Part 8
L'Ochino a Ginevra fondò la prima Chiesa italiana[44] e vi pubblicò varie operette, fra cui _Cento apologhi_[45], lavoro sì accanito, che dicea di vergognarsene perfino lo Sleidan, storico e panegirista della Riforma. Eppure è ancor più sozza una lunga sua lettera che serbasi a Firenze nella Biblioteca Laurenziana contro Paolo III, colle amplificazioni in uso, e col tono a cui oggi ci riavezzano i masnadieri della stampa. Avendo quel papa proibito le opere di lui, esso l'investe, non perchè speri correggere un vecchio ottagenario, ma per mostrare al mondo ch'e' non è vero pontefice, bensì creatura del diavolo. E tira via leggendone la vita, sin da quando giovinetto avvelenò la propria madre, e riuscì a sottrarsi dal processo. Seguono stupri in ogni grado, e libidini su persone, distintamente nominate. Molti assassinj gli attribuisce, dai castighi meritati sempre schermendosi, e poi facendo giustiziare o incarcerare o bandire i proprj complici. La sua elezione fu un traffico ontoso. Dappoi tutto andò per simonie, per corruzione dei cardinali, per vendita d'impieghi, di stupri, di giustizia. Il governo di lui non potrebbe essere peggiore. Gli rinfaccia le colpe e la fine di Pier Luigi, e d'aver lasciato dipingere in una cappella papale il Giudizio di Michelangelo, che appena staria in una bettola. Lo imputa sopratutto d'astrologia e di necromanzia, molto difondendosi sopra questo punto per mostrare come la ragione divina e l'umana vietino l'interporre i demonj alle operazioni nostre, siccome usava Paolo III. E per patti col demonio è egli riuscito papa; quindi non è eletto legittimamente; laonde si esortano i principi a deporlo[46].
Eppure l'Ochino fu filosofo e dialettico non vulgare. Insegnava non potersi giungere al vero colla ragione, ma essere necessaria l'autorità divina; e poichè la sacra scrittura non basta se un lume infallibile non ajuti a interpretarla, e avendo ripudiata l'autorità della Chiesa, fu costretto rifuggire al misticismo e all'immediata ispirazione. «La ragione naturale, non sanata per la fede (dic'egli) è frenetica e stolta. Sì che puoi pensare come possa esser guida e regola delle cose soprannaturali, e come la sua erronea filosofia possa essere fondamento della teologia, e scala per salire ad essa. Se la ragione umana non fosse frenetica, benchè abbia poco lume delle cose create, pure se ne servirebbe, non solo in elevarsi alla cognizione di Dio, ma molto più in conoscere con Socrate, non solo che non sa, ma nè può alcuna cosa senza la divina grazia. Dove ora è sì superba, che con deprimere, sotterrare e perseguitare Cristo, l'evangelio, la grazia e la fede, ha sempre magnificato l'uomo carnale, il suo lume e le sue forze. E di più per essere frenetica è in modo cervicosa, che per fede non è sanata; non accetta per vero se non quello che gli pare, nè se gli può dare ad intendere una verità, se in prima sindacata dalla sua frenetica ragione, non è conforme al suo cieco giudizio. La filosofia adunque sta giù, bassa, nella oscura valle de' sentimenti; non può alzare la testa alle cose alte e soprannaturali, alle quali è al tutto cieca[47].
«Potrebb'essere una persona, la quale avesse le scritture sacre e la loro interpretazione a mente, e per forza d'umano ingegno l'intendesse umanamente, e fosse senza fede, spirito e vero lume di Dio. Perciò ci bisogna spirito e lume soprannaturale, e che Dio col suo favore ci apra la mente, e ce le facci penetrare divinamente. Non abbiamo dunque ad avere le scritture sacre per nostro ultimo fine, nè per nostre supreme regine ed imperatrici, ma per mezzi e ancille che servano alla fede, allo spirito e alla vera cognizione di Dio, e molto più che le creature. Di poi, benchè nella Chiesa di Dio, per certificarci, formarci e stabilirci nelle verità divine, rivelate e soprannaturali, bisogna all'ultimo venire all'interno testimonio dello Spirito Santo, senz'il quale non si può sapere quali scritture sieno sante e da Dio, e quali no»[48].
Ma l'Ochino, che non avea consentito alla Chiesa universale, potea rassegnarsi alle opinioni individuali di Calvino? Presto in fatti si trovò in disaccordo con quello, sicchè a Ginevra venne scomunicato e perseguitato. A piedi, come sempre, ripigliò dunque il cammino colla moglie, in cerca della verità, e di chi permettesse dirla. A Basilea dov'erasi adunato uno degli ultimi concilj, dove eransi rifuggiti Erasmo ed Hutten, disgustati degli eccessi, dove il Froben stampava scritti arditissimi, l'Ochino recossi per pubblicare i suoi sermoni: ad Augusta chiesto predicatore con ducento fiorini l'anno, moltissimi uditori attirava, sinchè la invasione di Carlo V gli lasciò appena tempo di salvarsi, fuggendo collo Stancari di Mantova.
A Strasburgo ritrovò il vecchio suo amico e compatrioto Pietro Martire Vermiglio, di cui ora diremo, e con lui passato in Inghilterra, predicò ai rifuggiti italiani[49], ma cessata la tolleranza alla morte d'Eduardo VI, tornò in Isvizzera, e fu assunto pastore dagli emigrati di Locarno, i quali dal senato di Zurigo aveano ottenuto una chiesa e l'uso della propria lingua.
Ma accusato di opinioni antitrinitarie, e di acconsentire la poligamia, è costretto ad una professione di fede, ed egli giura di vivere e morire nella fede di Zuinglio. Ma subito n'ha pentimento, in pulpito impugna alcuni dogmi di questo, e ne' suoi _Labirinti_ nega quasi tutte le verità cristiane: onde n'è sbandito, e neppure ottenendo d'indugiarsi fino alla primavera, di settantasei anni, nel cuor dell'inverno, con quattro figliuoli è costretto ripigliare il cammino dell'esiglio, verso la Polonia.
La prima volta che predicò ai fratelli italiani in Cracovia, «Non crediate (disse) venir oggi a veder altro che un vero apostolo di Gesù Cristo. E pel nome e per la gloria di Cristo, e per chiarire la verità delle cose celesti ho io patito ben più di quello che sia di fede aver patito l'uomo o alcun degli apostoli. Nè, se a me non è conceduto come ad essi di far miracoli, meno fede dovete aver a me che ad essi, giacchè noi insegniamo le cose stesse dallo stesso Dio ricevute, ed è miracolo abbastanza grande l'aver noi sofferto quel che patimmo»[50]. Fin a tal punto spingeva la superbia!
Fu de' più bei trionfi della Chiesa nel medioevo l'aver sostenuto l'indissolubilità del matrimonio, a fronte delle principesche lubricità. Ma già Lutero, per ingrazianirsi il landgravio d'Assia, aveva approvato la bigamia: ora l'Ochino, nel XXI de' suoi _Trenta dialoghi_, sostenne che un marito, il quale abbia moglie sterile, malescia, insopportabile, deve prima implorare da Dio la continenza; e se tal dono, chiesto con fede, non possa ottenere, può senza peccato seguire l'istinto, che conoscerà certamente provenire da Dio, e prendersi una seconda moglie senza sciogliersi dalla prima[51].
Era una bassa condiscendenza a Sigismondo, re di Polonia, inuzzolito di nuove nozze: e meritò all'Ochino lo sdegno di molti cattolici, e principalmente del cardinale Osio gran difensore del regno d'Ungheria. Il quale ne scrisse dissuadendo esso re, e mostrando qual pregiudizio ne deriverebbe a tutto il paese. «Non credo che nel nostro secolo siavi stato più pestilente eretico di quell'empio Bernardino Ochino, che osò fin richiamare in dubbio se esista Dio, e se si prenda cura delle cose umane. Ai consigli di questo scellerato dicesi che si ascolti nella patria nostra; i quali se avesser sèguito, fin gli elementi insorgerebbero contro di noi nè potrebber sì atroce delitto sopportare[52]». Anche il protestante Bullinger inveiva contro l'Ochino, meravigliandosi che un vecchio scrivesse di tali cose, e tanto più un ministro della Chiesa: nei dialoghi aver ritratto se stesso, affinchè il conosca chi nol conobbe finora: «è uomo dotto in senso reprobo, ingrato contro il senato e i ministri, empio, malizioso per non dire bugiardissimo».
L'Ochino di rimpatto lagnavasi di esso, e «Non pensavo che il Bullinger fosse papa a Zurigo, e che non solamente a' suoi precetti, ma ancora alle sue esortazioni s'avesse ad obbedire, e molto più che al senato». Teodoro Beza pure gli urlava dietro: «Ochino è uno scellerato, libidinoso, fautor degli Ariani, beffatore di Cristo e della sua Chiesa»: onde non fu raccolto a Basilea, nè a Mulhausen; e s'ascose in Moravia, dove, perduto due figliuole e un ragazzo dalla peste, morì nel 1564.
Tutt'altrimenti il Boverio ne racconta a lungo la fine, quasi avvenisse in Ginevra, e che si confessò da un prete cattolico, e si ritrattò dinanzi a quanti lo visitavano. Di ciò istizziti, i magistrati di Ginevra ordinarono che, se persisteva, venisse ucciso, come fecero a pugnalate. Di un fatto così improbabile adduce molte testimonianze, ma non dirette. Egli fa gran caso che Teodoro Beza, nel libro intitolato _Verae imagines virorum illustrium impietate et doctrina, quorum labore Deus usus est, his extremis temporibus, ad veram religionem instaurandam ex diversis christianitatis regionibus_ (Ginevra 1531), dice: _Petrus Martir (Vermiglio) in egressu suo ex Italia habuit socium Bernardinum Ochinum, monachum magni nominis apud Italos, et auctorem ordinis Capucinorum_ (?), _qui in fine se ostendit esse iniquum hypocritam, atque habuit alios qui omnino aliter se gesserunt._
Il Boverio argomenta che, se il Beza lo giudicò ipocrita, vuol dire che l'Ochino finì cattolico[53]. Ma ognun comprende che allude alle opinioni antitrinitarie del frate, per le quali i dissidenti fra loro paleggiavansi ingiurie, non meno violente che contro i Cattolici[54].
NOTE
[28] Sul fregio di tutto il tempio corre la serie de' ritratti dei papi, e fra questi la papessa Giovanna. Il cardinal Baronio ne mosse rimostranza a papa Clemente VIII, che, per mezzo dell'arcivescovo Tarugi, ottenne dal granduca un ordine del 9 agosto 1600, che fossero modificati i lineamenti femminili, trasformandola in san Zaccaria. Quella serie di ritratti fu appuntata di varj errori di cronologia, emendati in quella che ora si va compiendo a Roma per fregio della basilica di San Paolo, a musaico.
[29] Mal confuso da taluni con quello de' Gesuiti, e perciò occasione d'ingiurie contro qualche nome; come fece Guglielmo Libri contro l'insigne matematico Cavalieri, che egli avrebbe levato a cielo se si fosse accorto ch'era Gesuato non Gesuita. Così scrivesi la storia. Generale di quell'Ordine fu il milanese Paolo Morigia, che ne scrisse la _Storia degli uomini illustri_, e sono sessanta morti in odor di santità. A Milano, poc'anzi, col nome di _Società del biscottino_, era scopo a tutti i vituperj del bel mondo e alle benedizioni de' soffrenti un'accolta di pie persone, che visitavano gli ospedali, e portavano qualche chicca. Per la ragione stessa erano chiamati padri dell'acquavita i Gesuati, che ne fabbricavano e davano per ristoro a' malati.
[30] BOVERIO, _Ann. dei Cappuccini_, all'anno 1539.
[31] GRAZIANI, _De vita Commendonis_.
[32] _Miscellanea di notizie di cose sanesi_, esistente nella pubblica biblioteca comunale di Siena, di mano del padre Angiolo Maria Carapelli domenicano, nei primi del XVIII secolo, e contrassegnata _A. V._ 14 ac. 58. — _Compagnia di San Domenico, al libro delle Deliberazioni del 1540, a fo. 5, faccia seconda._
[33] _Vita di Paolo IV_, manoscritta.
[34] Nel libro entrata e uscita del Camerlingo dell'Opera (della metropolitana di Siena) del 1540, a fol. 122, sotto il dì 28 gennajo notasi che «furono pagate lire 32 04 a frà Bernardino di Domenico Tommasini detto Ochino, e per lui fatte buone a Giovanni Battista, fattore dell'Opera».
[35] BOVERIO, _Ann. de' Cappuccini_, tom. 1, p. 411.
[36] Nel 1542, il senese Alessandro Piccolomini stampava in Venezia la _Istituzione dell'uomo nobile_, dove nel lib. I, c. 7 mette: «Se bene alcuni saranno che, per più liberamente servire a Dio, dal legame del matrimonio si guarderanno, non però da questa legge del giovare altrui sciolti saranno: anzi assai più degli altri legati fieno; appartenendosi loro, per mezzo dell'ammaestramento e delli esempj delle buone opere, continuamente cercare di giovare alla salute di questo e di quello: come fra gli altri fa oggi il sant'uomo frà Bernardino Ochino da Siena, molto in questo più prudente e savio che coloro non sono, i quali come nemici di tutti gli altri et amici sol di se istessi, vanno a viversi racchiusi ne' chiostri, e per le folte selve dispersi, pensandosi d'imitare in tal guisa Giovanni battezzatore, e non accorgendosi che egli continuamente di predicare e mostrare altrui la via del cielo non restava».
[37] Puccio Antonio fiorentino, vescovo di Pistoja e cardinale.
[38] Manoscritto nella biblioteca di Siena.
[39] Il primo volume contiene cinquanta sermoni su varj soggetti, la giustificazione, il matrimonio spirituale, la confessione, le indulgenze, il purgatorio, il testamento, ecc. Il secondo tratta di Dio, e via via della Fede, Speranza, Carità.
[40] Il Tolomei scriveva a frà Caterino Politi d'avere, in occasion di malattia, studiato i principj della religione cristiana, e conosciuto che «lo spirito apostolico, trapassato nella Chiesa di Cristo di mano in mano per continuanza di tempo senza scrittura, è uno de' saldi e ben fondati principj per insegnarci dirittamente la vera religione». Gli eretici, conoscendo come ciò ruini il loro edifizio, lo impugnano; ed egli aveva in animo di scrivere in proposito. Ma udito che nel sacrosanto Concilio erasi fatto un decreto che determinava questo punto della tradizione, lo pregava a farglielo conoscere, «ond'io possa pascer l'animo di un nuovo cibo spirituale e divino». Gli chiede anche qualche lavoro suo che «partorirà in me qualche frutto di più viva fede e di carità più ardente». _Lettere di XIII uomini illustri_, pag. 385.
[41] È riferita nella _Storia dei Teatini_, di Giovanni Battista vescovo di Acerra.
[42] La lettera dell'Ochino fu tradotta in francese e stampata senza indicazione di luogo, col titolo: _Epistre aux magnifiques signeurs de Siene par B. Ochin du dit lieu, auxquels il rend raison de sa foy et doctrine. Avec une épistre à Mutio Justinopolitan, par laquel il rend aussi raison de son departement d'Italie, et du changement de son état, translatie de la langue italienne._ Super omnia vincit veritas. 1544, in-8º.
[43] Il Pazzi scrive che il Caterino, già vecchio, nella Minerva di Roma più volte era veduto piangere: e chiesto del perchè, rispondeva, dolergli d'avere scritto con tanta acrimonia contro alcuni padri: e suggeritogli che colla stessa mano che avea ferito potea medicare, taceva e piangeva.
[44] Nei manuscritti della _Compagnia de' Pastori_ a Ginevra, sotto il titolo _Spectacles, professeurs, recteurs et ministres des églises étrangères qui sont dans la ville_, leggesi a pag. 181: _Eglise italienne. Cette église fut établie en 1542, octobre... Bernardin de Servas qui avait été religieux, préche à la chapelle du cardinal_ (d'Ostia) _tous les dimanches._ Certamente s'ha a leggere _Bernardin de Senis_.
[45] «Apologi nelli quali si scoprono gli abusi, superstizioni, errori, idolatrie et empietà della sinagoga del papa, e specialmente de' suoi preti, monaci e frati, 1554». È l'Opera più rara dell'Ochino, e contiene il solo primo libro, mentre la traduzione tedesca ne ha cinque.
[46] V'è apposta una nota che proibisce di lasciarla copiare. Anche senza di ciò, non l'avrei riprodotta, tanta n'è la bassezza. Credo alluda a questo un passo delle _Legazioni di Averardo Serristori_ (Firenze 1853, pag. 88). «Certi predicatori a Zurigo hanno dato alle stampe un libello famoso contro Sua Santità, tassando i modi e costumi suoi e de' papisti: per il quale i cinque Cantoni cattolici si lamentano».
Crispino, librajo, scrittore e discepolo di Calvino, stampò _L'Estat de l'Eglise avec les discours des temps depuis les apótres jusques au présent, 1581_ in 8º piccolo; ove si trovano tutte queste diatribe contro papa Paolo III; fin ad asserire che manteneva 45,000 cinedi; ch'era astrologo, mago, indovino, ecc.
[47] _La seconda parte delle Prediche di messer Bernardino Ochino senese._ Predica III.
[48] _Ib._ Predica IV.
[49] Succedeva a Giovanni Lasco polacco. La chiesa era dedicata a santa Cecilia, e v'era predicatore Michelangelo Florio fiorentino, poco accetto. Potrebb'essere dell'Ochino la _Forma delle pubbliche orationi le quali si fanno nelle chiese de' pellegrini in Inghilterra_, libretto rarissimo.
[50] Vedi la pag. 134 _Della Vita del cardinale Comendone_, di monsignor Graziani, opera tanto reputata, che fu tradotta in francese, dal celebre Flechier.
Il Comendone molto operò in Polonia, e fe sbandirne gli eretici italiani. Di lui, mentre era vescovo di Zante, cioè verso il 1539, si ha un _Discorso sulla Corte di Roma_, che non crediamo stampato, dove ne annovera molti abusi, e suggerisce rimedj, per verità, poco concludenti. E prima non vuole si correggano col limitare la podestà papale, il che non può farsi per fatto umano. «Una certa sensualità (dice poi) ha prodotto nella Chiesa molti difetti, i quali continuandosi tuttavia nel medesimo stile, l'hanno condotta nel mal stato nel quale si trova, sì che non può fare l'officio suo. Al quale officio può in doppio modo mancare: nell'uno pubblicamente, intorno alla prudenza del governo; nell'altro cristianamente intorno all'obbligo che ha tutto l'ordine ecclesiastico. Il primo mancamento si commette volgendo la prudenza in astuzia, e torcendo la ragione a servizio delle passioni. Perchè i pontefici, essendo uomini, ed avendo innanzi tanti invecchiati esempj del favorire i parenti singolarmente, facil cosa è che, vinti essi ancora da questa carne, si lascino, dietro a quelli camminando, traviare. Senza che, ancor si pecca intorno al governo, non per malizia, ma per una spensierata negligenza, con la quale ad altro non si mira, se non a vivere lietamente, e come persona che abbia avuta un'eredità grande e non aspettata, parte permette che ne sia tolta per non entrar in contese, parte n'è prodigo, perchè non gli par donare il suo; anzi alcune volte gli par far guadagno, credendo di acquistar la grazia dei principi.
«Ma fermandosi alla parte essenziale e propria della Chiesa, diremo del secondo mancamento, il quale è intorno all'obbligo dell'ufficio sacerdotale. Questo è proceduto sì da' mezzi, con che si acquistano molte volte questi uffizj e dignità, e sì dai costumi, co' quali si vive oggi nella Corte. E prima, restando palesemente divisa l'utilità dell'entrata dall'ufficio ecclesiastico, e l'onore dalle fatiche, è nata e radicata in molti una perversa opinione che alla Chiesa non si convenga signoria. E non veggono che il Signore Iddio non diede altri giudici nè signori al popolo suo che i sacerdoti, e che dimostrò molto sdegno che dimandassino i re: benchè i figliuoli di Samuele, che allora reggevano, fossero divenuti ingiusti; altri sono che si scandalizzano che la Chiesa abbia rendite e ricchezze, dicendo che questa è una nuova usanza, introdotta dall'avarizia dei preti contro i costumi della primitiva e santa Chiesa. Intorno alla quale opinione, lasciando da parte il giudizio che, senza alcuna autorità, così temerariamente fanno, ho sempre, come nelle altre proposizioni, avuto grandissima meraviglia del molto ardire e della poca vergogna, che altri hanno, di affermare quello che non sanno; di che si ha il contrario, leggendosi sopra ciò il decreto di Urbano I, papa e martire, già 1300 e più anni fa, dove racconta il costume della primitiva Chiesa di vendere tutto quello che l'era dato, e dispensarlo a' poveri; e come poco poi fu mutato in meglio, ritenendo i beni, e dispensando le entrate; e questo costume egli comanda che s'osservi. Senza che, molto innanzi d'Urbano, si legge nei decreti di Pio I della consuetudine stessa della possessione de' beni stabili, e se ne tratta come di cosa antica; in modo che è manifesto che arriva fino a' tempi degli apostoli. Nondimeno per l'ignoranza, e forse per la malignità di alcuni, non si distingue dalla cosa in sè, all'abuso di quella. Anzi essendo cessata la dispensazione che diede Urbano, già è qualche numero d'anni che non sieno lasciati più alla Chiesa città o castella, nè poderi nè case; ma questo è proibito in alcuni luoghi per legge; come per esempio in Inghilterra, già molti e molti anni prima che levasse l'ubbidienza alla sede apostolica. E ormai in ogni provincia s'è perduta gran parte de' beni che la Chiesa possedeva, e l'ubbidienza ancora; e si è acceso, in persone poco convenienti a questa maniera di vita, un iniquo desiderio di beneficj, e insieme una gran volontà ne' principi temporali di poterne disporre; contro il decreto di Simplicio I, già 1084 anni, e di Gregorio VII nel concilio Lateranense e di Urbano II. Perchè essendo venuti i beni ecclesiastici nell'estimazione che sono i beni temporali, dall'una parte i principi li reputano per loro; i buoni, ingannati dalla credenza che hanno di persone, meglio che qui non si farebbe; i non buoni dal desiderio di avere, e da una certa comune rabbia di usurpare ogni giurisdizione. — Non dico che di questi beni non si fanno tutti quei contratti che si fanno de' beni temporali, e quelli che hanno i beneficj non vogliono ritenerli per altro che per beni proprj, non che facciano l'officio, e dispensino bene e dirittamente l'entrata; anzi che questa Corte serve per isfogamento a quelli, che, gonfj di superbia e di speranze, non potendo capire negli alvei delle loro patrie, a guisa di fiumi rompono in questa repubblica per potersi allargare, e occupar gradi e facoltà amplissime. Di modo che se questa città fosse veramente città, e non più certo una lunga coabitazione di forestieri, simile ad un mercato o ad una dieta, con un continuo flusso, senza congiunzione di parentadi, ne nascerebbero e seguirebbero le sedizioni e i tumulti che son nati e seguiti in tutte le repubbliche, le quali, con la facilità di comunicarsi ad ognuno, hanno, come un perpetuo vento, tenuto accesa l'ambizione. — Ma in questa, per la propria sua forma, non è dubbio ch'è giusta, utile e necessaria una comune partecipazione di tutta la Cristianità; la quale, ben usata, la conserva e accresce, e abusata l'indebolisce e ruina, anche perchè, oltre al resto, ci conduce quantità d'uomini indegni a cercar ordini, onori e ricchezze, l'uso delle quali, conseguite che sono, come di sopra si è detto, necessariamente riesce conforme alle arti e all'animo con cui sono state acquistate.»
Nel discorso medesimo egli tocca del paganizzamento d'allora. «Come innanzi la pestilenza si sente la mala disposizione dell'aere, e la putrefazione degli umori, così ora si scuopre una certa gentilità e nelle opinioni e ne' costumi, che ne dà verisimile indizio; considerando le tante memorie che si onorano, e si rifanno di coloro che furono piuttosto mostri che uomini scellerati. E si passa tanto avanti, che a' figliuoli che si battezzano, molto più volontieri mettono i nomi gentili, che i cristiani; e alcuni lascian quelli che hanno, e quasi sbattezzandosi, ne prendono de' nuovi e de' gentili. Alla quale gravità, non senza gran mistero del giudizio di Dio, si oppose, quando essa prima si scoperse, il pontefice di quei tempi Paolo II (anno 1471); perciocchè questi tali sono come i segni, pe' quali i nocchieri prevedono le future tempeste; e sono di più importanza che le dimostrazioni più espresse delle cose più gravi; perchè nelle cose piccole dove non si teme di esser puniti, non si mette studio di apparenza, e facilmente si vede la segreta inclinazione dell'uomo verso i vizj».
[51] Telipoligamus. _Quid vero mihi das consilii_?
Ochinus. _Ut plures uxores non ducas, sed Deum ores ut tibi continentem esse det._
Telipoligamus. _Quid si nec donum mihi, nec ad se petendum fidem dabit?_
Ochinus. _Tum, si id feceris ad quod te Deus impellet, dummodo divinum esse instinctum exploratum habeas, non peceabis. Si quidem in obediendo Deo errari non potest._
B. OCHINI _senensis dialogi XXX in duos libros divisi._
[52] RESCIUS, _Vita Hosii_, lib. III, cap. 6. L'Osio scrisse _De hæresibus nostri temporis_.