Gli ingenui

Part 5

Chapter 53,999 wordsPublic domain

Tutti quei personaggi greci e romani così insigni per virtù patrie e civili e per grande sapienza, come Catone Uticense, Tiberio Gracco, Aristide, Fabio Massimo e tanti altri, io non era più capace, come una volta, di rappresentarli alla mente dei miei scolaretti ne le loro proporzioni grandiose ed eroiche. Mi ci entusiasmavo tanto, un tempo! Ma essi allora si rimpicciolivano a poco a poco come quando dopo avere con gran forza gonfiata una palla di gomma, essa invincibilmente riprende la forma di prima. Si rimpicciolivano: anzi diventavano goffi, proprio come li rappresentano gli scolari ne la loro fantasia sui quaderni o correggendo le vignette intercalate nei testi. A Cesare aggiungono la barba; sul venerabile capo di Socrate innalzano un _kolback_ borbonico; ad Attilio Regolo inforcano gli occhiali e lo armano di rivoltella a percussione centrale e di un vetterly, ultimo modello, perchè si difenda dai feroci cartaginesi: vecchi fantocci di eroi che, ne le scuole, si mettono da parte ogni anno al finire delle lezioni e si riprendono ancora più polverosi e più grotteschi di prima, nel modo stesso che lo stanco burattinaio appende alle quinte, quando è finita la farsa, i suoi terribili testa di legno per distaccarli ancora la sera seguente. La fame ha pur le sue leggi.

E poi anche quel vecchio latino mi era venuto in uggia: quel latino disseccato ne le scuole con tutte quelle sentenze di virtù, di amor patrio, di eroismo, di temperanza; sentenze mummificate nei libri di testo, sotto l'azione pedantesca delle chiose che vi fanno quei poveri compilatori mezzo rosi dalla miseria e mezzo dalla presunzione!

O antico mondo romano, come ci tormenti con la tua materialità, mentre l'idea della tua vita forte e serena è così lontana da noi!

E voi pure, deità pagane, o Venere, o Galatea, bianca come il latte, o Febo Apolline, o Bacco cinto di pampini e d'edera, a cui gli scolaretti aggiungono tuba e _stiphelius_, non avevate altro rifugio che queste scuole? In fondo ai mari, su fra i monti inaccessibili, nell'aere sereno, ne le terre inesplorate non trovaste più stanza o luogo ove godere della vostra fragrante gioventù? ovvero il tedio e la decrepitezza dei secoli fatali è caduta anche sopra di voi? o il ferreo carro del progresso vi ha snidato da ogni selva e da ogni fonte?

E pensare che io un tempo aveva tanta fede in voi, antichi segni di verità, e che insegnavo con tanta passione che quella dozzina di scolaretti mi stavano ad udire a bocca aperta e facevano tutto quello che io avessi ordinato!

Ma allora, ripeto, la voce mi moriva, e stavo lungo tempo in silenzio come chi è smemorato; e, in fine, riscosso dal bisbiglio degli scolari, riprendeva stanco la spiegazione di qualche regola. Gli scolari! fisonomie ingenue, occhi soavi di adolescenti che venivano alla scuola come sorpresi e un po' paurosi a' nuovi studi. Ed io posavo la mia mano e le accarezzavo pure quelle testoline bionde e brune; ed essi pendevano dalle mie labbra: mi compiacevo di vederli così docili, così piccini, così graziosi col loro giubboncino alla marinaia, i calzoncini corti, le manine coi geloni, fredde fredde, l'inverno: poveri e cari bimbi! Ma voi passate in un volger d'anni, voi non vi ricordate più! Diventate giovani in così breve tempo! Altre cure di piaceri o di eleganze o di studi maggiori vi distraggono nell'incosciente spensieratezza degli anni, e non lo salutate nè meno più il vostro primo maestro di cui avevate allora tanto rispetto e che ha sacrificato a voi tutta la gioventù che egli pure come voi aveva.

O come scende anzi tempo la vecchiezza e la tristizia nell'animo quando si vede la fanciullezza tramutarsi in gioventù, sotto i vostri occhi, di anno in anno e fuggir via spensierata. Ma voi non li potete accompagnare, voi rimanete sempre lì fra quei banchi rosi da molte generazioni di tarli e di scolari; in quella scuola semibuia dove il ritratto del re guarda sempre con quei suoi occhi fissi di falco, e sotto v'è un povero Cristo inchiodato ad una crocetta, con la testa china in atto di grande abbandono.

* * *

Dunque la cagnolina era smarrita da un mese: io non ci pensavo più.

Un giorno — era un cheto meriggio — mentre spiegavo agli scolari alcune regole, la porta della scuola si aperse un pochino e una cosa nera corse fra le due file dei banchi, gemendo con suono umano: era la cagna. Balzò su la cattedra, mi si buttò addosso lambendomi, contorcendosi. Vi fu un istante di silenzio e di sorpresa, poi scoppiò un riso solo, alto, argentino, irrefrenabile.

— _Patirai!_ _Patirai!_ — gridavano l'uno e l'altro — la cagna del professore!

Non stavano più fermi, si erano levati in piedi, alzavano le braccia, singhiozzavano dal ridere: una cosa atroce! Allora la cagna si voltò verso di loro e tendendo il collo rabbiosamente, cominciò ad abbaiare contro con un urlo angoscioso e feroce.

Era magra più di prima, avea tutto il pelo irto, ispido, sucido di polvere e di pillacchere. Ma a quell'urlo più cresceva il riso degli scolari e il vocìo di _Patirai!_ _Patirai!_

Che cosa feci io? Nulla: mi sentivo un gran rossore in faccia e le tempie mi martellavano.

Quanto durò quella scena? Non ricordo. So che la porta si spalancò del tutto e comparve il bidello e dietro lui la figura nera, sorpresa e disgustata del direttore: il quale non entrò, non disse nulla, ma fece un cenno al bidello. Questi allora entrò e senza far parola prese a forza la bestia e la portò via e poi chiuse la porta.

Allora le risa si calmarono a poco a poco e il rossore lentamente sparve dalle mie guance; anzi diventai pallido, ma il cuore mi batteva.

Poco dopo rientrò il bidello in punta di piedi; mi si accostò riguardosamente, e con grande serietà mi disse all'orecchio: — Che cosa ne devo fare di quella bestia? gliela devo portare a casa?

— No — dissi forte, e avea bisogno di vincere il ridicolo che mi sentivo ronzare attorno — no a casa...: portatela via, liberatemene!

— Allora lasci fare a me — disse colui con un tono di voce come si fosse aspettato questa risposta —, e vedrà — aggiunse con triste sorriso — che non avrà più noie da quella bestiaccia, glielo garantisco io.

Per fortuna la scuola intanto era finita. Mi rifugiai a casa e mi distesi sopra il letto. Avrei dato qualche cosa per addormentarmi; ma non ci riuscii: un torpore stupido mi abbatteva e non si voleva mutare in sonno.

Mi stava poi alla mente quella poverina di _Patirai!_ (già la chiamavo così anch'io, perchè vedevo che il nome le si conveniva proprio) mi stava alla mente come dicesse: «Chi ti vuol bene più di me in questo paese? Nessuno; e tu hai vergogna di riconoscerlo. Vedi che sei un debole?» No, non era tanto il torpore come questo pensiero che mi allontanava il sonno.

Quando ad una certa luce più calda e meno viva capii che il giorno stava per finire, mi vinse come un tedio e non so quale sgomento delle tenebre che sarebbero entrate fra poco. Allora mi feci forza; mi levai dal letto ed uscii.

Presi una delle solite vie solitarie e camminava avanti.

Il tramonto luceva vermiglio e grande: la via bianca di polvere si apriva fra due siepi di alto bianco spino fiorito.

Ad un tratto, allo svoltare della via, in fondo, mi si offerse qualche cosa di brulicante e di nero; poi una vampa di fuoco, un fumo nell'aria e un guaito; non forte ma fioco, eppure esso risonò dentro di me, sui miei nervi come uno strappo selvaggio su le corde di un'arpa addormentata.

Mi fermai, e il guaito si ripetè una seconda volta, ma tragico, lacerante, con tutto il terrore della morte. La fiamma per rinnovato alimento salì a vortice e vi rispose un urlo di festa, con voci e squilli di risa infantili.

Allora corsi disperatamente. Quelli non se ne accorsero, tanto erano intenti, se non quando fui da presso e udirono il rumore delle pedate. Si voltarono, mi riconobbero e poi si squagliarono come una schiera di conigli ad improvviso rumore. Alcuni filarono giù per la via, altri svoltarono ad un sentiero, altri si imbucarono ne la siepe e poi via per i campi.

Mi avevano riconosciuto: era il maestro, l'entusiasta maestro di virtù classiche e di umanesimo applicato all'infanzia che veniva a constatare de visu la perfetta inutilità del suo metodo.

Voi avete capito quale fosse l'impresa di gesta de' miei scolari; essi davano fuoco a _Patirai_; all'imbelle, alla lamentevole _Patirai_.

La paglia di cui l'avevano circondata, crepitava in istami rossi e fuligginosi che poi si facevano neri, si sfacevano e si spegnevano. Mi accostai all'albero dove la cagnolina era legata con un grosso canape; la sciolsi, e poi me la ricoverai in braccio. Essa gemeva e mi lambiva: seguitò poi a lambirmi per tutta la strada.

Il pelo era mezzo bruciacchiato che mandava un fetore insopportabile; pure non la deposi e feci tutta la strada così. Su la spalla un lembo di pelle cadeva e mostrava la carne viva, tanto che la zampina ne era offesa e la teneva sul mio braccio come morta; e ogni tanto guaiva.

Quando mi si parò davanti la luce dei fanali della barriera (si era fatta notte) la deposi, e lei mi seguì sino a casa saltellando a sbalzi, con la zampina rattrappita.

Comperai dallo speziale un po' di pomata; e quando fui di sopra ne la stanza, la curai alla meglio e le fasciai con due fazzoletti la ferita. Essa lasciava fare senza più lamentarsi; soltanto mi seguiva con gli occhi.

— Adesso ti andrò a prendere del latte e te ne farò un po' di zuppa — dissi come se avesse dovuto intendere — e tu starai buona, è vero? e farai la cuccia dove vuoi tu, sul letto, che ti piaceva tanto, su questo bel cuscino.

Uscii, comperai il latte, le feci la zuppa, ma non la mangiò. Allora la accarezzai pianamente. Pensai per un momento di condurla con me all'osteria e non abbandonarla lì sola; ma era troppo sfigurata e deforme, e tutti mi avrebbero chiesto come l'avessi ritrovata dopo tanto tempo e chi l'avesse conciata a quel modo.

Ora io sentivo che ne avrei sofferto a raccontare quell'avventura di _Patirai_; anzi avrei voluto anch'io non pensarci, ma mi sentivo un avvilimento profondo, e insieme un'idea fissa sorgeva da quella insensibilità torpida di prima e si andava schiarendo a poco a poco.

Con la mano dentro lo sparato della camicia, mi tormentavo il petto; ma non riuscivo di trovare uno sfogo al dolore di quell'idea.

Andai all'osteria. Per fortuna quando misi il piede ne la saletta tutti avevano finito di desinare e ragionavano calorosamente con gran voci e gran gesti dell'ultima seduta parlamentare. Mi sedetti quasi inavvertito al solito posto.

— La minestra è stracotta — disse l'oste, mettendomi davanti la zuppiera e levando il piatto che ne conservava il calore. — Colpa vostra; siete venuto tardi. Chi tardi arriva male alloggia.

Io non risposi; mi provai a mangiare, ma per la gola non ci andava giù il cibo; allora bevvi in due bicchieri tutto il mezzo litro di vino perchè mi sentivo arso di dentro, e poi aveva bisogno di calmare come un tremito di convulso che mi scoteva tutto.

Stavo per sbarazzarmi della sedia, levarmi, andarmene, quando avvenne che il vice pretore, un omino sui quarant'anni, si distraesse dalla questione, e appena ebbe posato lo sguardo sopra di me, vi si fermò, e mi chiese inarcando le ciglia:

— Caro professore, ih, che brutta ciera avete voi!

Mi sforzai di sorridere senza parlare; ma sentii io stesso che il sorriso era più tosto una smorfia dolorosa; e lui certo se ne avvide perchè mi domandò con premura:

— Vi è forse accaduta qualche disgrazia? avete avuto una cattiva notizia?

Sorrisi ancora; cercai con uno sforzo di trovare una risposta che fosse d'altra natura che quell'idea che mi si era inchiodata di dentro; finalmente mi parve di averla trovata, e posando il capo su la palma della mano, domandai con voce che cercavo sonasse tranquilla e come indifferente:

— Caro avvocato, io vorrei sapere perchè ne le vostre leggi non ci mettete un articolo che punisca con un paio d'anni di galera, per lo meno, quegli infami che si divertono a martoriare un essere, creatura di Dio, che non si può difendere perchè non ha forza da difendersi, perchè se chiama aiuto non ha nessuno che gli risponda, perchè se piange, se urla, tutti si mettono a ridere....

Il vice pretore aveva preso la questione sul serio e mi guardava per iscrutare quale cosa io volessi dire, poi mi fece cenno del capo come a significare: «Spiegatevi più chiaramente.»

Allora richiamai la voce che sentivo che si era alterata, alle proporzioni naturali, e seguitai con studiata indifferenza:

— Una cosa da nulla, un'inezia. Dopo mezzodì, voi sapete, si schiaccia un sonnellino. Quest'oggi, non so come, non riuscii a chiudere occhio; dunque mi alzo e vado fuori. Voi vi ricorderete anche che io aveva una cagnolina....

A questa parola la mia voce si intenerì al ricordo, e il volto del vice pretore fece invece una smorfia come per dire: «Ho capito, voi mi raccontate una qualche sciocchezza»; e fu allora che io perdetti la padronanza che aveva conservata su di me sino a quel punto, e cominciai a raccontare quella scena atroce di barbarie che non era, no, una sciocchezza. Certo io mi devo essere esaltato in quella narrazione, ma non mi sovviene; ricordo però che vi fu un certo momento in cui mi sorprese la mia voce stessa che suonava sola, in alto, in mezzo ad un silenzio completo.

Tutti si erano voltati verso di me; tutti quei volti mi guardavano con meraviglia. Anche il cuoco si era accostato al tavolo, col suo ventre coperto dal grembiule, e il guattero stava con la testa sull'uscio della cucina e con un tondo in mano.

Allora mi sentii sorpreso, avvilito e d'improvviso tacqui.

— Eh, per Dio — ruppe uno de' miei soliti commensali il silenzio —, per una cagnaccia rognosa c'è bisogno di pigliarsela tanto calda?

— No, che non è per la cagnaccia rognosa! — ribattei io, prendendo coraggio dalla sprezzante interruzione e dando sfogo alla fine a quell'idea che mi ribolliva dentro. — Legatele un sasso al collo, buttatela in mare, cosa me ne importa? Ma è ben altro. È che l'odio nostro contro tutto ciò che è più debole di noi, raggiunge un così alto grado di ferocia istintiva e di voluttà da vergognarci del titolo naturale di _homo sapiens_! È questo che io voglio dire! Voi risponderete che è tutt'al più un lascito di eredità dei tempi che furono prima della storia, quando l'uomo conduceva vita selvaggia. Non è vero. La nostra ipocrisia e il nostro orgoglio di uomini civili ci fanno credere così; eppure no, esso è l'istinto naturale, eterno dell'uomo: dilaniare tutto ciò che è più debole e più buono. Questo è l'assioma su cui si regge la storia. O povera _Patirai_! Se tu fossi stata un feroce mastino, altro che sghignazzare ne la scuola, altro che darti fuoco! ti avrebbero dato il pane e ceduta la destra!

Tenete bene a mente quello che ora dico: Noi potremo volare per l'aria; illuminare la notte come il giorno; scoprire tutti i segreti dell'anima e della natura; prolungare la vita per dei secoli; non lavorare più nessuno; far lavorare il sole, le maree; domare al servizio le tempeste, i terremoti: tutto è possibile. Ma l'animo dell'uomo non si muterà di una linea ne la sua sostanza, come non l'abbiamo migliorato sino adesso. E allora che importa tutto il resto? Io ci credevo una volta, poi ne ho dubitato e adesso non ci credo più. Già, io la aveva questa fede sublime: adesso ne rido. Pigliate le uova delle biscie e dei coccodrilli; curatele: sperate che ne vengano fuori dei colibrì e degli uccelli del paradiso? Tutto è inutile; serpi verran fuori; rettili e serpi a grumi, vermi a fiotti, coccodrilli a schiere.... Eppure sembrano uova come le altre; sono piccine piccine, liscie liscie. Ci si può illudere facilmente, e poi ci si guadagna anche a fingere di crederci. Esaminate i bambini, i giovanetti; così biondi, così gentili, che gemono per un taglio, che hanno una vocina così soave, dei gesti da innamorare; si direbbe che stanno per spuntar le ali! No: è tutto seme di vipere. Mi ricordo un esempio che ho veduto a Napoli: allora non ci pensai; ci penso ora: sentite. All'ospedale, in uno stambugio a piano terreno, era esposto un cadavere, meglio, una carogna umana, per il riconoscimento: qualche cosa da far torcere la vista ad un medico positivista tanto era deforme! Quando si pensa che la creatura umana debba ridursi così, viene da rinnegare Dio, parola d'onore! Bene; i ragazzi che uscivano dalla scuola, una cinquantina, si diedero la voce: «il morto, il morto!» perchè uno era venuto a dar la notizia, e tutti a correre per vederlo, e tutti attorno: era un gridìo, un cinguettìo allegro di ammirazioni, di osservazioni, di ingenuità sconce da far maledire la razza umana; e non si mossero se non quando un beccamorto, facendo sferza del grembiule insanguinato, li scacciò....

A questo punto la mia voce ristette e vidi tutti con lo sguardo fisso e meravigliato verso di me, tanto più che non mi avevano inteso mai parlare così di seguito e con tanta violenza.

Quegli sguardi indicavano, dico, stupore ed anche un po' di commiserazione per me. La solita timidezza mi vinse, mi sedetti, che mi era levato in piedi senza avvedermene, e abbassai il capo.

Fu il vice pretore che parlò allora e con certa serietà:

— In tutte le esagerazioni che avete detto, mio caro, c'è in fondo, molto in fondo, qualche cosa di vero, e che fa grande onore al vostro modo di sentire, e si vede che avete un cuore gentile....

— Sì, va bene — interruppe un altro —, ma è tanto che si sanno queste cose: _homo homini lupus_ lo dicevano anche gli antichi; voi però notate che se uno si fissa sul serio in queste idee, non fa più niente e rischia di diventar matto....

— Questo può esser vero — risposi io, — ma si deve andare avanti così?

— C'è un rimedio — sentenziò il vice pretore ridendo.

— Sentiamo, sentiamo il rimedio; fuori il rimedio! — disse più d'uno.

— Ecco — e l'omino del vice pretore allargò le dita, si puntò il pollice sul petto, e volgendosi verso di me con voce di compatimento, come di uno che fa lezione, disse: — Fatevi crescere, amico mio, su la coscienza un bel palmo di pelo nero e duro, e non sentirete nè queste punture nè altre più gravi. È un empiastro che non falla come quelli dei medici.

Tutti si misero a ridere, perchè in fondo il brav'uomo mi dava il solo consiglio che si potesse in simili casi; e se in quel riso generale v'era una punta di scherno per me, potevo dire di meritarmela.

— Voi stassera — mi disse il cuoco — avete voglia di scherzare, eh? — e ritornò lentamente in cucina.

A poco a poco la conversazione per fortuna divagò su di un altro tema; poi portarono le carte, i litri di vino, ed io presi un giornale. Ma i caratteri mi ballavano sotto gli occhi e non potevo fare a meno di pensare a quella povera bestiola ed agli scolari che l'avevano così martoriata.

La barbara scena non mi si staccava dalla vista:

«Lei così piccina, così debole.... lei così buona, così graziosa! Cercava di me e non aveva nessuno che la difendesse.... e loro la flagellavano, la lapidavano.»

Questo pensiero, ma sopra tutto l'idea «così debole!» mi si era fissa nel cuore. «E non aveva nessuno che la difendesse! non aveva nessuno!» Sentii come qualche cosa che mi stringeva alla gola, mi alzai, salutai in fretta e mossi fuori dell'osteria.

Ma quando fui in istrada scoppiai in un singhiozzo irrefrenabile, e come un'ondata di pianto mi fece velo agli occhi. Camminavo così barcollando verso casa e pensavo sempre. «Così piccina! così debole, così buona e non aver nessuno che la difendesse!»

Su per le scale sentii come un gemere fioco: era lei che faceva una nenia, una nenia che straziava il cuore; mi venne incontro e mi si rotolò ai piedi ma non ebbe forza di alzarsi.

— Buona lì, fa la cuccia lì, sul letto — dissi riponendovela.

Essa si accovacciò, nascose il muso sotto l'ascella e parve acquetarsi. Ma io non dormii tutta la notte, o fu più un torpore che un sonno. A poco a poco dimenticai la cagna. Ma l'idea «così buona, così debole e nessuno che la difenda!» mi si allargò con una commozione straordinaria: pensai a mia madre, a me, a tutti quelli che sono deboli e che non hanno nessuno che li difenda. Mia madre, sopra tutto l'idea di mia madre mi straziò. Erano due anni che non la vedevo, e allora solo mi accorsi del lungo tempo e dell'indegno abbandono. La sua immagine che in quella lunga stupidità si era svanita come quella di persona morta, allora mi si disegnò viva dinanzi come se il fantasma fosse stato ne la stanza.

— O, perdonami! perdonami! — mormorai supplicando quasi ella mi avesse potuto rispondere e consolare con le sue carezze.

Ella o sotto la neve o al sole mite del maggio coglie le roselline pallide o le gran rose vermiglie e misticamente ragiona con esse di me: e prega, prega la morte che la risparmi ancora perchè mi attende di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno che io ritorni coi segni della vittoria e della fortuna, e allora tutta la casa sarà lieta e il giglio rifiorirà sul quartiere.

* * *

Se alcuno leggerà queste pagine, forse crederà che da allora in poi io fossi diventato aspro e nemico de' miei scolari. La cosa non fu così, giacchè la mia mente avea trovato, per fortuna, un ordine di pensieri diversi su cui equilibrarsi; e se così non fosse stato, sarebbe caduta allora giù ne la pazzia come cadde dopo: ma era un equilibrio a suo modo.

Avete mai osservato come camminano gli ubbriachi per le strade? Essi per stare in piedi e andar avanti hanno bisogno di ruinare da un muro all'altro. Ora ne la vita vi sono di quelli che non hanno mai bevuto una goccia di vino ma che tuttavia non ci riescono a trovare la via diritta.

Costoro hanno, o per educazione o più tosto per causa di eredità, un animo soverchiamente gentile ed impressionabile; qualità che loro si impone in un modo imperativo, e, quando sono disillusi, li spinge su la via opposta, non mai su la via diritta.

Quale è la via diritta? Non so. Forse è la via più obliqua e tortuosa del mondo: ma ciò non vuol dire: quando questa via è seguita dalla maggioranza, senza dubbio diventa la via diritta e bisogna chiamarla con tal nome.

Così, per fare un paragone, vi sono di quelli che hanno un'ipersensibilità tattile di tal forma che toccare una cosa untuosa, immaginare soltanto un oggetto sozzo, li fa rabbrividire. Questa è una malattia. Bisogna curarla, bisogna abituarsi, per Dio, a tener le mani nel pattume e ne la morchia! Similmente per quelli forniti di codesta eccessiva gentilezza dell'animo, ogni ingiustizia, ogni volgarità, ogni azione indelicata, di cui gli altri nè meno si avvedono, li offende a morte. Sono qualità degenerative dell'animo che non si devono coltivare, ma cercar di estirpare appena appaiono.

Forse un tempo, quando il mondo avea la fortuna di essere un po' più selvaggio, potevano essere necessarie o per lo meno servire alla parte decorativa della vita; ma oggi che tutto è regolato come un orologio, che la legge e la burocrazia dispensano dall'avere un'idea individuale, un'affettività forte e propria, riescono inutili e dannose.

Ho pensato ad una parabola: Un uomo camminava per il deserto affocato. Corone di gigli e di rose stillanti rugiada, portava su la fronte; manipoli di rose e di viole reggeva in pugno: e così di quel profumo confortava il viaggio. Ma non andò a lungo che caddero vizzi i fiori sotto l'implacabile sole, e non altro divennero che inutile peso e materia da letame.

Così, in verità, è per chi viaggia la vita con l'animo ornato di gentilezza e di bontà.