Gli ingenui

Part 6

Chapter 63,998 wordsPublic domain

Ma alle volte avviene anche di peggio: costoro si invaghiscono di qualche idea generosa: uno, per esempio, vuol provare che l'anima esiste, un altro si ostina a non far cosa che la coscienza gli possa rimproverare, accada quel che si vuole: un terzo (e questo è il più miserabile di tutti) ama il prossimo sul serio e lo vuol confortare ne le sventure come se fossero sue, e così via. Voi lo capite: questa gente non opera più secondo la pratica e la comune necessità, e allora gli altri gli incoronano la fronte delle enormi orecchie d'asino della demenza.

* * *

Così io meditava, così questi pensieri passavano come dense nubi sul mio cervello e improntavano di sconsolate e fredde ombre il presente e l'avvenire della vita.

E se fossi andato a casa mia e mi fossi presentato a mia madre ed ella mi avesse domandato: «Perchè sei così sparuto e triste? che cosa hai fatto tutto questo tempo? quale è la tua conquista, la tua vittoria?» ed io avessi risposto: «Mamma, ho consumato due anni della mia vita meditando su le questioni più gravi del mondo, e sono giunto a raccoglierle in queste semplici verità: l'una è: col bene tutto è bene; l'altra è: se gli uomini non possono raggiungere questo bene, è oramai inutile che essi esistano;» se io, dico, avessi risposto così, ella, poveretta, avrebbe sorriso melanconicamente, ma di infinita pietà.

* * *

Dunque gli scolaretti mi guardavano coi loro visini ingenui e un po' timorosi come a dire: «Te ne sei avuto a male, di', perchè abbiamo fatto quello scherzo alla tua cagnolina? Ma ci siamo divertiti tanto! Non ci leverai mica un punto in condotta?» «No, cari bambini, semi di vipere — a me pareva di rispondere — io vi darò voti assoluti e con lode, perchè il triplice ignorante sono io.»

«La natura fu provvida: ha dato alla gazzella la velocità delle gambe per poter vivere in mezzo ai deserti; ha dato all'aspide il veleno, all'orso iperboreo il vello denso, al rospo l'orrore della forma per essere sfuggito; all'uomo che nasce nudo e debole ha dato il genio della perversità per poter vivere fra i suoi simili.

«Ed io pretendeva che voi vi spogliaste in buona fede di questa scorza d'insensibilità e di ferocia che vi protegge! Se mi aveste dato ascolto, a voi sarebbe intervenuto come all'istrice di cui racconta la favola. Essa tornava dalla guerra e andava in compagnia della volpe, la quale disse: Levatevi l'armatura di dosso, madonna, or che la guerra è finita. Ed essa se la levò e fu divorata in saporiti bocconi. È una favola semplice; ma più ci si pensa più sembra vera.

«Ma era il vostro buon senso, era l'istinto naturale che reagiva in voi e vi rendeva tardi, meravigliati più che persuasi, ascoltando i miei entusiasmi e le mie sentenze di virtù.

«Tuttavia la virtù, la bontà, la generosità, ecc., saranno sempre articoli di gran consumo, miei piccoli amici, anzi di prima necessità e, ricordatevelo, non fate mostra di averne disprezzo. La vita più è civile e progredita e più ne ha bisogno. Il segreto sta tutto nel sapersi abbigliare di questi eleganti vestimenti e lasciare agli imbecilli la cura di fabbricarli. La virtù e l'onestà sono come l'abito nero di rigore per presentarsi in società; ma voi capite che per indossarlo non importa punto di essere gentiluomini. La virtù anzi in certi casi è obbligatoria come il _frak_ per i camerieri.

«Ma vi dirò anche di più e tutto per niente, senza paga, come faceva Socrate. Sentite: la morale, la pedagogia, in una parola tutto il grosso armamentario dell'educazione privata e pubblica deve avere per voi un'importanza suprema perchè possiate vivere bene e felici ne la civile e progressiva società. Si studia cioè di rendere voi, o piccoli amici, simili (scusate il paragone) alle zampine del gatto. Avete mai osservato le zampine del gatto? Sì certo, e avrete visto come esse sieno soffici e soavi. Così dovete diventar voi ne la vita. Ma esiste una convenzione tacita, un accordo segreto e che si comprende solo per l'istinto: cioè sotto il dolce vello dovete nascondere l'artiglio ben rotato ed adunco: guai se per isbaglio o per buona fede ve lo sarete fatto tagliare. Come ghermire, come graffiare, amici miei? Voi sarete perduti in tal caso e fatti oggetto di scherno ed insozzati e vituperati più del travicello che Giove mandò alle proterve ranocchie.» Così pensavo guardando smemorato quegli scolari.

* * *

Ognuno però può pensare che io, benchè precipitassi in quest'altro eccesso di negazione e di pessimismo, ero più triste e sconfortato che mai. Sentivo che avrei dovuto cominciare a vivere un'altra vita e non sapevo quale nè il modo. E questa tristezza si acuiva maggiormente per ragione della solitudine in cui ero ridotto.

Anche il direttore, quell'uomo dabbene che vedeva il mondo attraverso le sue regole grammaticali, ed era così pieno di equità e di congiunzioni causali e modali, avea preso in uggia la mia cagnolina.

Pensate: io la aveva ben pulita, le aveva messo una fettuccina rossa al collo con un campanellino, delle quali eleganze essa pareva felicissima. Ma era venuta l'estate e i cagnacci del luogo le si accostavano indecentemente.

Un giorno che si era a spasso assieme, il direttore abbozzando un suo sorriso acido, con la sua voce melata di imperciocchè, squadrata che ebbe di traverso la cagna che mi appuntava, poverina, il muso fra i polpacci, disse con un tono che voleva non parere ed era invece serio nell'intenzione:

— Egregio professore, codesta sua bestiola eccita i sensuali appetiti di tutti i cani della città. Però — aggiunse sorridendo — essa sembra verginella e timorosa di questi amori volgari. Ad ogni modo — concluse mettendo in rettilineo le labbra che prima si erano curvate per il sorriso, e levata la sfumatura di non parere alla voce — ad ogni modo io giudicherei conveniente che ella la ritenesse rinserrata in casa per evitare lo sconcio che immagino pure a lei non debba riuscire piacevole.

— La terrò in casa o la condurrò dove non c'è gente — risposi asciutto asciutto.

— Sarà per lo meglio — e raddrizzatosi e compostosi della figura, sciorinò il _Popolo Romano_ e cominciò con molti: veda! capisce! eppure!... la interminabile serie de' suoi commenti vespertini, da cui lo distoglievano i saluti ricevuti e resi dai maggiorenti della città e il sole che folgorando precipitava nell'invincibile mare.

Anche la signora, la vice direttrice, non mi accoglieva più con bel garbo, anzi mostrava di gradire assai poco la mia compagnia. Quando qualche cagnaccio faceva atto di accostarsi alla povera mia bestiola, voltava la faccia inorridita ed esclamava:

— _Schoking! for shame! for shame!_ — perchè era stata istruita in un pensionato inglese... (collegio, instituto, educandato, mia cara, correggeva il marito con paziente sorriso) in un pensionato inglese e ci teneva moltissimo alla sua lingua d'infanzia.

Anzi mi disse spiccio:

— Senta, se lei vuol portare ancora con sè quella sua bestia, faccia pure a meno di venir fuori con noi.

Io mi sentii trafiggere malamente e non risposi nulla. Fatto è che anche quella compagnia, la migliore che io avessi, mi venne a mancare.

La solitudine dunque a cui mi ero ridotto acuiva l'intensità di questa idea: mutar vita! Vivere cioè in modo positivo, come vivono tutti quelli che si fanno una fortuna e che non hanno pensieri difficili e melanconie pel capo.

Il fondaco di Don Vincenzo X***, mercante di caciocavallo, aveva la virtù di richiamarmi alla realtà quando le forze morbose della fantasia stavano per dare qualche strappo. Don Vincenzo, una truce faccia borbonica, se ne stava spesso su lo sporto, scamiciato, con la catena d'oro massiccio che cadeva sopra la pinguedine del ventre. Dietro di lui il fondaco ne la semi oscurità lontana, appariva pieno di caciocavalli sospesi al soffitto, alle pareti, dovunque.

Che cosa si poteva fare in città senza Don Vincenzo? Chi osava passare davanti a Don Vincenzo senza scoprirsi? Senza di lui non si facevano nè elezioni nè processioni.

Con la sua firma si potevano portar via tutti i tesori della Banca Nazionale: con la mia avrei semplicemente fatto perdere il valore al foglio filigranato della cambiale.

Quanto vale un uomo? Tanto, quanto può scontare con il suo nome.

Oh, don Vincenzo, uomo sapiente! il tuo libro mastro e il copione delle tue corrispondenze contengono più saviezza e sono più profondi che la bibbia, che il poema di Dante, che tutti i volumi dei filosofi da Platone allo Spencer!

Oh, don Vincenzo, con la narrazione della tua vita e di quella de' tuoi pari si deve formare il Plutarco moderno per la lettura dei giovanetti!

Così io pensavo con tristezza senza fine; ma senza ombra di ironia passando, come mi avveniva sovente, davanti al fondaco di don Vincenzo.

* * *

Avrei voluto ritornare a casa e rivedere mia madre; ma sentivo dentro di me che alla sua presenza non avrei avuto la forza di sorridere e di dirle che io ero contento; ma sarei rimasto come trasognato e triste; forse avrei pianto; ed ella, ne la sapienza del suo cuore di madre, avrebbe indovinato tutta la mia debolezza, tutto il dolore, tutte le inutili prove tentate.

Mi venne anche in mente di rinnovare le conoscenze e le amicizie che avea a F*** e veder modo di ricavarne alcun profitto. Ma dopo un breve esame mi persuasi che non sarebbe stato possibile riprendere quella vita dopo averla così violentemente interrotta, e che le amicizie, le, confidenze, gli affetti non coltivati per tanti anni, non si potevano più far rifiorire. Oramai io per loro doveva essere a pena una languida memoria. E poi sentivo che, nè meno volendo, avrei potuto più riacquistare quel contegno festevole e disinvolto, quell'elegante frivolezza di modi e di parole che prima erano in me un'abitudine; e che sono qualità indispensabili per poter vivere ne la buona società.

E pur desiderando di rivivere di quella vita, pur maledicendo il giorno in cui l'aveva abbandonata, in fondo io oramai la disprezzavo.

Con quale spasimo di desiderio pensavo alla possibilità di conquistarmi una posizione salda, netta, con le sue radici dentro la realtà della vita, non ne la desolazione delle utopie eroiche: una posizione qualsiasi, onesta o meno, nobile o ignobile, questo non importava, ma tale che gli uomini vi facciano di cappello sul serio come a don Vincenzo e non ridano dietro al vostro abito verde e alle vostre scarpe slabbrate; ma rapidamente, energicamente come una carica alla baionetta; che passa su tutto, che schiaccia tutti, ma arriva dove vuole arrivare.

Così bisognava rifare la vita: dopo sarei ritornato.

E con questa nuova idea fissa mi accompagnai ne la mia solitudine, e cominciò da allora un genere di tormento nuovo e grande che condusse allo sfacelo della mia ragione.

* * *

La via che io percorreva abitualmente era una delle più belle che si possa pensare. I Baedeker ne ragionano con entusiasmo e ogni tanto si vedono passare grossi _landau_ a due e anche a tre cavalli con sonagliere e postiglioni.

Sono per lo più ricchi stranieri che percorrono quella via così celebrata, per vaghezza di vedere e conoscere.

Per quella via io andava lentamente meditando; nè del mare che da un lato splende e si stende; nè delle colline verdeggianti di olivi e di aranci che dall'altro lato digradano e formano bellissime punte e rade, io prendeva alcuna distrazione o diletto. Il sole però (si era ai primi di giugno) battendomi con la forza de' suoi raggi sul capo e innondandomi di luce, pareva che fosse lui a scomporre in nuove utopie di progetti fantastici i pensieri che io cercavo di concentrare in qualche cosa di pratico.

La mia ragione era formata come di farfalle che volavano via e lasciavano vuoto il cervello.

E allora facevo degli sforzi disperati quasi da piangere per richiamare la ragione e la intelligenza che mi indicassero una qualche via da seguire. Bisognava, dico, pensare a qualche cosa di immediato e di pratico, e che fosse nel tempo stesso una di quelle inspirazioni rapide, intuitive con cui ci si riesce. Non era scritto anche nei libri di tanti che ebbero un'idea felice, la misero in atto e in poco tempo riuscirono ad aggiogare la fortuna al loro carro?

Ma era una vana impresa!

La mente avea perduto la conoscenza di ciò che è limite tra il possibile ed il fantastico; e scivolava a poco a poco nell'assurdo e nel sogno, dove finiva con l'addormentarsi in un abbandono che non era però privo di piacere quasi infantile.

Avveniva di me come dei palloni che mandavano in aria al tempo delle sagre nel mio paese. A vederli quando li gonfiavano col fumo, erano grandi come case e pareva che dovessero cadere da ogni parte. Poi, come fu come non fu, prendevano il volo e dopo un poco erano a pena un punto su in alto. Io faceva lo stesso: una, due e tre; lasciavo la terra ed era bell'e spedito per il paese delle più inverosimili fantasticherie.

Ma come si stava bene lassù! come tutto si faceva più leggero e più facile! Le cose e gli uomini che prima mi pesavano da ogni parte e mi stringevano più che Don Rodrigo dalla calca dei cenciosi, adesso non li sentivo più. Ero libero perchè ero lontano dalle cose vere: ma dove? Fuor di dubbio nel paese dei sogni.

Certo io capiva che quelle erano spedizioni pericolose ed illecite, e che per chi vola sull'Ippogrifo fuori della realtà, può avvenire una volta o l'altra di trovar chiusa la via del ritorno. Ma chi se ne sarebbe accorto? Nessuno. Forse ne lo stupore degli occhi si sarebbe potuto leggere qualcosa; forse una madre, un'amante, un amico avrebbero compreso. Ma la madre mia era lontana: amante o amico non ne aveva. Pure è certo che qualcuno si accorgeva, ed io ne provava una inquietudine timida e dispettosa.

Perchè _Patirai_ mi fissava con quelle pupille immobili, con quell'espressione quasi umana? Oh, l'angoscioso linguaggio di quelle pupille! e più angoscioso ancora perchè pareva che volessero parlare! nè quasi mai si partivano dal fissarmi, come se dal camminare, dallo stare, dagli impercettibili moti del mio volto avessero voluto leggere ne la mia coscienza.

Ma già vi leggevano, perchè ne la loro intenta melanconia portavano segnata l'espressione di una gran pietà per me. Era proprio così: quelle pupille esprimevano manifestamente pietà, ed esprimevano il vero perchè anch'io sentiva compassione di me medesimo, soltanto che io immergendomi ne le fantasticherie, me ne dimenticavo e invece quelle pupille me ne facevano ricordare.

V'erano dei momenti che l'odiava a morte quella piccola bestiola. Pensare poi di essere amato e di essere compreso da quel miserabile essere, mi sembrava come uno scherno ultimo e il più atroce. Ma va, ma corri innanzi, insegui le farfalle, abbaia alla gente, al sole, alla luna! io le diceva, ed essa invece a seguirmi o a precedermi di pochi passi, ed ogni tanto voltarsi, fissarmi. Che angoscia era per me anche quell'affetto!

* * *

Sta fisso ne la memoria un giorno della metà del mese di luglio.

Io camminavo per quella via e _Patirai_, l'indivisibile amica, veniva dietro di me. La campagna era silenziosa e poche vele segnavano l'azzurro del golfo. E dopo lungo andare si udì dietro di me un rumore di sonagliere. Tre cavalli spinti al galoppo dal postiglione che faceva schioccare la frusta, venivano avanti rapidamente trainando un _landau_ fra un nugolo di polvere.

Mi feci da un lato per lasciar passare. Passarono rapidi come una carica di cavalleria, ma ciò che vidi non scomparve dalla vista.

Proprio nel punto che m'erano davanti, un giovane signore che sedeva in quella carrozza avea con un braccio cinta la vita di un'esile e bionda compagna che gli stava al fianco; e costei piegò indietro la testa per accogliere un bacio che lui impresse su la bocca di lei; e con l'altro braccio disteso pareva indicare il mare e il cielo come per dire alle cose di essere testimoni della sua felicità. E la giovane donna pareva beata in quell'abbandono.

La carrozza si allontanò e _Patirai_ la rincorse furiosamente che parve una palla nera fra quella polvere della strada.

La carrozza passò portando con sè una visione di felicità. Felicità? Certo, e felicità delle più semplici e possibili con i suoi fondamenti ne la realtà, non nei sogni o su le sabbie mobili della metafisica. Avrei potuto anch'io essere felice così!

Mi fissai in questo pensiero e fissando m'accorsi che davanti a me su la bianca strada stava _Patirai_, piantata su le quattro zampe, ansante, e la lingua fuori. Io non mi era mosso dal luogo ove prima mi ero fermato per lasciar posto al veicolo. _Patirai_ scodinzolava e cominciò ad abbaiare come mi volesse dire qualche cosa. Che cosa? Forse voleva dire: «hai visto? è passata la felicità. Quando la felicità passa, non bisogna fermarsi a meditare. Allora guai! Si fa subito un salto, la si raggiunge ad ogni costo. Se ti fermi sempre a pensare, non arriverai mai!.... Vedi ora come è lontana? io sono corsa subito: dovevi anche tu fare così!»

Io non so come fosse, ma quelle pupille e quell'urlo che volgeva verso di me, verosimilmente volevano esprimere un pensiero. Non era più dubbio: quella piccola cosa nera, quella bestiola leggeva dentro di me.

Mi mossi lentamente, e quando mi abbattei in un sentiero che conduceva verso le colline, mi misi per esso. Mi pareva che la diversione della strada sarebbe stata pure una diversione delle idee.

Ma tutto era inutile! Io non potevo distogliere la mente dal pensare che quella felicità la avrei potuto cogliere anch'io fin dal tempo che vivevo a F***. Ero incapace di curare i miei affari? ero inetto alle battaglie della vita? E per questo? Ma il mio nome, la mia gioventù, la buona riputazione, il grado ne la società, non costituivano forse un capitale che qualunque altro avrebbe saputo sfruttare? Io l'ho dissipato senza saperlo; io fui vinto da un'esaltazione di sacrificio che non mi ha prodotto altro che dolore.

Mi sono sacrificato? ho sofferto? Peggio! Soffrire è un lavoro che il mondo non paga e non riconosce nè meno. Bisognerebbe che ci fosse il padrone, Iddio. Lui, forse, ricompenserebbe chi soffre: il mondo se ne ride e non ha torto.

E pure è cosa certa che il mondo ha le sue conquiste, ha i suoi piaceri, ha le sue felicità; e vi sono fiori di oro e fiori di carne, ma non li coglie chi si innamora dei fantasmi della sua mente o si nutre di strane utopie.

Le fantasie corrompono l'anima e il corpo, e rendono l'uomo pallido e trasognato; e più sono grandi e nobili e più uccidono, e non v'è corruzione di vizio che maceri più terribilmente.

Camminai per molto tempo e giunsi in vista di un campo coperto di spighe mature, e i mietitori le falciavano.

Quella vista mi consolò alquanto e mi distrasse: così che postomi dietro una siepe arborata che dava un po' d'ombra, seguiva con gli occhi quei lavoratori.

Soltanto le teste e le spalle apparivano dietro le spighe, e il manipolo in una mano e nell'altra la falce: si avanzavano in fila, di fronte, movendosi come in ritmo; muti, rossi di sudore e recidevano, recidevano quelle spighe. Dietro erano le spigolatrici, curve, mute esse pure, oppresse dalla caldura senza vento che pioveva dalla serenità meridiana.

La schiera dei mietitori mi passò davanti ed ora la scorgevo da tergo, curva e allineata su le alte spighe, lasciando dietro di sè il campo brullo ed irto degli steli recisi.

Intanto da una casa non molto discosta si levò una spira di fumo, sottile, che saliva come un viticcio e si dilatava sfumando nel cielo. Poi suonò mezzogiorno. Allora il passo dei mietitori si arrestò e le falci caddero.

In breve tempo i covoni sparsi a regolari intervalli nel campo furono raccolti e ammucchiati in alcune biche, poi l'uno dopo l'altro quei lavoratori si avviarono verso la casa. «Ecco la soave ora del pasto e del riposo meridiano!» pensava, e quella dolcezza dei campi finì per placarmi lo spirito e i sensi di una serenità melanconica e stupida.

Poco lungi, fra gli alberi, si scorgeva un'altra casetta dalla cui porta pendeva una frasca. Mi vi recai ed ebbi da rifocillarmi. Poi feci ritorno presso la siepe dove era prima; e fosse effetto del caldo o della piacevolezza dell'ombra che la chioma di un albero stampava sul terreno, fatto è che mi addormentai.

Quando mi risentii, l'ombra dell'albero avea girato ed il sole battendomi sul volto, mi avea desto. Il sole, oltrepassata più che la metà del suo corso, pareva essere fermato nel cielo.

La lucentezza dell'aria mattutina avea dato luogo ad un'afosità di vapori che toglievano ogni trasparenza e veduta delle cose lontane.

Il silenzio era solenne. E allora, in quello stupore che coglie chi si desta da un grave sonno, fu un suono che da prima mi parve come un pispiglio di uno stormo di passere: tacque e ripigliò più saltellante e vivace.

Erano risa di donne.

Volsi lo sguardo al rumore: vidi e non compresi alla prima; poi compresi e un turbamento profondo mi agitò il sangue come nel brivido della febbre. Rimasi lì, nascosto dietro la siepe a guardare senza muovermi. Solo il sangue mi affluiva a ondate larghe al cuore, e poi risaliva al cervello.

Erano due di quelle spigolatrici, scalze, presso ad una bica, poco distanti dal luogo ove io stava.

L'una, alta, adusta, quasi sbilenca, co' capelli neri arruffati come un cimiero affricano si avventava sull'altra, e il riso le scoppiava come una canzone baccante fuori dei denti bianchi. L'altra era più piccola e con un volto quasi infantile, ma tutto acceso. Un fazzoletto scarlatto le si annodava dietro la nuca, e ne scappavano pochi riccioli biondi madidi di sudore. Ma le anche deformate dalle fatiche precoci e le mammelle esuberanti di giovanezza, minacciavano di liberarsi dai legami del busto.

Essa sembrava beata di farsi buttar giù sui covoni che gemevano con un fruscìo di seta, e rideva, rideva lei pure; ma di un riso sciocco o schernevole che mi paresse, e squillava come argento.

Poi quando era caduta giù supina, si rizzava contro la compagna e questa le si avventava contro di nuovo con le braccia tese in avanti; e quella tornava a cadere.

La piccola bionda diceva ridendo sempre — Mala femmina! — La bruna risospingendola quando si levava, diceva — Quanto sei bella! — e la voce aveva oramai un suono tetro di lascivia, e più non rideva. E poi girava lo sguardo come belva spaurita per ispiare se uomo o donna fosse per quei campi. In uno di quei momenti la bionda colse il destro, e riuscì a scappar via, di corsa, sghignazzando; ma si andò a nascondere dietro un altra bica più lontana; e la bruna dietro, in due salti, come una lionessa, la raggiunse e si nascosero dietro il mucchio delle spighe.

Allontanarsi era facile: ma le risa di quelle donne certo riempivano tutta la muta campagna, perchè come io discendeva giù per il sentiero, così quelle mi seguivano, e mi pareva che dietro la bica le due procaci sapessero di essere scoperte e pure non arrossissero; ma mi venivano dietro con le loro risa, ed esse mi schernivano ed io ne aveva vergogna. Io ne aveva vergogna, non esse, e pure la loro impurità era bestiale ed orribile, orribile al punto che vinceva la ragione e incuteva un vaneggiamento di precipitarvi, come a chi contempla gli abissi.

E non v'era nessuna imagine o voce di purità e di virtù che si levasse al mio soccorso, io che le invocavo!

Le sentenze degli asceti e dei padri della chiesa, le scritte dei filosofi stavano rigide come le statue dei santi mitrati che sono ne' templi: le invocano, le invocano le supplicanti, ma essi non fanno un passo per venire in aiuto, e solo fissano le pupille d'oro come gente abbacinata.

Anche invocai quello scetticismo che mi aveva fatto perdere la fede ne le cose più nobili e belle: ma nulla poteva nè meno esso, che era stato così potente. E pronunciai anche come scongiuro una massima di antico re, in cui molti affermano che si compendî la saggezza della vita: «Tutto è vanità!» ma quelle risa si pigliavano giuoco anche di quella sentenza.