Part 9
[53] Il suddetto Graziani, nella vita del cardinale Comendone, ove molte cose pone intorno all'Ochino, dice al lib. I, cap. 9: _Ochinus Polonia excessit, ac omnibus extorris ac profugus, cum in vili Moraviæ pago a vetere amico hospitio esset acceptus, ibi senio fessus, cum uxore ac duabus filiabus, filioque una peste interiit._ Esso Graziani attribuisce il merito dell'Ochino piuttosto alla dizione che al fondo. _Fuit vir non ineruditus, quamquam majori multo verborum quam rerum doctrina excultus, sed patrio sermone_ (_nam latinas literas vix didicerat_) _in eo quod sciret adeo comptus, ornatusque et copiosus, ut mirum in modum captos specie ac nitore orationis teneret audientium animos. Nam hominum nostrorum plerique conciones, quæ, more antiquitus tradito, de divinis rebus in templis habentur, frequentant celebrantque, non tam quidem quo mentem præceptis cœlesti doctrina haustis instruant ad religionem, ad pietatem excitent, quam quod ducuntur orantis ingenio, et genere illo speciosæ et omnibus undique luminibus omnibus, undique floribus exornatæ atque expolitæ orationis delectantur. Cæterum inde nihilo meliores effecti, plane iidem abeunt, qui venerant._ E prosegue descrivendo le arti della falsa eloquenza de' predicatori. Pag. 126.
[54] Il Sandio, nella Biblioteca Antitrinitaria, dà la nota di tutte le opere dell'Ochino. Noi rammenteremo, oltre le suddette prediche in 3 volumi, a Zurigo 1555, e in-4º senza data, il _Dialogo del Purgatorio, 1555; Sposizione sull'epistola ai Galati; Risposta alle false calunnie e impie bestemmie di F. A. Caterino, 1546; Prediche, novene. Laberinto del libero o ver servo arbitrio: prescienza, predestinazione e libertà divina, e del modo d'uscirne._ Basilea s. a. tradotto anche in latino. A torto si disse che la traduzione latina de' suoi _Trenta dialoghi_ fosse opera del celebre Castalion. I primi sette furono stampati a Venezia nel 1542-43: _Dialoghi VII del reverendo padre frate Bernardino Ochino senese, generale de' frati Cappuccini_: e trattano
1. _Del modo d'innamorarsi di Dio_; fra la Duchessa e Bernardino. 2. _Del modo di diventar felice_; fra la Duchessa di Camerino e Bernardino. 3. _In che modo la persona si debba reggere bene_; Maestro e Discepolo. 4. _Dialogo del ladrone in croce_; fra Uomo e Donna. 5. _Dialogo del convertirsi presto_; fra Cristo e l'anima. 6. _Dialogo del peregrinaggio per andar in paradiso_; fra Angelo Custode e l'anime purganti. 7. _Dialogo della divina professione_; fra Uomo e Donna.
Vennero poi tutti pubblicati a Basilea nel 1563 da Pietro Perna. Nel XXVIII tratta _quo pacto tractandi sunt hæretici_, e stabilisce si deva punirli di morte.
DISCORSO XXIV.
PIETRO MARTIRE VERMIGLIO.
A un Vermiglio di Firenze morivano tutti i figliuoli: onde fece voto, se uno ne conservasse, dedicarlo a san Pietro Martire. E di questo pose il nome a un maschio, natogli la madonna di settembre 1500, e che sopravvisse.
L'affettuosa madre Maria Fumantina coltivò di buon'ora i talenti del fanciullo, e gl'insegnò il latino, ch'essa conosceva a segno da poter tradurre Terenzio: non furono risparmiate spese per l'educazione di esso: e sotto Marcello Vergilio, secretario della repubblica fiorentina, ebbe valenti condiscepoli, Francesco Medici, Alessandro Capponi, Angelo e Pandolfo Stufa, Francesco Rafaele Ricci e, miglior umanista di tutti, Pietro Vettori. A sedici anni dalla corruttela del secolo rifuggitosi nel chiostro, si fe canonico regolare agostiniano a Fiesole, mentre sua sorella Felicita entrava nelle monache di San Pietro Martire. Ne provò dolore, pur non senza compiacenza, il loro padre, ch'era uno dei devoti a frà Savonarola, e che morendo lasciò parte de' suoi beni all'_Albergo de' Forestieri_ in sussidio dei poveri.
A Fiesole Pietro Martire trovò grande opportunità agli studj; e massime alle sacre scritture dava grand'attenzione, e se ne metteva a mente dei pezzi, del che si giovò in appresso grandemente. Dopo tre anni passato nel convento di San Giovan di Verdara presso Padova onde frequentare quella Università, vi studiò otto anni le varie opinioni filosofiche e teologiche; e poichè la filosofia d'Aristotele c'era in voga, nè egli si soddisfaceva della traduzione latina, s'applicò al greco assiduamente: mentre nella teologia l'istruivano due professori domenicani ed uno eremitano. Di ventisei anni si pose a predicare; al che gli Agostiniani di solito erano scelti nell'advento e nella quaresima, serbandosi le prediche ordinarie dell'anno ai Domenicani. Fece il primo saggio a Brescia, indi a Roma, Bologna, Venezia, Mantova, Bergamo, Pisa, Casal Monferrato; oltre che leggeva scrittura sacra in varj conventi del suo Ordine, a Padova, a Ravenna, a Bologna, a Vercelli, dove legò amicizia con Benedetto Cusano vercellese, buon grecista e traduttore d'Omero, e da cui siamo informati degli studj assidui di quello.
Dapprincipio la devozione di suo padre l'ebbe innamorato del Savonarola, e ne ammirava l'intrepidezza al predicare e al soffrire. Egli stesso predicando seguiva i metodi scolastici; leggeva i Padri, e non trovandoli concordi, si appigliò al Vecchio e Nuovo Testamento, e per meglio comprenderlo apprese l'ebraico da Isacco, medico israelita. Investito dell'abazia di Spoleto, mostrò capacità agli affari e prudenza; molte irregolarità vedute in conventi e monasteri cercò emendare, come pure di riconciliare i partiti della città.
Accettato quindi nel convento di San Pietro ad Ara di Napoli, maggiore in dignità, quivi gli capitarono i commenti del Bucer sul vangelo e sui salmi, stampati il 1527, e tradotti in italiano sotto il falso nome del Arezzo Felino; poi la _Vera e falsa religione_ di Zuinglio, ed altre opere di Riformati. Se ne invaghì e le meditava col Cusano e col poeta Flaminio, e più dopo che strinse relazione cogli amici del Valdes. Già intinto di questi principj, cominciò nel 1541 in San Pietro ad esporre l'epistola ai Corinti, con tal concorso, che, chi non v'andasse, era reputato mal cristiano. Un giorno prese per testo le parole della prima, delle quali soleano valersi i teologi per appoggiar la credenza al purgatorio: «Il dì del Signore farà conoscere le opere di ciascuno; il fuoco proverà qual sia l'opera di ciascuno; se l'opera di alcuno brucerà, egli ne soffrirà il danno: ma sarà salvato, però per mezzo al fuoco». Aspettavansi la solita parenesi sulle anime purganti, e invece provò che quelle parole doveano prendersi in senso emblematico, significando l'intera distruzione dell'errore, e ciò sostenne con grandi autorità. I preti, e massime i Teatini, lo denunziarono, onde il vicerè Toledo gli interdisse di più predicare: ma Pietro Martire, sorretto da' suoi frati e da persone ragguardevoli, ricusò obbedire, n'appellò al papa, ottenne di continuare come prima, e così sparse quel seme che poi germogliò.
Se non che, avanti compiere il suo triennio, gittaronsi pericolose febbri, delle quali il Cusano morì, e Pietro Martire fu costretto cangiar aria. Allora destinato visitatore generale del suo Ordine in Italia, ebbe modo di riparare molti abusi, all'uopo consigliandosi col cardinal Gonzaga, protettore di quella religione, e rimovendo i contumaci: uno de' più resistenti fu relegato in vita nell'isola Diomedea.
Posto priore a San Frediano di Lucca (1541), meno velò le sue opinioni, e quasi ne aperse scuola, ed affinchè la gioventù fosse ben istrutta, chiamò Paolo Lazise, famoso aristotelico di Verona, a insegnare il latino; Celso Martinengo il greco, Emanuele Tranellio di Ferrara l'ebraico, ed eccitava i giovani a tenere ben d'occhio se egli spiegasse rettamente le epistole di san Paolo e qualche salmo. Così acquistò alle nuove credenze diciotto monaci, che nelle vicinanze le sparpagliarono, mentr'egli le predicava nella cattedrale di Lucca.
Il cardinale Contarini, tornando dal colloquio di Ratisbona, venne col maestro del Sacro Palazzo a far riverenza a papa Paolo III, ch'erasi reso a un congresso in Lucca con Carlo V, e quivi si trattenne con Pietro Martire in discussioni religiose, siccome le aveva intese in Germania, e per le quali il Fiorentino venne a confermarsi nelle sue idee[55]. Pure nella dimora del papa egli non ebbe disturbo. Ma presto a Roma se ne sussurrò, e il vescovo Bartolomeo Guidiccioni scrisse alla signoria di Lucca, lamentando vi si tollerassero i nuovi errori: ch'erano predicati anche apertamente da don Costantino priore di Fregonara.
Di Pietro Martire non è cenno in quelle lettere, forse per riguardo a' suoi molti amici. Ma egli temendo, e viepiù dopo che fu citato a un capitolo generale del suo Ordine in Genova, dispose ogni cosa, e secretamente ajutato da Cristoforo Brenta patrizio lucchese, partì col Lazise, col Trebellio e con Giulio Terenziano di Piacenza, il quale restò sempre suo fedele compagno. Da Pisa scrisse al cardinale Polo ed a' suoi amici di Lucca, sponendo le sue opinioni sui traviamenti della Chiesa romana. A Firenze persuase l'Ochino a imitarlo, e di due giorni il precedette per Bologna, Ferrara, Verona, accolto con favore dagli aderenti, e per l'Alpi retiche arrivò a Zurigo il 1542.
Bullinger, Pellicano, Rodolfo Gualter, Bibliander l'accolsero come fratello; passò quindi a Basilea, poi a Strasburgo[56], donde il 6 gennajo 1543 dirigeva una lettera alla sua diletta Chiesa di Lucca.
In cinque anni che colà dimorò, stampava prima il _Catechismo ovvero esposizione del symbolo apostolico_ (Basilea, 1546), poi varj libri sul Nuovo e Vecchio Testamento, e facea pubblici commenti. Suo metodo era di dare in prima il senso letterale di ciascun versetto, poi ne traeva gli argomenti e l'istruzione, ciascun passo confrontando con altri, e gli uni cogli altri rischiarando, sempre con severità e semplicità; adduceva in appresso le opinioni dei Padri sui punti discussi, e faceasi ammirare per la lucidità e precisione, forse dovuta allo studio fatto su Aristotele, e per cui veniva giudicato superiore a Bucer. Puro ed elegante riconosceasi il suo latino, benchè troppo conciso; nè mancava di movimenti patetici qualora dovesse esortare l'uditorio al pentimento, o descrivere la gioja di servir a Dio. Gran cura metteva alla precisione delle parole quando trattava della giustificazione e predestinazione e della santa cena.
Pietro teneva sempre occhio alle cose d'Italia e massime di Lucca; doleasi che molti per terrore rinunziassero ai nuovi insegnamenti, e al Bullinger scriveva: «Ti prego di pregare per quell'infelice Italia, perchè, fin quando non siasi convertita a Cristo, non troverà la fine de' suoi mali»[57].
Ai Lucchesi diresse anche uno scritto per esortarli a rimaner nella fede, rammentando con compiacenza i tempi che, debole ancora, dalle loro piante raccolse i primi germi dell'evangelica cognizione. «Ma come frenar le lagrime quando vedo il lieto giardino de' miei fratelli lucchesi devastato dal nembo così, che pare non abbia mai avuto il buon seme, nè la celeste rugiada dello Spirito Santo l'abbia irrorato? O cari fratelli in Cristo, chi mai turbò così lo spirito vostro, mutato il vostro cuore? Foss'io ancora tra voi, potessi con voi piangere e desolarmi della grande sventura che vi colpì! Che se il pericolo vi sgomenta, vi resta lo spediente dei deboli, come taluni lo chiamano, ma ch'io credo un mezzo prudente; la fuga. Vedete i Lucchesi che fuoruscirono; sono ancora fedeli campioni di Cristo, vogliono col loro sangue spianare la via al vangelo in Italia. Ma quanto tempo non restò soffocata questa speranza!» E gli esorta alla penitenza e alla preghiera, e li conforta coll'esempio di tanti loro fratelli, martiri per la verità; anch'essi avrebbero preferito rimanere in Italia cogli amici, coi compatrioti; e godere i proprj retaggi; ma Cristo concesse loro la grazia di farsi superiori al mondo, di preferire a tutto la pace della loro coscienza, non separarsi dal Signore, e porgere testimonianza della verità del suo vangelo[58].
Non potendo, in grazia della lingua, servire alla Chiesa di quel paese, viveva in comune co' profughi italiani, massime frati che, ad esempio di lui aveano abbandonato i conventi, e continuavano una vita modesta e parca. Sposò Caterina Dammartin di Metz, lodata per modestia, gentilezza e affetto maritale.
Poichè, quando in Germania i Protestanti della Lega Smalcaldica trovaronsi sconfitti da Carlo V, Eduardo VI li favoriva in Inghilterra; e l'arcivescovo Cranmer, famoso capoparte, chiamò colà Pietro Martire e l'Ochino nel 1547. Pietro Martire v'andò col suo Giulio Terenziano, e l'arcivescovo assegnò a lui una pensione come _regio professore_ di divinità a Oxford, all'Ochino un canonicato di Cantorbery, senza obbligo di residenza. Pietro Martire fece s'invitasse colà anche Bucer, che si lamentava non potesse più la divina parola proclamarsi in Germania, e che v'arrivò coll'ebraicista Paolo Fazio l'aprile 1549, spiegando questo il Vecchio Testamento, Pietro Martire il nuovo. Lautamente stipendiato, leggeva l'epistole ai Corintj come ricche d'insegnamenti, e opportune ad opporre la semplicità e purezza della primitiva Chiesa alle baldorie della romana. Con ciò disgustava i molti, che a questa conservavano affezione colà, come col dichiarare ciò che già in Italia aveva insegnato, la santa cena non essere nulla più che una commemorazione. Cominciossi dunque a disapprovarlo, e tal rumore levossi, che dovette intromettersi l'autorità. Pietro Martire rassegnavasi a molte modificazioni per amor di pace. Alcun tempo opinò con Bucer, che barcollava tra Zuinglio e Lutero intorno alla presenza reale e al merito delle opere; col che imbarazzavansi i fedeli a segno, che più non sapevano con chi tenere. Allorchè stampò a Francoforte l'esposizione delle epistole ai Corintj, lasciò che Bullinger correggesse le sue espressioni in proposito, non tenendo tanto (dice) all'opinione sua personale quanto a stabilirne una nella Chiesa. E proponeva una disputa a Oxford, volendo però che gli avversarj nel combatterlo seguitassero lo stesso metodo di lui; ma Ricardo Smith, capo di quelli, prima del giorno prefisso alla sfida uscì di paese. I delegati del re assistettero alla disputa, che per quattro giorni Pietro Martire sostenne con tre teologi papali contro la transustanziazione e la presenza reale: e il gran cancelliere dell'Università lo pronunciò vincitore, e vero Pietro per la costanza, vero Martire per le tante testimonianze addotte in pruova della verità[59].
Ma l'abolizione de' conventi avea cresciuto le sofferenze de' poveri in Inghilterra, i quali dapertutto sollevatisi, domandavano si ripristinasse il cattolicismo; in aspetto minaccioso avvicinavansi ad Oxford, e uno dei designati alla loro collera era Pietro Martire, gridato a morte.
L'autorità durò fatica a tutelarlo; furono sospese le sue lezioni, e non sentendosi egli sicuro, tampoco in casa, sotto buona scorta fu condotto a Londra. Il re l'accolse favorevolmente a Richmond, e gli promise il primo canonicato che vacasse nella chiesa del Cristo, come in fatto fece: ove, quetate le cose, tornò a' suoi lavori.
La storia della Riforma in Inghilterra è piena del nome di Pietro Martire, che fu adoprato moltissimo anche dall'arcivescovo Cranmer[60]; ma egli riconosceva che immensi abusi vi si erano lasciati sopravvivere, e che il bene era più in aspettazione che in attualità; e si lagna che il popolo si opponga all'istruzione, perchè secretamente vien assodato ne' suoi errori dai papisti. Infatto gl'insulti non cessavano contro di lui, nè i libri avversi[61]: ma di rimpatto vedeasi riverito da eminenti personaggi, e fu dottorato dall'Università d'Oxford, sicchè in gaudiosa agiatezza poteva attendere ai suoi studj; trattò della liturgia inglese, che fu stabilita in quarantadue articoli, avvicinandosi alla ginevrina; censurò il Libro di preghiere, nel quale ancora supplicavasi a Maria e ai santi[62].
Continuavano pure le sue dispute sull'Eucaristia, non tenendosi ben saldo in una credenza.
Ma in quella moriva re Eduardo, e Maria la Cattolica ripristinava in Inghilterra il culto avito e le credenze popolari, onde gli esuli capirono che più non era clima per loro. Pietro Martire appena ricuperavasi da grave malattia, quando fu afflitto dalla morte della moglie. Fu ella sepolta nella cattedrale di Oxford presso la tomba di santa Fridesvida; rivalsi i Cattolici, ne venne levata, poi rimessavi al tempo di Elisabetta, e unita agli avanzi di quella santa, recitandosi un discorso che conchiudeva: «Qui riposa la religione colla superstizione».
Pietro Martire fu tenuto in arresto in casa, ma avendo rimostrato d'essere stato chiesto colà dal defunto re, e aver invano domandato d'andarsene, non ebbe altre molestie, e assistette Cranmer nel dimostrare che il Libro di preghiere non contenea nulla di contrario alla Chiesa cattolica.
Passò poi non senza pericoli sul continente, e col fido Giulio arrivò a Strasburgo il 30 ottobre 1553. Informato subito da lui di quanto aveva operato in Inghilterra, Calvino lo invitò a dirigere a Ginevra la Chiesa italiana, ma egli esortò a lasciarvi Celso Martinengo, uomo onesto, dotto, grave. A Strasburgo, il senato gli diede a espor le sante scritture nella scuola di san Tommaso; mentre Girolamo Zanchi, che gli era succeduto quando passò in Inghilterra, leggeva il libro _De natura_ di Aristotele. I molti Lucchesi rifuggiti avrebbero bramato averlo per loro ministro, ma egli rispondeva l'8 marzo 1555: «Quanto volontieri presterei ancor una volta servigio a' miei italiani! come Paolo di nuovo ai Giudei predicò la salute, così io nulla meglio desidererei che convertire i miei compatrioti. Ma il concistoro di qui non v'acconsente; ed io son di tanto obbligato agli Strasburghesi, che non posso lasciarli, e anche la Chiesa francese mi esorta agli rimanere».
I due italiani però vi erano forte contraddetti dai Luterani per le loro opinioni sulla Cena. I magistrati avrebbero voluto si acconciassero alle credenze del paese, e a ciò ch'erasi stabilito nella pace di religione; ma per quanto Pietro Martire fosse persuaso doversi tollerare tutte le opinioni parziali, purchè non uscissero dalla rivelazione divina, non credette poter far tacere la sua coscienza fino a quel punto. Pertanto volontieri ricevette l'invito, direttogli dal senato di Zurigo, di succedere all'illustre Corrado Pellicano come professore di lingua santa. Bullinger gli scriveva confortandolo ad accettare: «Lungo sarebbe enumerare le ragioni che ti devono indurre. E prima l'elezione evidente di Dio. Poi il tornare co' tuoi colleghi e nella società d'uomini che ti amano, e sono alieni da alterazioni. Qui troverai il vecchio tuo amico e fratello Ochino, e una Chiesa italiana, che la Germania non ha la pari. Tu se' in vicinanza dell'Italia, e puoi mandarvi ciò che credi. Qui fra gl'incomodi della vecchiaja troverai pace e calma», e continuava con ragioni che molto valsero sul Vermiglio.
Il quale ruppe i legami con una città, che per lungo tempo era stata il campo della sua attività e dove lasciò onorata memoria, massime tra i rifuggiti inglesi e italiani. Il suo discorso di congedo eccitò la commozione di tutti; e alquanti anni dopo, Wigand Orth professore di Marburgo scriveva allo Zanchi: «Parmi ancora veder le lacrime che professori e studenti versarono; molti consideravano come inabissata questa scuola da che spegnevasi un tanto lume. E davvero fu grande sbaglio il lasciar partire un tal uomo, un teologo, qual la Germania presente non ne possiede un altro»[63].
E Bullinger a Giovanni Travers di Zus: «Morto Pellicano nell'integra e sincera confessione della fede, in suo luogo a professar lettere sacre ed ebree fu chiamato Pietro Martire, che venne a noi il mese passato, e fu accolto con pubblica allegrezza. Ora professano a vicenda due persone incomparabili; Teodoro Billiander e Pietro Martire: e questo espone le storie, quello spiega i profeti; entrambi con rara cognizione delle lingue e perizia delle Scritture; entrambi eloquenti ed esercitatissimi in ogni arte e disciplina, sicchè riportano somma lode».
Nel discorso inaugurale, Pietro Martire esponeva la propria vita, e quali lotte ebbe a sostenere in Italia per giungere alla conoscenza della verità, ma ciò che poteva opprimerlo servì invece a saldarlo nella fede, per ajuto dello Spirito Santo: mostrava come i tanti dottori di Parigi, Lovanio, Salamanca, Bologna, Padova insegnassero tutt'altro che la vera teologia, a confronto di quelli che la spiegano in Isvizzera.
Colà egli interpretava i libri di Samuele, e a due mire principali si volgeva; giustificare gli Evangelici contro i loro avversarj romani, e mostrare il giusto governo della Chiesa. Che i Protestanti avessero rotto l'unità della Chiesa, e introdotto uno scisma più profondo e deplorabile de' precedenti, ei lo nega, giacchè unione non vi può essere che nella parola di Cristo, sciolta dalla parola umana; aver essi pure desiderato un Concilio, ma dove intervenissero anche i Protestanti, e non aver potuto ottenerlo.
Morto che fu Celso Martinengo, gli Italiani e massime i Lucchesi rifuggiti a Ginevra chiedeano Pietro Martire per loro pastore, e Calvino ve l'esortava, attesochè a Zurigo molti teologi v'avea, pochissimi a Ginevra, dove pur tanto n'era bisogno per frenare le opinioni antitrinitarie che vi serpeggiavano.
Oltre le lunghe contese coi Luterani intorno alla Cena, altre ne durò Pietro Martire col Brenzio intorno all'ubiquità, con Bibliander intorno al libero arbitrio, e i molti scritti in proposito trovansi ne' suoi _Loci comunes_. Combatteva anche gli errori degli Unitarj di Polonia; eppure il suo spirito di conciliazione gli cagionò dispiaceri, lasciando credere propendesse alle teorie antivangeliche dell'Ochino e del Biandrata. Onde a Calvino scriveva nel giugno 1558, che le turbolenze della Chiesa italiana di Ginevra non gli lasciavano quiete giorno o notte; che il Biandrata, venuto a trovarlo, aveva cercato guadagnarlo a' suoi errori; che ne' colloqui con esso erasi fatto certo come ammettesse solo una persona nella divina natura, e il Padre e il Figlio non formare una sola essenza, talchè si veniva alla pluralità degli Dei, anzi il Gribaldi la affermava in termini evidenti. Pietro Martire ingegnossi d'indur il Biandrata all'unità della Chiesa, e con pura e sincera mente soscrivere alla formola sanzionata; ma quegli perseverò, e andossene a Chiavenna con un tal Giovanni Paolo pedemontano, come vedremo.
Anche d'Inghilterra, dopo che, morta Maria, la succeduta Elisabetta rintegrò il protestantismo, continue lettere riceveva il Vermiglio, fin di vescovi e di Università, e a nome della regina chiedeanlo di pareri in fatto di credenze, di riti, di vesti, di cerimonie. Perocchè in paese tanto attaccato agli usi precedenti, segregatosi da Roma sol per decreti sovrani, la regina non osava distruggere tutto, e si ritennero croci, lumi, paramenti; nè Pietro Martire mostrava repugnarvi, forse per quel suo sistema conciliatore. Richiamato nell'isola, non si sapeva indurre a recarvisi, perchè avrebbe avuto a lottar di continuo, mentre ormai non ambiva più che la quiete. Bensì accettò di assistere Teodoro Beza nel colloquio di Poissy, dove trattavasi di stabilire una fede pel regno di Francia.
In quel colloquio egli parlò italiano, e fece molto effetto[64] non di mutare Cattolici, ma d'indurre i Riformati a credere che nella santa cena, per virtù ed efficacia di Dio, riceviamo realmente il corpo e sangue di Cristo. Pure industriavasi sempre a trarre ad accordi; mutava transustanziazione in consustanziazione; e cercava dissipare nella regina le sinistre voci, sparsesi sulle sue credenze; essere egli vissuto in paesi differenti, ma sempre procacciando pace e concordia; obbedendo alle leggi, per altro senza disviare dalle proprie credenze.