Part 59
[432] «Ho inteso per lettere di M. Marcantonio Flaminio, che v. s. ha avuto una febbre acutissima, la quale l'ha condotta appresso alla morte, e che ancora non è fuor del letto benchè sia fuor del pericolo. Ne ho sentito, come debbo, gravissimo dispiacere: e considerando fra me stesso, come v. s. è in ogni cosa temperatissima, e con quanto regolato ordine di vivere si governi, non so trovare altra causa delle tante infermità sue, se non che è di troppo nobile complessione, il che ben dimostra l'animo suo divino. Dovrìa Iddio, come i Romani conservavano quella statua, che cadde loro dal cielo, così conservar la vita di v. s. per benefizio di molti: e lo farà, acciocchè così per tempo non s'estingua in terra uno dei primi lumi della virtù di Toscana. Vostra signoria dunque col presidio di Dio attenda a ristorarsi e vivere con quell'allegria, con che soleva, quando eravamo in Napoli. Così ci fossimo ora con la felice compagnia! E mi par ora di vederla con un intimo affetto sospirar quel paese, e spesse volte ricordar Chiaja col bel Posilippo. Monsignore, confessiamo pure il vero, Firenze è tutta bella, e dentro e fuori, non si può negare; nondimeno quell'amenità di Napoli, quel sito, quelle rive, quell'eterna primavera mostrano un più alto grado di eccellenza, e là pare che la natura signoreggi con imperio, e nel signoreggiare tutta da ogni parte piacevolissimamente s'allegri e rida. Ora se vostra signoria fosse alle finestre della torre da noi tanto lodata, quando ella volgesse la vista d'ogn'intorno per quei lieti giardini, o la stendesse per lo spazioso seno di quel ridente mare, mille vitali spiriti se le multiplicherebbono intorno al cuore. Mi ricordo che innanzi la partita sua, V. S. più volte disse di volerci tornare, e mi ci invitò più volte. Piacesse a Dio, che ci tornassimo: benchè, pensando dall'altra parte, dove anderemo noi, poichè il signor Valdes è morto? È stata questa certo una gran perdita ed a noi ed al mondo, perchè il signor Valdes era uno de' rari uomini d'Europa, e quei scritti ch'egli ha lasciato sopra l'Epistole di san Paolo, ed i Salmi di David, ne faranno pienissima fede. Era senza dubbio nei fatti, nelle parole, ed in tutti i suoi consigli un compiuto uomo. Reggeva con una particella dell'animo il corpo suo debole e magro; con la maggior parte poi, e col puro intelletto, quasi come fuori del corpo, stava sempre sollevato alla contemplazione della verità e delle cose divine. Mi condoglio con messer Marcantonio, perchè egli più ch'ogni altro l'amava ed ammirava. A me par, signore, quando tanti beni, e tante lettere e virtù sono unite in un animo, che faccian guerra al corpo, e cerchino, quanto più tosto possono, di salire insieme con l'animo alla stanza, ond'egli è sceso: però a me non incresce averne poche, perchè dubiterei qualche volta, che non s'ammutinassero, e mi lasciassero in terra come un goffo, vorrei vivere, se io potessi: così esorto V. S. che faccia: le bacio la mano. Nostro Signore le dia quella prosperità di vita ch'ella desidera».
[433] Bisogna intendere Andrea, non Filippo, che non fu in Francia.
[434] _Carteggio universale_, filza 2972.
[435] Una lettera di Angelo Cajazzi teatino denunziava al papa, come eretico Giambattista Veneto, proposto generale della sua congregazione. _Carteggio di Cosimo_ 199.
[436] VIII del _Carteggio di Cosimo_.
[437] Il De Thou accusa Achille Stazio, valente letterato portoghese, cantore d'un poema sulla _Vittoria di Lepanto_, d'aver denunziato il Carnesecchi. Fra i 430 e più testimonj sentiti nel costui processo, o nominati come correi, lo Stazio non compare.
[438] Le due lettere sono nel Laderchi, vol. XXII, pag. 97, 98.
[439] Nominatamente Pero Gelido suddetto e Pietro Leone Marioni.
[440] Il Gibbings crede alluda all'imperatore. Vedi qui sopra a pag. 324.
[441] Forse il Paleario.
[442] Arch. Toscano. _Appendice al carteggio_ di Roma, filza IV.
[443] _Ibid_.
[444] _Legazione di Averardo Serristori ambasciadore di Cosimo I_ a Carlo V e in Corte di Roma 1537-1568 (Firenze Le Monnier 1853).
[445] Per soddisfazione della regina Caterina De Medici, il papa non esitò a mandarle il processo, che così venne conosciuto anche fuori del Sant'Uffizio. Gli estratti ne sono prodotti dal Laderchi, tom. XXII, p. 325; poi fu stampato da Richard Gibbings, _Report of the trial and martyrdom of Pietro Carnesecchi_. Dublino 1856.
Il Serristori scrive al 19 luglio. «Quanto più s'allunga il processo, le condizioni si peggiorano, al rovescio di quel che il Carnesecchi aspettava.
12, 19 e 21 settembre. «Gli si diedero altre dilazioni, se mai volesse ravvedersi, ma egli stette duro: invano gli parlò il cardinale Paceco».
[446] «Al supplizio andò tutto attillato, con la camicia bianca, con un par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano. Piaccia a Dio averlo compunto in quel punto di morte, perchè per prima non si era partito dalla sua prava opinione». SERRISTORI.
[447] _Carteggio di Roma_, appendice, filza XXVI. Nella XXXVI della legazione di Roma vi sono diligenze affinchè resti proibita la storia di Michele Bruto, scritta, dicesi, a istanza d'alcuni mercanti fiorentini a Lione: l'autore si esibì a modificarla nelle parti che ledono la casa Medici: ma essendo egli eretico, non si volle intraprenderne il trattato.
Nella filza LIII è un'istanza del granduca perchè le opere di Nicolò Machiavello vengano levate dall'Indice, facendone un'edizione espurgata.
[448] Io non trovai alcuno che avesse veduto questo libro, e non conosco alcun'opera di Calvino con questo titolo. Ben so che il Domenichi, al fin della sua vita, tradusse «La spada della fede per difesa della Chiesa cristiana contro i nemici della verità, cavata dalle sacre scritture, per frate Nicolò Granier» (Venezia 1565).
[449] Da un Giunti fiorentino, stabilitosi a Troyes in Sciampagna, nacque nel 1540 Pietro De Larivey, il primo che scrivesse commedie in Francia; e nella ristampa fatta il 1855 si attesta l'efficacia di lui sopra il teatro francese, specialmente sopra Moliére, e si mostra quanto abbia tratto da' nostri. Tradusse pure le _Notti facete_ dello Strapparola.
[450] È poc'altro che una revisione di quella del Bruccioli la _Bibbia novamente tradotta da la hebraica verità in lingua toscana_, per maestro Santi Marmochino fiorentino, dell'ordine de' Predicatori (Venezia, Giunti 1538 e 46). Anche Filippo Rustici, lucchese apostata, a Ginevra fece o rivide una versione della Bibbia sopra i volgarizzamenti del Vatable, del Pagnini, del Bruccioli. Solo da una lettera dell'Aretino al Dolce, novembre 1545, raccolgo che questi traducesse o illustrasse la Bibbia, scrivendogli esso: «Sì che seguitate pure la incominciata Bibbia, avvegnachè il fattor sommo vi aprirà i di lei secreti, così nel fine come nel mezzo».
[451] Il Bruccioli scrive a Cosimo I.
«Ill. ed Ecc. Duca, Ho, poche ore sono, avuta una di v. e., ed inteso il contenuto, non poco mi dolgo della malignità degli uomini, che sono sempre pronti a riferir male e far poco bene, come mi pare che qualche maligna anima abbia fatto a v. e. di me pure. Bisognando far altro che dolersi, dico il caso mio esser passato in questa forma, che qua è pena cinquanta ducati d'oro chi stampa cose senza licenzia, e due anni bando di Venezia. Ora essendo io andato fuor della terra, uno mio, che è sopra la stamperia, prese a stampare senza chieder la licenzia, una opera sospetta. La qual cosa saputa, furono tolti tutti i libri d'essa opera, non mia composizione e che non era in Venezia, ed arsi; e così caddi nella pena per la colpa d'altri: dipoi intesa bene la cosa, hanno levato il bando di due anni, ma che io debba pagare detti denari, che se ne vanno in ducati settanta: e che non sia stato per mia composizione o openione di eresia ne mando la fede a v. e. sigillata dal padre inquisitore, che si trovò a tutta la causa, e se non che i danari sono destinati a luoghi pii, avevo la grazia. Ancora di quegli delle opere mie ove sia il mio nome non è stata mossa, nè tocca, nè dannata alcuna, come ne può far fede ancora il segretario di v. e., al quale le ho mostrate, e chiarito che si vendono per tutti li librari. E se io fossi stato notato d'eresia, non potrei stare, non che in Venezia, neancora nel dominio, e tutte le mie opere sariano dannate, che non è dannata alcuna, ma approvatissime; nè è qua gentilomo a chi non sia doluto di tal disgrazia, che mi è stata di gran danno..... nè mai ho trovato uomo, per frate che sia, che abbia avuto ardire alla mia presenza di mettervi bocca.... È se nessuno è nello Stato di v. e. che abbia ardire di dannare cosa alcuna ne' miei libri della Scrittura sacra, sono parato sempre a mostrar che non sa che cosa sia Scrittura sacra nè pietà cristiana, e che è uomo maligno et ignorante, o voglia con li scritti, o voglia con la presenzia trattar la cosa davanti a v. e.
«Circa a scrivere a v. e. avvisi utili alla conservazione del suo Stato, al presente per il poco tempo che io ho da scrivere, non posso soddisfare, come farò per l'avvenire.... (_qui dà alcuni avvisi e finisce col_ baciar le signorili mani).
«Di Venezia 20 aprile 1549».
«La quarta opera che io dissi, nella epistola della dedicazione del libro, avere principiato per v. e., per buon rispetto ho voluto serbarmi a dirla qui, essendo di grandissima importanza e momento, perchè è tale che in essa vedreste gli avisi di tutte le cose che possono toccar lo Stato vostro, non solamente del passato e del presente, ma ancora del futuro. Questo è che, considerando io che tutti gli scrittori che hanno voluto costituire un principe che potesse sicuramente governare lo Stato, tutti hanno assegnato precetti e consigli, comuni a tutti i generi di principati che potessero servire, a tutti i luoghi e regioni ove fussino, ma nissuno, ch'io abbia mai visto o letto, ha nel dare buon ricordi al principe per la salvazione del suo Stato, avuto in considerazione la qualità de' suoi cittadini, gli umori di quelli, le fazioni di dentro e di fuori, le condizioni de' sudditi, come sieno animati verso il principe, o se sono desiderosi d'altri governi, e come ne' pericoli se ne abbia a fidare: di poi la qualità de' potentati attorno ecc. ecc. (_qui divisa la sua opera_). Dovendo esser quest'opera solo per v. e. come uno specchio, nel quale vedesse non solamente se medesima, ma e i suoi cittadini grandi e piccoli, fuorusciti e malcontenti, e tutta la possanza ed umore de' principi e dominj che potesse mai avere a fare cosa alcuna con v. e., e non solamente vedere i volti, ma e gli animi e le forze ed i pensieri, e perchè tal cosa doveva solamente servire per v. e. veggendomi di esser poco in sua grazia, se ben non lo merita l'amore e reverenzia che gli porto, e servigi che già gli feci, ho lasciato di seguitar tal opera, solamente facendo intender a v. e. che quella lascia perdere una delle più utili cose che si potessino mai pensare per quella....
«Di Venezia 8 giugno 1549».
Il 29 giugno torna alla cerca di sussidj:
«Quando primieramente scrissi a v. e. la pregai, per la necessità in che mi trovo, che mi volesse fare un poco di bene, o per l'amor di Dio o per servizj fattigli già in tempi pericolosi, o per quegli che mi promettevo fare. La risposta fu che io dovessi prima giustificarmi della imputazione d'eresia, il che feci, nè per questo ebbi mai cosa alcuna. E chi non direbbe di aver poco credito con un principe, se gli chiede una grazia di pochi scudi, e non la ottiene per promessa che gli si faccia? E se io mi trovassi il modo di poter vivere uno o due mesi di tempo che andiamo in dar compimento a tal opera, e da poterla far copiare, l'avrei fatto senza chieder prima cosa alcuna. Ma non avendo altra rendita che il tempo, mi bisogna metterlo in cose, per le quali io possa guadagnar il vitto alla mia famiglia.....»
E segue insistendo sull'utilità di quell'opera, con bassezza chiedendo. Poi il 4 agosto 1554, a M. Agnolo Dovizio da Bibiena segretario del duca, dà contezza de' maneggi di Piero Strozzi col Cavalcanti ed altri profughi, per far la guerra di Siena; al 18 agosto informa sugli andamenti e progetti de' fuorusciti, e continua a domandare per sè.
Un'altra del 25 agosto va sul tenore stesso. Sotto al 28 luglio 1554 troviamo questo estratto:
_Il Bruciolo vorria sapere se v. e. vuole che sia al suo servizio o no, e che desidera servirla_.
Il duca scrive di proprio pugno:
_Che serva, se lo vuole per ogni modo_.
Il 1º settembre costui fa congratulazione per le vittorie di Siena, promette un'orazione con cui mostrerà al mondo esser Cosimo giustissimo principe ed ornato di tutte le virtù ecc.; ragguaglia sugli Strozzi e su chi dà danari, e che partì l'ambasciadore di Francia, «e se avessi avuto la possibilità, e non avessi avuto l'obbligo delle lezioni, io pigliavo l'occasione d'andar seco fin a Ferrara, dove pel camino arei intese più cose più particolarmente. Corrono spesso di simili casi, a' quali sarebbe bene andar dietro con ogni diligenza, il che farò se vorrete. Per quest'altro corriere vi aviserò di cosa che ne potresti col tempo cavare qualche buon utile per le cose vostre».
Eppure solamente jeri, un di questi storici ciarlatani che or vanno per la maggiore, noverava il Bruccioli fra i martiri della buona causa, sol perchè messo all'Indice.
[452] Carte strozziane, filza 246.
[453] _Carteggio concernente Cosimo I_, filza LVIII. Quando l'esercito del sig. Gabrio Serbollone accampava in Francia, san Carlo a nome del papa informava il duca di Firenze che le sue genti aveano fatto danni al paese, onde lo pregava a desistere dai guasti e dalle prede, e risarcire quel che si potrà. Lettera 10 luglio 1560, nell'archivio di Stato di Firenze.
[454] Lettera d'illustri uomini, per Antonio Manuzio, 1561.
[455] _Carteggio di Cosimo_, N. 198.
[456] Arch. di Firenze, _Carteggio univers._, N. 180.
[457] _Carteggio di Cosimo_, N. 211.
[458] _Id._ N. 199, 200.
[459] _Carteggio universale_, N 145.
[460] _Id._ N. 147.
[461] _Carteggio di Cosimo_, N. 224.
[462] È Alessandro De Medici de' principi d'Ottajano, cugino di Cosimo I, che stette quindici anni ambasciator suo a Pio V a Roma, poi nel 1605 fu papa col nome di Leone XI, ma per soli 26 giorni.
[463] Ap. LAMI, _Lezioni_, pag. 600.
[464] _Carteggio di Roma_, filza C.
DISCORSO XXXVI.
ERETICI SENESI. AONIO PALEARIO.
Espugnata Siena, il duca di Toscana dovette adoprare ogni arte per soffogarvi i tentativi di nuova insurrezione: vi soppresse le accademie de' Rozzi e degli Intronati; carcerò, sbandì, fece com'è costretto a fare chiunque incatena un popolo.
Avremo a discorrere a parte dei Soccini: e già indicammo le prediche fattevi dall'Ochino. Nofri Camajani, che colà stava capitano di giustizia pel duca, s'accorse di semi di protestantismo difusi, e ne fe motto a Cosimo. Poi al 5 settembre 1558 scriveagli:
«Io non volsi mancare di dare avviso a v. e. ill. di quel che mi era stato parlato da più persone di certa semenza d'eresia che par si sia sparsa in questa città da qualche mese in qua, e ne detti avviso generale, secondo che mi fu rapporto allora da quelli tali. Dalli quali di poi ho avuto una lista di più persone, parte nobili e parte artigiani e plebei, che ne devono fare più scoperta professione, la quale sarà con la presente. Ho voluto intendere più particolarmente quel che si sia visto o inteso delle lor male operazioni. Dicono che per le chiese sono stati visti udire solo il vangelio, e poi voltar le spalle al Sacramento, con atti ed altre dimostrazioni derisorie del comune culto divino, e ragionar del purgatorio in burla, e un di loro par che una mattina, ritrovandosi alla predica di un frate teatino o riformato, che conteneva del purgatorio, subito si partì ridendo, e dicendo che non voleva più star a udire simili favole; oltre al parlare poco conveniente dell'autorità della sedia apostolica. Ma perchè simili umori non si sogliono scoprire più oltre che con piccoli segni, parimenti la legge si contenta di piccoli indizj per poter perseguitarli. Il signor G. (Inquisitore, Governatore?) mi ha detto che n'è stato parlato a s. s. ancora, e che io gli facessi avere quella medesima nota come ho fatto: e poi se piacerà o all'e. v. o a s. s. si potrà procedere in quel modo che più li parrà opportuno (_Omissis_).
«Lista dei nobili: li duoi figliuoli di M. Maria Sozini, cioè Carlo e Camillo. Fausto, fratello di M. Alessandro Sozino. Savola f. di M. Levio Pecci, e anco si dubita di lui. Marcantonio Cinuzi[465]. Nicolò Spanocchi. M. Francesco Buoninsegni.
«Lista d'ignobili: Mess. Paolo marescalco al ponte. M. Ippolito marescalco in Pantaneto. Francesco libraro alla Beccheria[466]. Nicolò conciator di cori (_cuoi_) barbarossa. Quel che assetta l'oriol di piazza. M. Cesare Sarto incontro alla fonte di Piazza»[467].
Noi abbiamo fatto ogni possibile per seguire questa traccia, ma fu invano, se non che da Roma al 23 luglio 1560, veniva diretta al duca questa lettera:
«Illustrissimo ed eccellentissimo signore,
«Essendo che ci consti al presente ne' suoi Stati, e principalmente nella città di Siena pullulare alcune eresie, e di giorno in giorno augumentarsi, alle quali se di breve non si provede, dubitiamo non avenghi come in molti luoghi di cristianità è avvenuto, partoriscano la perdita di molte anime, oltre a quelle che già sono in periculo, se la mano potentissima de Iddio non vi provede, e desiderando noi con il mezzo di s. e., si come è cura nostra, provederli per quanto possiamo; il che anche speriamo per il suo buon e santo zelo, quale sempre in lei abbiamo conosciuto verso la santa fede catolica, e questa sancta sede, abbi da desiderare e procurare, abbiamo dato ordine di mandarvi qualche servo da bene, proporzionato a questo bisogno; acciò, con l'ajuto di n. s. Iddio e per mezzo di v. e., possi provedere alla salute di tali, a' quali, se così non si provede, oltre il danno loro, seran causa di dannificare li altri. Et perchè desideriamo eseguir ciò quanto più presto, preghiamo v. e. si degni avisarci di quel che gli occorre e più li piace in questo negozio, alla cui gratia ci raccomandiamo sempre.
«Di V. E. Ser.
Il card. De Carpi. Il card. Puteo. Il card. Alessandrino. Il card. d'Araceli.[468]
Esso rispose, gloriandosi di esser persecutor de' ribelli di Cristo; ma poichè ama la giustizia, e talvolta queste accuse sono date per passioni private o per voglia di nuocere, desidera gli siano porte notizie più precise intorno a questo affare, e allora penserà al rimedio, senza ch'essi prendansi molestia. Altrove[469] abbiamo lettera del nunzio, che richiede al duca Cornelio Sozzini, per mandarlo all'Inquisizione di Roma.
Al qual punto si riferiscono pure le lettere seguenti al granduca;
«Ill. et Ecc. Padrone mio,
«Io non resto nè resterò di continuo de procurare con ogni destra opera, anche nelle proprie case de sospetti, per ritrovare la imboscata delli eretici, de quali potria forsi essere ora molta la segretezza, che continuasse nelli animi di qualche persona il credere che egli sieno in alcune loro male opinioni antiche, dipoi già lassate. Per il che odo dallo Inquisitore che alcuni sono andati da esso a dimandare et ottenutone il perdono, massime dopo la cattura di M. Achille Benvoglienti e de un M. Aonio (Paleario), molto tempo fa preso in Roma, che fu già qui pedante in casa de' Belanti, e seminava tal peste con chiunque praticava, et in fra altri di questa città era un M. Mino Celsi, che pochi dì fa se ne è partito e vistosi a Bologna, e si bene si crede per molti debiti che in vero si trova, e ne ha lassato ricordo a la moglie, con dirli de più che perciò si è allargato, da qualche altro si fa giudizio che possa essersi partito per la presa e pratica del sopradetto M. Aonio, e che forsi possi passare a Ginevra: però se ritrarrò dove egli si posi o altro de li sopradetti, ne farò subito consapevole v. e. ill. alla quale con debita reverenza m'inchino».
«Di Siena l'ultimo de luglio 69.
«Di V. E. Ill. divotissimo servitore
Federigo delli Conti Monteaguto[470].
«Serenissimo Padrone mio,
«Ho fatto, secondo il solito, pubblicare in Balia li nuovi Capitani di Giustizia di questo Stato, conforme al comandatomi da v. a., quale supplico si degni farmi dar cenno se io debbo lasciar abjurar in giorno festivo nella catedrale di questa città M. Achille Benvoglienti, come di già si intende aver abjurato in Roma, di dove pochi dì fa è tornato secondo l'ordine del Santo Offizio della Inquisizione, che se bene lo inquisitore qui questa mattina ch'è ritornato da Fiorenza, me ne mostra lettere e commessione di detto Offizio, e mi dice averne avuto licenza da v. a., mi è parso nondimeno a consentirlene, per più sicurità, aspettarne il comandamento di quella, si come ancora io desidero intorno alla ultima risoluzione nella causa delli uomini della Badia a Isola con li monaci di Santo Eugenio, quali, con tutto che pregati da me e fatti pregar instantemente dalli avvocati e procuratori loro, però solo in mio nome, non si sono possuti indurre, nè mi meraviglio essendo frati e bene stanti, ad alcuna concordia, e fanno gran diligenza per ottener l'esecutione delle sentenze, le quali si sarieno forsi possute concedere da me secondo il tenor dell'ultimo rescritto da v. a. ma per desiderio di non errare mi scuserà se novamente ne ricerchi il cenno di quella, alla quale pregando felicità e contento con ogni umiltà le faccio riverenza.
«Di Siena li 11 aprile 70.
«Di V. A. servitore fedelissimo
Federigo delli Conti Monteaguto[471].
Nel processo di questo Achille Benvoglienti, il Sant'Uffizio fece arrestare cinque streghe, che, convinte d'aver negato la fede, rinunziato al battesimo, ammazzati diciotto bambini, furono condannate al fuoco. Il granduca permette si eseguisca la sentenza. Nell'archivio fiorentino sta il costituto del Benvoglienti sopra materie religiose, e il Montaguto lo accompagna a Cosimo con notizie relative a quel processo[472].
Mino Celsi fu creduto un pezzo fosse un nome di guerra, sotto cui s'ascondessero Lelio o Fausto Soccino o il Castalio. Ma realmente egli fu di Siena, donde fuggì nel 1569, e visse tre anni fra i Grigioni, de' quali ci dà una pittura tutt'altro che lusinghiera. Passò poi a Basilea, e cercò sempre metter concordia fra i dissidenti; e fu uno dei tre, che, soli fra i teologi protestanti, disapprovarono il supplizio di Serveto: egli medesimo non impugna il diritto di punire per opinioni eterodosse ma vorrebbe applicata un'ammenda o l'esiglio, non la morte[473].
Nel settembre del 60 il mentovato Pero Gelido, da Venezia scriveva al granduca:[474]