Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 10

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Questa regina era Caterina de' Medici, sua concittadina. Chiamato da lei, le s'ingnocchiò davanti, come di costume; ed essa con lui depose l'orgoglio consueto, e lungamente gli favellò in italiano. Egli la esortò a farsi coraggio, e professare la religione pura, col che gioverebbe non alla Francia solo, ma a tutta la cristianità: che Dio poteva compiere l'opera sua anche senza i principi, pure voleva a questi offrire il mezzo di adempiere il loro dovere. Caterina rispose che anch'ella desiderava si conoscesse la verità, e per tal proposito aveali radunati, e per avere consiglio del come assodare la pace senza ledere gli avversarj. Difficile cómpito suggerire un mezzo che piacesse ai Protestanti e non costasse ai Cattolici! Nè il Vermiglio lo sapeva, e rispondeva: «Ignoro se un tale spediente esista; esistesse anche, poco io aspetto dalla buona volontà degli avversarj. Ma Cristo stesso disse che non era venuto a portar la pace, sibbene la spada. Abbracci ella la vera religione, e non avrà sudditi più fedeli che i Protestanti.

E Caterina: «Nol posso credere: gli Ugonotti han preso le armi di nuovo.

Martire. «Purchè Vostra Maestà stabilisse d'aprir la via alla verità, Iddio manderebbe subito la pace.

Caterina. «Se tu non credi che la Chiesa possa esser riformata dai prelati, dammi un parere sulla soluzione di questa difficoltà.

Martire. «Concedete ai Protestanti la libertà di religione, e la verità si farà da se medesima manifesta, ne più sarà mestieri di colloqui o disputazioni».

Così il discorso procedea sulle generali; se non che Caterina pensava potesse dai Cattolici farsi adottare la confessione augustana, ma Pietro Martire assicurava non potrebbe mai da Roma prendersi come base dell'unità quella ch'era stata condannata come eresia.

Fu proseguito il colloquio col gran cancelliere L'Hopital, poi col re di Navarra, che volle intendere da esso le particolarità della sua fuga dall'Italia e de' successi posteriori. Ma Pietro Martire non s'illudeva, e al Bullinger descrivendo questi fatti[65], chiamava cieca la regina, se sperava riformare col consenso de' prelati; tacciava il re di Navarra come freddo, perchè andava ancora alla messa.

Molto ebbero a dire e Cattolici e Protestanti di questo colloquio, quali asserendo che l'astuta Italiana avesse guadagnato lui, quali ch'egli avesse convertita lei; paure e speranze del pari mal fondate, poichè egli era troppo prudente per mettersi in mano di Caterina, e questa troppo imperiosa per lasciarsi dominare da motivi religiosi.

Tornato a Zurigo, Pietro Martire cadde nell'ultima malattia. Nella quale, assistito dal Bullinger, sempre si occupava di cose spirituali, fin nel delirio togliendo a confutare l'ubiquità del Brenzio[66].

Spirato il 12 novembre 1562, ebbe esequie solenni ed affettuose[67]: e Wolfango Haller scriveva allo Zanchi: «Martire non era soltanto un lume e un appoggio della nostra Chiesa, ma di tutta la comunione de' fedeli; sì grandi erano la sua prudenza, le cognizioni, la dignità, l'umanità, che tutti lo ammiravano ed amavano. Chi potrebb'essere così privo di senso, da non deplorare nel profondo del cuore la perdita di un tal uomo?» Lo compiansero in versi latini e greci Giosia Simler, Corrado Gesner suo medico ultimo, Rodolfo Gualter, Wolfango Musculo, Giovanni e Wolfango Haller, Beza, il vescovo inglese Parkhurst ed altri; a tacere le condoglianze onde sono piene le lettere d'allora, massime quelle del Beza, e fin de' Cattolici, solo dolenti che si fosse da loro scostato[68].

Aveva egli sposato in seconde nozze Caterina Merenda, d'una famiglia di mercanti bresciani, fuorusciti per religione; e n'ebbe due figli che morirono; e postuma Maria, che si maritò male in Paolo Zanin, profugo italiano. La vedova passò poi a seconde nozze con Lodovico Ronco mercante di Locarno.

A Zurigo il Vermiglio avea rivedute le opere sue antecedenti, e in particolar modo il commento all'epistola ai Romani. Il più lontano dai Cattolici è il libro sulla Cena, scritto in Inghilterra per confutare Stefano Gardiner, che aveva stampato col pseudonimo di Antonio Costanzo. Molte opere rimaste inedite furono dal Terenziano consegnate al Simler, il quale le pubblicò, e principalmente i commenti al primo, secondo e parte del terzo libro dell'Etica d'Aristotile. Queste ed altre opere di lui vennero tradotte in varie lingue, e da molti reputate pari, da alcuni fin superiori all'_Istituzione_ di Calvino. Una medaglia d'argento col suo ritratto fu coniata a Zurigo da amici inglesi. Giosia Simler ne diresse una vita al vescovo Jewel, la quale è il fondamento di quanto se ne sa[69]. Non ebbe il fuoco d'un Farel (dice il suo biografo); non contribuì quanto Lutero, Calvino, Bullinger a formare la Chiesa, ma la sua moderazione non gli tolse di sacrificare tutto l'essere suo al vangelo, e con la sua rara superiorità sviluppò l'insegnamento e l'interpretazione delle Scritture. È anche convenuto che nella dogmatica e nell'esegesi ha reso grandi servigi per lungo tempo in tutte le chiese riformate in ogni parte d'Europa.

NOTE

[55] Trovasi anonima nella Vaticana una nota di persone, che sarebbe convenuto mandar col cardinale Contarini nella legazione di Germania, il 1540. E sono il generale de' Conventuali, il maestro del Sacro Palazzo, il Cortese, Pietro Ortiz, il Flaminio, Pietro Martire. Del Cortese, oltre la scienza teologica si loda il bello scriver latino, pel quale pure si pregia il Flaminio, «buon poeta e buon oratore, ben dotto in greco, e per molti anni datosi alla scrittura sacra e dottori antiqui, ben stimato per il commento sopra alcuni salmi». L'Ortiz è vantato come versatissimo nelle quistioni, sebben eccessivo a segno che dapertutto vede eresie. L'anonimo dice non conoscere Pietro Martire, ma il Contarini, secondo riferisce il Flaminio, racconta miracoli della dottrina teologica di esso e della conoscenza del greco e latino, e qualcosa dell'ebraico; il che, soggiunge, è molto da considerare, perchè i Luterani fanno più conto delle lingue che d'altra cosa. _Monumenta Vaticana_ CLXXXIV.

[56] Florimondo Remond diresse al Vermiglio alcuni capitoli groteschi (_Histoire de la naissance de l'hérésie_, Parigi 1610, libro III, c. 5) ove, tra altro, dice che a Basilea e a Zurigo egli era tenuto per un mascherato agente del papa.

[57] Manoscritto del 3 luglio 1555.

[58] Fu questa lettera tradotta in latino dal Duno di Locarno, com'anche quella _Del fuggire nella persecuzione_, ove dissipava i dubbj di coloro che si faceano scrupolo del fuggire dal luogo ove Dio gli avea collocati. Sono inserite nei _Loci Communes_.

[59] Toccammo nel vol. I, p. 409 e nota 25, delle affinità dogmatiche non solo, ma anche rituali della Chiesa Anglicana colla nostra. Qui basti accennare come il dottor Pusey, nell'immutabile suo Eirenikon che leva adesso tanto rumore, professa che, «fondandosi sulla base delle parole di Gesù Cristo, _Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue della nuova alleanza; chiunque mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna_, la Chiesa anglicana crede che il corpo e il sangue di Gesù Cristo, creatore e redentore del mondo, Dio e uomo, indivisibilmente unito in una sola persona, sono dati, presi, mangiati, ricevuti dai fedeli nella Cena, sotto la forma visibile del pane e del vino, che per questa ragione chiamasi la _comunione al corpo e al sangue di Cristo_: essa crede che l'eucaristia non è il segno d'un corpo assente, e che i partecipanti ricevono, non una semplice figura, un'ombra, un segno del corpo di Cristo, ma proprio la realtà».

Il rev. Giorgio Bowier, in un discorso tenuto a Birmingam il 1866 alla riunione delle congregazioni cattoliche, mostrò come la sapientissima Inghilterra che imputa d'ignoranza Roma, avesse preso da questa e il calendario riformato, e le leggi intorno al matrimonio, copiando tutte le providenze stabilite dal Concilio di Trento per certificare le nozze.

[60] Un costui discorso ai sollevati del Devonshire trovasi nella biblioteca del Corpus Christi College a Cambridge, colla nota, _Hic sermo prius descriptus latine a Petro Martyre_.

[61] Fra altri: _Diatribe de hominis justificatione, edita Oxoniæ in Anglia, anno 1550, adversus_ P. M. Vermelium, _olim cartusianum in Italia, nunc apostatam in Anglia, acerrimum improborum dogmatum assertorem, sed imperitum et impudentem cum primis_, per RICARDUM SMYTHÆUM anglum. Lovanii 1550.

[62] Nella casa del Capitolo della Chiesa del Cristo trovasi in varj scritti menzionato il Vergerio, e in uno si dice: _Petrus Martyr Vermilius florentinus, magnus ille et re et nomine theologus, secundus post mortem Haynesii in hac 1 præbenda præbendarius, 1551, et regis Eduardi VI, 4; januarii 20. Cum aliquandiu publicæ theologiæ lectioni, ut cum summo Protestantium applausu, ita non sine summa pontificiorum indignatone incubuisset, dedit Eduardus VI hanc præbendam, ut susceptum munus majori cum alacritate obiret_.

[63] _Ep. Zanchii_, 13 luglio 1561.

[64] _At noster Martyr, tum primum loqui exorsus italico sermone ut a regina intelligi posset, rem totam ab oro usque ad mala explicavit, et vel invitos ad rem ipsam descendere coegit._ _Ep._ ad Calvinum, 159.

[65] 12 settembre. _Loci communes_, pag. 1137. Il cardinale Commendone scriveva al Borromeo: «Frà Martire ha di continuo adito aperto alla Regina, e sebbene non dubiti della buona mente di S. M., temo nondimeno ciò portare gran pregiudizio alla causa, sgomentando li Cattolici, e dando ardire agli eretici».

[66] I Riformati apponeano ai Luterani che il corpo di Cristo non può trovarsi nell'eucaristia, poichè esso siede alla destra di Dio padre. Lutero e i suoi, per eluder l'objezione, dissero che il Redentore è presente dapertutto anche come uomo: opinione che poi venne sostenuta da Giovanni Brenz, e accettata nel simbolo luterano, nel libro della Concordia. L'opinione di questi Ubiquitarj legavasi con quella degli antichi Eutichiani, che diceano l'umanità, come la divinità di Cristo, trovarsi dapertutto, sin nell'inferno. La maggior parte dei Luterani sono ubiquitarj. Vedi _Johan Brenz, nach gedruckten und ungedrukten Quellen, von_ J. HARTMANN _und_ K. JAGER, 1841.

[67] _Locorum Communium Theologicorum_; Tomi tres, Basilea 1580, 81, 83.

Ecco le Opere principali di Pietro Martire, oltre i commenti a molti libri sacri:

_Una semplice dichiaratione sopra gli XII articoli della fede cristiana._ Nella inclita città di Basilea, l'anno 1544. Tradotto in latino col titolo _Symboli expositio_.

_Defensio doctrinæ veteris et aposlolicæ de s. Eucharistia._ Zurigo 1551.

_Dialogus de utraque in Christo natura_, 1561.

_Tractatio de sacramento Eucharistiæ, habita in celeberrima universitate Oxoniensi._ Londra 1540, ristampata più volte.

_De votis monasticis et cœlibatu sacerdotum._

_Defensio sui contro R. Smithei duos libellos de cœlibatu sacerdotum_, 1559.

_Aristotelis etnicæ cum illis in sacra scriptura collatæ_, 1555.

_In librum Samuelis comment._ Zurigo 1564.

_In librum Judicum comment._ Zurigo 1565.

_Preces ex salmis Davidis desumptæ._

_An Deus sit causa et author peccati._

_An missa sit sacrificium._

_Oratio de utilitate et dignitate sacri ministerii._

_Oratio de morte et resurrectione Christi._

_Adhortatio ad cænam Domini mysticam._

_Epistolæ duæ ad ecclesias polonicas, J. C. evangelium amplexas, de negotio stancariano, et mediatore Dei et hominum J. C., an hic secundum humanam naturam dumtaxat, an secundum utramque mediator sit._ Zurigo 1561.

_Loci communes sacrarum literarum._ Zurigo 1563: poi a Ginevra 1626, con premessa l'orazione funebre del Simler.

_Precum ex psalmis libellus_; postumo, come i seguenti.

_De libero arbitrio._ _De prædestinatione._ Zurigo 1587.

_Epitome defensionis adversus Stephanum Gardinerum._

_Confessio de cœna Domini exhibita senatui argentoratensi._

_Sententia de præsentia corporis Christi in Eucharistia, proposita in colloquio Passiaco._

_Epistolæ de causa Eucharistiæ, ad virum quemdam magni nominis._

_Epistole partim theologicæ, partim familiares._

La biblioteca di Ginevra serba varj trattati di Pietro Martire, fra altri: «On demande si nous qui faisons profession de la religion reformée, avons bien fait de nous séparer de l'église romaine». Molte di queste opere furon tradotte in inglese ed in altre lingue.

[68] Il Vergerio scriveva al duca Alberto il 12 dicembre 1562: _Diem obiit suum D. Petrus Martyr italus, propter evangelium exul, vir doctissimus: vix fuit similis_. Teodoro Beza gli fece quest'epitafio:

_Tuscia me pepulit; Germania et Anglia fovit,_ _Martyr, quem extinctum nunc tegit Helvetia._ _Dicere quæ si vera volent, re et nomine, dicent:_ _Hic fidus Christi, credite, Martyr erat._ _Utque istæ taceant, satis hoc tua scripta loquuntur:_ _Plus satis hoc Italis exprobrat exilium._

[69] Il dottor C. Schmidt, professore di teologia a Strasburgo, nella raccolta delle _Vite e opere scelte dei padri e fondatori della Chiesa riformata_, stampò quelle di Pietro Martire (Elberfeld 1858), e nella prefazione dice che esso è una delle più segnalate personalità del tempo della Riforma, avendo esteso la sua attività all'Italia, a Strasburgo, all'Inghilterra, a Zurigo, alla Francia, fin alla Polonia; e pochi aver operato tanto per la fondazione e il consolidamento della Chiesa riformata. Si valse di molte sue lettere, parte stampate, parte giacenti a Gota, a Zofingen, a Ginevra, e principalmente nella raccolta dr Simler a Zurigo.

DISCORSO XXV.

GALEAZZO CARACCIOLO.

Colantonio marchese Caracciolo napoletano servì al principe d'Orange nell'assedio di Firenze, e sostenne varie missioni presso l'imperatore Carlo V, al quale avea reso pure segnalati servigi nell'occupazione francese del 1528, onde gli venne in gran favore, e ne fu creato uno de' sei consiglieri del vicerè di Napoli. Sposò una Carafa, e mortagli sovra il primo parto, egli concentrò tutto l'affetto sul rimastogli figlio Galeazzo, e gli cercò sposa Vittoria, erede del duca di Nocera; donde questi generò quattro figli e due fanciulle.

Galeazzo fu fatto ciambellano, cavaliere della chiave d'oro dell'impero: e colle cortesi maniere cattivavasi l'universale benevolenza. Frequentava le conferenze in casa del Valdes con Francesco Caserta, notando il divario fra l'insegnamento evangelico e le pratiche di Roma, viepiù da che intese Pietro Martire spiegare l'epistola ai Corintj. Il quale diceva: «Se alcuno vede in distanza una quantità di persone muoversi, e girarsi e rigirarsi in diverse direzioni, queste gli pajono una turba di disennati. Ma se accostandosi s'accorge della melodia che ispira e regola i loro movimenti, lo spettatore, non solo comincia a comprendere la loro azione, ma concepisce tal simpatia per questa scena, ch'egli stesso vuole unirsi ai danzanti. Altrettanto avviene se noi vediamo taluno cangiare tenor di vita, e operare diverso da tutta la restante società. Dapprima lo teniamo per disennato o stravagante: ma un più attento esame della condotta e de' principj suoi ci convince che armonizza colla parola di Dio e coi dettami dello Spirito Santo. Il movente delle sue azioni è rivelato, e gli spettatori ne rimangono talmente compresi, ch'essi medesimi rinunciano agli illusorj piaceri del mondo, volgonsi con sincero desiderio alla santificazione, e s'accordano colle persone che prima biasimavano».

Il Caracciolo ben presto entrò nella risoluzione di volgersi a vita di spirito: ma l'eseguirlo tornava difficile. Il suo grado, il posto alla Corte, la pubblicità della sua vita esponevanlo agli sguardi di tutti, e il suo cambiamento desterebbe meraviglia fra le persone, inabili a comprendere l'efficacia della parola di Dio[70]. Di ciò per altro davasi minor briga, che d'altri ostacoli. Suo padre Colantonio fondava su lui superbe speranze d'esaltamento alla sua famiglia: dedito alle pratiche cattoliche non men che alla Corte, abborriva coteste empie novità, e nessuna arte trascurò per distorne il figliuolo. La moglie non sapeva più riconoscere il suo brillante marito nel meditabondo Galeazzo, e l'accusava di sminuito affetto. La Corte stessa ben presto risolse di estirpare gli eretici, che colà pendeano al senso degli Ariani e degli Anabattisti, e coi quali confondeansi tutti i novatori; nè il Caracciolo era così fino teologante da sapere distinguere, o da poter confutare. L'Inquisizione in fatto cominciò a perseguitare i novatori e fra gli altri il Caserta, amico del Caracciolo, che finì sul patibolo.

Come ciambellano, il Caracciolo doveva condursi spesso in Germania, dove porgeasegli occasione di udire Protestanti, e particolarmente nella Dieta di Ratisbona (1542), dove si oppugnò la supremazia di san Pietro, e si sostennero

il matrimonio de' preti, la comunione sotto due specie, ed altri punti. Ne ritornava egli sempre meglio confermato nella dottrina della giustificazione, e ancor più dopo una visita che fece a Pietro Martire a Strasburgo. Reduce a Napoli, esortò gli amici a staccarsi dalla Chiesa di Roma: e poichè li vide tiepidi, soffocò in sè le affezioni domestiche, e raccomandandosi sovente a Dio (i suoi ci conservano la preghiera che suppongono facesse), se ne partì il marzo 1551, avendo trentacinque anni, e portando duemila ducati. Molti amici aveano promesso accompagnarlo; ma nol seguirono oltre i confini d'Italia. Stette alla Corte in Augusta fin quando Carlo V lo mise fuor della legge; allora passò a Ginevra, ove giunsero poco poi Lattanzio Ragnoni di Siena, da lui conosciuti a Napoli: e legossi con Calvino ed altri caporioni, che pensate se carezzavano questo insigne acquisto.

A Napoli tal fuga fu udita con sommo dolore: la famiglia se ne tenne disonorata; l'Inquisizione fece indagini su' suoi amici: il padre non tralasciò nulla per richiamarlo; supplicò l'imperatore lo lasciasse venire impunemente, e gli mandò un salvacondotto di Venezia, in nome dell'autorità paterna intimandogli tornasse. In fatto padre e figlio scontraronsi a Verona il 29 aprile 1553, ma per quanto valutasse e l'affetto e l'autorità paterna, Galeazzo non si lasciò smuovere.

Più tardi, allorchè divenne papa il Carafa suo prozio, Colantonio ne impetrò che Galeazzo potesse rimanere sul territorio veneto, senza cessare nessuna pratica religiosa; e gli mandò un passaporto perchè venisse a Mantova. Ci arrivò infatto il 15 giugno 1555, e subì un nuovo assalto della tenerezza paterna; non chiedersegli nulla di contrario alla sua religione; tornasse all'Italia sua; obbedisse al padre in un punto che nulla ledeva la coscienza; riabitasse colla moglie, coi figliuoli, nel modo che conveniva al suo grado. Ma egli calcolò che avrebbe dovuto vivere sotto al papa, presso l'Inquisizione, e preferì le cipolle d'Egitto alla manna del deserto. Il padre deluso tornossene a Napoli per la via di Roma: e Galeazzo l'accompagnò quanto il salvocondotto gli permetteva, per tutto il dominio veneto. In quell'occasione visitò la duchessa di Ferrara: poi per la Valtellina si restituì a Ginevra, ove i suoi amici ringraziarono Dio del suo ritorno.

La moglie Vittoria non sapeva rassegnarsi al distacco, e con lettere e messaggi incessanti lo sollecitava al rimpatrio. Alfine gli chiese d'almeno vederlo: esibendosi incontrarlo in qualche porto veneto, non troppo distante dal Regno. E si fissò Lésina, sulla costa di Dalmazia, sol dalla larghezza del mare Adriatico disgiunta da Vico, feudo suo paterno. Galeazzo vi comparve puntuale ad aspettarla, ma essa mancò, e scusandosi con buone ragioni, gli mandò solo i due figliuoli Colantonio e Carlo. Fosse amore per la donna, o speranza di convertirla e trarla seco, Galeazzo risolse andarla a raggiungere. Erasi egli fatto cittadino di Coira, concessione difficilissima a chi non v'abitasse[71]; onde sicuro tragittossi a Vico, e vi trovò tutta la famiglia.

Quanta fu la prima esultanza del ritrovo, altrettanto il dispiacere di lui nel non riuscire a trascinar nelle sue opinioni la donna sua, fida alla religione avita, e risoluta di non abitare paese ove quella fosse proscritta, e per sempre separarsi da esso se persisteva nell'eresia. Lasciamo all'immaginazione il distacco, ove mescolavansi gli affetti di parentela e di patria coi sentimenti religiosi opposti, e lottavano due convinzioni pertinaci. Col cuore lacerato e chi restava e chi partiva, si divisero per sempre.

Tragittatosi di nuovo a Lesina, passò rapidamente a Venezia, ove trovò una lettera di Calvino, che mostravasi sospettoso dell'indugio, e anelare al pronto suo ritorno, persuaso avrebbe alle affezioni del cuore preferito la volontà del Signore. «In grande angustia m'avea posto la vostra gita a Vico; e che cosa non avrei fatto per impedirla? Ma il Signore vi ha invigorito a resistere alle insinuazioni mondane. La vostra assenza riuscì penosissima ai vostri nuovi compatrioti». E segue narrando come avesse dovuto citare avanti al Concistoro Giorgio Biandrata, Silvestro e Gian Paolo; e quanti scandali nascessero dai dissensi di costoro e di Valentino Gentili, che disseminavano errori conformi a quelli di Serveto: che Gentili fu imprigionato; il giovane Nicolò Gallo di Sardegna rinegò le falsità di cui era accusato. Torni presto, che spera col suo ajuto ristabilire la pace (19 luglio 1558).