Gli ingenui

Part 4

Chapter 43,946 wordsPublic domain

Io cercavo di persuaderli umilmente che da un anno e mezzo era con loro, che mi dovevano riconoscere per un buon figliuolo, che dovremmo vivere in buon accordo; ma tutte queste ragioni non piegavano il loro sguardo stupido e feroce. «Tu per noi sei un intruso, vattene ai paesi tuoi!» dicevano in coro.

Mi distolse da quella contemplazione un raspìo alla porta.

— Che cosa è? — domandai a me stesso. Poi mi sovvenni della cagna e provai un rincrescimento disgustoso. — Avanti! — dissi a voce forte; e allora subito la porta si aprì un pochino, piano piano, e la cagnolina entrò sbadigliando con confidenza come volesse dire: io ho dormito benissimo, caro amico, e tu come stai? Si fissò contro il letto, con gli occhi intenti quasi attendesse un mio cenno per montarvi su, la qual cosa io ne la mia volontà non avrei mai permesso; eppure quella sua fissazione intenta ebbe per effetto che acconsentissi. Fu su d'un balzo e mi si buttò sopra con una tale frenesia che non sapea come impedire e come liberarmene.

— Ma via! ma buona! ma giù!

E la bestiola a lambirmi, saltar da un lato, dall'altro pazzamente, gemendo, e con gli occhi nuotanti ne le lagrime che parea piangesse dalla commozione.

— Adesso come si fa a sbarazzarsene? — rimuginavo con gran rincrescimento.

Intanto per liberarmi da quelle eccessive gentilezze, pensai che il mezzo migliore era di levarsi e vestirsi. Ma allora cominciò un nuovo genere di tormento: mi si arrampicava su per le gambe, sgualcendo e insudiciandomi gli abiti; e quando io l'allontanava a forza, e lei allora a balzar da una sedia all'altra, addentare le scarpe lucide, strascinarle per la stanza, mettere in disordine ogni cosa; anche su lo scrittoio balzare, e con la coda rovesciarmi inchiostro, scompaginar carte e matite: insomma una disperazione. E pur non cessava di guaire dalla contentezza; ma quel suono acuto e continuo mi penetrava dentro come fosse stato un lamento o un compianto.

Addio ordine geometrico delle matite, addio carte disposte in piramide, libri allineati in file decrescenti! La mia stanza sarebbe divenuta un pandemonio, e questo pensiero mi disgustava più di quello che non si sarebbe potuto pensare. Come ho già detto, il pulire e l'ordinare tutte le mie cosuccie era per me divenuta un'abitudine; e le abitudini anche più grette sono, come ognuno sa, causa di piacere o almeno di soddisfazione perchè servono a riempire la vita e la ricompensano del vuoto e del deserto che in essa il tempo o le sventure vanno formando.

Un bel calcio e buttarla giù per le scale sarebbe stato il rimedio più certo; ma non me ne sentiva il coraggio e mi pareva viltà. Si mostrava così felice, povera bestiola, di trovarsi con me! Anzi mi faceva compassione e questo senso di compassione, io non so come, si estendeva anche su di me e diventava tristezza.

In quella entrò la padrona di casa col caffè.

— To' — disse fermandosi su la soglia — voi avete un cane?

— L'ho trovato per la strada.

— L'avete trovato? Oh, la mala bestia! (a me poi pareva graziosa) tutta nera! Andatevene via! — disse poi mentre quella le si accostava cautamente annusando — è tutta nera. Se l'avete trovata e sta una femmina, certo tiene il demonio.

— Voi mi fate il piacere, non è vero, donna Carmela, di darle un po' di zuppa nel latte? — domandai.

— Per riguardo a voi — rispose dopo averci pensato un poco — lo farò; ma quell'animale lì non mi piace: e poi ve lo dico prima; se mi sporca per le stanze lo mando fuori.

Io non risposi nulla e lei se ne andò borbottando non so che cosa.

La cagna si era fermata ne le sue scorribande, io rimanevo pensoso. Intanto un rumore allegro di voci si udiva giù ne la strada: erano gli scolari che attendevano che si aprisse il cancello del ginnasio. La mia finestra dava proprio sopra la scuola. Mi riscossi, presi il cappello, ma poi vedendo quegli occhi supplichevoli che mi guardavano: — No — dissi con un'affettuosità che mi sorprese —, non ti abbandonerò, non ti scaccerò.

E uscii. Ma appena fui su la strada un abbaiamento intenso, acuto, continuo mi percosse e tutti gli scolari si volsero in su a vedere. Era la cagna che si era sporta fra i ferri del balcone e mi aveva riconosciuto. Faceva degli sforzi per buttarsi in fuori che io tremava che cadesse giù; ma mi pareva di venir meno alla mia dignità di maestro voltandomi e facendole cenno, tanto più che sentiva un mormorio di voci presso di me:

— La cagna del professore.

Queste due parole accoppiate mi suonarono come uno scherno, e quel giorno, per la prima volta, le ore della lezione mi parvero lunghe.

Quando tornai di scuola c'era su l'uscio della mia stanza la figlia della padrona di casa. Come mi vide, diede in una grassa risata che non la finiva mai.

Era costei una zitella ventenne che se non fosse stata pingue e sudicia più del giusto, avrebbe potuto diventar piacevole con l'abitudine, e si sarebbe potuto anche passar sopra un lieve difetto che avea di strabismo.

Dunque ella rideva, e quando cessò, disse con la sua voce che avea flautata e pastosa:

— Lo sapete voi? Quella bestia (e indicava la cagna che se ne stava in un angolo tutta mortificata) vi mangerà metà del mensile. Sapete che ha vuotato una scodella grossa, piena di pane con due soldi di latte?

La facezia, in verità, non era delle più felici; ma io per cortesia mi credetti in dovere di sorridere.

Ella allora interpretò il sorriso come un incoraggiamento, e accostatasi a me piegò il capo da un lato ed abbozzando una smorfietta che non era priva di grazia, domandò.

— Voi, professore, m'avete a cavare una curiosità che tutti mi domandano.

— Dite pure — risposi.

— Voi siete barone, siete marchese, nevvero?

— Sì — dissi arrossendo mio malgrado — io sono conte.

— Oh! — fece lei, e non si capiva se esprimesse meraviglia o dispregio.

— E allora perchè fate il mastro di scuola? — domandò — Al vostro paese i baroni fanno i mastri di scuola?

Mi guardò con uno sguardo indefinibile in cui c'erano molti sentimenti fra cui non poca pietà e molto disgusto, e se n'andò crollando il capo in modo che pareva dire:

— Si capisce che voi siete un miserabile come noi!

* * *

Da allora si fece vita in comune, e non tanto per mia volontà quanto perchè quella bestiola non c'era verso che mi si volesse staccare dai panni.

Sembrerà che io racconti una cosa strana; ma certo quella cagna avea sconvolto l'equilibrio della mia esistenza. Ecco: se i miei conoscenti le avessero fatto un po' di festa, se avessero detto che era bellina, che era graziosa; e se lei mi avesse lasciato in pace con tutte quelle dimostrazioni di affetto, non me ne sarei forse accorto del mutamento. Ma invece tutti mi fermavano per la via e mi dicevano in tono canzonatorio:

— Professore? ih, che brutta bestia avete preso voi; è bastarda, sapete! — oppure: — Professore, avete passione pei cani? ma questa vi fa torto. Quando vi decidete voi a mandarla alla concia? Gli scolari poi si fermavano dietro a guardarmi dopo ch'io era passato.

Tutto ciò mi disgustava; ma più che tutto mi impacciava, perchè era ferito ne la mia timidezza, e non sapeva quale contegno tenere.

Una volta, mentre attraversavo il corso di sfuggita, vidi molti occhi rivolti con insistenza su di me, e su le labbra errare un sorriso che mi parve di scherno. Abbassai il capo e arrossii. «Che sia forse ridicolo?» e questo pensiero mi balenò all'improvviso e mi disfece nell'animo. Io che mi credeva così rispettabile agli occhi di tutti per la mia vita savia e per l'adempimento de' miei doveri!

Un'altra volta ci fu un mio conoscente che si permise di misurarle un calcio, che la poverina schivò rannicchiandosi tutta di scarto dietro di me.

Ricordo che dentro nell'animo fremetti, eppure non ebbi lo spirito di prendere la cosa in ischerzo e nè meno la forza di reagire contro l'atto villano. Rimasi lì confuso e anzi risposi: «che volete? è una bestiaccia che non so come sbarazzarmene».

Dopo ci pensai e riconobbi di avere agito e parlato da persona debole e timorosa. Questo pensiero mi feriva come il ricordo di una viltà e non lo potevo staccare dalla mente.

Ma quando si usciva fuori dell'abitato, per le viuzze dove c'era un po' di sole, lei si faceva più vispa, salterellava avanti scodinzolando; e volgendosi a me sembrava dire con quelle sue pupille umide e intente: — Poveretto, che ci vuoi fare? siamo due poveri diavoli, io e tu: non è vero?

Però anche quella villania e quelle volgarità verso di lei mi facevano male; e ci dava più importanza che non meritassero: e infine cominciai a pensarci su.

Un giorno mi persuasi anch'io che la cagnolina era poco bella: povera bestiola!

Ecco come fu: in fondo del corso v'era un negozio di mode con un gran cristallo a specchio su lo sporto che ci si vedeva da capo a' piedi.

Ci era passato davanti chi sa quante volte senza badarci; ma quel giorno l'occhio si fissò sull'immagine riflessa in quel vetro e vi si arrestò. Il vetro pareva sdegnoso di rifletterci; dico così perchè eravamo in due: io e la cagna. Lei era, come il solito, col muso appuntato ai miei polpacci; piccola, alta a pena due spanne, la testa bassa, la coda penzoloni fra quelle gambe di dietro, aduste e macilenti che salivano tanto alte da tagliare come in due la schiena; e ci si contavano le costole.

Ma il peggio fu quando m'avvidi che quel non so che di vecchio, di misero, di spregevole si rifletteva anche su me: anche la mia schiena mi pareva curva, anch'io era macilento; l'occhio spaurito e melanconico, la barba incolta e come senza colore.

Ma dove era fuggita la mia giovinezza?

La giovinezza è una ben strana e misteriosa compagna! Ci pare che essa debba sempre vivere con noi come una sposa fedele; e invece a un certo punto della vita si parte in silenzio come un'adultera che si leva dal letto mentre dormiamo e corre a più gagliardi amori; e non c'è manifesto dell'abbandono se non quando essa è irrimediabilmente divisa da noi e ne udiamo presso altri il lungo, indimenticabile riso.

Un'altra volta era di domenica, l'ora della messa e c'era un bel sole; uno di quei soli folgoranti come sono laggiù nel meridionale, specie quando sta per tornare il buon tempo.

Dinanzi alla più aristocratica bottega da barbiere stava un crocchio di giovanotti, i più eleganti del paese: occhieggiavano le donne ed i passanti e poi conversavano fra loro; e movendosi facevano un gran luccicare di scarpe di vernice, di colletti alti e di catenelle. Frammisti erano anche due o tre scolari del ginnasio (laggiù sono molto precoci) di quelli che più si davano il tono di giovanotti.

Passai io, e tutti gli sguardi si puntarono su di me con un'impertinente insistenza, squadrandomi da capo a piedi. Gli scolari si toccarono a pena l'ala del cappello, gli altri non si mossero nè meno: e subito che fui passato mi colpì come una voce di scherno: — il professore e la sua cagna! — detta in quello sguajato accento napoletano che è di per sè stesso un oltraggio. Poi udii un'altra parola che terminava in _ai_, che non capii; ma tutti si misero a ridere.

Mi sentii un gran caldo alle orecchie ed un tuffo al cuore. Diventai feroce contro coloro ma più contro di me e contro quella mia bestia; feroce al punto che alzai la gamba per iscagliarle un calcio. Essa intravvide l'atto, si scansò e mi fissò sorpresa. Pareva dire: — contro di me? va contro quegl'altri!

Era vero: contro quegl'altri mi doveva rivolgere e feci per tornare in dietro e domandare ragione dell'oltraggio. Che oltraggio? Avevano detto: la cagna del professore. Era o non era così? Sì, certo? e allora? e allora che riparazione chiedere? A quell'ira momentanea successe una prostrazione di tutte le forze come se i nervi mi si fossero tagliati. Mi passai la mano su la fronte e la sentii fredda e umidiccia e poi proseguii camminando, andando lontano, fuor del paese, dove non c'era gente, dove non c'era nessuno ne le vie polverose battute dal sole.

Ma anche il sole fu crudele quel giorno verso di me, perchè investendomi da ogni parte, suscitava dal mio abito nero dei riflessi verdognoli; e tenendo il capo basso per osservare quel colore della miseria, mi avvidi che i calzoni erano sospesi in alto, su le scarpe, con ignobili frange.

Non trovai altro scampo che mettermi a camminare, camminare forte perchè non mi raggiungessero. V'era qualche cosa che mi correva dietro.

Era un _char-a-banc_, come usano laggiù. Più di venti persone sedevano sui banchi; il cavallaccio fuggiva sbrigliato e arrembato con fragore di sonagliere. Mi oltrepassò e scomparve. Ma il rumore mi rimase ne gli orecchi.

Mi pareva poi che venisse dietro a me una cavalcata di pensieri schernevoli e pazzeschi. Cavalcavano dei cavalli apocalittici, maceri come la mia cagna; ma pur a spronate e a scudisciate avevano levato il trotto, e coi zoccoli battevano su la strada sonora e polverosa con cadenza precipitata; «e dai! e dai! e dai!» urlavano tutti dietro di me e si udivano risa atroci e sghignazzamenti senza fine. Poi quei fantasmi scomparvero o svoltarono. Allentai il passo e mi accorsi che camminavo lungo una bella riviera, dove l'acqua, fra le verdi sponde, correva lene e cristallina su la ghiaia. Quella vista mi calmò un poco, e così andando, giunsi che il sole era alto e la campagna deserta, perchè era domenica, giunsi, dico, presso una grande e famosa necropoli latina. Fra le agave smisurate si apriva il sentiero che conduce a Pompei. Ci ero stato appunto lo scorso anno, e mi stava ne la memoria l'impressione lieta e riposata d'allora. Era una domenica e avea con me cinque o sei dei miei scolaretti più diligenti. Io mi ero preparato a fare alcune spiegazioni e girando per quei fori, in mezzo a quei ruderi giganteschi, aveva suscitato alla loro fantasia molte e belle immagini di uomini virtuosi e di opere degne. Poi, al ritorno, si era fatto un piccolo asciolvere in un'osteriuccia di campagna, sotto una pergola; e fra quei visi freschi di giovanetti intenti a divorare con più devozione che non avessero udite le mie parole, provava uno struggimento di conforto, un desiderio di far bene, di far sempre di più.

Ma quel giorno le nobili impressioni non fu possibile di rinnovare. La mente correva per un'altra strada. Le ombre latine e gli spiriti magni quel giorno dormivano il loro sonno immortale; ma vidi per il foro grandioso, per la via decumana accalcarsi un sollazzevole popolo che si dava buon tempo; e parean dire: «Stolto che tu sei! non ombre magne e come te dolorose, ma ombre liete fummo!» e vidi isnelle bellezze di _etère_ greche, numerose ed impudiche proprio come adesso. E fra le eleganze delle marmoree colonne, degli atrii; fra le pulite pietre delle terme, per gli splendenti mosaici, vedeva gente intenta a godersi la vita.

* * *

La domenica seguente seppi che cosa significava quella parola che aveva udita e che terminava in _ai_.

C'era lì nel paese un certo signor tale, commerciante in calce e in mattoni, uomo sui cinquant'anni, ma esuberante di rozza e spavalda vitalità, di quelli che sanno fare a tenere allegre le brigate e rispondere con bei motti. Costui ci aveva preso gusto della mia compagnia e gradiva molto che io fossi con lui, tanto che per evitarne la volgarità e le intemperanti facezie, lo sfuggivo bene e spesso. Ma lui se mi incontrava col carrettino voleva che salissi; se era al caffè mi costringeva a sedere e a sorbirmi una bibita che non c'era verso di pagare.

— Voi altri professori — diceva cacciando le mani in tasca e poi facendo cadere dall'alto i soldi sul vassoio — sarete fior di letterati, ma avete una bolletta santissima!

Io sino allora non ci aveva fatto caso di queste confidenze avanzate. Mi parevano segno di animo un po' rozzo ma affettuoso; e ne la mia equanimità di uomo savio, lo compativo in segreto.

Dunque quella domenica mi disse fermandomi in mezzo al passeggio, con lo zigaro in bocca e posandomi la mano su la spalla:

— Be', come sta _Patirai_?

— Chi è _Patirai_? — chiesi sorpreso.

— Bella! — fece lui — se non lo sai tu, chi vuoi che lo sappia? _Patirai_ è il nome della tua cagna. Tutti la chiamano così.

— E perchè? — domandai arrossendo.

— Perchè è così magra; e poi dicono che deve patire la fame a stare con te.

— E perchè?

— Cosa vuoi; scusa, non te ne avere a male, ma ti vedono andare in pensione in un'osteria di secondo ordine a quarantacinque lire al mese, dove ci sono tutti impiegatucci di dogana, delle poste....

— Sì, ma ci va anche il vice pretore — obbiettai io perchè non mi sovvenne lì per lì, o non osai dire la cagione vera.

— Bravo! — replicò — Ma sai tu quante ne dicono di lui? Tu sei ancora un ragazzo; lasciatelo dire: sarai professore, avrai molta scienza in testa; ma non capisci le cose.

Aveva preso un tono serio e seguitò:

— Mio caro, in questi paesi per essere stimati e rispettati bisogna dare molto fumo ne gli occhi. Se no...., se no, ti montano sui piedi.

— Ma io faccio il mio dovere — dissi con un tono di voce che non era privo di dignità.

Allora lui sbuffò due boccate di fumo. E — queste sono parole, caro il mio ragazzo — disse con dispregio — e se ci credi, peggio per te. Bisogna darla a bere, non la capisci? Fai il professore, fai il pizzicagnolo, fai il medico, l'oste, ma bisogna sempre darla a bere.

Va, va! Fa a mio modo, se no, non riuscirai mai a niente; e butta a mare quella bestia rognosa che ti rende ridicolo; e se vuoi un cane, ti regalerò io un bel bracco. Cosa vuoi andare in giro con quella carogna? E poi — aggiunse sorridendo — tienti un po' su, vestiti meglio e comincia a far la corte alle donne. Non vorrai mica aspettare quando sarai vecchio?

Egli se ne andò tutto soddisfatto di avermi dato dei buoni consigli; io rimasi confuso con quella mia bestia da presso, e peggio fu poi, chè meditando su le sue parole, m'avvidi che esse contenevano molto di vero.

Fu una ben triste sorpresa!

— Ma e allora? — esclamai esterrefatto — allora che era di me? Quella virtù, quel sacrificio, quel dovere costantemente compiuto, di cui andavo così superbo, che riempiva tutta la mia vita, non era altro che una tragica farsa ne la quale io solo era attore e spettatore ad un tempo.

Pensai a lungo così quel giorno, andando sempre dove non c'era gente, lungo la spiaggia ferrigna di quel golfo; e l'onda sonante e frangentesi a miei piedi con regolare intervallo, mi pareva dire con rabbia: tutto è monotono quaggiù, tutto è fatale. Tu segui la tua parabola di false opinioni, di idealità sconfinate, perchè l'hai nel sangue la maledetta eredità della gentilezza e del bene, come io seguito a percuotere questo lido, come il sole s'annoia nel suo giro, e me lo dice ne' misteriosi colloqui sopra il deserto dell'oceano, come la tua cagna vien dietro ai tuoi polpacci, come il tuo soprabito è verde, e come gli uomini sono quello che sono.

Io andava così pensando lungo la riva del mare e il sole dardeggiava sul mio capo, e le mie idee turbinavano a tondo come in una ridda.

Mi sedetti su di uno scoglio e mi colpiva il mare col suo bagliore di cobalto ardente.

Ma le onde battevano su la scogliera. Venivano dall'alto, verdi, erte, trasparenti come vetro di smeraldo; più e più affrettavano la corsa, spumeggiavano ne la cresta, si accartocciavano e rompevano fragorose e rapide con infinito pulviscolo ai miei piedi.

— Lo vedi tu, sorella azzurra? lo vedi tu, sorella bianca? — dicevano l'una all'altra movendomi in contro. — Quegli è un matto! Egli era nato in buono stato; poteva far la traversata della vita senza accorgersene, come un pulcino in una scatola di bambagia. Ne la tua società — mi domandavano — non ce n'erano più di marchese vecchie con la prurigine della lussuria; non c'erano fanciulle ereditiere da sposare; non c'erano sul tappeto verde del tuo _club_ buoni da mille da guadagnare? No! Egli si è voluto attentare inerme e nudo contro l'immane battaglia della vita, ed è montato in buona fede su la nave della virtù. Ora è in mezzo al mare, ed il vascello dei fantasmi varca, ed egli ha paura perchè si è trovato solo. Credevi forse di trovarci degli uomini veri per compagni? Erano fantasmi quelli che apparivano. La nave della virtù non ha viandanti, non ha porto che la ricetti. Solo l'isola della Utopia l'accoglie qualche volta nel suo eterno errore. Almeno Don Chisciotte, lo squallido cavaliere, si era messo una corazza di cartone e sul capo un bacile da barbiere.

Così parevano schernirmi le onde.

Ma io dovetti errare molto su e giù per le anfrattuosità della costiera, perchè non mi avvidi che il sole discendeva, e solo le tenebre mi fecero trovare la via del ritorno.

Quando fui a casa, m'accorsi che la cagna non c'era più: evidentemente si era smarrita o si era addormentata, ed io mi ero levato e me n'era andato.

Non ne provai dispiacere, e non pensai nè meno che essa avrebbe guaito tutta la notte cercandomi su e giù per la riva; che avrebbe potuto cadere in mare, che alla mattina avrebbe avuto fame: io non ci pensai. Avevo una gran stanchezza e dormii tutta la notte quanto fu lunga senza risentirmi.

Il giorno seguente mi persuasi che si era affogata; perchè altrimenti a quell'ora avrebbe fatto ritorno; e stavo col cuore sospeso temendo di udirla raspare alla porta. Nulla!

Così passarono diversi giorni e a me pareva di essere più libero allora che _Patirai_ non c'era più. Perchè v'era quel brutto nome di _Patirai_, quello schernevole nome di _Patirai_ che non mi si voleva staccare dal cervello. A tutto ciò che è buono e che è debole si può dare il nome di _Patirai_: un nome che fa ridere! Ma la cagna era affogata: dunque tutto era finito; anche il nome mi si scancellava a poco a poco dalla visione della mente.

Questo però non vuol dire che io riacquistassi la pace di prima: anzi mi sentiva le cose, le occupazioni, gli uomini pesarmi e stringere da ogni parte. Provai a riconfortarmi ne' miei studi prediletti, ma non ci riuscii. Ore ed ore, prima, io le passavo ne la mia stanzetta a leggere e meditare sopra un capitolo di S. Matteo, un'epistola di S. Paolo, un dialogo di Platone. Il mondo mi si allargava in paesaggi senza confine, e vi pioveva una gran luce e una gran dolcezza.

Ma allora, per quanto mi ci provassi, non riuscivo più a rinnovare quello stato di estasi nel pensiero. Un giorno deponendo sul tavolo un volume di Platone, domandai: Vediamo un po'; se Socrate di cui tanti hanno scritto in tutti i secoli, tornasse ancora al mondo, che cosa ne farebbero di lui? lui che aveva la fissazione di voler far diventare gli uomini belli e buoni, e non lasciava in pace nessuno e si appiccicava ad ogni persona e ragionava dalla mattina alla sera, ed era noioso come un moscone! Ma gli tornerebbero a dare il veleno un'altra volta! Ecco una cosa di cui non si può dubitare.

Anche la scuola che era stata un caro asilo di pace, non mi dava più alcun conforto, anzi ne provavo un tedio invincibile al punto che la parola finiva con lo svanire dalle labbra come l'idea dal cervello. Molti sono i patimenti dell'anima; ma uno dei maggiori deve essere quello del sacerdote che si accosta all'altare dopo che ha perduto la fede.