Part 61
«Se quel giorno sospirato risplenderà, che per la pubblica pace e per la concordia della Chiesa, i popoli obbedienti al vangelo possano unirsi, potranno ottener dall'imperatore, dai re e principi cristiani di obbligar seriamente il papa ad un concilio, ove possano tenersi pubblici e liberi convegni di persone d'ogni nazione cristiana, e tutte possano parlare liberamente per mezzo dei loro oratori, in presenza dei grandi e dei legati delle città. Se in quelle adunanze sarà stabilita equità di giudizj, e colla sola parola di Dio si toglieranno gli abusi, rimarranno levate le controversie religiose, sanate le chiese in modo che tutte formino un solo corpo: allora, ma solo allora, o miei depositarj, consegnerete questo scritto tal quale ai rappresentanti delle chiese di Svizzera e di Germania, che sono i difensori del santo vangelo; lo presenterete al Concilio generale libero, sacro, solenne, qual testimonianza d'un uomo pio, il quale morendo non avea ragione di mentire a Cristo. Questa testimonianza e l'atto d'accusa saran da voi lanciati colà come un fulmine, che abbatterà l'anticristo. Fratelli, ve ne supplico, non gli lasciate lungo tempo a rispondere: quell'iniquo dev'essere confuso di botto, in mezzo al Concilio, in presenza de' grandi principi. Allora leggete e rileggete la mia testimonianza coll'atto d'accusa; fate sia diligentemente discussa ed esaminata, e così la Chiesa di Dio sarà purgata».
Segue esponendo venti testimonianze, ognuna delle quali è la professione d'un dogma protestante, e l'ultima un'invettiva contro i traviamenti dei prelati.
Comincia la requisitoria dal descrivere i patimenti a cui va incontro chi si stacca dalla patria, dalla famiglia, dalle care consuetudini per voler professare il vangelo. Poi svolge i punti d'accusa suddetti. Quel che maggiore impaccio gli reca è l'antichità della tradizione di molte verità cattoliche. Ma egli pretende che già al tempo degli apostoli coi veri credenti ne vivessero de' falsi, che oscuravano la luce portata da Cristo, e da quelli vennero i dogmi repugnanti al vangelo, e le cerimonie, che poco a poco ci allontanano da Cristo, e gli innumerevoli precetti contro cui aveano tonato Pietro e Paolo, il purgatorio, le preghiere ai santi. Il lavoro è ben lontano dallo stile artificiosamente colto, che il Paleario adopera altrove, ed egli stesso ne fa professione[483].
Altre lettere scrisse agli eresiarchi d'allora; e nel 1566 erano portate e riportate da Bartolomeo Orello. In una «a Lutero, Melancton, Calvino, Butzer, e a tutti gli Svizzeri e Germani, che invocano Gesù Cristo», dissuade dall'accettare la convocazione del Concilio, qual era fatta, ma che la riformassero; e li mette in sospetto della gran premura che n'ha il papa. _Pontifex qui, id ætatis, non satis firma est valetudine, ne nocturnum quidem tempus sibi ad quietem relinquit; magnam copiam consultorum habet, quibuscum ad multam noctem sermonem producit; interdum autem jurisperitos, aut usu rerum probatos, aut astutos homines, addite autem si vultis improbos, consulit... advocat, orat atque obsecrat ut in communem curam incumbant_[484]. Udito l'arresto del Carnesecchi, pensò garantire dall'Inquisizione la sua Accusa contro i papi, e col mezzo dell'Orello ne informò Teodoro Zuinger medico di Basilea; questi lo ringrazia della confidenza, loda la sua volontà di giovar alla causa di Dio, ma dice sarebbe meglio affidata l'opera a qualche maestro in divinità, come Sulcer o Coccejo, nelle cui mani starebbe sicurissima.
L'Aonio scrisse poi al senato di Milano come fosse accusato dal padre inquisitore a titolo d'un'orazione latina, scritta trentacinque anni fa; per questa vedeasi molestato, e costretto separarsi dai giovani, ad istruir i quali era stato chiamato di Toscana. Ora pressato dall'inquisitore con nuove lettere, di presentarsi a Roma, risponde trovarsi sotto gli ordini del senato, nè poter di sè disporre senza consenso di quello. Benchè vecchio e di debole salute, non ricusa il lungo viaggio, ma non ha denari da farlo e da spegnere prima i debiti contratti, nè da viver a Roma tanto, che abbia dissipata l'ingiusta accusa.
Non sappiamo se il senato milanese gli concedesse la domanda; fatto è che egli dimorò a Faenza, la qual pure era città papale. Ma nel 1566, pontificando Pio V, frate Angelo di Cremona inquisitore andò arrestar il Paleario, e lo trasse a Roma e nel carcere di Tordinona. Le accuse riduceansi a quattro: che negasse il purgatorio; che disapprovasse il seppellir nelle chiese, preferendo si facesse fuor delle mura; che ponesse in baja il vivere e le foggie monastiche; che attribuisse la giustificazione alla sola fede nella misericordia di Dio, il quale perdona pei meriti di Cristo.
Il Laderchi dà come sua principale incolpazione l'aver pubblicato un libro, dove avea finamente stillato il veleno ereticale: veleno in lui talmente connaturato, che l'avea ripetuto in un'arringa scritta ai padri della senese repubblica; e soggiunge dicesse ai cardinali del Santo Uffizio: «Poichè le vostre eminenze han contro di me tante buone ragioni, non fa mestieri che prendano, o che diano a me più lungo fastidio. Io son fermo di operar secondo vuole san Paolo: _Cristo ha sofferto per noi, lasciandoci un esempio da seguire: non avea fatto male, non si trovò frode nelle sue labbra; ingiuriato non rispose, soffrendo non minacciò, ma affidò se stesso a Colui che giudica giustamente._ Procedete dunque nel giudizio, proferite la sentenza contro di Aonio, e date così soddisfazione a' suoi avversarj, e adempimento al vostro incarico».
Dopo lungo carcere fu condannato ad essere strozzato ed arso.
È vero che in morte si pentì? Dai _ricordi spettanti alla Compagnia della Misericordia di san Giovanni Decollato de' Fiorentini di Roma_ si trasse un'annotazione di quelli che assistettero a' suoi estremi momenti, e che ne narrano il pentimento, e come «confesso e pentito chiedesse perdono al Signore, alla sua gloriosa madre, e a tutta la corte del cielo, volendo morire da buon cristiano, e credendo tutto quel che crede la santa Romana Chiesa, e così fu morto e bruciato l'8 luglio 1570»[485].
Eppure negli ultimi giorni scriveva a' suoi: «Consorte mia carissima; Non vorrei che tu pigliassi dispiacere del mio piacere, nè a male il mio bene. È venuta l'ora ch'io passi di questa vita al mio signore e padre Dio. Io vi vo tanto allegramente quanto alle nozze del figlio del gran re, del che ho sempre pregato il mio Signore che per sua bontà e liberalità infinita mi conceda. Sicchè, la mia consorte dilettissima, confortatevi della volontà di Dio e del mio contento, ed attendete alla famigliola sbigottita che resterà, di allevarla e custodirla nel timor di Dio, ed esserle madre e padre. Io era già di settant'anni, vecchio e disutile: bisogna che i figli colla virtù e col sudore si sforzino a vivere onoratamente. Il Padre e il nostro signor Gesù Cristo sia collo spirito nostro.
«Di Roma il dì III luglio 1570.
«Tuo marito Aonio Paleario».
«Lampridio e Fedro figliuoli dilettissimi; Questi miei signori, cortesissimi insino all'ultimo, non mancano adesso della loro cortesia, e mi permettono ch'io vi scriva. Piace a Dio di chiamarmi a sè per questo mezzo che voi intenderete, che vi parerà aspro ed amaro; ma se il considerate bene, essendo di mia somma contentezza e piacere per conformarmi alla volontà di Dio, vi avrete anche voi a contentare. La virtù e diligenza vi lascio in patrimonio, e quelle poche facoltà che avete. Non vi lascio debito; molti chiedono alle volte e devono dare. Voi foste emancipati più di diciott'anni fa, non siete tenuti a miei debiti. Quando vi fossero chiesti, ricorrete a S. E. il duca, che non vi lascierà far torto. Diedi a Lampridio il conto di dare e avere. Ci sono la dote di vostra madre, e di collocar, come Dio vi darà la grazia sua, la vostra sorellina; salutate Aspasia e suor Aonilla mie care figliuole dilettissime nel Signore. L'ora mia si avvicina. Lo spirito di Dio vi consoli e vi conservi nella sua grazia.
«Vostro padre, Aonio Paleario»[486].
In queste lettere non è ombra di pentimento; e l'inesorabile continuator del Baronio, scrive: «Quando si vide che questo figlio di Belial rimaneva ostinato, nè si poteva per alcun mezzo ricondur dalle tenebre dell'errore alla luce della verità, fu meritamente consegnato alle fiamme, affinchè, dopo aver qui sofferto momentanei tormenti, si trovasse nel fuoco eterno».
Le sue opere furono raccolte dai molti amici che ebbe[487], e vennero più volte ristampate fuori, come esempio agli uni di bella latinità, agli altri di molta cognizione delle sacre scritture e di integra fede e zelo pacato.
Era stato amico del Paleario Latino Latini di Viterbo (1513-93) dotto giureconsulto, uno dei trentacinque incaricati di correggere il digesto del diritto canonico. Quando Antonio cambiò il nome in Aonio, parve a costui lo il facesse per eliminare il t che ha forma di croce; e su questo, che al più poteva esser oggetto d'una celia, fece un epigramma feroce allorchè fu bruciato:
_Musis amicus factus olim Antonius_ _Crucem putavit nomine_ _Si ferret ingens se patraturum scelus_ _Nullo abluendum flumine;_ _Velut profana tinctus unda, vatibus_ _Probrum futurum se ratus,_ _Aonius ergo fit repente, atque ambulat_ _Novo superbus nomine._ _Nescitque cano, lustra post decem, miser_ _Ætate confectum, gravem_ _Crucemque, laqueumque simul, et rogum horridum_ _Tandem repositum regia_ _In urbe, tanti sceleris ut pœnas luat_ _Reputatus ut sacer cinis._
Medichiamolo con un altro epigramma a sua lode, dettato da Giovanni Matteo Toscano, scolaro di lui, il quale molte poesie ne inserì nel _Peplus Italiæ, sive Carmina illustrium poetarum italorum_ (Parigi 1577).
_Aonio Aonides grajos prompsere lepores_ _Et quascumque vetus protulit Hellas opes._ _Aonio Latiæ tinxerunt melle Camœnæ_ _Verba ligata modis, verba soluta modis._ _Quæ nec longa dies, nec (quæ scelerata cremasti_ _Aonii corpus) perdere flamma potest._
Le opinioni protestanti cercarono ravvivarsi in Toscana verso il 1840, e n'erano principali apostoli Pietro e Luigi Guicciardini, che perciò ebbero qualche disturbo, mansueto però come si soleva in que' tempi. A Colle, ove il Paleario tenea possessi, trovarono essi, e misero in onore una lapide che diceva _Aonia Aganippe_, e la immaginarono posta da lui stesso a una fonte, della quale favella in lettera a Pterigi Gallo, e intendeano onorar così «l'illustre ed infelice poeta, filosofo letterato e martire della fede».
Come tale fu ammirato e rionorato a' dì nostri, massime da Tedeschi e Inglesi: se non che dicono differisse dagli altri Protestanti in quanto considerava il matrimonio come sacramento, e credeva illecito il prestar giuramento in giudizio per qualsifosse caso.
NOTE
[465] Il signor Grotanelli, bibliotecario di Siena, che ci ajutò molto nelle ricerche in quella città, pubblicò nel 1866 una _Canzone a santa Caterina da Siena di Marcantonio Cinuzzi_, indicando che il costui nome fu da me primo indicato nelle _Spigolature degli archivj toscani_. La canzone mostrerebbe ch'egli fosse più buon cattolico che buon poeta; e quando in un'ode spirituale canta,
Dunque de' miei gran falli Pentito e tristo, in tua pietà confido,
non è che la voce d'ogni cristiano. Ch'egli fosse perseguitato per materia d'eresia non appare; se non forse da una nota posta al fine della suddetta canzone a santa Caterina, che la indica _fatta_ il 1583, _doppo che l'autore havea hauta una lunga prigionia_.
[466] Nel 1546 si stampò a Siena la descrizione della festa fatta per la Madonna d'agosto, e la prima edizione essendo divenuta rarissima, ne fu fatta un'altra nel 1582, a Siena alla Loggia del papa; dedicata «alla nobilissima et honorata madonna Gentile Fantucci». Dopo il _Fine_ si legge: «Vostro servitore Cecchino libraro». Dovrebb'essere il Francesco qui indicato, autore e librajo, che appartenne alla compagnia de' Rozzi col nome di Bonaccio, come leggesi nel libro delle deliberazioni di essa società, nella biblioteca di Siena (v. II 47) dove pure si legge: «El dì 4 di settembre 1547 andò a partito questi tre per lettori; el Materiale, el Confuso, el Bonaccio; restò el Bonaccio».
[467] Archivio di Firenze, _Carteggio di Cosimo_, filza 143.
[468] _Id._ _Id._ filza 155.
[469] _Id._ _Id._ filza 161.
[470] _Id._ _Id._ filza 212 al 977.
[471] _Id._ _Id._ filza 217 al 73.
[472] _Id._ _Id._ filza 206 e 214.
[473] Vedasi CELSUS MINUS _senensis, disputatio in hæreticis coercendis quatenus progredi liceat, ubi nominatim eos ultimo supplicio affici non debere aperte demonstratur._ Christlingæ 1577. Nel 1584 fu ristampato con due lettere di Teodoro Beza e di Andrea Dudicio sul tema stesso e in contraria sentenza.
[474] _Archivio della Segreteria Vecchia_, N. 3101 e seguenti.
[475] _Thalmudicos hebræorum libros, impiæ ac prodigiosæ doctrinæ quos Judæi ex omni ferme Italia in eam urbem tamquam in commune judaicæ nationis asilum convexerant._
[476] Ritrovi simili continuarono poi sempre in Siena, finchè non sottentrò alla benevola affabilità la moderna idrofobia: e i padri nostri ricordavano la spezieria di Giovanni Olmi, alle Logge del papa, buon chimico e intagliatore, dove s'univano uomini che onoravano Siena, e dove s'ammansiva persino Vittorio Alfieri.
Fra le lettere di congratulazione dirette a Girolamo Gigli pel suo _Vocabolario Cateriniano_, n'ha una di Antonio Pizzicagigli di Reggio, fondator dell'Accademia degli Artificiosi, data da Roma il 30 giugno 1719, ove loda «la dottrina evangelica della santa Vergine, la quale fu certamente colonna di fuoco accesa da Dio nel cielo della santa Chiesa per illuminare gli errori di quel secolo perverso e scismatico, e fu similmente colonna di nuvola per distillare manna di saporitissima locuzione all'eloquenza vulgare mediante il dolcissimo sanese dialetto...» E soggiunge che puossi «dire che ogni privata casa di Siena sia un'accademia di ben parlare ed un areopago del buon vivere cristiano, secondo che si vede nella numerosa serie de' servi di Dio, la chiarezza dei quali (disse il gran cardinale Federigo Borromeo) fa distinguere il vostro benedetto paese fra altri, nel modo che la via lattea, tanto spessata di stelle, fa scomparire le altre parti del cielo».
S'ha un'epistola della venerabile vedova Brigida, donna che fu di Nicola Baldinotti di Pistoja, mandata alle religiose donne dell'ospitale di Santa Maria Nuova di Firenze, che trovasi in molti manoscritti del 400, ove fra altro dice:
«O quanto inestimabile e soave giubilo gusterebbi se, governando le sordide piaghe degl'infermi, penserete che Cristo Gesù volle essere tutto piagato per le nostre colpe! Questa ismisurata dolcezza sentì la beata Caterina da Siena, che governando una leprosa, e parendole che la sensualità un poco le contraddicesse, assalita dalla fiamma in superno amore, non tanto con le mani la lavò, ma ponendovi su la bocca, la leccò. O preziosa e pietosa commutazione dello eccelso Dio, che per la puzzolenta piaga della creatura volle ch'ella ponesse la bocca al suo santo costato, ecc.».
Un atto simile della contessa Arconati è lodato dal Manzoni nella _Morale Cattolica_.
[477] SADOLETI _Ep._ 25, _lib._ V.
[478] Il Lazari trovò venticinque lettere di Aonio Paleario nella biblioteca de' Gesuiti. _A. Palearii Miscellaneorum ex mss. lib. bibliothecæ collegii romani._ Roma 1757. E vedi Jon. GURLITT, _Leben des A. Palearius_. Amburgo 1805; _The Life and Times of Aonio Paleario, or a history of the italian reformers in the sixteenth century: illustrated by original letters and unedited documents._ London 1860, due volumi, della signora Young.
[479] _Moriar si me non angunt putidissimæ interpretationes meæ sive græcæ sive latinæ. Semper judicavi sordidum et obscurum iis, quorum ingenio aliquid fieri potest illustrius, si interpretandis scriptis aliorum humiles ac demissi quasi servitia ancillentur. Sed cum mihi res domi esset angusta, uxor lauta, liberi splendidi, et propterea magnos sumptus facerem, mancipavi prope me studiis iis a quibus semper abhorrui._ Epist. 4, libri IV.
[480] Il Melzi, nel _Dizionario di opere anonime e pseudonime_ (Milano 1859) dice che «il solo scrittore che in due secoli abbia veduto questo rarissimo libro fu il Reiderer. Non v'ha dubbio che ne sia autore il famoso ed infelice Aonio Paleario, ecc.».
La traduzione latina si crede di Francesco Pucci.
[481] _Oratio III pro se ipso ad patres conscriptos reip. senensis._
[482]
_Ni mihi spem Christus faceret; quem vita secuta est,_ _Non possem abrupto vivere conjugio._ _Ille mihi te olim redituram in luminis oras_ _Pollicitus, dulci pascit amore animum._ _Interea Aonium venientem cursibus ad te_ _Expecta campis, uxor, in Elisiis._
[483] _Quoniam mei testimonii similitudinem non in verborum volubilitate sed in re ipsa positam arbitror, missa nunc faciam dicendi ornamenta, quæ in alia causa fortasse me delectassent; in ea quæ Christi est, qui istis adjumentis non eget, minime delectant. Quod eo facio libentius ne quis putet me gloriæ umbram quærere, aut aliud quid præter gloriam Christi, qui per apostolum monet ne quis nos fallat sublimitate orationis. Tenue itaque atque humile dicendi genus sequar, et libenter profecto lingua vulgari et patria de his agerem, quominus viderentur hæc elaborata et inquisita industria, nisi apud eos sermo esset, quorum nonnulli italice nesciunt, latine omnes sciunt, etc._
La tradusse in italiano (Torino 1861) L. Desanctis, ma volle «mitigare alquanto quello stile aspro e qualche volta ingiurioso, che non si affà più alla civiltà de' nostri tempi», che ognun sa quanto siano parchi in fatto d'ingiurie.
[484] Ap. SCHOELHORN.
[485] Vedi la memoria pubblicata nello Schoelhorn, come pure le lettere seguenti del 3 e 5 luglio 1570. Erra dunque il Laderchi facendolo morto il 1 ottobre 1569: era stato arrestato nel 1568.
[486] Il Paleario ebbe sette figliuoli, di cui alla sua morte viveano due maschi e tre ragazze. Aspasia era stata, nel 1557, maritata a Fulvio della Rena con 1200 fiorini di dote; Aonilla stava nel convento di Santa Caterina a Colle; Sofonisba avea sposato Claudio Porzj, e forse era morta: la sorellina di cui fa cenno pare si chiamasse Aganippe. Di Fedro Paleario leggiamo in un manoscritto della biblioteca di Siena, ch'ebbe una figlia Sofonisba, bella come il sole, e che venuta a Firenze, il granduca ne fu così incantato, che la fece educare e le procurò buon collocamento.
[487] Del Paleario, nella Biblioteca di Siena vedemmo tre lettere autografe (_Miscellanee_, B, X, 8); due son le stampate, dirette alla moglie e a Lampridio e Fedro figliuoli: una da Lucca a «Niccolò Savolini scuolare a Pisa», del 9 novembre 1552, ove si firma «come padre Aonio Paleario», e gli scrive d'aver parlato col vescovo per farlo ordinar prete. Non ci pare importi pubblicarla. Nel codice II. X, 15, di _Miscela poetica_, a c. 64, vi sono «Rime varie alle sacre e sante ombre del Bongino» con una prefazione di Aonio Paleario «alla molto magnifica et virtuosa madonna Aurelia Bellanti conmadre osservandissima». Fra le molte rime vi ha due canzoni e tre sonetti del Paleario.
Ivi pure esistono (_Miscell._ C. VII, 12) «Memorie per servire alla vita di Aonio Paleario, raccolte da Carli Girolamo, e dirette ad Antonio Compagnoni». Fra queste è copia di una lettera di esso Paleario al cardinale Cervini, che poi fu papa: e benchè di poca entità, la trascriviamo:
«Monsignor reverendissimo et osservandissimo signor mio; Ho havuta la cortesissima di vostra signoria reverendissima, nè altro aspettavo da lei che cortesia et gentilezza, _quæ cum ætate et dignitate accrevit simul_. In quanto a quello mi dice, che bisogna espedire _in evidentem utilitatem_, nè io le harei chiesto altrimente, anzi, se vale V fiorini il stajo della terra, darne VII; se VII dieci; sì perchè sono cose di chiese, sì per l'onor di vostra signoria reverendissima, che lo prepongo al mio utile di gran lunga. Potrassi investire in tant'altra terra, che si vende contigua al podere di Corie, di un certo Cecchino collegiano, molto più vicina et commoda alle cose di detto podere, non mancherà il rinvestire con utile et commodo dell'abbadia.
«Ringratio la signoria vostra reverendissima dell'espeditione che mi promette gratis, sarà tra li altri infiniti obblighi che le tengo. Che Dio et padre del signor nostro Gesù Cristo la mi preservi sopra la vita mia.
«Di Menzano il dì XXIX di agosto MDXLIIIJ.
«Di V. S. R. Osservandissimo Aonio Paleario».
Nella Biblioteca Ambrosiana di Milano vedemmo pure varie lettere, anche autografe, del Paleario: loda grandemente i Milanesi e i decurioni perchè anche nella carestia non lo lasciarono mancare di nulla: altrove al noto storico Michele Bruto si querela perchè avesse stampato una lettera di lui senza informarnelo.
Nel suo processo mss. alla Magliabecchiana, segnato 393, è inserita in istampa l'orazione sua detta a Siena.
Sono stampati a Venezia per Francesco Franceschini, 1567, i _Concetti di Aonio Paleario per imparare insieme la grammatica e la lingua di Cicerone_, ecc.: ma realmente sono di Lazzaro Bonamici, mentre del Paleario è soltanto il _Supplemento de' concetti della lingua latina_.
DISCORSO XXXVII.
ERETICI DI LUCCA.
Il volgersi della critica alle cose sacre traeva a rigori anche l'aristocratica Lucca. Non meno religiosa delle sorelle, essa graziosissima città nel secolo XIII contava cinquantotto chiese, e cinquecenventisei nella molto diffusa diocesi. Al par degli altri Comuni italiani, avea fatto statuti contro gli eretici e i Patarini[488]: poi nel 1525 proibito i libri di Lutero e de' Luterani, obbligo a chi ne possedesse di consegnarli. Ma molti proseliti v'aveano fatto Pietro Martire, l'Ochino, Aonio Paleario, che vi stettero predicatori e professori. L'aristocrazia dominante o non se n'avvedea, o taceasi per non invelenire gli umori quand'erano ancor recenti la sollevazione democratica degli Straccioni e i tentativi parricidi di messer Pietro Fatinelli[489], e quando dovea tremare delle mal dissimulate ambizioni di Cosimo di Toscana. In nessun luogo trovammo accennato che si divisasse tener il Concilio a Lucca; ma fra le carte medicee dell'archivio di Firenze[490] ci occorse una nota del 1545, che annovera i motivi per cui i Lucchesi declinavano quest'onore ed erano:
1º perchè sariano costretti a gravi spese onde premunirsi da pericoli; 2º perchè ne resterebbe disturbata la mercatanzia sopra cui vivono; 3º che avendo appena da viver per tre mesi, troppo occorrerebbe fare venire per tanta gente; 4º che difficilmente si troverebbero alloggi; 5º che i prelati non avendo donne, non sarebbero veduti molto volentieri; 6º che il paese non gradirebbe tale convegno, e però ne seguirebbero maledizioni anzichè benedizioni.
Nel settembre 1541 Carlo V, reduce dalla dieta di Ratisbona ed avviato alla famosa spedizione di Algeri, invitò Paolo III a venir a Lucca per concertarsi sul Concilio. Il papa vi andò con sedici cardinali, ventiquattro prelati, gli ambasciadori del re de' Romani e di Francia, Portogallo, Firenze, Ferrara; l'ammiraglio de' cavalieri di Rodi con diciotto cavalieri; cencinquanta soldati a cavallo, ducento a piedi. Egli s'affaticò a distorre Carlo V dalla spedizione, che ognun sa come a male riuscisse e dalle concessioni che ai Luterani avea dovuto fare a Ratisbona. In quell'incontro verun disturbo fu recato ai dissidenti che vi dimoravano, tra i quali Pietro Vermiglio.