Gli ingenui

Part 8

Chapter 84,081 wordsPublic domain

Suor Angela si levò per andare a chiamarla.

Allora, come furono soli, Febo prese con le sue mani umidicce la mano di Nora e se la pose alle labbra.

— No, Febo — ella diceva, cercando lievemente di liberarsi — no, mi fai male, mi fai!...

— Giurami che mi sposerai, Nora!...

— Sì, te lo giuro, ma lasciami....

Si udì il passo della signora e della suora pel corridoio. Febo si ricompose e domandò:

— Hai scritto, mi hai risposto?

— Sì.

— È una lettera lunga?

— Otto pagine.

— Anima cara e santa! — sospirò Febo.

In quella entrò la signora e dietro suor Angela: avea gli occhi un po' rossi, ma era serena.

— Tu, mamma — le osservò Febo scherzosamente — sei proprio egoista e cattiva. Oggi mi sento così bene, mi sento così allegro che mi vien da ridere, e tu mi sgridi e vai via....

— Io lo dico per tuo bene, figliuolo — ella rispose con pacata mestizia.

Un filo di sole sbiadito avea intanto trovato strada fra i cortinaggi e si stendeva su la tovaglia. Il cameriere avea recato il vassoio col caffè. Febo volle porgere lui la tazza a Nora e la guardava a sorbire; poichè ci metteva tanta grazia con quelle labbra che si stringevano così rosee sull'orlo della tazza, e la pelle della gola che le risaliva in su ad ogni sorso.

— Voi, Febo, non prendete il caffè? — domandò voltandosi e chinandosi verso di lui; e in quell'atto il raggio di sole la investì nel volto e balenavano le gote e le pupille; e i riccioli neri e ribelli parevano tutti vaneggiare largamente su la fronte.

— La mamma non vuole — rispose il giovane scotendosi dalla sua contemplazione estatica. — Vero che non vuoi, mamma?

— No, figliuolo, se no perdi il sonno questa notte.... — rispose la signora e si rivolse ancora distrattamente ad udir suor Angela che avea ripigliato a raccontare di una mirabile guarigione della Madonna di Lourdes.

— Allora niente caffè, signorino! — disse Nora scherzosamente.

Febo intanto era riuscito a posare la mano su la palma di lei e mormorava piano che la mamma non intendesse:

— Come saremo felici quando sarai mia..., la sposa mia..., l'anima mia!... Tu potrai comandare i miracoli e io li farò....

Il raggio di sole era salito via, e la storia di Lourdes era finita: l'ora piegava verso il vespero e la signora e suor Angela con vaghe e timide parole allusive cercavano d'indurre Febo a ritornare a letto.

— Sentite quello che dice vostra madre? ubbidite, cugino mio, è per vostro bene — disse nettamente Nora che aveva capito a che voleano intendere le due donne.

Febo allora si levò, e salutatala con un:

— A domani, dunque! — si avviò verso la stanza seguito dalla madre e da suor Angela.

Anche Nora poco dopo si ritirò ne la sua stanza; ma il sole non la illuminava più, anzi ci si sentiva un'aria fredda che faceva come rabbrividire la pelle.

Si ravvolse le spalle in una mantellina e sedette presso la finestra. Avrebbe voluto far qualche cosa e pensare ad altro, ma l'imagine di Febo non le si voleva partire dalla mente e ne sentiva tristezza.

Povero Febo! Rivedeva la sua faccia smorta, le risonavano le sue parole. No! non sarebbe guarito più: da quel palazzo sarebbe uscito, ma solo in una bara stretta e nera.

Ella stessa quando parlava di lui, non diceva sempre: «Febo era, Febo faceva?» Si vede dunque che per lei Febo non era più una persona viva. Era destino, doveva morire; ma non sarebbe stato solo a morire: qualche cosa anche di lei Febo si sarebbe portato via nel mistero della bara, qualche cosa anche della giovinezza di lei. Era questo il pensiero che confusamente la impauriva. Nora si guardava le mani su cui si erano posate le mani di lui come a cercare se ne rimanevano le impronte, se sentivano ancora il madore della etica pelle. No, lei non lo voleva seguire. Era Febo che voleva bene alla sua giovanezza; e per questo la divorava con gli occhi, ma lei non voleva.

Da cinque anni, da che la zia l'avea accolta orfana e povera, era legata a Febo, a quel bambino grande che adesso moriva. Si ricordava il giorno in cui l'aveva visto per la prima volta. Veniva dalla scuola ed era entrato nel salotto cantando e buttando i libri su di un sofà. Ma appena vide la giovanetta, che era giunta da poche ore, tutta vestita a lutto, si fermò, si ricompose e rimase lì come impacciato.

— Questa è la tua cuginetta che ha avuto tante disgrazie e che tu amerai come una sorella — disse la signora.

— Oh, questa è mia cugina!... — avea esclamato e da quel giorno se ne era innamorato morto.

Allora, nei primi anni, anche Nora era una ragazzina e ci pigliava gusto a stuzzicarlo; a vederlo così.

Quelle lettere sentimentali che non finivano mai, quel raccogliere i fiori che lei toccava, baciarle i capelli che portava lunghi e sciolti, quelle frasi di adorazione, di paura che lei dovesse fuggire, che era l'allodola, il sogno, il raggio di sole, erano cose che allora le piacevano. Ma più ella cresceva nel rigoglio delle forme e delle carni, più lui sprofondava in quell'ebbrezza di stupida contemplazione. Arrossiva al vederla, piangeva pensando a lei, lo sentiva tremare tutto quando gli porgeva la mano o per caso lo toccasse col ginocchio o col piede.

Nora oramai si era fatta grande, sapeva tante cose e quell'amore da ragazzi non la soddisfaceva più. Gli uomini non devono amare così, pensava. Fu a quel tempo che conobbe l'altro in un salotto dove le era stato presentato, e se ne era invaghita con un senso di soggezione che non avea mai provato per Febo.

Quello sì era un bel giovane; così elegante, così mondano. Nè Febo nè altri se ne erano accorti. Febo era così bambino, di che cosa si sarebbe accorto lui? Al teatro l'altro c'era sempre quando lei ci andava: al corso, alle feste quando le si accostava e la salutava, Nora provava un brivido di orgoglio e di gioia pensando: «Questi è mio!».

Ma da quasi due anni, da che Febo si era ammalato, la zia non riceveva più nè si andava ad alcuna festa o ritrovo dove potesse abboccarsi con lui. Era molto se lo poteva scorgere qualche volta di sfuggita quando usciva in carrozza per andare a messa. Intanto gli anni passavano, e lui si sarebbe stancato. V'erano tante donne che sospiravano il suo amore, che glielo avrebbero rubato! Questo pensiero la struggeva con un senso di gelosia e di rimpianto acre e senza conforto.

E poi v'era sempre quell'ombra pallida di Febo che non le si staccava mai. Anche dopo che si era ammalato il suo modo di amare era rimasto sempre uguale: lo stesso sentimentalismo, la stessa tirannide delle lettere che gli doveva scrivere e che egli leggeva e rileggeva ne le lunghe e solitarie ore del letto. Era rimasto sempre uguale; solo le pareva che i suoi occhi avessero talvolta dei lampeggiamenti tetri e ne le lettere di lui c'erano delle frasi che adesso le facevano paura, suo malgrado.

Diceva ancora: tu sei l'allodola che fuggi: io mi levo al mattino, e non ti trovo. Ma, aggiungeva: il cielo non è abbastanza grande perchè tu mi possa sfuggire, io ti raggiungerò, e ti terrò sempre con me!

No ella, Nora, non gli voleva dare la sua giovanezza. Ella avea bisogno di amare, ma non a quel modo nè lui: e più cresceva il desiderio d'amore come più chiusa e melanconica si faceva la vita in quella casa sotto l'approssimarsi della morte.

Il sole intanto si era offuscato e senza alcun raggiare di sua luce, come un globo d'oro pallido, piegava giù dietro i platani ne la malinconia del cielo. Anche il terreno non si vedeva che ombrato e fondo, perchè la nebbia cominciava a salire.

E intanto lei, seguitava pensando, aveva oramai ventun'anni! Cominciava a percorrere il decennio della trentina: inutile illudersi. Camminava verso i trent'anni! E ancora quel carnevale, ultimo dei suoi vent'anni, finiva!

Ieri notte, che ora fosse stata non sapeva, la destò un coro di mandolini e di chitarre che suonarono tutta la notte: mandavano i mandolini note acute d'argento che parevano risa, e le chitarre ripigliavano un dolce ed appassionato motivo. Lei aveva pianto e non aveva più potuto chiudere occhio.

E quella notte sarebbe stato lo stesso ripetersi di canti e suoni; anzi di più perchè era l'ultima notte di carnevale.

Dopo ci volevano ancora altri dodici mesi perchè tornasse il carnevale!

Il sole finì con lo scomparire sotto la nebbia che montava più densa insieme alla notte. La nebbia maligna si sviluppava come globi di fumo dalla terra e aveva ravvolto tutta la foresta dei platani, di cui a stento si distinguevano i grandi tronchi.

Le cupole, i tetti della città smarrivano i loro contorni e si confondevano in un grigio uniforme.

Nessun rumore giungeva; solo qualche grido avvinazzato, e il rotolare di qualche carro: echi indistinti dell'ultimo giorno di carnevale che riprendeva la sua pazzia per le strade.

Molto rimase Nora con la fronte sul cristallo. Quando fu buio, venne il cameriere e disse che la signorina avrebbe cenato da sola perchè la signora zia avea dovuto uscire per un affare improvviso. Nora era così assorta che non pensò nè meno a domandare del perchè di quell'insolita assenza: le portasse qualcosa; avrebbe cenato in camera.

E tornò ancora alla finestra. La città si illuminava; i fanali non si distinguevano per la nebbia, ma dei bagliori luccicavano qua e là e la tingevano di sprazzi sanguigni. Più lontano luceva un non so che di bianco lunare e vivo: era la lampada elettrica sopra la cupola del _festival_, dove vanno a ballare le sartine.

Come devono essere felici le altre donne che non stanno in casa le sere di carnevale! Anche le sartine, anche le modiste che agucchiano tutto il giorno, devono essere felici perchè la sera hanno l'amante che le aspetta e vanno a spasso e ridono e vanno a ballare.

In quella casa non si rideva più, si moriva: anche la sua giovanezza ci moriva!

Passa così presto la gioventù della donna! E lei ce lo avea l'amante; bello, più bello di tutti e non poterlo nè meno vedere!

Tutte le sue amiche a quell'ora erano occupate (lei le vedeva) a mettere in ordine le loro _toilettes_. Si ballava in casa C***, in casa B***. Anche quell'anno la nobile signora X*** dava una festa per le signorine con esclusione di babbi e di mamme: qualche cosa di delizioso. Lei ne sapeva bene qualcosa!

Come dovevano essere felici di non trovarcela! Era Nora che le schiacciava tutte. Adesso invece era lei la vinta. Bella vittoria! Un assassinio della sua giovinezza. Ci sarebbe stato anche lui; si sarebbe innamorato di qualche altra e per lei era finita.

Questi pensieri confusamente, mal definiti e quasi incoscienti di sè, passavano per la mente di Nora come le nubi sui monti l'una dopo l'altra passano in una giornata autunnale, squallida e stillante di pioggia.

In quella si udì un passo lieve ne la stanza che fece trasalire Nora.

— Sono io, signorina! — disse Lisetta con voce sommessa.

— Sei tu? — domandò Nora voltandosi e distinguendola a pena nel buio della stanza.

— Sì, io — e accese la lampada. — Ma lei ha pianto! — sclamò poi accostandosi e fissandola in volto.

— Io?... — e si guardò in uno specchietto che avea sul tavolo: di fatto gli occhi erano rossi. — Non ho pianto, ma mi sento poco bene. È una sera così noiosa, così melanconica....

— Allora ho una bella nuova da darle.... — disse maliziosamente Lisetta.

— L'hai veduto? — domandò Nora con premura.

— L'ho veduto.

— Di' su.

— Ha detto che le vuole parlare assolutamente....

Nora si strinse ne le spalle.

— Gli ho fatto bene osservare anch'io che era impossibile....

— E lui?

— Oh, lui niente. La aspetta questa sera alla porta del teatro dove c'è il veglione....

— Ma è diventato matto?

— A sentir lui ragiona sul serio. Mi ha detto di farle sapere che da mezzanotte sino alle tre ci sarà davanti alla porticina di servizio qui del palazzo una vettura chiusa, e poi mi ha consegnato un domino e una maschera....

Nora non rispose. Lisetta seguitò ancora:

— Dice che ha una notizia importante e che non la può comunicare che a voce....

— E che faccia aveva? — chiese Nora.

— Oh, una faccia scura, signorina. Si vede che è proprio innamorato, ma che è stanco di andare avanti così.... Qualche progetto lo deve avere certo per la testa....

Nora stette ancora un poco in silenzio poi domandò:

— Fammi vedere il domino.

Lisetta ruppe svelta i legami di un grosso pacco e sciorinò qualche cosa di lungo e di lucente che si svolse con un fruscìo di seta e di nastri.

— È molto ricco, molto elegante! — mormorò palpandolo.

— Uno splendore, signorina!

— Sì, ma è una pazzia la sua! — concluse posando il domino su di una sedia. — Non ti pare che sia una pazzia?

— Pare anche a me....

— È vero?

— Sì..., ma io se fossi in lei ci andrei, perchè è sicuro che nessuno se ne accorgerà.

— Ma la zia che gira tutte le notti? — obbiettò vivacemente Nora.

— Ma la signora è andata via...! Ha ricevuto un dispaccio. Da prima non voleva lasciare la casa, poi si è decisa ed è partita alle cinque per Torino.... Non sarà di ritorno che domani.

— Sei sicura?

— Eh, lo domandi ad Antonio che l'ha accompagnata alla stazione....

— Di fatti me ne ha detto qualcosa — mormorò la giovane. — Ma e suor Angela.... e Antonio?....

— Quelli dormono della quarta — rispose Lisetta sprezzantemente. — Infine faccia una cosa: vada in fondo al corridoio, giri la chiavetta della porticina a vetri, e chi vuole che venga a cercare di lei?... E poi la sua stanza si può dire come separata dal resto dell'appartamento; può fare anche del rumore che nessuno sente niente....

Lisetta seguitava a parlare, Nora rispondeva e interrogava a monosillabi.

Fuori, in lontananza, luceva la luce bianca sopra il _festival_ in quell'ultima notte di carnevale.

II.

Quante ore della notte erano trascorse quando Febo si svegliò? Era essa giunta alla metà del suo corso, ovvero le ore fuggivano verso l'aurora?

Fuggivano verso l'aurora. Ma i cavalli del sole dormivano pur ne le stalle d'oriente; soltanto dietro le nebbie le stelle s'inchinavano all'orizzonte.

La casa era profondata nel sonno; ma i geni dell'inguaribile male vigilavano e minavano con maggior fretta le loro caverne; e rallegravano il loro lavoro con un rantolo gorgogliante continuamente nel sonno.

Si destò Febo soffocato dalla tosse, la quale scoppiò con un urlo che avea dei suoni laceranti come di metalli spezzati, e risonava nel silenzio e ne la notte così lugubre che pareva il grido di vittoria della Morte cavalcante la sua caccia selvaggia.

Il sudore gemeva alle radici dei capelli, alle ascelle, al collo, con un senso di orripilazione e di caldo febbrile.

Finalmente la tosse si placò e allora Febo riprese coscienza di sè e riguardò attorno per la stanza. La luce della lampada da notte, nascosta dietro il paravento verde, si diffondeva tranquilla; ma gli oggetti così illuminati dal basso in alto, i cortinaggi specialmente, quei cortinaggi che scendevano giù sul tappeto, avevano assunte attitudini fantastiche e si prestavano a paurose visioni.

La specchiera aveva poi dei riverberi strani. Tutto era immobile e muto...; pure pareva a Febo che qualche cosa si dovesse muovere fra poco e d'improvviso; che la porta si dovesse spalancare, o che la tappezzeria si dovesse aprire in una parte e una persona uggiosa avesse dovuto entrare alzando le braccia e parlare con voce cupa.

Chi era che entrava? Egli non lo sapeva; ma un'aspettazione paurosa lo teneva sospeso.

Ecco: era la suora che entrava. La suora con la tonaca che le sbatteva a dosso col rumore delle ali delle falene; con quella voce velata, con la faccia gialla: era lei che entrava a domandare se avesse bisogno di alcun servizio.

Era lei: era e non era lei, perchè si era fatta erta sino al soffitto come i cortinaggi, e la tonaca le cadeva giù dietro come un manto.

Gesticolava con delle braccia così lunghe che andavano sempre a battere contro le pareti. Pareva adesso una maga che facesse sue arti e chiamasse i demoni. «Monaca! monaca! Tu andrai all'inferno, non hai paura di andare all'inferno?» così credeva Febo di dire; e quella non rispondeva, ma scoppiò in un riso sgangherato che le aprì tutta la mascella, e chinando quelle braccia, si era preso i lembi della tonaca e si moveva a torno in una ridda: ma non urtava più nel soffitto nè contro i mobili perchè la stanza si era ingrandita come la scena di un teatro; tutto era gigantesco; lui solo era piccino e lontano come per chi guarda con un binoccolo a rovescio. «Monaca, monaca,» gli pareva ripetere «vengono i diavoli con i cavalli di fuoco e la carrozza di ferro, e ti portano in fondo all'inferno!» Ma la monaca non rideva più. Si era stesa supina su la poltrona a sdraio dove il medico faceva stendere lui per ascoltargli il petto, e quivi si contorceva con gesti da ossessa.

Egli la voleva scacciare quell'imagine impura e faceva dei gesti; e così avvenne che rovesciò un cristallo che era sul tavolo da notte. Il lieve rumore lo scosse e provò un senso di sgomento come s'avvide che non era desto, ma che era ricaduto un'altra volta nel sogno. Erano tutti quei calmanti che producevano tante e così stanche visioni. Allora per meglio destarsi girò il bottone della lampada elettrica.

La luce bianca, innondando di colpo la stanza, fece volar via la monaca con la tonaca su pel soffitto; e la stanza aveva riprese le sue proporzioni.

Finalmente era scomparsa! Era stato un sogno; ma non importa; il giorno seguente avrebbe pregato la mamma che la mandasse via. Già gli era sempre stata insoffribile quella faccia gialla! Doveva ben essere, sotto la tonaca benedetta, piena di cupidigie infernali! E poi se stava oramai bene, che bisogno c'era dell'infermiera la notte?

Via, via la monaca; solo lei, la soave, la immacolata Nora.

Dov'era lei? Nel suo letticciuolo, immersa nel sonno, con i capelli raccolti e le mani in croce sul petto.

Quando, mio Dio, pensava, sarebbero venuti i giorni della felicità? Perchè Febo vedeva sempre davanti a sè una grande felicità come di oasi con palme e fontane e quei giorni dovevano venire certo.

Tutto dipendeva dalla tosse, come diceva anche il dottore. Cessata la tosse, cessato il male; questione di tempo e di buona stagione.

Perchè l'aprile tarda tanto a venire? Allora sarebbe andato in riviera, in una bella villa, tutta circondata di verzura e di rose. Avrebbe visto il mare azzurro, con le barche che hanno le vele bianche e girano il mare quanto è grande: avrebbe visto il sole e la luna quando albeggiano, perchè le finestre le avrebbe tenute sempre aperte che ci entrasse tanta aria; e se egli stava male era anche perchè tenevano le finestre sempre chiuse e l'aria non c'entrava.

Non la voleva capir nessuno che la guarigione stava tutta lì: far entrare molta aria nel petto.

Ma in riviera avrebbe fatto entrare tutta l'aria che sta sopra il mare! E appena guarito, subito avrebbe sposato Nora. Un sogno, una felicità sovra umana, tanto che gli pareva impossibile. E perchè impossibile? Nora era contenta e questo era il tutto. La mamma certo avrebbe fatto molte obbiezioni, cioè che era troppo giovane, che doveva terminare gli studi; ma in fine avrebbe detto di sì. Era così buona la mamma! E poi v'era un argomento ultimo, decisivo: «Se vuoi che viva lasciami sposare Nora». Avrebbe detto di no? Dunque l'avrebbe sposata subito in riviera, ne la villa davanti a cui s'alza il mare: le vele lo percorrono; s'alza il sole. V'è un bosco di rose, Nora è stretta al suo braccio, gli si abbandona su la spalla....

Ma insensibilmente s'accorgeva che i pensieri gli si tornavano a confondere e a dilagare in molti sogni dove discendeva come in un gorgo cupo, quasi egli fosse una cosa grave, e laggiù gli mancava il respiro. Le palpebre gli si tornavano a chiudere e la luce che si sprigionava dalla lampada diventava animata e pareva dire: «Io sono bianca come l'aurora, io sono bianca come la veste da sposa, io sono bianca come una fata; io sono la fata lucente che ti trascino a poco a poco giù nei sogni e tu non lo vuoi ed io ti addormenterò lo stesso e tu verrai....»

No, egli non voleva più dormire, avea paura di quel torpore grave che si impadroniva dei suoi sensi, e con uno sforzo si levò a sedere sul letto e discese giù. Finalmente non dormiva, non avrebbe dormito.

— E dell'oppio non ne voglio più! — diceva legandosi i cordoni del lungo e denso camice da notte.

E infilati i piedi ne le babbucce, si mosse per la stanza come per liberarsi dalla nebbia del sogno. Sollevò la portiera e fece alcuni passi pel corridoio illuminato a metà dalla luce della sua stanza. Ma ebbe fatti a pena pochi passi che urtò contro l'usciolo a vetri. Non pensò per quale cagione potesse essere chiuso, ma si ricordò che era stato sempre aperto. Mosse la maniglia, e questa resistette. Allora con uno sforzo alzò il braccio e abbassò la stanghetta che fermava in alto i battenti, i quali non rattenuti che dal piccolo dente della serratura, si apersero con una lieve spinta.

Febo mosse verso la stanza di Nora. Attraversò due sale dove la luce del corridoio moriva, e si trovò nel buio. Avanzava brancicando. Ma come ebbe svoltato, vide in fondo un filo di luce che passando per il vano lasciato dalla portiera della stanza di Nora, si proiettava sul pavimento; e nel tempo stesso un rumore breve come un soffio, lo fece sostare. Era come un sorriso ovvero un gemito che non avea mai udito. Oh che sorriso strano! Eppure era il sorriso di lei! Dunque che era? perchè Nora rideva? Era la dolce creatura divenuta pazza come Ofelia, la melanconica, ovvero era lui ancora giù, immerso in fondo, nell'abisso dei sogni?

Ma dopo qualche tempo che stava in ascolto, quel fievole suono assunse un carattere più languido, ma spiccato e deciso. Febo sussultò, e un'onda di terrore gli si aggirò attorno al capo.

Procedette per quel filo di luce senza esitare; e quando ebbe sollevato il velluto della portiera, gli si offerse una vista che lo fermò; nè le fauci riarse poterono emettere un grido.

Nora era stretta fra le braccia di un giovane, e i capelli dalla nuca e dalla fronte le cadevano diffusi per una veste sontuosa e fiammante. Il giovane si chinava a baciarla; ella levava le braccia e con ambe le mani gli accarezzava languida i capelli e le tempie.

Un senso mortale atterrò Febo sul tappeto; ma gli occhi, nel piegarsi delle membra, rimasero fissi.

A quel rumore i due amanti trasalirono e scorsero il velluto della portiera che si scoteva: un braccio vi si disegnava e tentava di aggrapparvisi.

Poi sporse la testa di Febo con gli occhi fuori e finalmente tutta la persona ritta in piedi, e sarebbe parso una statua se non fosse stato il tremore che lo scoteva: con la mano faceva cenno di voler dire qualche parola.

— A me.... a me.... Nora!... — riuscì a pronunciare con un accento che non era più quello di Febo, e fece per camminare verso di lei stendendo le braccia.

Nora mandò un lieve grido e retrocedeva stretta fra le braccia dell'altro, e non staccava gli occhi da Febo. Lo vide oscillare due o tre grandi passi, poi il camice diventar tutto rosso di molto sangue e lui cadere grave e rotolarsi presso i suoi piedi, presso i piedi di lei, l'amabile Nora.

Da Novi a Pavia

(MEMORIA DI VIAGGIO)

Quando mi scossi dal torpore che mi aveva vinto per tutta la notte che si attraversò la maremma e la Toscana, si era alla Spezia ove il diretto avea fatto sosta quasi di botto; e quel rude serrarsi ed arrestarsi delle ruote mi aveva desto.

Fuori della tettoia, dietro le lunghe file dei convogli fermi su le rotaie morte, un'alba livida di cenere si disegnava a pena. La pioggia flagellava sui vetri e dal mal chiuso telaio entrava il gelo ed il brivido di quell'alba autunnale. Poi il diretto riprese la sua corsa internandosi ogni momento fra gran turbini di fumo ne le interminabili gallerie che si susseguono sino oltre Genova: e nei brevi tratti che ne usciva, si scorgeva di sotto il mare che spumava in grandi onde cerule e si arrampicava urlando su per le pareti granitiche della scogliera.