticinque anni. E se a uno di quelli che hanno bisogno di guadagnarsi il pane fosse toccato il mio male, con tutta la spesa e le cure che ci vogliono, come avrebbe fatto? Eh, un po' di socialismo bene inteso non guasta mica, non è vero, suor Angela?
Suor Angela aggrinzò il naso senza rispondere.
— Ma vedete! — diceva sorridendo a Nora — la buona suora è così religiosa ed ha paura del socialismo! E la mamma dov'è, dov'è la mammina?