Part 3
* * *
Rimasi; ma i primi giorni non sapevo più in che mondo mi fossi. Passa una settimana, ne passano due, e non riusciva a farci l'occhio e l'abitudine. Tutte le cose mi facevano l'effetto di essere fantasmagorie di un sogno che fra poco sarebbero scomparse; ma invece non sparivano e allora finii con l'abituarmi. Furon momenti ben dolorosi! Per fortuna ero obbligato a studiare per far lezione e un po' i libri e sopra tutto la scuola mi distraevano. Anzi cominciai a trovarmici bene in mezzo a quei scolaretti. Ve n'erano alcuni così graziosi, così vivaci, così buoni, che era uno svago viverci in mezzo. Spiegavo la grammatica, correggevo i loro latini, facevo delle lunghe prediche di morale e di civile virtù desunte dai classici, e lo debbo dire? le ore mi fuggivano quivi più riposatamente che altrove; tanto che io stesso domandava al direttore di fermarmi una qualche mezz'oretta di più.
— Ella possiede il vero senso del dovere — mi disse una volta costui con molta gravità, e quelle parole mi fecero un gran bene.
Il direttore era diventato per me una persona grave ed a modo. Grammatico, assiduo nel suo lavoro, egli viveva nella scuola e per la scuola. «Veda — mi diceva confidenzialmente — quando gravi pensieri o forti cure incombono su di me, il lavoro le dissipa come nebbia al sole; e se alcuna tristezza mi sopravviene, la vista di tanta balda e nobile gioventù che noi abbiamo l'alto ufficio di educare ed istruire, mi consola subito».
E doveva essere proprio così perchè io pure mi sentivo bene nell'adempimento del mio dovere. Anche coi colleghi ci avea fatto la mano, ma un po' per volta e superando non lievi difficoltà, perchè avevano davvero un modo di trattare che non era propriamente quello a cui era assuefatto. Capii però che bisognava adattarsi essendo essi vecchi insegnanti, e in fondo parevano pieni di bonarietà; certo erano gente tutto scuola e tutto casa: niente spassi, niente teatri, niente svaghi. Ve n'erano di quelli che da sei e più anni erano lì a C***, e non conoscevano una famiglia del luogo. Fumare mezzo toscano, spiegare qualche sciarada, ragionare del caro dei viveri, dei loro figliuoli, del miglior modo di far capire agli scolari il latino che non volevano capire, e commentare i regolamenti formavano tutte le loro occupazioni.
Brava gente, insomma, modesta e senza pretese.
— Adesso anche voi vi accasate — mi dicevano —; trovate una che vi porti dei buoni ducati e vivete come un principe.
Altre volte dicevano al direttore ponendomi la mano su la spalla: — Questo giovanotto è pieno di zelo e farà carriera presto!
— Così io spero — rispondeva il direttore sorridendomi a fior di labbro —, così io spero, se l'avvenire non mente e se in alto sapranno, come non è dubbio, apprezzare il suo giusto merito.
V'era poi la moglie del direttore, cioè la signora direttrice, come la chiamavano in segreto con una certa punta di ironia perchè dicevano che era lei che faceva fare al marito tutto quello che voleva, e metteva il naso anche dove non le toccava: costei mi aveva preso a benvolere o, per dir meglio, mi aveva accolto sotto la sua protezione.
Era una donnetta rossiccia sui quarant'anni, ma che pretendeva ancora a certe velleità di giovinezza e di eleganza: vivace e ciarliera quanto il marito era duro e tutto d'un pezzo. Ne le sue molte peregrinazioni su e giù per il bel paese, seguendo fedelmente, almeno nei viaggi, la sorte dello sposo grammatico, avea preso la lingua ed il dialetto di tutte le città dove era stata: il fondo era piemontese, ma con spunti siculi; le grazie e le veneri poi del dire erano del più puro napoletano. Nei gusti ancora non aveva preferenza: sapeva tanto apprestare un _ragù_ squisito per condire la più saporita pasta di Gragnano, quanta fare una polentina bergamasca con contorno di uccelletti; pregi non comuni, coi quali consolava le elucubrazioni filologiche del compagno. Aveva poi un merito indiscutibile e assai raro ne le mogli degli impiegati girovaghi, cioè teneva la sua casa come uno specchio.
Ella era la sola che mi sconsigliasse di prendere moglie, e contro mia voglia se ne faceva un gran ragionare ne le frequenti passeggiate dopo scuola.
— Un giovanotto deve conservarsi scapolo e divertirsi, io la penso così — diceva.
— Ma a un professore — correggeva il marito con lieve sorriso e con grave intenzione — non è permesso fare troppo il giovanotto. E poi non son questi i paesi dove si possa... o si trovi.....
— Ah, no? — rispondeva lei vivacemente — Provi un po' — mi diceva tirandomi il bottone del soprabito — provi un po' a far la corte alla moglie del professore di prima e vedrà se si trova.....
— Geltrude! — esclamava il marito in tuono di doloroso rimprovero piantandosi sui due piedi e levando le sopraciglie sino all'arco frontale. —... Ma Geltrude!
— Ma che! non sei mica coi tuoi professori da farmi paura. Del resto — proseguiva rivolta a me — lo sanno tutti chi è quella lì e si può parlar forte. Si figuri che ha avuto il coraggio di farsi quest'estate un abito di _surah_ che io non mi sognerei nè meno e di andare ai veglioni a Napoli. E poi dice male di me perchè non la voglio ricevere in casa!...
Del resto io penetravo poco profondamente in queste sottigliezze, ed alle chiacchiere spiritose della signora preferivo di più ragionare col marito di grammatica. Avevo anzi finito col prenderci un certo gusto a tutte quelle minuzie; e lui che era molto colto in materia, mi faceva delle lezioni che duravano due o tre ore, cioè tutto il tempo della passeggiata; e ci si interrompeva solo perchè la signora si sentiva allora tutti i mali; voleva il braccio del marito, la carrozzella pel ritorno e faceva un muso lungo mezza spanna. — Quanto siete noiosi col vostro latino! — diceva cumulativamente a tutti e due quando io mi accomiatava. — Non vi basta la scuola?
Il direttore poi mi aveva consigliato di studiare sul serio per acquistarmi il diploma in lettere e fare carriera; e di fatto io mi era messo a studiare di buona lena il greco ed il latino; anzi la sera andava in casa sua a lavorare.
* * *
Così trascorse l'anno e ritornai a casa: e ritornando non sapevo che cosa avrei fatto per il tempo avvenire. Mi circondava un vuoto e una tristezza pacata ma non perciò meno dolorosa, e sentivo anche che io non era più quello di una volta. Mia madre invece era un po' meglio in salute e più riposata di spirito.
Fu a quel tempo che seppi della completa ruina di ogni nostro avere; e fu molto se, per opera del notaio di famiglia, si potè venire ad un compromesso coi creditori per cui a mia madre era lasciato vita natural durante l'usufrutto del palazzo e del parco più un tenue reddito. Ella però non si dava gran pensiero di questo disastro finanziario.
— La casa nostra rifiorirà per opera tua, figliuolo! — mi diceva con profonda convinzione; e quando mi vedeva con un libro in mano si appartava per non recarmi disturbo, quasi che in quelle pagine fossero stampati i segreti della fortuna.
Del resto cose e persone non era caso che ci turbassero. Nessuno più veniva a tirare il campanello del portone e il procaccio non avea più lettera da consegnare. Anche nel parco le rose non più curate dal giardiniere, crescevano selvagge e pei viali i muschi e le erbe maligne si distendevano.
— Curiosa! — diceva spesso mia madre — da che tu hai lasciato F***, nessuna più delle mie amiche mi manda a salutare! nè meno un biglietto da visita. Mi credono forse morta? — domandava sorridendo — e non sanno che finchè vivi tu e finchè ti so felice io non morirò? Quando le rivedrai dillo che si ricordino di me!...
Cercavo con vari pretesti di confortarla alla meglio e le davo il braccio e andavamo per il parco fra quelle rose e per il silenzio dell'estiva campagna.
Questo abbandono in cui eravamo lasciati, contribuì non poco a farmi perdere ogni speranza di vita diversa e migliore; così che nel tempo che le rondini con molto garrire lasciavano i cornicioni del palazzo per le solatie terre d'oltremare, lasciai io pure la mia casa, e ritornai laggiù, fra quei scolaretti.
Ripresi la vita dell'anno prima, e il direttore mostrò di rivedermi con piacere.
Egli era allora tutto intento a compilare certi commenti latini ed io lo coadiuvavo ricercando nei lessici e ne le grammatiche.
— Queste ricerche le riusciranno di infinito vantaggio — ripeteva ogni tanto.
— Eh — interrompeva la signora che lavorava al tavolo appresso, e si trovava costretta per ore ed ore ad un silenzio assoluto — bisognerebbe mettere sul libro anche il nome di lui....
Egli sorrideva e poi diceva come sorgesse a galla dal fondo della latinità in cui era immerso: — Invero tu hai ragione, e certo il prossimo commento, se l'editore me ne vorrà affidare uno, porterà il nome mio ed eziandio quello di questo valoroso collega.
Io mi profondeva in ringraziamenti ed egli ricadeva, o meglio, tutti e due ricadevamo ne la più profonda latinità lasciando la signora lavorare all'uncinetto presso la sua lampadina a petrolio. Molte volte si oltrepassava la mezzanotte in tali studi e si finiva col prendere una piccola tazza di ponce che la signora preparava con liquori che erano un suo segreto; e il borbottare del pentolino a spirito dava il segnale che bisognava chiudere i libri e mettere in assetto le schede.
— In questi paesi non se lo sognano nè meno un ponce fatto così — diceva la signora mescendoci —; ma noi pigliamo il buono dove si trova. È vero che è fatto bene? È una mia specialità.
Rincasando, pensavo a qualche regola di filologia, alla scuola; e nell'assenza di altri pensieri, gustavo come una soddisfazione e una consapevolezza di me medesimo che non avea mai provato per l'addietro.
Così trascorse tutto l'autunno e tutto l'inverno che io non me ne avvidi nè pure.
Mi era inoltre affezionato a tante piccole cose che mi rendevano piena la vita: ad esempio la mia stanza d'affitto era per me un piccolo mondo: il letto, gli abiti bene spazzolati su la sedia, le scarpe messe in fila, i libri, i fogli, le carte disposte con simmetria, i lapis allineati secondo le lunghezze: abitudini d'ordine e di pulizia a cui attendeva con una scrupolosità singolare; e mi pareva di non star bene se non sapeva che tutto era a posto, tutto spolverato, tutto in assetto. Le mie relazioni non si estendevano oltre quelle della scuola; ed ogni mio svago consisteva in quella oretta che passavo la sera alla trattoria dove ci trovavamo in cinque o sei impiegati a pranzare: tutta brava gente, di gusti semplici, senza pretese e senza desideri. Finito il desinare, essi sparecchiavano e facevano la partita, ed io andava a casa a studiare.
La mia vita passata, la mia casa, mia madre stessa si allontanavano a poco a poco dalla memoria insensibilmente come cose vaghe e sfumate.
Quando ricevevo lettere dalla mamma, sentivo come un sussulto per il timore di apprendere qualche cattivo annunzio di malattia o di sventura che mi obbligasse a partire ed interrompere quella mia vita. Ma lei stava bene, lei era contenta di me ed io non ci pensava più e non domandava altro.
La primavera è precoce laggiù: viene l'aprile; i monti si coprono di fresca verdura, le paranze prendono il largo per tutto l'azzurro del mare, e gli aranci e i cedri aprono i loro fiori e tutta l'aria è profumata.
Mi sta alla mente una mattina di Pasqua fiorita: gli scolari avevano avute le vacanze, e ritenuti dall'alto sguardo del direttore, uscivano da una scaletta aperta, in doppia fila, mal contenendo l'entusiasmo per i giorni di svago e di libertà che si ripromettevano.
Rimanemmo io e lui sull'alto del ripiano della scala; i giovanetti, già fuori dal cortile, si spargevano qua e là per la via rumorosamente.
Egli li seguì un istante; poi spianò il supercilio e mi disse sorridendo:
— Noi periremo, ma l'opera nostra rimarrà. Questa è la nostra gloria! — e additava i giovani — questa l'opera nostra più meritevole e veramente eterna! Quando noi insegnamo, non dimentichiamo mai che la patria e l'avvenire ci guardano.
Egli pronunciò queste parole con voce piana; eppure esse fecero su di me una grande impressione, e mi colse come un brivido di entusiasmo. Questo forse avvenne anche perchè ne l'aria spirava non so quale larga serenità di cose e di natura trionfanti sotto il sole, e i fiori degli aranci profumavano all'intorno.
Quell'uomo semplice, quell'esistenza ignorata di pedagogo mi si ingrandì con proporzioni eroiche, e quelle parole mi germinarono ne la mente come una rivelazione di un sentimento che io pure aveva indistinto ne l'anima, ma di cui non aveva sino allora saputo rendermi conto.
— È proprio così — io concludeva. — Che cosa c'è ne la vita di vero, di serio? Tutto è vanità; solo ne lo studio della sapienza, solo ne le pratiche del bene sta il segreto della vita.
E da allora io cominciai a portare in giro con me questa idea, e anche nel silenzio della mia stanza, ne la solitudine del letto ci pensavo su e ci costruivo di gran cose.
Ma io vi dico in verità che quando a un uomo è entrata nel cervello troppo piccolo la semente di un'idea troppo grande, ed egli va solo, solo con quell'idea camminando qua e là, ore ed ore, e comincia a fuggir la gente come un cane ramingo; voi ben potete allora scommettere novanta su cento che l'infelice è entrato nel treno direttissimo che conduce al paese della pazzia.
A me accadde così press'a poco, perchè da allora mi chiusi sempre più in me stesso nutrendomi di questi miei pensieri.
E come era solitario e poco esperto degli uomini, come il tumulto e il fragore della vita presente non lo sentivo; così il divenire del mondo mi si presentava in forma di una facciata bianca dove era facile scriverci ciò che io voleva; e io ci scriveva le massime più sublimi degli antichi filosofi; dei quali filosofi, eroi, profeti vedeva popolato tutto il mondo antico, come se gli altri uomini e le altre cose non fossero esistiti nè meno. Ed empiendo il libro del futuro di queste sentenze e di questa virtù, provava il piacere puerile che deve provare un povero disperato il quale scrive su dei pezzi di carta straccia: «Buono da cento lire», «buono da mille», «vaglia di un milione presso la Banca d'Italia», e si immagina che quei fogli si mutino in tanti bei scudi sonanti, in banconote, pioventi ne la sua stamberga fitte come falde di neve.
E, si sa bene, le idee germogliano come le gramigne, e a me venne la fissazione che per riuscire a questo buon fine bisognava cominciare col diventare esempi di virtù essi stessi; quindi volere fortemente, vincere le passioni, purificarsi e purificare.
Quando principiarono le vacanze dell'autunno, stabilii di non andare a casa, perchè mi pareva che quel muovermi, quel rivedere mia madre, quell'espormi all'affetto di lei, sarebbe stato come un rompere l'atmosfera di virtù che io andava fabbricandomi d'intorno, come il baco fa del suo bozzolo.
Andai invece a Napoli, dove vivevo tutto il giorno in una biblioteca, e la notte in una stanzetta d'albergo di quarto ordine. La colazione consisteva in un panino che mi mettevo in tasca e che sbocconcellava piano piano in biblioteca; il pranzo in ciò che all'oste piaceva di darmi, chè io non me ne sarei accorto lo stesso di quello che c'era nel piatto.
La prima intenzione (e il direttore stesso mi vi aveva consigliato) era stata quella di studiare le discipline filologiche e procurarmi poi un titolo accademico; ma a poco a poco la mente divagò dal primo proposito e fu come assorbita dalla solitudine di quella delirante idealità che a me pareva sapienza; da una malinconia stoica ed austera che a me pareva visione di verità.
Anzi quelle quisquilie linguistiche, in cui sino allora io mi era riposato, diventarono povera cosa o per lo meno semplice istrumento a fine più vero e maggiore.
Plutarco, Platone, S. Paolo, Tolstoi, Renan, Schelling, Carlyle formavano le mie letture preferite.
Questioni di sistemi filosofici, di negazione o di fede, di scienza o di dogma io non ne faceva, e d'altronde la mia mente poco educata agli studi e poco positiva, sarebbe stata incapace di farne; ma di questa mia insufficienza non solo non mi accorgevo, ma essa diventava la mia malefica forza. Perchè io da quelle letture disparate e di autori così lontani nel tempo, assorbiva solo una idea semplice e smisurata: il bene! il perfezionamento morale! Purificarsi, vincersi, vincere, diventare buoni, essere buoni, ecco lo scopo! Le nazioni per me non avevano più confine, gli uomini non avevano più patria nè differenza di lingue, la politica non aveva una forma prestabilita che io preferissi più tosto che un'altra. Senza bontà ogni perfetta forma di governo, ogni progresso, ogni scienza, ogni arte mi pareva dannosa; col bene tutto era possibile e bene. Questa formola semplice mi ossessionava, e si era così impadronita di me da rendermi insensibile alle cose esterne.
Era una specie di eroismo stoico che mi difendeva come un'armatura medioevale; e così chiuso in me stesso, mi pareva di essere invincibile. Finalmente io era forte!
Gli uomini o devono raggiungere questo alto scopo o devono morire, cioè svolgere sino alla consumazione dei secoli la parabola dei loro rinnovati errori. Anche quel mezzo milione di plebe variopinta e urlante che mi fluttuava d'intorno per le vie di Napoli, non aveva ragione di essere se non rinnovata e purificata.
O essere così o non essere.
La domenica, quando la biblioteca era chiusa, andavo su a piedi sino a Posillipo; uno spettacolo grandioso, come tutti sanno. E il mare di un azzurro intenso di cobalto con baleni di acciaio, e il vesuvio di viola, e il sole ne lo splendentissimo cielo parevano assentire alla mia pazzia!
A queste molte malinconie un'altra se ne aggiunse: mi venne cioè in mente di stabilire quale forma di governo, quale vita sociale si sarebbe dovuto dare agli uomini. Ma per fortuna questa nuova fissazione durò poco, e la solita idea troncò di colpo la battaglia che le varie opinioni, irte di dubbi e di difficoltà, stavano per attaccare. Quando gli uomini saranno buoni — pensava — si svolgeranno di per sè in una forma di governo o di non governo, con leggi o senza leggi, come verrà loro fatto naturalmente.
Forse che il buon agricoltore quando ha preparato il terreno, quando ha scelto un buon seme sta poi a pensare come farà a nascere, come farà ad assorbire gli umori dalla terra, da dove prenderanno i fiori il loro profumo, il frutto le sue sostanze benefiche?
Qualche volta pensavo anche a me. Che cosa era io? Niente: io era la formica che porta il suo granello per costruire la montagna. Eppure anch'io aveva la mia missione e il mio campo di attività; e questa missione era la scuola.
In queste fantasticherie consumai le vacanze e poi lasciai Napoli e ritornai alla mia residenza e alla mia scuola.
* * *
Come tutto questo mutò? perchè svanì come fata morgana? come tutto cadde alla maniera di un castello di carta?
È la storia della cagna nera. Fu lei, la miserabile bestiola, che mi guidò ad urtare contro gli uomini e contro la realtà, io che sognava! Ma io l'ho ben punita!
Storia strana; e il difficile sarà di raccontarla, ma la storia è vera, ed io lo posso dire perchè la mia ragione vacillò al colpo, e per molti anni fui poi ricoverato in luogo di salute.
Vedrò di ricordare solamente i fatti; i diversi passaggi del pensiero mi sfuggono o non mi sento la forza di analizzarli. Dicevo, dunque, che ero tornato a C*** ne la solita stanza, solita scuola, solita osteria, solite passeggiate. La mente seguitava le sue fantasticherie; ma la vita materiale aveva la regolarità di un orario di collegio.
Così passò l'autunno e parte dell'inverno.
Una sera all'osteria il cancelliere della pretura volle pagare da bere perchè era il suo onomastico. Per ragioni di cortesia, rimasi io pure e bevvi.
Dopo avevano giocato a scopa sino alla mezzanotte; poi si era fatto cuocere un gran piatto di quelli che chiamano maccheroni di _zita_ e si era bevuto ancora...; si era bevuto molto quella sera. Come avvenne poi che i miei compagni se ne fossero andati e che io rimanessi solo, non ricordo.
L'oste (mi par di vederlo) rassettava i fornelli, il garzone chiudeva le imposte. Allora io sentii qualche cosa di molle che mi fuggì tra le gambe e un momento dopo una cagnolina nera balzò su la sedia di contro, dritta su le zampine davanti. Poi saltò sul tavolo e cominciò a strofinare il muso contro di me.
— È vostra questa bestia? — domandai all'oste.
— No...; non l'ho vista mai; io non tengo cani.
— Sarà di qualcuno degli avventori — replicai io.
— Sarà...; ma io non l'ho mai vista: è una bestia smarrita.
— Tenetela voi — dissi — qui ci avrà da mangiare.
— Se fosse maschio — rispose dopo essersi accostato e averla osservata — se fosse maschio! Ma una femminaccia non la voglio in casa; la butto fuori su la strada.
— Allora la porto via io; e se si presenta il padrone sapete dove sto di casa.
Fu così che uscii dall'osteria seguito dalla cagna che mi si attaccò ai polpacci come avesse capito.
Quando fui a casa al lume di una candela la vidi in attitudine di un ospite che è stato invitato e attende che gli si facciano i convenevoli dovuti.
— Dormirai qui, cara mia, e ti troverai un qualche angolo — dissi forte e la chiusi nell'anticamera.
Io cadeva dal sonno; mi svestii e mi cacciai sotto le coperte e cominciai a chiudere gli occhi quando sentii che lei, la bestia, raspava alla porta. Provai a non badarci e a riaddormentarmi; ma quella ritornò a raspare con discrezione, però insistentemente. Accesi il lume ed apersi la porta. Stava su la soglia con la zampina levata in atto di voler entrare e non l'osava.
— La tua cuccia è là — dissi, e la presi sgarbatamente per il collo e la misi in un angolo. — Giù e buona! — conclusi minacciandola.
La poverina tremava tutta, ma non osava di muoversi; tentava solo con l'allungare il collo di lambirmi le mani.
Tornai a letto, ma non potei prendere più sonno. Mi venivano in mente tutte le obbiezioni che avrebbe fatto la padrona di casa: una donna così meticolosa! E poi che ne avrei fatto di quella bestiola? condurmela dietro con la cordellina? e la gente non avrebbe riso? e a darle da mangiare chi ci avrebbe pensato? Insomma scombussolava tutta la mia esistenza, sconvolgeva tutte le mie abitudini. Avrei pagato qualche cosa per averla lasciata dove era. Domani me ne disfarò. Questa fu la conclusione e allora potei dormire.
Al mattino, un largo raggio di sole oriente mi svegliò prima del tempo. Per l'affare della cagna mi ero dimenticato di chiudere la finestra. Era presto; e nessuna delle note voci mattutine, nessuna sonagliera di capra si udiva; e in quel silenzio, in quella lucentezza di sole mi sorpresero i ritratti dei santi e delle sante appesi alle pareti. Curiosa! non me n'ero mai accorto che fossero tanti e così brutti! Perchè brutti erano davvero, e senza idealità come tutti i santi napoletani: oleografie di paltonieri in cocolla e di megere affette da pinguedine gialla in soggolo. V'era poi sul comò un Bambino Gesù di cera, grosso quasi al naturale, sprofondato ne la bambagia, che ne l'intenzione dell'autore doveva ridere di celeste beatitudine e invece piangeva come un marmocchio ringhioso. Pareva fatto di salcicciotti tanto era pingue anche lui! Tutti convergevano gli occhi verso di me obliquamente come a domandarsi l'un l'altro con ira e sospetto: Che ci fa qui codesto intruso? Lo sapete voi che ci fa, S. Francesco? Io non _saccio_! pareva rispondesse una S. Teresa con la faccia tinta di bile per indicarne l'ascetismo. Non vedete che il bambino santo ne piange? fremeva un S. Domenico con gli occhi spiritati da accendere da essi soli i roghi. Vattene ai paesi tuoi! Vattene! borbottava il santo protettore della città, che era un vescovo effigiato in gesso con una barba nera e tonda di brigante ben nutrito. E se non fosse stato gravato dal piviale e dalla mitria che lo insaccava sino alla nuca, si sarebbe mosso e mi avrebbe scacciato a colpi di pastorale.