Gli ingenui

Part 2

Chapter 24,077 wordsPublic domain

— Si deve essere fatta carina! Tu le fai la corte, scommetto? Domandava se la marchesa A.... era sempre così bionda, se dava ancora quelle feste così ricche che se ne parlava per dei mesi prima e dei mesi dopo. — Quanto avrei caro di vederla!

Poi cominciò a parlare di me con una volubilità ardente. Io rispondeva sì e no, ricambiavo i saluti, raccontavo distrattamente, ma lei non se n'avvedeva: io guardava, io non potevo distogliere lo sguardo da quella sua mano che cadeva sul mio petto, scarna, diafana, inerte mano come di morta; scarna così che l'anello nuziale si appoggiava obliquamente su l'osso del dito. Per quanto tempo ancora ci sarai conservata tu, o mano materna, a ravviarci i capelli e tergerci le lagrime? E dopo? Io la presi quella mano e la sollevai piano sino alle mie labbra come la mano dell'amante e la baciai; ed ella sorrideva lagrimosamente.

— Via, via — disse poi — accostati alla finestra. Voglio vederti bene come sei — e si levò in fretta e mi trasse presso la grande vetriata. — Oh, così! — disse scostandosi e vagheggiandomi. — Come sei bello, e che aria fiera hai con quei due baffetti rivolti in su! E tu devi essere forte, forte come tuo padre...! — e questa parola non ebbe altre che la seguissero, ma risonò come nel vuoto della stanza.

Allora il riso e la eccitata gaiezza del volto di lei scomparvero dopo aver pronunciato quel nome, gli angoli della bocca le si piegarono in giù e scoppiò in un pianto stridente che la faceva tremar tutta. Io la ricoverai fra le mie braccia ed ella vi si nascose; vi si nascose con quella povera testa grigia che pur profumava di soavità e di un languido olezzo femmineo che ricordava la sua giovinezza. Si acquetò infine e ritornò a sorridere e mi ricondusse presso il focolare.

— Tuo babbo — disse con voce oramai pacata e come seguendo un pensiero dominante — era forte sì, figlio mio, ma era troppo gentiluomo. Ma tu sarai forte, forte, forte! nevvero? Tutta la sapienza sta ne l'essere forte.

Beppo venne poco dopo a mettere in tavola.

— Sai — mi disse poi con un'angoscia mal celata e come colta d'improvviso — non te ne avere a male, figliuolo, ma la cuciniera e la Rosa hanno voluto andare a far Natale a casa loro, ed io le ho lasciate andare: ho fatto male; ma io non pensavo che tu avresti voluto lasciare la tua vita brillante per venire a far Natale con questa povera vecchia di tua mamma. Non è vero Beppo che è così?

— Sì, signora contessa — rispose Beppo.

Ella parlava quasi io non avessi avuto occhi per vedere e mente per intendere la sua pietosa bugia, e questa incoscienza di lei mi paralizzava e mi incuteva un senso quasi di paura. Feci forza su di me e ripigliai sorridendo:

— Tu hai ancora, mamma, le tue rose, esse fioriscono ancora d'inverno!

A questa mia interruzione respirò come sollevata dal timore che io insistessi su ciò che voleva nascondermi. Sorrise e mi parlò delle sue rose.

— Le rose fioriscono sempre e questo è un buon segno: è la benedizione della Madonna e del Signore. D'inverno il rosaio sembra morto; ma io cerco, cerco anche sotto la neve. Ebbene, lo crederesti tu? ve n'è sempre qualcheduna, poverina, che sboccia. E questo è un buon segno. Vuol dire che la nostra casa è andata un po' in basso, ma che la vita non è morta. E quando di maggio tutte le rose fioriscono, io dico: Così fiorirà la nostra casa quando verrà il maggio anche per lei: io forse allora non vi sarò più; ma tu cercami, cercami qui intorno e mi troverai, la troverai la tua povera mamma!

E poi, mentre si pranzava, riprese a parlare di me. Voleva sapere i miei progetti per l'avvenire, quello che avrei fatto, quali speranze avea, quanto tempo ci sarebbe voluto per attuarle.

Ed io raccontai. Raccontai quello che non era quello che non mi sentiva; le speranze che non aveva, la fede che con uno sforzo supremo simulai con la vivacità dello sguardo e l'impeto della voce.

Ella mi ascoltava beatamente, raccolta nel suo seggiolone, con la guancia pallida appoggiata su la mano, in quel lieve tepore dei sarmenti che si sfacevano in cenere sul focolare.

— Racconta, racconta, dimmi sempre di te — interrompeva ogni tanto.

Io esponeva dei progetti inverosimili di speculazioni, di fortune improvvise, di gloria: sì, mi ricordo che ci entrava anche la gloria, e lei approvava sempre con molta serietà.

— Ogni via è buona, figlio mio, basta riuscire; e per riuscire bisogna essere forte. D'altronde io — concludeva con convinzione triste e pacata — non ti prescrivo mica la strada. Fa quello che vuoi, basta che tu riesca, che ti conquisti la tua posizione nel mondo, degna del tuo nome. Ai giovani bisogna lasciare libertà di seguire il loro genio: non dico sempre questo io, Beppo?

— Sì, signora contessa — rispose il servo che passava per caso, ma con un'intonazione monotona di voce che dava a vedere chiaramente essere quello il solito modo di rispondere sempre affermativamente al vaniloquio di mia madre.

Così passarono i giorni del santo Natale, le ore sacre alle famiglie fiorenti, io ne la mia casa che cadeva, ne la mia famiglia che moriva mentre la neve addormentava tutto all'intorno nel suo letargo gelido e bianco.

Venne il giorno della partenza; ed io non cercai di ritardarlo: quella casa grande, con tutti quelli stanzoni freddi, intorno tutta neve e tutto silenzio, e mia madre che mi ragionava con quell'enfasi di inspirata e poi, quando era sola, la scorgevo piangere, e quel servo curvo, triste, silenzioso: tutto, io dico, mi era entrato nell'animo con lo sgomento di cose morte. Mia madre voleva che partissi, e mi ricordo che non feci alcuna opposizione.

La solita berlina mi ricondusse alla stazione.

Il nero palazzo che rinchiudeva mia madre si disegnò per l'ultima volta sull'alto del colle: i cipressi si profilarono per lungo tratto di via come buoni soldati che rendono il loro saluto ultimo ai vinti!

Però mentre attendevo il treno, Beppo mi si accostò che tremava tutto, e disse con voce di chi però ha preso una risoluzione:

— Vostra Signoria mi può dare due schiaffi, ma io per obbligo di coscienza bisogna che le dica una cosa.

Capii quello che voleva dire; mi sentii venir freddo, ma non ebbi il coraggio di prevenirlo. Forse voleva parlare di un'altra cosa. Dissi di esporre sicuramente, ed egli allora parlò così:

— Ecco, signor conte, bisognerebbe che lei spendesse un po' meno, perchè proprio la signora contessa d'ora in avanti non le potrà, intenda bene, non potrà mandare tutto quello che le manda; e poi ha anche bisogno di curarsi la salute; e perchè si vede che la Madonna la grazia non la vuol fare, così bisognerà chiamare anche i medici....

E dette queste parole non si ricompose, ma rimase nell'attitudine con cui le aveva pronunciate, e le mandibole, prive di denti, biasciavano forte per vincere il pianto.

Io veramente non ricordo quello che gli risposi; mi ricordo però che mi confusi, che arrossii, e che in fine lo ebbi rassicurato che la mamma non mi avrebbe dovuto mandare più niente per il tempo avvenire.

Allora Beppo mi domandò perdono e mi volle baciare la mano ad ogni costo. Borbottava con gran devozione:

— Come suo padre buon'anima, e come la signora contessa! Che il Signore gli dia fortuna!

Quando arrivò il treno, volle mettere lui la valigia su la reticella, e sul cuscino lo sciallo e un mazzo delle rose; e lo vedo fermo, mentre il treno era in moto, con la tuba in mano, i capelli bianchi, tutto chiuso in quella livrea di antichi tempi. Anche il vecchio servo rendeva l'ultimo saluto all'ultimo gentiluomo del mio casato.

Il movimento del treno produsse su di me un effetto di benessere: l'oppressione in cui mi avevano piombato le parole di Beppo, si fece lieve e poi si alzò del tutto, come si alzano i fili del telegrafo quando si corre a tutto vapore, che pare vadano su, sopra il cielo: inoltre la macchina andava avanti sul piano di neve come una persona energica che sa quello che vuole, e ciò, non so perchè, mi faceva piacere; tanto più che mi allontanava da quella mia casa melanconica. E come all'aprirsi di un velario, rivedevo il salotto della marchesa B***, così caldo, così imbottito, dove ci si consumavano le lunghe sere, e desideravo di ritornarci anche perchè aveva sofferto molto freddo a casa mia; pensavo poi al club, al teatro, al salottino di donna C***, che profumava di verbena e di tepide viole di serra; e quivi ci si accoglieva indugiando sul vespero, ed ella, la gentilissima, ci mesceva e porgeva la calda bevanda d'oriente: tutti ricordi tepidi ed indolenti. Poi veniva il campo delle corse, i più intimi ritrovi, gli spassi, gli svaghi, fra cui aveva passato dieci anni senza accorgermene, come senza vizi e senza passioni, nel modo stesso che le ore della notte fuggono inavvertite fra i vani e lieti conversari delle veglie invernali.

Era dolce il ripensarvi, dolce come un riposo di carovana sotto i palmizi e presso le fredde fontane. Ma poi le parole di Beppo che si erano allontanate dalla memoria, ritornavano di un tratto e mi attanagliavano come artigli di avvoltoio, producendomi un senso di strano dolore, giacchè io non aveva il coraggio di guardare in faccia la realtà; e quelle parole mi vi costringevano mio malgrado, che non poteva dare un crollo per liberarmene.

Il treno aveva un bell'allontanarsi, un bel fuggire; ma la mia casa rimaneva sempre lassù, deserta e trista, e la mia madre, anche senza che io ci pensassi, si aggirava per quelle stanze oramai nude e fredde, e parlava di me con tutte quelle cose mute. Povera donna! E insensibilmente cominciai a piangere con una gran pietà per lei e per me.

Una decisione mi si imponeva per forza; ma ciò che mi turbava e mi sconvolgeva era che dovevo essere io, proprio io, a decidere di me; e vedere quella macchina che andava così diritta e così sicura! Ah, potere aver la volontà e la forza di quella macchina!

Giunsi a F***. Mi chiusi in me, nel mio appartamentino e cominciai a meditare sul da farsi.

Gli stenti e le privazioni di una vita di lavoro non tanto mi impaurivano, quanto il pensiero di dovere contendere e combattere di accortezza e di forza con gli uomini. Fino allora io ne aveva evitato il contatto e la mia gioventù era corsa senza scosse, come un olio. Questo pensiero di dovere venire a tu per tu con gli uomini che lottano per la vita, mi faceva paura, e l'averne paura mi diceva come per iscritto a grandi caratteri tutta la mia debolezza. Avevo paura, e provavo l'impressione di uno che ha viaggiato, sognando, tutto il giorno in un vagone a letto. Ma quando è venuta la sera, presso gole e picchi di montagne, il treno si ferma di botto, il conduttore apre lo sportello e dice:

— Signore, qui dovete scendere.

Egli scende; nè a pena è sceso che il treno fischia e fugge scivolando su le rotaie; egli rimane solo, sgomentato, con la notte che lo ravvolge, con le montagne che gli fanno vertigine sopra la testa.

Avrei potuto rivolgermi ai parenti ed agli amici per consiglio e per aiuto; ma una timidezza ineffabile di confessare la mia disgrazia, timidezza che io allora nobilitai col nome di giusto orgoglio, mi chiuse questa via che avrebbe pur condotto a buon fine. Avrei potuto, ed era dovere, esaminare sino a qual segno si estendesse la ruina del mio patrimonio e rimediarvi se era cosa possibile. Ma sia che avessi paura di conoscere lo sfacelo completo, sia piuttosto che mi sgomentasse l'idea di dovere fare atti di volontà e di accortezza contro usurai, creditori ipotecari, possessori di cambiali, imbroglioni d'ogni maniera, fatto è che non ci pensai nè meno. Era un grumo di vermi enormi che si divoravano ogni mio avere, ed io sentivo schifo di mettervi le mani dentro.

Scelsi una via di mezzo, cioè scrissi ad un mio amico che stava a Roma, esponendogli ogni cosa e pregandolo a trovarmi un ufficio che mi desse da vivere. Era costui un giovane pieno di carattere e di bontà, che aveva il merito di essersi fatto tutto da sè, perchè era figlio di povera gente, e ci eravamo conosciuti all'Università. Egli più alto, più forte di me, mi si era affezionato molto e di cuore; una di quelle affezioni un po' morbose che nascono su la prima giovanezza; e fu certo per la memoria di questa intimità che mi rivolsi a lui prima che ad altri, benchè da qualche tempo ci fossimo perduti di vista.

Sapeva però di lui come dopo molto oscillare fra varie idealità di fortuna e di onori, era andato a cadere in un ufficio del Ministero della Pubblica Istruzione; un impiego buono, a quanto mi dissero, dove c'era da coprirsi contro le raffiche della miseria e da sfamarsi bene: e anche questo che sembra un'inverosimiglianza quando si ha il fuoco della giovinezza, più tardi può diventare un'idealità; lo sfamarsi bene, dico.

Mi rispose con l'affetto di una volta, compiangendomi e confortandomi.

— Ma chi sa — egli concludeva — che il dover lasciare quella tua esistenza oziosa e vana non sia principio di altra migliore, dove ti troverai cosciente di te e però lieto e tranquillo. Ho caro che tu entri ne la nostra compagnia dei lavoratori e perciò ho fatto il possibile per soddisfarti. La tua laurea in legge non ti darebbe diritto di ottenere un posto ne l'insegnamento; ma io tanto mi sono adoperato, che sono riuscito a procacciarti una cattedra di professore nel Ginnasio di C***. È un ufficio umile e non molto lucroso; ma altro ufficio più nobile di questo di educare la gioventù non saprei nè potrei offrirti. Ritemprati dunque in questo lavoro, riconfortati ne lo studio degli antichi, e la loro sapienza sarà un balsamo per il tuo dolore come lo fu per altre nobili anime, per tutte le avversità della vita.

Io, a dire il vero, aveva poca esperienza di quello che fosse una scuola, perchè i primi studi li aveva compiti in casa mia, sotto la guida di valenti maestri che mio padre faceva venire dalla vicina città. Mi ricordo però che gli studi letterari mi piacevano, così che l'idea di rinnovare la conoscenza con Cicerone e con le grammatiche non mi riuscì punto spiacevole; anzi mi parve come di dover rivivere quando era ragazzino e facevo i miei compiti in pulito su la bella tavola da pranzo, con dei bei libri legati in pelle; e mia madre ricamava presso di me. La sera, dopo pranzo, il babbo mi raccontava la storia di Roma un po' a suo modo. Insomma erano dolci ricordi che rifiorivano!... Mi sovvenivo anche di uomini di grido e famosi, ne l'antichità come nei tempi moderni, che tennero fronte all'avversità facendo il maestro di scuola. Questo pensiero mi nobilitava ai miei occhi: e poi l'idea di sacrificarmi per mia madre, di compiere un alto dovere, produceva in me non so quale esaltazione eroica. Infine, come avviene a tutte le nature deboli e che non hanno il coraggio di guardare in faccia l'avvenire, io riempivo il non sperimentato e l'ignoto con felici vicende, e ne la facilità con cui aveva ottenuto quel posto, intravvedevo un mistico contrassegno di fortuna avvenire.

Con tutto questo non partecipai a nessuno dei miei conoscenti la mia decisione; ma a quei pochi da cui sarebbe stato sconveniente partirsene insalutato, addussi come pretesto un lungo viaggio in terra lontana. Anche a mia madre non scrissi nulla di preciso; solo dissi di avere ottenuto un onorevole ufficio dal governo; e perchè vi prestasse maggior fede, le diedi il mio recapito a Napoli, da cui non molto lungi era la cittaduzza destinata per mia nuova residenza. E partii.

* * *

_Incipit vita nova._ Ma qui dei primi tempi la memoria in gran parte è svanita, e solo intravvedo un'oppressione di cose e gente nuove e confuse.

Vedrò pur tuttavia di ricordarmene. Il viaggio lo compii piacevolmente, senza pensarci molto alla mia nuova esistenza. Imaginavo forse che avrei visto tutte le autorità scolastiche ed i colleghi in abito nero a ricevermi alla stazione? No davvero; ma mi pareva che avrei provato qualche gradevole sorpresa.

Quando arrivai era una domenica: domando ad uno, domando ad un altro dove erano le scuole e nessuno mi sapeva indicare. Finalmente un prete seppe dirmene qualcosa. Vado su, su per una viuzza stretta, sucida, con tutte le comarelle presso gli sporti e i ragazzi che si ruzzolavano da presso.

Qualche cosa come un'insegna e una scritta pendevano da una porta un po' più grande delle altre: supposi che quella fosse la scuola, nè mi era sbagliato.

Un uomo che stava in uno stambugio, intento a legare dei libri (era il custode) mi precedette su per le scale, aperse la porta di una stanza, mi annunciò; e allora vidi un uomo di mezza età, vestito di nero, levarsi dallo scrittoio e venirmi incontro con un «oh!» che sonava un po' meraviglia e un po' rimprovero perchè, come mi disse poi, mi attendeva già da qualche giorno. Era il direttore di quel ginnasio.

Un'altra persona era con lui; un vecchietto mal vestito e tabaccoso che al mio arrivare salutò rispettosamente ed uscì.

Quando fummo soli, quel signore cominciò senz'altro a darmi moltissime informazioni di cose scolastiche con una voce cadenzata e lenta di cui non percepivo che il suono; però mi scossi dolorosamente quando disse:

—.... io so da private informazioni che ella non è fornito di diploma e che questo posto le fu concesso per singolare favore, e tenuto anche conto delle benemerenze della di lei famiglia. Questo perciò le impone l'obbligo di studiare, di fare del suo meglio e vedere di procacciarsi nel più breve tempo possibile l'abilitazione che si richiede....

Poi parlò della carriera, e infine dello stipendio che avrei percepito.

— Ma come si fa a viverci? — domandai con dolorosa sorpresa perchè quella somma per me rappresentava a pena il salario di un cuoco o di un cocchiere di casa signorile; ma come è facile pensare, non dissi nulla.

— Eh, signor mio — rispose lui sorridendo e posando con indiscreta curiosità lo sguardo su la eleganza del mio vestito — certo è che bisogna adattarsi e sapere contare il valore del danaro. Ma infine ella è scapolo e la vita qui non è costosa. Vi sono stanze decentissime a quindici lire al mese, ed ella può trovare una pensione soddisfacente a cinquanta lire. Veda quindi che le rimane più che metà dello stipendio per ciò che è vestiario e minuti piaceri....

Io non risposi; so che mi sentiva come un freddo di avvilimento a quelle parole. E poi quel tuono di superiorità e di autorità mi sonava nuovo; mi rimescolava tutto di dentro e nel tempo stesso mi incuteva rispetto. Di queste gerarchie di uomini che comandano agli altri, non ne avea la più lontana idea. Ma dunque vi sono di quelli che vestono non la livrea ma come noi e pure vivono tutta la vita sotto la soggezione degli altri?

—.... E che dovrebbero poi dire — proseguiva lui — quelli che sono carichi di famiglia? Il signore che è uscito poco fa e che era qui mentre ella è entrato, ha cinque figli....

— È un professore quello lì? — domandai meravigliato.

— Certamente, è il prof. B***, suo collega. Veda: ha cinque figli, e un po' con la paga, un po' con qualche lezioncina nelle vacanze viene a sbarcare il lunario. Ed ora, se ella crede, le farò vedere la sua scuola....

Si alzò; anch'io mi alzai automaticamente. Egli passò davanti senza far complimenti ed io lo seguii.

Un corridoio girava tutto attorno ad un porticato e in mezzo vi era un cortile con un pozzo. Intravvidi e sentii come un silenzio triste di cose melanconiche. Egli aperse una porta, passò avanti e:

— Ecco la sua scuola — disse —, piccola ma una delle migliori.

Voltai gli occhi attorno: le pareti erano giallognole, nude; tre file di banchi tagliuzzati si allineavano davanti alla cattedra che era in forma di tavolo. E mi parlò di altre cose di scuola. Infine mi accomiatò con un:

— A domani, dunque; alle ore otto.

Ritornai all'albergo; mi sedetti su di una sedia con la fronte su la mano, e stetti come smemorato. Dai cristalli si vedeva il mare, su per l'aria veniva ogni tanto una accidiosa cantilena o grido di venditore che fosse.

— Suvvia, finiamola! — dissi e mi alzai con l'intenzione di rimettere ne la valigia i pochi arnesi di _toilette_ che avevo tirato fuori, riprendere il treno, ritornare a F***. — Ma e poi, che cosa faccio? — Questa fu la dolorosa domanda.

Nel portafoglio mi rimanevano a pena dugento lire. Bisognava ricorrere per forza a mia madre e con quale animo, sapendo che ella non poteva più mandarmi nulla; e dopo che le avevo annunciato della mia nuova occupazione? E notare: passando per Napoli, avea trovata una lettera di Beppo in cui mi diceva che dal giorno che avea saputo del nuovo ufficio, in tutto degno del mio nome, ella pareva rinata a nuova vita. Che cosa dirle, come spiegarle il ritorno improvviso?

E come a quella disperazione subentrò un senso di abbattimento profondo; così anche cadde la forza della mente e della volontà per decidermi sul da farsi.

Rimasi. Mi rivedo per la prima volta nella scuola. Loro, gli scolari, si guardavano sorpresi come a domandarsi: «Chi sarà, chi non sarà? ti pare che si possano tirar le pallottoline e giocare, e far chiasso con quello lì? ti pare?» Io pure guardavo; e in quell'angusto spazio mi sentivo stretto e molto avvilito fra quei bambini, come io fossi stato un grosso giocattolo.

— Oh mio Dio! — esclamai fra me — dove mi sono andato a cacciare! Se mi vedessero miei amici di F*** ne riderebbero per un mese.... Carlo B*** ne farebbe la caricatura per tutti i salotti.

A questo pensiero arrossii lievemente e mi sentii sconsolato. Pure erano dolci e soavi quei volti e ogni tanto, vedendomi silenzioso e triste, si consultavano, allungavano le loro boccucce e parevano anche pensare: «Deve essere uno di quei professori cattivi! Chi sa a che cosa medita, chi sa che domande difficili ci farà mai adesso!» Qualche cosa bisognava pure che io in fine dicessi; ma lì per lì quelle poche regole di grammatica che sapevo e avevo ripetuto mi giravano come un arcolaio, e non ci riusciva a prenderne una. Ma qualche cosa bisognava ben dire!

V'era un ragazzetto che poteva avere un tredici anni con due occhi neri, tanto vivi che parlavano da soli e due labbra capricciose su cui i denti davanti sporgevano fuori. Su di lui si posò la mia attenzione.

— Come si chiama lei? — domandai.

— Weiss! — e scattò in piedi come un fantoccino a molla.

— È tedesco?

— Io no, mio babbo sì....

— È quello che ha l'_Hôtel des Etrangers_ ai Cappuccini.... — saltò su a dire un altro; ma subito capì la grave infrazione di aver aperto bocca senza essere stato interrogato; diventò tutto rosso e si sedette vergognoso e confuso.

— Bene, mio caro Weiss — ripigliai — sentiamo un po' lei....

Si fece un silenzio assoluto; e l'interpellato arcuò la mente per richiamare tutte le sue cognizioni grammaticali, raccolte con tanta fatica e disperse con altrettanta facilità per i campi e fra gli spassi.

— Bene — ripetei posandogli la mano su la spalla — bene, lei ama sua mamma e suo babbo?

— Oh sì, tanto!.... — rispose arrossendo e traendo un sospiro di sollievo.

Anche gli altri respirarono. La domanda non era stata difficile.

— Bravo, dunque; e quel ritratto che è appeso lassù di chi è?

— Del re! — rispose più d'uno a gara.

— E il re che cosa rappresenta?

La domanda era difficile. Anche l'alunno Weiss si mordeva le labbra inutilmente.

— Il re — dissi io allora — rappresenta la nostra patria, l'Italia; e, sotto, osservate quel crocifisso che vuol dire la religione: dunque tre grandi cose voi dovete avere in mente; la famiglia, la patria e la religione.... — e su questo tema conversando, finii per distrarmi dall'oppressione che mi durava nel cuore; e quando la scuola fu terminata e i ragazzetti si allineavano in doppia fila, sentivo che dicevano:

— Questo sì che è un buon professore! hai sentito tu quante belle storie ci ha raccontato?

Mi vennero poi presentati i colleghi. Ne ebbi l'impressione di brava gente; solo il tratto mi parve un po' rozzo; ma forse erano anche impacciati non sapendo che cosa dirmi, giacchè dal modo con cui mi guardavano di sottecchi, sembravano pensare: «Ma questo qui da dove è capitato? non ha mica l'aria d'essere dei nostri!»