Part 11
Fu dunque il Caracciolo accolto a Ginevra con grandi dimostrazioni. Poco dopo consultò Calvino, Pietro Martire, lo Zanchi, se, attesa l'ostinazione di sua moglie, potesse repudiarla; molto esitarono, discutendo sul passo della prima lettera ai Corintj, VII, 12; _Se alcuno ha moglie infedele, ed ella consente abitare con lui, non lascila_: e malgrado altri passi della Scrittura ove è detto, _Ciò che Dio congiunse, l'uomo non separi_, prevalse quel di san Matteo XIX, 29: _Chiunque avrà abbandonato o casa, o fratelli, o padre, o moglie, o figliuoli pel mio nome, ne riceverà cento cotanti, ed erediterà la vita eterna_. Dissero essere questo il caso di abbandonare la moglie; onde esso, a' 10 gennajo 1560, sposò Anna Fremery, da Rouen venuta a Ginevra per religione. Non fu unione d'amore, ma consonanza di sentimenti; vissero semplicemente e placidamente a Ginevra; essa andava a fare le compre, e portava a casa ella medesima le provviste; egli ricusava il titolo di marchese, contento al semplice nome. Eppure in ogni comparsa aveva il posto d'onore, ed era riverito non meno che se godesse i titoli e la fortuna paterna; ogni forestiero lo visitava o invitava, tra' quali Francesco ed Alfonso d'Este, il principe di Salerno, Ottavio Farnese duca di Parma. La conversazione rendeva egli dilettevole col narrare i casi suoi, i viaggi in Germania, e aneddoti sulla Corte di Carlo V. Meglio amava parlare delle cose divine. A Ginevra pensò stabilire una Chiesa pei rifuggiti italiani, e vi pose a capo Celso Martinengo da Brescia, collocandolo sotto la protezione del magistrato. Calvino dedicogli la seconda edizione de' suoi Commenti sulle epistole ai Corintj, dicendogli: «Ancorchè voi non cerchiate, alla maniera del mondo, l'applauso degli uomini, contento d'aver Dio spettatore della vostra probità, non è giusto che io lasci ignorar ai lettori chi voi siate, e li frustri della soddisfazione, che dee recar loro l'intender che un uomo come voi, nato di famiglia chiarissima, abbondantemente provveduta di cariche eminenti e di beni, avendo moglie nobilissima e castissima, e da essa una schiera di bellissimi figliuoli, e col godimento d'una perfetta concordia e pace domestica, in condizione affatto degna d'invidia, volle, per arrolarsi sotto la bandiera di Gesù Cristo, abbandonare un'amabile patria, un paese delizioso, un lauto patrimonio, una casa delle più comode e pompose, spogliarsi direi quasi dello splendore d'un'alta nascita, sceverarsi dalla dolce compagnia di padre, moglie, figliuoli, parenti, amici, e rinunziato a tutti i contenti e gli alettativi che offre il mondo, appagarsi d'arrampicar qui fra noi, e vivervi col comun popolo, come se nulla il distinguesse. Oh quanto bramerei che tutti prendessero esempio da voi del rinunziar a se stessi! locchè è il solido fondamento di tutte le virtù, e propriamente l'essenza del cristianesimo; nè voi ignorate che poco caso io fo di quelli che, avendo abbandonata la patria, danno a comprendere alla fin dei conti di non avervi lasciato le loro cattive affezioni» (20 gennajo 1556).
Ma morto Calvino, il Caracciolo ebbe disgusti e male intelligenze col consiglio della città, e pensava abbandonarla. Di ciò sarebbesi pregiudicata nell'opinione Ginevra, che aspirava a divenire la Roma degli Evangelici: onde si interposero ufficj, pei quali egli rimase[72]. Invecchiando decadde, e soffriva di asma. Considerava rotta ogni comunicazione colla famiglia, quando gli arrivò un nipote, chierico teatino, con lettere di Vittoria e di alcun de' figliuoli, cercando indurlo a tornare a Napoli, o almeno in alcuna parte d'Italia, offrendogli denaro, e annunziandogli che verrebbe suo figlio Carlo, il quale, essendosi messo nella carriera ecclesiastica, era per ottenervi dignità convenienti alla sua nascita. Commosso per affetto e indignato per ostentazione, alfine Galeazzo buttò le lettere nel fuoco, e dichiarò non aveva tanto sofferto tutta la vita per poi cambiarsi nella vecchiaja; nè cercava l'approvazione degli uomini, opposta diametralmente allo spirito del vangelo. Il Teatino insistette, dalle preghiere passò ai rimproveri, finchè il magistrato di Ginevra gl'impose d'andarsene.
Anche un famoso predicatore mosse per convertirlo, ma trovò che, fra le cure de' medici e le preci della sua Chiesa, era morto il 7 maggio 1556, di sessantanove anni. La seconda sua moglie sopravvisse di poco, e abbiamo la lettera che ai capi della Chiesa lucchese in Ginevra essa dirigeva, congratulandosi del modo rispettoso e risoluto con cui aveano rigettate le offerte del cardinale Spinola, che gl'invitava a restituirsi a Lucca e alla Chiesa cattolica[73].
Che il titolo di secondo Mosè fosse dato al Caracciolo dal Beza, ci è asserito da Nicola Balbani. Questo lucchese, venuto a Ginevra il luglio 1557, elettovi ministro della Chiesa italiana il 25 maggio 4561 e morto il 1587, tradusse il catechismo di Calvino nel 1566[74], e scrisse la vita del Caracciolo (Ginevra 1587) che fu tradotta in francese da Teissier de l'Estang (1681), ristampata a Ginevra il 1554 in inglese e in latino da Vincenzo Munitoli (1587-1596) poi nel _Musæum Helveticum_ (1717). Il traduttore francese dice che l'originale ormai era rarissimo, e giovava rinnovarne la memoria alle chiese riformate. «Ginevra, nostra seconda madre, era tanto poco istrutta di un avvenimento sì raro e sì bello, benchè passato tutto in essa, ch'era tempo di farle sapere, non solo che una Chiesa italiana si era formata nella sua cerchia, ma anche di quali virtù sfavillarono i fedeli di diverse favelle e nazioni, che Dio qua condusse primi, e indurla a rimettersi a quel primitivo fervore di pietà, che tanto allettava le oneste persone qua rifuggite».
NOTE
[70] A pag. 404 del vol. I portammo le congratulazioni, che di ciò gli faceva il Flaminio.
[71] Giovanni Fabrizio da Coira scriveva al Bullinger il 21 marzo 1558, raccomandandogli caldamente il marchese: _Rem aggressus est valde difficilem, et cujus simile exemplum apud nostros non extat, ut is scilicet in civem recipiatur, qui alibi quam apud nostros subsistere cogitur. Wen er sich hätte wöllen in Pündten_ (Bunden, _Le tre leghe_) _niederlassen, väre es besser darzu z' reden_. Altre lettere portano raccomandazioni per esso, e il suo viaggio in Valtellina, poi in _Illiricum, ubi censet se uxorem suam inventurum_.
[72] Esiste il processo verbale di ciò nel _Registre tenu par M. Jean Pirrault: compagnie des pasteurs à Génève_.
[73] Epitaffio del Caracciolo:
_Italiam liqui patriam, clarosque penates,_ _Et lætam antiqua nobilitate domum;_ _Cæsareaque manu porrectos fortis honores_ _Contempsi, et magnas marchio divitias,_ _Ut te, Christe, ducem sequerer, contemptus et exul,_ _Et pauper varia pressus ubique cruce._ _Nam nobis cœli veros largiris honores,_ _Et patriam, et census annuis, atque domos._ _Excepit profugum vicina Geneva Lemanno,_ _Meque suo civem fovit amica sinu._ _Hic licet exigua nunc sim compostus in urna,_ _Nec claros cineres alta sepulchra premant,_ _Me decus Ausoniæ gentis, me vera superbis_ _Majorem pietas regibus esse facit._
Epitaffio di sua moglie:
_Vix, vix undecies repararat cornua Phœbe,_ _Conspicitur tristi funus in urbe novum._ _Anna suum conjux lacrymis venerata maritum,_ _Indomito tandem victa dolore cadit._ _Illa sui cernens properantia tempora Lethi,_ _Dixit, tunc demum funere læta suo:_ _Quam nunc grata venis, quam nunc tua jussa libenter,_ _Mors, sequor, ad sedes nam vehor æthereas,_ _Hic ubi certa quies concessa laboribus, aura,_ _O conjux, tecum jam meliore fruar._ _Pectore quem toto conceperat illa dolorem_ _Sola superveniens vincere mors potuit._
[74] Conosciamo la _Risposta a Pietro Vireto, a Nicolò Balbani et a due altri heretici, i quali hanno scritto contro il trattato della messa di Antonio Possevino_. Avignone, Rosso, 1566, in-16º.
Il nostro Caracciolo non è tampoco nominato nella _Biografia Universale_.
DISCORSO XXVI.
ERETICI A FERRARA. LA DUCHESSA RENATA. OLIMPIA MORATA.
Luigia di Savoja, a ventidue anni rimasta vedova di Carlo d'Orleans duca d'Augoulême, si ritirò dalla Corte coi figli Margherita e Francesco, sintantochè quest'ultimo diventò re. Ella fu tacciata d'avarizia, e d'aver lasciato perdere il Milanese per intascarsi il denaro destinato a pagare le truppe; amò d'amore il contestabile di Bourbon, famoso traditore; ma mostrò senno e imparzialità durante la prigionia del re dopo la battaglia di Pavia. Scrisse un giornale dal 1501 al 1522, in cui i Protestanti pretesero trovar sentimenti conformi ai loro[75]. Ma quali sono? La rassegnazione al voler di Dio, il crederlo autore d'ogni ben nostro, e altri che vanno comuni a tutti i Cristiani. In esso giornale al 1522 scriveva: «Mio figlio e me, per la Dio grazia, cominciamo a conoscere gli ipocriti, bianchi, neri, ombrati d'ogni colore, da' quali Iddio, per la sua clemenza e bontà infinita, voglia preservarci e difenderci; chè, se Gesù Cristo non mentisce, non v'è generazione più pericolosa per ogni conto».
Margherita, figlia di madre tutt'altro che rigorosa, moglie d'un fiacco ignorante, il duca d'Alençon, poi del re di Navarra, compose novelle che starebbero bene al Boccaccio. Dopo il 1521 ascoltò volentieri Jacobo Lefèvre, uno de' primi in Francia a sostenere che bisognava ricorrere direttamente alla Bibbia, e interpretarla a proprio senno. Margherita prese a leggerla, e poichè ella tanto poteva su tutta la politica di Francesco I, sperò trarlo coi Riformati; l'indusse a venire ascoltare i sermoni del Lefèvre, da' quali egli parve tocco non meno che Luigia di Savoja.
Ma non che Francesco nè Luigia coltivassero queste velleità, anzi cominciarono le persecuzioni, colla fierezza che abbiam veduto. Margherita invece si fissò nella nuova fede, ed eccitò grave scandalo ne' Cattolici col suo _Specchio dell'anima peccatrice_, ove tutto attribuisce alla Grazia, non discorrendo nè di confessione, nè d'indulgenze, nè di purgatorio[76].
Alla scuola di costei e de' primi Riformati, che conobbe a Nerac e a Parigi, bevvè gli errori di Calvino Renata (1510-1576), figlia di Luigi XII e d'Anna di Bretagna, alla quale sarebbe toccata la corona di Francia se la legge salica non escludesse le donne. I sublimi natali e il coltissimo ingegno, se non i pregi del corpo, la designavano a sublimi nozze: fu promessa a Carlo V, a Enrico VIII d'Inghilterra, a Gioachino marchese di Brandeburgo, e ragioni politiche vi s'attraversarono sempre: la domandò pure il contestabile di Borbone; infine fu fidanzata ad Ercole II d'Este duca di Ferrara (10 luglio 1527), nella speranza che tale parentela assicurerebbe alla Francia il possesso del Milanese. Egli le regalò gioje per centomila zecchini; ricchissimamente le nozze celebraronsi a Parigi il 28 giugno 1528: e appena cessate le micidiali desolazioni recate all'Italia dal sacco di Roma e dalla carestia, gli sposi vennero a Ferrara, e si stabilirono alla magnifica e deliziosa villa del Belvedere sul Po, ridente di pitture del Dosso, e della quale non rifinano di dire coloro che la videro prima che andasse distrutta.
Quei duchi, gareggianti cogli altri dinasti a far primeggiare il piccolo Stato, voleano abbellita la loro città non meno d'edifizj, quadri, biblioteche, che di valenti ingegni, carezzati da essi, festeggiati dal popolo: compravansi manoscritti antichi, recitavansi antiche commedie, assegnavansi case, doti, cattedre nella fiorente Università a letterati d'ogni paese; Pandolfo Colenuccio comico, l'erudito Guarini, Calcagnini, Mainardi, Brasavola, l'antiquario Costanzo Landi, Lilio Gregorio Giraldi che dedicò la sua Storia de' poeti alla Renata; Alessandro Sessi, autore delle _Numinum et heroum origines_. Nell'accademia degli Elevati, fondata da Alberto Lollio, ed in altre venivasi a improvisare, sia versi, sia dissertazioni. E come Venezia d'eruditi e Firenze d'artisti, così Ferrara abbellivasi di poeti, sino a far dire al satirico che n'avea tanti[77], quante rane il suo territorio. Il ferrarese Bojardo conte di Scandiano, che traduceva dal greco Erodoto, faceva egloghe latine, e commedie di forza comica, coll'_Orlando innamorato_ avea preparato tutte le invenzioni, che leggiamo svolte con incomparabile e pericolosa leggiadria dal ferrarese Ariosto, professava:
Chi vuol andar attorno, attorno vada, Vegga Inghilterra, Ungheria, Francia, Spagna: A me piace abitar la mia contrada.
La costui armonia sonava ancora nelle orecchie, con quella di Bernardo Tasso che preludeva alla superiore di Torquato. Bartolomeo Riccio verseggiava sulla gloria: satire faceva il Manzolli; endecasillabi catulliani il Flaminio: altri versi latini i due Strozzi; Marcello Palingenio Stellato (cioè Pietro Angelo Manzioli della Stellata) lo _Zodiacus vitæ_, poema dove non risparmia i frati, i preti nè i pontefici, eppure nella prefazione si sottomette ai giudizj della Chiesa. Quando Paolo III passò da Ferrara, rappresentaronsi gli _Adelfi_ di Terenzio, recitandovi i figliuoli della Renata, e facendo Anna da amoroso, Leonora da giovinetta, Alfonso da giovane, Luigi da schiavo, Lucrezia da prologo.
Per verità, le lodi agli ultimi Estensi di Ferrara furono in parte postumamente prodigate per raffaccio al succeduto dominio papale: e a dir vero queste letizie non erano che della Corte, mentre il paese andava spopolandosi, guasto da gravi inondazioni, eppure costretto a nuove imposte, e a severissimi divieti dalla caccia fin col minacciarsi morte ai violatori.
Quella Corte soleva piacersi di quistioni teologiche. Una che si dibatteva internamente era quella dell'immacolata concezione di Maria Vergine, sostenuta dai Francescani, impugnata da alcuni Domenicani; il che non è imputabile all'Ordine nè alle persone, attesochè, la Chiesa non avea ancor definito, onde dicea sant'Antonino, _non sit determinatum per Ecclesiam Virginem esse conceptam in peccato originali, vel non: propter quod, absque præjudicio salutis, licet unicuique tenere alteram opinionem quæ sibi placeat_[78]. Ercole duca di Ferrara volle sentire discuterne; e l'opinione contraria fu argomentata da Vincenzo Bandelli, che fu poi generale dei Domenicani, mentre san Bernardino da Feltre propugnava l'immacolato concepimento. Nulla si conchiuse, ma il Bandelli pubblicò una relazione della disputa, che fu proibita da Sisto IV come ingiuriosa ai difensori del privilegio.
Ciò accadeva nel 1476: l'anno dopo, Sisto IV lasciò tenerne novamente discussione in sua presenza, e contro Francesco da Brescia, generale dei Francescani, silogizzò ancora il Bandelli, il quale poi stampò nel 1494 un uffizio, da sostituire a quello approvato da Sisto IV dell'immacolata concezione, ove sosteneva che Maria fu concepita nel peccato originale, e fu santificata dopo la sua animazione. Anche nel 1494, in presenza del duca Ercole, fu tenuto a Ferrara un sinodo di tutti i frati della provincia sotto il maestro Gioachino Torriano, con molti dotti, alla cui testa Giovan Pico della Mirandola; sostenendovi tesi principalmente quel che poi fu il cardinale Cajetano, contro cui altre volte disputò frà Bartolomeo Spina.
Questo gusto delle discussioni religiose crebbe quando vi capitò la Renata, desiderosa di emulare la regina Margherita, e di fare di Ferrara quel ch'essa della Navarra, il nido de' pensatori settarj. Dotta di storia, di lingue, di matematica, di teologia, e sapendo discorrere senza annojare; aveva imparato astrologia dal napoletano Luca Guarino: parlava così bene italiano come francese: di corpo infelice, pure maestoso, di spirito sottile e dilicato[79]: prese a secretario Bernardo Tasso; e irata ai pontefici Giulio II e Leon X pe' torti che aveano fatti a suo padre in tante maniere, ne rinnegò la potestà e dimenticò l'obbedienza, giacchè non potea far peggio perchè donna. Quando essa ringravidò la terza volta, il francese poeta Marot in un'elegia la felicitava d'aver concepito _in tempi sì fortunati_, e le prometteva la ruina del papa e della santa sede, nemica alla casa di lei. La troviamo lodata come _santissima anima_ dal Brucioli nella dedica della Bibbia; per gran religione dal Belussi nella giunta alle _Donne illustri_ del Boccaccio, da Gianfrancesco Virginio bresciano nel dedicarle le sue _Lettere_, che al Fontanini, giudice arcigno, parvero seminate di frasi eterodosse, e la _Parafrasi_ sulle Epistole di san Paolo.
Ricordiamo volontieri com'ella abbondasse in carità, e massime coi Francesi che dalle guerre tornavano derelitti e sofferenti; e se alcuno le rimostrava come in tali spese eccedesse, «Che volete? (rispondeva); e' son francesi, di mia nazione, e sarebbero sudditi miei s'io avessi avuto barba al mento».
Fosse bizzarria o convinzione, ella formò della Corte ferrarese un focolare di pratiche anticattoliche; vi imbandiva grasso ne' giorni di vigilia; teneva assemblee religiose nel palazzo di San Francesco, e probabilmente vi facea celebrare la messa di sette punti, quale erasi inventata alla Corte di Navarra, cioè: 1º senza comunione pubblica; 2º senza elevazione dell'ostia; 3º senza adorazione delle specie; 4º senza oblazione del pane e del vino; 5º senza commemorazione della Madonna e dei santi; 6º senza frazione del pane all'altare; 7º da prete ammogliato.
Oltre Aonio Paleario, Pietro Vergnanini, Francesco Porto cretese, Lisia Fileno, ella ricoverò Girolamo Bolsec carmelitano francese, che appuntato per prediche troppo libere, gittò la tonaca, menò moglie, e praticò la medicina: dappoi avendo ingannata la duchessa e fattosene calunniatore, ne fu cacciato; a Ginevra professò opinioni per cui ne fu respinto, e scrisse libri violenti contro i caporioni della Riforma. Essendo stato arrestato a Firenze Lodovico Domenichi per avere fatto stampare la _Nicomediana_ di Calvino, la Renata ne scrisse al granduca da Consandolo, il 20 marzo 1552, com'altra volta in favore di Sebastiano Dedi da Castrocaro.
Più memorabile è l'asilo ch'essa diede a Calvino. Perseguitato in Francia dalla Sorbona, nel 1536 ricoverò presso la Renata col nome di Carlo d'Esperville, e giovane eppur sempre grave e serio, di scienza profonda, di molta unzione nel discorso, traeva profitto dal suo apostolato, e un tratto sperò riuscire in Italia a meglio che non avessero potuto Lutero e Zuinglio. Veniva con lui da segretario l'ora detto Marot, che tradusse in versi i salmi, i quali furono cantati nelle rivoluzioni d'allora, come la marsigliese nelle nostre[80]. Altri pure capitavano a Ferrara, per religione spatrianti. Madama di Soubise, governante della Renata, teneva seco la figliuola Anna di Partenay e il figlio Giovanni, che poi col titolo di sire di Soubise fu de' capi degli Ugonotti in Francia. I fratelli Giovanni e Chilian Sinapi tedeschi, riformati e amici di Lutero, il primo de' quali avea convertito e sposata la ferrarese Francesca Bucironi (1538), erano venuti a quell'Università insegnando il greco, ed istillavano massime eterodosse ai tre figli della Renata. La quale per compagna alla sua figliuola, diede Olimpia, figlia di Fulvio Pellegrino Morato, già tinta del colore stesso.
Ercole II era figlio di Alfonso I e della famosa Lucrezia Borgia, e fratello di Ippolito cardinale, vescovo di Ferrara, di Milano e di non so quanti luoghi, che per poco non fu papa dopo Giulio III, e che fabbricò la villa d'Este famosa a Tivoli, e protesse i letterati al modo che sa chi conosce le vicende dell'Ariosto e il motto divulgato. Ercole tenne corte splendida; introdusse a Ferrara l'arte di tessere gli arazzi ad uso di Fiandra, fabbricò il palazzo Coparo e la delizia della Montagnola; cassò la franchigia dei duelli che durava ne' suoi Stati; raccolse un museo mumismatico; ma era a pezza lontano dall'abilità politica e militare, come dalla scienza di suo padre. Sopratutto repugnavagli il carattere imperioso della moglie e gl'irreligiosi comporti; e sulle prime osò tenerle fronte, e voler che fossero mandati via Marot, Soubise e il resto della contumace colonia francese. Marot ritirossi a Venezia, in una casa presso Lido, a poetare, finchè ottenne di tornare in Francia, patto che si mostrasse buon cattolico: e nol facendo, dovette ritirarsi a Ginevra, dove per iscostumatezza ebbe condanna di morte, commutatagli nella bastonatura per intercessione di Calvino. Allora ricoverò in Piemonte, ove morì il 1544.
Calvino partì da Ferrara travestito, e avviatosi alle Alpi, giunse ad Aosta[81], poi a Ginevra, che dovea diventare la sua Roma. I lodatori di esso deplorano abbia dovuto abbandonare l'Italia, dove avrebbe potuto acquistare il gusto delle arti e il sentimento del bello di cui fu sempre sprovvisto. Certo egli non fa alcun cenno di impressioni estetiche avute in questo viaggio: e il suo soggiorno in Italia fu tanto breve, da non avervi lasciato traccie o scolari.
Nel 1545 Paolo III diede ordine ai magistrati di Ferrara d'indagare varie persone sospette di colà: e fu allora che Olimpia Morata sposò Andrea Gunther, medico tedesco, e con esso fuggì in Germania. Sant'Ignazio deputò a Ferrara il gesuita ginevrino Claudio Jay (1547) affinchè, mezzo francese, migliore accesso avesse alla Renata: ma in due anni, a pena potè ottenerne un'udienza. V'andò Francesco Borgia, il famoso santo, amico e compagno di Carlo V, lontano parente della casa estense in grazia della Lucrezia Borgia, e persuase il duca a porre nella sua città un collegio di Gesuiti. A questo diè molta mano Maria Frassoni, che con proprj denari fabbricò la casa, dove entrarono i padri Pascasio Broet e Giovanni Pelletario, e apersero scuole che divennero popolari.
I papi continuarono a tenere l'occhio sospettoso su quei semenzajo d'eresia, e Giulio III si prefisse d'estirparla coll'ajuto d'Enrico II di Francia, nipote della Renata. Questi vi mandò il dottore Oriz suo penitenziere e inquisitore in Francia: e Le Laboreur, nelle aggiunte al Castelnau, ci ha conservate le istruzioni dategli. Dovea mostrare l'immenso disgusto del re nel vederla precipitata nel labirinto di sciagurate opinioni, dalle quali se la sapesse ravveduta, n'avrebbe tanta allegrezza, quanta se la vedesse resuscitata da morte. Ove le rimostranze non bastassero, doveva obbligarla ad assistere con tutta la casa sua a sermoni di controversia; quando non ne profittasse, intimarle essere volontà del re che il duca la facesse riporre in luogo appartato, ove non potesse corrompere altri, staccata sin dalla famiglia, mentre si sottoporrebbero a processo e condanna quelli che fossero sospetti di false dottrine.
Così fu fatto, e il marito per alcun tempo tenne la Renata e ventiquattro de' suoi chiusi nel castello di Consandolo, distante un 30 chilometri da Ferrara: ma quivi e alla vicina Argenta essi diffusero le loro dottrine. Il duca alternava rigori e perdoni senza frutto, or mettendola nel palazzo di San Francesco, or nelle stanze della reggia che son rimpetto alla facciata del duomo, con sole due damigelle. Calvino mandava conforti alla Renata e messaggi per mezzo di Lyon Jamet, secretario di essa, e «Giacchè piacque al signor Iddio nell'infinita sua misericordia, visitarvi colla tema del suo nome, e illuminarvi nella verità del suo santo Vangelo, riconoscete la vocazione vostra; giacchè esso ci trasse dagli abissi delle tenebre ove eramo cattivi, affinchè seguiamo direttamente la luce sua senza declinare» [82]. Fu talvolta che egli la credette caduta, e a Farel scriveva: _De ducissa Ferrariensi tristis nuncius et certior quam vellem: minis et probris victam cecidisse. Quid dicam nisi rarum in proceribus esse constantiæ exemplum?_ Ma s'ingannava: perocchè il duca così riferiva al re di Francia la pertinacia della moglie[83]:
«Sire, bacio le mani alla Maestà Vostra e quanto umilmente posso in bona gratia di lei mi raccomando.