Part 60
«È capitato in questa città otto dì fa un Nicolò Spanocchi, cittadino senese, il quale subito è venuto a trovarmi, e dopo un poco di proemio molto bene acconciato, essendo uomo di lingua e di buon intelletto, mostrò esser sempre stato devoto della regia casa de' Medici....... e che per calunnie de' suoi nemici, più che egli l'abbia meritato è perseguitato per causa di religione, come dice esser nota all'a. v. E mi disse come, essendo egli del magistrato della balìa di Siena e uno dei quattro eletti a riceverla nella sua entrata che la deve fare in quella città, se ne veniva in Toscana, ma avendo incontrato per via uno, che gli portò la nuova della retenzione di un Lelio Soccino e di duoi nipoti di esso Lelio, sbigottitosi di questa cosa, prese la risoluzione di tornar addietro, e di mettersi in luogo dove potesse esser un poco più sicuro..... E se bene egli biasima molto il modo ch'è stato tenuto da Lelio, secondo che esso ha inteso, avrebbe desiderato che più tosto li fosse dato scala franca, e fattolo partir del suo Stato, per non aver dato alla città di Siena questo dispiacere in questa sua entrata. E anco aggiunge che, per non far fruttificar tai semi, sarebbe forse meglio proceder in questa maniera. Io certamente ho sentito molto dispiacere che l'a. v. abbia avuto necessità di metter la falce in questa biada, e certo annoveravo per una delle grazie che ella ha ricevuto dal Signore Dio il non essere finora stata astretta a fare simili persecuzioni, avendo visto per esperienza quello che ella ha causato negli altri paesi. Ora tornando al fatto dello Spanocchi, egli dice non fuggì il giudizio ma i giudici, e non voler in questa età di settantadue anni aver a stentare o morir di necessità in una prigione; che desidera e prega l'A. V. che si degni pigliarlo in protezione sua....».
Sisto da Siena ebreo, di buon'ora venuto alla nostra Chiesa, si vestì minorita, venerò come maestro il Caterino, e narra egli stesso come da lui imparasse la dottrina delle due predestinazioni, una per inevitabil decreto di Dio, l'altra condizionata, e «come opportuna a smuover certe dure menti, che alcuni eretici de' nostri giorni avean empite di disperazione coll'assoluta teorica del predestino», dai venti ai trent'anni l'andò predicando nelle primarie città d'Italia, con applauso degli uditori e frutto degli animi conturbati. Saputo poi quanto tal dottrina era contraddetta, la cessò, ma per essi errori fu tradotto al Sant'Uffizio. Frà Michele Ghislieri, compatendo alla gioventù e alla scienza di esso, si propose di convertirlo, e malgrado il puntiglio ch'esso metteva a non recedere dalla propria opinione, e' seppe raddrizzarlo: ne impetrò la grazia da Giulio III, e lo aggregò ai Domenicani, adoprandolo utilmente a predicare ed a convertire Ebrei, dei quali un gran branco erasi accolto in Cremona, donde divulgava libri di quella credenza[475]. Sisto sceverò le opere utili, quali il Talmud ed altre, e quelle che non poteano giovare a nulla mandò al fuoco: al fuoco pure gittò tutti i proprj scritti, non restandone che la _Bibliotheca Sancta_, ove trattò de' libri sacri, de' loro interpreti, degli errori che ne derivarono. Morì a Genova di 49 anni il 1569.
L'Inquisizione nel 1569 eresse in Siena una compagnia di Crocesignati applicati principalmente a servigio del Sant'Uffizio, ma grandissima difficoltà incontrò in paese, e se il governatore Conte di Montaguto non vi si era opposto da principio, molti cittadini sorsero a mostrar il pericolo che verrebbe al principe in paese di fresca conquista, dal tollerare che una società d'uomini vi si formasse indipendente dall'autorità secolare; e per cui mezzo l'Inquisizione più non avrebbe duopo d'appoggiarsi alla forza pubblica. Il granduca mandò subito che fosse sciolta, e ne scrisse a Roma, che promise farla svanire a poco a poco, affinchè dal torla improvvisamente non restasse disonorata l'Inquisizione.
Maestro Antonio della Paglia, nato verso il 1500, da Matteo e da Chiara Gianarilla, a Veroli, città vescovile all'estremità della campagna di Roma, secondo il costume latinizzò il suo nome in Aonio Paleario, studiò a Perugia, poi a Siena (1530), «città bellissima e ben situata, ma guasta da spirito di partito e da incessanti fazioni, onde i signori vivono in campagna, e così le nove Muse ne sono bandite: ma le persone son d'ingegno acuto e vigoroso; i giovani hanno un'accademia, dove espongono spesso componimenti nella lingua materna» del che esso li disapprova come distragga dal latino e greco[476]. Coi sussidj di Cincio Frigipani romano fu a Padova, ove da Benedetto Lampridio udì leggere le orazioni di Demostene. Tornato a Siena, difese insignemente Antonio Bellanti, accusato di malversazioni e congiura; ma gli avversarj ritorsero l'accusa contro lui stesso, che n'ebbe nuova occasione di mostrar la sua eloquenza. Da quel senato fu preso pubblico precettore di lettere greche e latine, poi di filosofia. Colà attinse le idee dell'Ochino, poi le diffuse a Colle in Val d'Elsa, dove avea tenimenti, e a San Geminiano. Fece un poema in tre canti sull'immortalità dell'anima, in cui il sacro va misto col profano, e invocato Aristotele a guida nella pericolosa ricerca. Lo dedicò a Ferdinando re de' Romani, e i critici lo paragonavano al Vida e al Sannazaro; il Vossio lo qualifica di divino e immortale. Ne mandò un'edizione scorretta al cardinale Sadoleto, suo patrono, pregandolo inducesse lo stampatore Grifio a farne una migliore. Quegli in fatto il raccomandò caldissimamente: aver quel libro un sapore lucreziano; nulla esservi che non fosse detto latinamente, e non mostrasse giudizio e diligenza: _multaque præterea ubique nitentia ingenii et vetustatis luminibus, et, quod ego pluris quam reliqua omnia facio, christiana mens, integra castaque religio, erga Deum ipsum honos, pietas, studium, in eo libro vel maxime non solum docere mentes errantium, sed etiam animos incendere ad amorem puræ religionis possunt_.
All'autore poi scriveva non aver letto opera a' suoi tempi che gli piacesse più del poema di lui, e: «Come il volto pacato e costante nell'uomo è indizio di mente ben affetta e di probo animo, così cotesta tua egregia pietà verso Dio, che s'appalesa ne' tuoi scritti, ci obbliga a fare insigne stima di te, d'ogni senso dell'animo tuo, e della eccellente dottrina[477]».
A Roma Aonio ebbe grand'amici il Mauro d'Arcano e il Berni, e i suoi versi erano letti con delizia nell'Accademia de' Vignajuoli e in privati banchetti, siccome quel che, nel 1531, diede il Musettola traduttor di Lucrezio, dove non si bevve altro vino che il raccolto a Napoli dalla vigna del Pontano.
Tornato a Siena, il Paleario sperò esservi fatto professore, ma fu contrariato. Ebbe acerbe contese con uno ch'egli intitola Maco Blaterone, contro del quale pur si avventò Pietro Aretino. Aonio risedeva a Ceciniano e a Colle, ove di trentaquattro anni sposò Maria Guidotti con seicento fiorini di dote: e n'ebbe due figli e due figliuole. Amava disputare sull'anima, e n'ebbe parole con alcuni filosofi, venuti apposta a trovarlo a Colle; ma di ciò l'imputarono gli zelanti, cercando avversargli il popolo e il duca, con quelle arti d'invidia che non rifuggono da infamia veruna. Le loro macchinazioni, i furenti discorsi, le calunniose imputazioni, l'indignazione, l'amor proprio, la mortificazione resero il Paleario invelenito contro i nemici, e le sue corrispondenze[478], massime con Lelio Bellanti e Pterigi Gallo, svelano cogl'intrighi degli altri anche l'irrequietudine sua.
Tutto ciò può aver esacerbato gli animi e predisposto alle persecuzioni che gli costarono sì caro. Sentivasi chiamato a qualcosa meglio che insegnar latino e greco[479]: ricorreva per protezione o difesa al suo arcivescovo Bandini e al Sadoleto; e viepiù gravato dai mali pubblici, giacchè i Turchi sbarcarono minacciando Orbetello e Siena, lagnasi d'aver dovuto lasciar la patria e ogni cosa diletta.
Il Sadoleto s'accorse del trascender d'opinioni del Paleario, e l'ammonì, ma egli non vi fece mente, e seguitò manifestandole. Singolarmente levò rumore coll'attaccare un tale ecclesiastico, il quale, assiduo a prostrarsi davanti a reliquie, non pagava poi i suoi debiti. «Colta dice che, se mi lascia in vita, più non resterà vestigio di religione in Siena. E perchè? perchè, domandato qual fosse la prima cosa in cui gli uomini dovessero cercar la loro salvezza, io risposi, _Cristo_; domandato qual fosse la seconda, risposi, _Cristo_; quale la terza, ed io ancora, _Cristo_».
Di qui trapela l'idea che è svolta nel _Trattato del beneficio della morte di Cristo_, del quale parlammo nel discorso XIX. Colà vedemmo quanto interesse eccitasse quel libro, che dapprima fu tenuto opera di pietà, e ristampato con altre devote, siccome nell'edizione posta all'Indice da Sisto V, col titolo: «Trattato utilissimo del Benefizio di Cristo, con li misteri del rosario, con l'indulgenza in fine di papa Adriano VI alle corone dei grani benedetti». Noi l'abbiamo analizzato, e dicemmo che l'autore ne rimase ignoto, perciò fu attribuito a diversi; al Valdes, dal quale in fatto son copiate moltissime parti: al cardinal Contarini, al Flaminio, ad altri. Il cardinal Morone confessa averlo ammirato e diffuso e nel processo di lui, un Domenicano dice averlo veduto manuscritto a Verona, mandatovi a un canonico Pellegrini, che lo diede al vescovo, il quale, giudicandolo cosa buona, lo passò a lui: ma egli vi scoperse il marcio, e si dolse di vederlo, poco dopo, stampato e diffuso.
Pietro Paolo Vergerio, nel commentar l'Indice de' libri proibiti fatto da monsignor Della Casa, dice che molti pensano non esservi stato all'età nostra, almen in italiano, alcuno scritto così soave, così pio, così semplice, e così adatto a istruir anche i più rozzi e deboli, massime sull'articolo della giustificazione. E soggiunge: «Ma ci è ancora da dire di questo _Benefizio di Cristo_. È un certo frate, che non lo vuole a patto alcuno: e con speranza di aver un benefizio dal papa, ha fatto una invettiva contro quel (_benefizio_) di Cristo crocifisso. È stato poi un altro buon ingegno e spirito che lo ha tolto a difendere, ed ha composto un dolce libro, e l'ha dato nelle mani di un cardinale, il quale ha fama di aver lume di conoscere gli errori della Chiesa e gustar la dolcezza dell'Evangelo; certo egli ha di molte virtù eccellenti. Ma mi risolvo che (se questo cardinale non lascia adesso venir fuori la difensione che egli ha in mano di quel buon libro, e se non si scopre a dire ch'egli sia buono) la fama sia falsa, e che non sia in lui quello spirito che molti hanno creduto. Egli suol dire che bisogna esser prudente, ed aspettar l'occasione e il tempo opportuno. È ben detto, ma non sarà occasione e tempo opportuno adesso, che in tanti modi tanta gente cerca di estinguer e sepellire il benefizio e la gloria di Cristo? Quando si vorrà egli dichiarare e farsi conoscere per suo soldato, se nol fa adesso che il suo Cristo è tanto combattuto, travagliato, afflitto? Orsù, starem a vedere cosa farà questo cardinale. Dio gli doni ardire, e sarebbe ben tempo ch'egli si avesse a dichiarare con tutta la sua scola.
«Aggiungo di questo libretto che sono due persone, le quali vi hanno posto mano; una l'ha cominciato, l'altra finito ed espolito, e tutte due sono in Italia, e molto conosciute e carezzate dai primi membri e ministri di Roma, e il libro loro è condannato per eretico. Staremo anche a vedere se essi potranno sofferire, e divorar questa ingiuria che è fatta sulla faccia del Padre loro celeste, o se pur la vorranno dissimular e godersi le comodità e delizie delle chieriche loro».
Da retore e sofista, il Vergerio vuol confondere il titolo del libro col benefizio di Cristo, quasi sia questo dai censori condannato. Poi stringe: «Or di questo libro, ascoltate; o è buono, o è tristo. Se è buono, perchè averlo condannato? Se è tristo, perchè ne hanno prima lasciati vender quaranta mila, che tanti io so che, da sei anni in qua, ne sono stampati e venduti in Venezia sola? perchè hanno lasciato andar attorno tanta quantità di tossico di anime, secondo loro?
«Questa è gran cosa; dove costoro, essendone tanto pregati e sgridati dovrebbero ogni anno diventare più umili, più riconoscere gli errori, le superstizioni, le tenebre nelle quali hanno voluto tener soffocata la povera gente, e mitigarla, e farsela benevola, e compiacerla dove va la gloria di Dio, vedendo che ella desidera tanto di stare con la dottrina dell'evangelo, si hanno deliberato di voler insuperbire ogni giorno più, e di voler tenere bassi e tirannizzar i poveri popoli, e ascondere ogni cosetta che potesse dar loro luce alcuna della salute. Chi non sa che i popoli si faranno beffe delle indulgenze, de' giubilei, e di tutti l'altre invenzioni e pensate d'uomini, con le quali un tempo di lungo si è dato ad intender che si potesse avere la remissione de' peccati, quando avranno avuto la grazia di poter con viva fede conoscere il gran benefizio che ha fatto loro il celeste Padre, dando il figliuolo diletto a spander il sangue e morir sulla croce».
Quei due che posero mano all'opera secondo l'asserzione del Vergerio, si supposero il Flaminio il Paleario: e' soggiunge che il cardinale Polo ne procurò la difusione d'accordo col Flaminio, col Priuli ed altri di quella scuola, e lo mandarono a un librajo eretico o sospetto, che ne vendesse più copie che poteva, o il donasse, ch'essi rimborserebbero.
Il frate oppositore, a cui accenna il Vergerio, è Ambrogio Caterino, più volte da noi mentovato, e che, fra innumerevoli scritti polemici, stampò un «Compendio di errori ed inganni luterani, contenuti in un libretto senza nome dell'autore, intitolato, _Trattato utilissimo del beneficio di Cristo crocifisso_ (Roma 1544)». È unito alla _Resoluzione sommaria contro il sommario della Scrittura, traduzione di Melanctone_.
Da Antonio Caracciolo, nella vita manoscritta di Paolo IV raccogliamo che a Treviso fu trovato «un pedante chiamato messer Angelo» che era stato a Venezia; da Zurigo mandava i pestiferi libri del Benefizio di Cristo, ch'egli dice composti da un Benedettino di San Severino, siciliano discepolo del Valdes; e che fosse riveduto dal Flaminio, «anch'egli gravemente infetto».
All'autorità del Caracciolo si adagia il Ranke, il quale non sa indursi ad attribuir quell'opuscolo al Paleario, come neppur noi possiamo persuadercene. Nel processo del Morone, varj interrogati su questo libro rispondono ignorarne l'autore. Un librajo veneto che ne spacciò molte copie, dice: «Mi non ve so dir chi l'abbi composto, nè da che banda sia venuto... So che si vendeva per tutta Italia, e che si leggeva passim da tutti i cattolici». Esso Morone assevera che allora se ne conosceva benissimo l'autore. Un testimonio risponde: «Intesi dire, non so da chi, che l'autore era stato un monaco benedettino nero, amico del Valdesio, il qual monaco non conosco nè per nome nè altro; che di poi il Flaminio l'avea riveduto e rassettato a suo modo, e dato alla stampa». Nel processo del Carnesecchi si dà esplicitamente come opera di un frà Benedetto da Mantova benedettino, che lo lavorò appiedi dell'Etna, e che poi lo fece forbire dal Flaminio. Malgrado ciò, io propendo a crederlo traduzione, parendo da una parte dissimile dai lavori congeneri d'Italiani, dall'altra sentendovi tanto sapor toscano. Certo è più semplice che il Paleario non costumi nelle scritture sue, le quali del resto son tutte in latino; eppure al Paleario lo farebbero attribuire il professare egli aperta la dottrina del Cristo satisfatore quale sta nel libretto, e la difesa che fece di se stesso[480].
Perocchè gli scritti e le sue opinioni aveangli suscitato molti nemici, a capo dei quali Ottone Melio Colta sunnominato, che forse è anagramma di Orlando Marescotti: da trecento accusatori presentaronsi; dodici si offersero a testimoniar contro di lui, che davanti al senato di Siena si difese con una pomposa arringa latina, tutta retorica[481]. Ma in questa, non che scagionarsi, confermerebbe le accuse: dice che, per aver denunziati due mostri di religione, procacciossi la nimicizia di tutti i cucullati, i quali come porci s'avventano su chi uno toccò. «Io aveva discorso della repubblica designata avanti i principj del mondo e stabilita da Dio, della quale duce, autore, moderatore unico è Cristo; della legge abrogata, del gravissimo giogo della servitù discorremmo quel solo che ci permetteano questi miseri tempi, quando non è senza pericolo il palesare ciò che si desidera. V'ha uomini acerbi, duri, colpevoli, appo i quali neppur il Padre e Cristo autore della salute può lodarsi appieno; e mi fu dato accusa d'avere SCRITTO IN QUEST'ANNO un trattato in lingua toscana, mostrando quanti benefizj ci derivassero dalla sua morte. E dicevo che Esso, in cui risiede la divinità (_in quo divinitas inesset_), avendo profusa la vita tanto amorosamente per salute nostra, non dovevamo dubitare della volontà celeste, ma riprometterci ogni tranquillità e quiete: affermavo con autorità antichissime e certissime che erano terminati i mali, cancellata ogni macchia a quelli che, rivolti coll'animo a Cristo Crocifisso, si affidassero alle sue promesse, e ogni speranza appoggiassero in quell'unico che non inganna. Eppure a quei dodici, non dico uomini, ma bruti feroci parver così esecrande tali proposizioni, che l'autore reputavano degno del fuoco. La qual pena, se mi toccasse subire per tale testimonianza, beato mi reputerei. Perocchè siamo a tempi dove un vero cristiano non può più morire a suo letto. Ci accusino pure, ci imprigionino, ci torturino, ci strozzino, ci diano alle belve, tutto sopporteremo, purchè ne derivi il trionfo della verità. Che se non avessimo speranza nell'intimato Concilio, ove dai pontefici, da Cesare, dai re son convocati moltissimi da tutte le genti, dispereremmo che venga una fine di tante perturbazioni; che questo coltello levato contro chiunque scrive, si strappi di mano a quelli, che anche per lievissime cagioni voglion ferire crudelmente; dai quali fu arrestato il santo e integerrimo mio Sadoleto; da' quali ignoranti accusato Bernardino Ochino, di sì austera e ammirabil vita, non vedendo che voi foste pronti a difenderlo, stimò bene fuggire, soletto, errante in luoghi lontanissimi dall'Etruria nostra».
Qui profonde lodi al fuggiasco; poi viene a confutar le accuse. «Dici ch'io la sento coi teologi germanici. Ma in Germania ve n'ha di eccellenti. Tu però intendi Ecolampadio, Erasmo, Melantone, Lutero, Pomerano, Bucero e gli altri sospetti? Nessun teologo nostro fia così stupido da non capiere che molte cose in essi son lodevolissime, e desunte dai primi Padri, e dai commenti di Greci e di nostrali non disprezzabili, talchè chi gli accusa, accusa Origene, il Crisostomo, Cirillo, Ireneo, Ilario, Agostino, Girolamo. Dei fatti de' Tedeschi non tutto approvo: lodo d'aver suscitato le buone lettere latine, ridesti gli studj divini che giacevano oscuri; trovato e stampato libri latini, greci, caldaici, assegnato onorevoli stipendj ai professori. Seguirono poi discordie intestine, sommosse di popoli, guerre, che per la carità fraterna a me pure recarono immenso dolore. Chi non loda quelli, e non disapprova questi effetti?»
Insomma egli professa di non assentire agli eretici di Germania, ma reclama il diritto di trar le proprie credenze da antichi documenti, dalla Scrittura, dai Padri: e senza confessarsene autore, sostiene le medesime dottrine del libretto. Eppure non troviamo gliene derivasse altro inconveniente che d'essere mandato via da Siena. Allora passò a Lucca, con commendatizie del Sadoleto e del Bembo, che gli insinuavano d'usare prudenza. Ivi nel 1546 ottenne cattedra d'eloquenza e missioni pubbliche, e dovea recitare ogni anno due discorsi in grandi occasioni. Li possediamo, e son mera retorica, donde non trapelano dissensi religiosi. Ammirato prima, dappoi a concorso gli fu preferito il Bandinelli: del che irato egli partì, dopo dieci anni di dimora.
Come attaccato alla parte imperiale, sperò star meglio a Milano, e alla morte del Majoragio ebbe invito da quel senato a succedergli professore d'eloquenza. V'arrivò il 17 ottobre 1555, ed a' suoi figli descrisse la cortese accoglienza, e come recitasse la prima orazione ai 29 nella chiesa di Santa Maria della Scala, presenti il senato, il governatore, i pretori, il collegio de' giurisperiti e filosofi, e molto popolo. Al domani fu accompagnato al ginnasio dai principali senatori; ma esorta i figliuoli a studiare, perchè egli non trovasi altri mezzi, nè il suo soldo è pur sufficiente per lui solo. In fatti troviamo un ricorso ch'egli volse ai decurioni milanesi, mostrando come vivesse modestissimo con una fante, mentre avea lasciato il paese natale e un buono stipendio per amor di questa città. La quale, atteso la sua gran dottrina, il vantaggio che ne veniva a' giovani e l'onore alla città stessa, nell'aprile 1558 gli concedeva un assegno bastante per sei persone. Ebbe incarico di recitare un'altra orazione quando si credea che l'imperatore Ferdinando, Filippo di Spagna ed Enrico di Francia radunerebbonsi a Milano per conciliar la pace; dove loda questa, e spera nel Concilio e nel convegno col papa. Anche lettere dirigeva ai regnanti, con grandi encomj agli imperatori austriaci, e speranza ch'essi conserverebbero la pace, e osteggerebbero i Turchi.
A Milano rimase sette anni, e fra altri diede per tema a due suoi allievi di combattere e difendere la legge agraria. Abbiamo a stampa la tesi colla traccia data da lui, e le due declamazioni di Lodovico da Rho e di Carlo Sauli, uno che fa da Tiberio Gracco, l'altro da Marco Ottavio (Milano 1567). Scrisse pure un'orazione contro Lucio Murena, che l'Olivet dice non distinguersi dal latino di Cicerone.
Tutti i suoi scritti sono latini, diretti ad introdur il gusto classico, e perciò intinti del paganesimo dominante nelle scuole: e fin nell'epitafio di sua moglie mescola Cristo coi Campi Elisi[482]. Ma in tutte quelle scritture noi cercammo invano lo svolgersi del suo spirito nelle nuove idee, nè cosa che accenni a suoi legami co' Protestanti. Ben sappiamo che scrisse l'_Actio in pontifices romanos et eorum asseclas_ nel 1542, quando trattavasi di raccorre il Concilio di Trento, non pubblicata che ventisei anni dopo la sua morte e cinquanta dopo scritta.
«Replicate mie lettere degli anni passati agli Svizzeri e ai Tedeschi (dic'egli in questa press'a poco) palesarono le mie speranze e i sentimenti e disegni miei. Dio, padre di Nostro Signor Gesù Cristo, m'è testimonio ch'io desiderai da molto tempo che i principi cristiani presedessero a radunanza di persone di gran pietà e dottrina, innanzi alle quali potessi render la mia santa testimonianza, pronto anche a spargere il sangue per Gesù Cristo. Ma vedevo essi principi occupati in altro: e sentendo avvicinarsi la fine mia, scrissi la mia testimonianza e l'atto d'accusa contro i papi, affinchè, se la morte mi sopraggiunge, potesse giovar a' miei fratelli. Depongo questo scritto nelle mani d'uomini santi e fedeli, che lo conservino finchè si raduni un Concilio veramente generale, libero, sacro, solenne, pel quale io supplico il padre del Nostro Signor Gesù Cristo. Ma finchè ciò non s'avveri non venga pubblicato.