Part 58
Più tardi il cronista Settimani, al giugno 1626 rammenta Antonio Albizzi, che in Firenze istituì l'accademia degli Alterati e fu anche console dell'Accademia Fiorentina: mentre serviva al cardinale d'Austria in Germania prese affetto alle dottrine nuove, e con un amico venne in Italia onde metter sesto agli affari suoi, per poi andare ove liberamente professarle. Ma scoperti, l'amico fu côlto e dato al Sant'Uffizio; l'Albizzi fuggì, e tornò ad Innspruk, poi a Kempen in Svevia; e quando appunto il Sant'Uffizio, mediante cedoloni affissi in quei dintorni, gli iterava la citazione, morì.
Esso cronista Settimanni di tempo in tempo rammemora alcuni puniti per eretici. «Addì 27 giugno 1660 in Santa Croce, fu posto sopra elevato palco Marcello Basini di Pietralunga, d'anni 60, e furongli lette molte eresie e enormità commesse, in presenza forse di 12 mila persone. Egli stette sempre ritto in piedi con un cartello al petto e candela gialla accesa in mano. Sul palco erano da sedici teologi col padre inquisitore, dal quale fu condannato per cinque anni alle galere.
«1671, 6 dicembre fu eretto un palco nella chiesa di Santa Croce, sul quale fu esposto alla vista di tutti, per lo spazio che durò la messa cantata, un giovane con candela gialla in mano e con cartello nel petto che diceva: _Per bestemmiatore ereticale_».
Un Tosinghi da Anversa fa sapere a Ceccotto Tosinghi d'essersi tolto l'abito monastico, e sposato con una badessa giovane e nobile[452].
Non men attento stava Cosimo alle cose di Francia, e mandò denari e uomini a combattervi la guerra di religione, intorno alla quale preziose notizie son a raccogliere dai carteggi de' suoi residenti; come vi trovammo lettere di Pio V, spiranti uno zelo smoderato; e sulla guerra di Fiandra e gli Ugonotti un carteggio continuato di Chiappino Vitello col principe don Francesco[453]. Anche gli avvisi dell'ambasciador di Toscana alla Corte cesarea riferivansi sopratutto alle dissensioni religiose.
In Firenze di solito metteansi inquisitori più cauti, oltre che alla prudenza erano indotti dalla presenza de' principi. Nelle altre città invece erano a continui contrasti coi ministri, de' quali intaccavano la giurisdizione, e a Siena e a Pisa inesorabilmente perseguivano chi uscisse in proposizioni ambigue, nè tampoco perdonando a leggerezza di studenti. A Pisa erano consultori del Sant'Uffizio quattro teologi, quattro legisti, quattro canonisti, quattro metafisici. In una lettera di Francesco Spino a Pietro Vettori del novembre 1545 è detto che Simone Porzio nell'Università di Pisa lesse sopra le meteore d'Aristotele, e come finì, molti gridarono _Dell'anima, dell'anima_, onde di mala voglia trattò quest'argomento, e fallì l'aspettazione. C'è poi una lettera di Paolo Giovio, 20 maggio 1551 a questo Porzio, ove fa un'allusione che si riferirebbe al soggetto nostro, ma che non ben capisco. «Preti riformati si sono scandalizzati, per non dire ammottinati del titolo del vostro libro _De mente humana_, dicendo che non vuol dire altro in effetto che _De libero animæ arbitrio_: per il che è restato arenato, e poco mancò che non abbi dato attraverso come le galee del duca Orazio»[454]. Nel 1567 gli studenti di Pisa appiccarono l'effigie di un santo; fattone processo, l'Inquisizione ebbe ad annunziare che un prete côrso spargeva dottrine ereticali, volendo che agli ecclesiastici si desse moglie, e il costoro celibato derivare non dallo Spirito Santo ma dal diavolo[455].
Serbandoci a dir a parte di Siena, anche in altre città di Toscana difondeasi lo spirito anticattolico, e nel 1564 l'Inquisizione di Roma ammoniva il vescovo di Volterra sopra un'accademia erettasi nella piccola città di San Geminiano da dilettanti di poesia, i quali sostenevano che la volontà può esser forzata dall'amore; gente del resto ignara delle dottrine teologiche[456]. In questa città, nel 1484 e 85 avea predicato il Savonarola con gran frutto. Nella vicina città di Colle vedremo tener contagiosa abitazione il Paleario. Il vescovo di Cortona nel 1569 informava il granduca essersi divulgato nella sua città che era proibito tener croci ed immagini, lo perchè molti le ascondevano o distruggevano, e chiedeva i modi di riparare a siffatto delirio[457]. Nel 1567 il prevosto di Lari, in occasione del _Corpus Domini_ recò in processione l'ostensorio senza l'ostia sacra. Peggio fecero i preti e cherici del Duomo di Pisa, nella messa valendosi d'orina invece del vino; del che abbiam il processo, come altri contro violatori dei conventi[458].
Dipoi gravi disturbi recò la pubblicazione della bolla _in Cœna Domini_, ridotta all'ultima sua forma, sul qual proposito corsero lunghissimi carteggi.
Già nel 53 erasi pubblicato in Toscana l'editto della romana Inquisizione contro i libri degli Ebrei, e nominatamente il Talmud. Nel 1558 Paolo IV mettea fuori l'Indice dei libri proibiti, dove inchiudeva non solo gli ereticali, ma quelli tutti scritti da eretici, o stampati da chi n'avesse stampato di eretici, obbligando i fedeli a portarli al Sant'Uffizio. Livio Torello, famoso giuridico, scriveva al Concino segretario del duca, esser troppo indiscreta questa legge, che colpiva i migliori libri, per esempio tutti i classici stampati oltremonte, e recherebbe il danno di centomila ducati alla sola città di Firenze; e consigliava di non attenervisi, come fecero e Milano e Venezia[459]. In fatto il duca ordinò non tenesse il divieto se non per libri concernenti religione, magia, astrologia giudiziaria, sospendendo l'esecuzione per gli altri: e massimamente impedì che i frati di San Marco bruciassero i libri riprovati che teneano nella loro biblioteca. Dopo lungo carteggio, l'Indice venne modificato dal Pasquali, ed allora il 3 marzo 1559 una quantità di libri fu mandata in fiamme sulle piazze di Santa Croce e di San Giovanni[460].
Eppure l'ottobre 1570, l'inquisitore scriveva al granduca come fosse smisurato il numero de' libri proibiti che vendeansi a Firenze, e domandava di poter ordinare; 1º che i libraj fra quindici giorni diano la nota di tutti i loro libri, nè abbiano a vendere che i catalogati; 2º nulla si stampi senza licenza dell'inquisitore; 3º non possano acquistarsi libri di morti, non visti dal Sant'Uffizio; proponendo multe pei trasgressori. Il segretario Torelli rispondeva esser inammissibile il 1º e il 3º punto, pel gran danno che ne ridonderebbe ai mercanti; il 2º già praticavasi; del resto i libraj avevano rimostrato come l'arte loro fosse già in tal decadenza, che per fattorini e garzoni di bottega non poteano omai trovar altro che figliuoli di birri[461].
Non vogliamo qui preterire come assai tardi sopravvivesse la venerazione verso il Savonarola; e al 20 agosto 1593 l'arcivescovo di Firenze[462], ambasciatore a Roma, scriveva al granduca che «per l'ostinazione de' frati di San Marco, la memoria di frà Girolamo Savonarola, che era dieci o dodici anni fa estinta, risorge, pullula, ed è più in fiore che mai stata sia: si seminano le sue pazzie tra i frati e le monache, tra i secolari, e nella gioventù: fanno cose prosuntuosissime; occultamente gli fanno l'offizio come a martire, conservano le sue reliquie come se santo fusse, insino a quello stilo dove fu appiccato, i ferri che lo sostennero, li abiti, i cappucci, le ossa che avanzarono al fuoco, le ceneri, il cilicio: conservano vino benedetto da lui, lo danno alli infermi, ne contano miracoli: le sue immagini fanno in bronzo, in oro, in cammei, in stampa, e quello che è peggio, vi fanno inscrizioni di martire, profeta, vergine e dottore. Io mi sono per l'addietro, per l'offizio mio, attraversato a molte di queste cose, ho fatto rompere le stampe. Un frà Bernardo da Castiglione, che n'era stato autore e le aveva fatte fare, lo feci levare di San Marco, e fu messo in Viterbo, dove si è morto: ho impedito che la sua immagine non sia dipinta nel chiostro di Santa Maria Novella in fra i santi dell'Ordine; il sommario della sua vita e miracoli ho fatto che non sia stampato: ho messo paura ai frati, gli ho fatti riprendere e ammonire, e penitenziare dai loro superiori, e a tutto questo mi favorì a spada tratta il cardinale Justiniano s. m., il qual conosceva l'importanza della cosa.....
«Serenissimo signor mio, per la molta pratica che io ho delli umori di cotesta città, a me pare che la devozione di frà Girolamo causa duoi effetti cattivi, anzi pessimi quando vi si gettano, come fanno di presente; il primo è, che quelli che vi credono si alienano dalla sede apostolica, e se non diventano eretici, non hanno buona opinion del clero secolare e de' prelati, e gli obbediscono mal volentieri, ed io lo pruovo. L'altra, che tocca a vostra altezza, è che si alienano dal presente felice stato, ed all'altezza vostra concepono un certo odio intrinseco, se ben la potenza e la paura li fa stare in offizio. Ed io mi ricordo che Pandolfo Pucci, una volta, poco innanzi che si scoprisse il suo tradimento, mi disse una mattina grandissimo bene di frà Girolamo con mia grandissima meraviglia: so che leggeva le sue opere con quelli altri congiurati... I suoi devoti son sempre queruli, sempre si lamentano, e perchè temono a parlar del principe, parlano dei suoi ministri et ordini; si fanno delle conventicole per le case: quando io lo so che sieno con pretesto di religione li proibisco, ma io di questo non posso essere molto informato».
E segue esortando a vigilar e punire.
Le cronache di San Marco riferiscono che in Firenze frà Ghislieri fece processo contro un grande ecclesiastico che tentava d'opporglisi, ma non sappiamo chi fosse[463].
Nell'archivio di Stato[464] troviamo memoria di Pandolfo Ricasoli, uomo di bontà singolare, che fe venir da Lione, nel 1636, de' libri di eretici col titolo di confutarli, e perciò ebbe brighe col Sant'Uffizio. Non va confuso con altro Pandolfo Ricasoli, di cui diremo a luogo e tempo.
A noi non parve nojoso il ripescare qua e là notizie relative all'Inquisizione in Toscana, per chiarire quanto tardi si arrivò a voler ottenere dalle coscienze spontaneamente fedeli un omaggio più prezioso, una sommessione più meritoria; a comprendere quanta dignità dia alla fede la libertà.
NOTE
[412] Per esempio in Santa Croce erano le cappelle degli Obizi, Busini, Arrighi, Orlandi, Uzzano, Castellani, Baroncelli, Peruzzi, Magalotti, Bellacci, Gubbio, Salviati, Valori, Covoni, Baldi, Ricasoli, Sacchetti, Benvenuti, Sirigatti, Orlandi, Infangati, Lupi da Parma, Donati, Ceffini, Asti, Riccialboni, Cavicciuli, Serristori, Panzano, Pierozzi, Machiavelli, Tedaldi, Bastari, Spinelli, Pazzi, Cavalcanti, Boscoli, Baroncelli, Zati, Altoviti, Giugni, Bucelli; tutte con bandiere e targhe, depostevi per voto o per ringraziamento. Il convento de' Cappuccini dovea un pranzo a casa Alberti, cui faceano l'invito regolare e scritto. La famiglia Ughi, discendente dal conte Ugo, aveva il diritto di ricevere una volta l'anno dall'arcivescovo di Firenze un pranzo. Le era mandata una tavola imbandita, con cibi prescritti, la più parte di majale: tutto a fiori e fiocchi, e portata da due servitori, fra la baldoria di fanciulli, che poi la godevano. Degli Ughi stessi è il fondo ove si fabbricò il teatro del Cocomero, e si riservarono diritto a un biglietto tutte le sere, finchè la famiglia si estinse.
[413] _Storia delle Chiese di Firenze_, vol. I, p. 202.
[414] Fra tanti altri, in un manuscritto della Compagnia de' Pellegrini a Firenze trovo questo:
_Qui non habet caritatem_ _Nihil habet,_ _Et in tenebris et umbra_ _Mortis manet._ _Nos alterutrum amemus,_ _Et in Deum_ _Sicut decet ambulemus_ _Lucis prolem._ _Clamat Dominus, et dicit_ _Clara voce:_ _Ubi fuerint in unum_ _Congregati_ _Propter nomen meum simul_ _Tres vel duo_ _Et in medio eorum_ _Ego ero....._ _Unanimiter excelsum_ _Imploremus_ _Ut det pacem nostris_ _In diebus_ _Jungat fidei speique_ _Opus bonum_ _Ut consortium cantemus_ _Supernorum._
[415] RICHA, _Storia delle Chiese di Firenze_, 8 volumi.
BROCCHI, _Vite de' Santi e Beati fiorentini_.
BISCIONI, _Lettere de' Santi e Beati fiorentini._
Oltre il Razzi e le tante monografie. E vedi qui sopra a pag. 297.
[416] Fra le carte tolte ai conventi, e deposte nella Magliabecchiana, trovammo pure la storia de' conventi di Santa Maria Novella e di Santa Croce, ma neppur parola dell'Inquisizione. Le carte di questa dovettero esser deposte nell'archivio della Curia, dove giaciono in disordine.
[417] Lo Statuto di Firenze era stato compilato la prima volta nel 1353 da Tommaso da Gubbio, e divenne quasi comune a tutta la Toscana, eccetto il Senese: talchè la repubblica ne commise una nuova redazione a Paolo di Castro nel 1415. Era talmente accreditato, che, giusta il Gravina, veniva chiamato _speculum et lucerna juris, virtus juris, dux universorum, robur veritatis, auriga optimus, Apollo Pythius, Apollinis oraculum, etc_.
[418] Di questa venuta di Cosimo a Roma fa cenno anche il De Thou, Historiæ XXVI, sez. 16, dicendo: Fluctuanti (Pio IV p.p.) et de alia quavis re potius quam de munere pastorali sollicito, supervenit Cosmus... perhonorificeque exceptus, ac deinde ad colloquium privatum admissus, rationibus suis pervicit ut Concilium indiceretur. Il Lagomarsino inveisce contro questo passo (Comm. alle ep. del Poggiano. Tom. II, pag. 154).
[419] N. CCIC del _Carteggio di papi e cardinali_ nell'Archivio di Stato a Firenze.
[420] Già riferimmo nel Discorso XXXI, nota 15, alcun che delle relazioni fiorentine sopra il Concilio di Trento. Singolarmente notevoli sono le corrispondenze di Bernardo Daretti nel 1546, di Pier Francesco del Riccio nei numeri 47 e 48 del _Carteggio universale_ nell'Archivio di Stato. Ambasciadore pel duca al Concilio era Giovanni Strozzi, poi Jacobo Guida vescovo di Penna. Del primo (al nº 4011) leggiam questa lettera del 1555 15 marzo al granduca:
«Essendo occorse più volte quistioni fra servidori, come spesso accade dove sono tante persone e di così diverse condizioni, e andatisi a poco a poco ampliando e facendosi interesse di nazioni subito che duoi s'affrontavano, del che qui si dà la colpa maggiore alli Spagnuoli, parendo che sieno vaghi di far quadriglie, venerdì alquanti di loro vennero alle mani con certi Italiani, e chiamando ciascheduno la sua nazione, crebbe la zuffa con molti feriti et alcuni morti, di sorte che il capitano della terra fece sonare a martello, e levato in arme il popolo, quietò il tumulto, et ha ordinato certe guardie per ovviare a simile scandalo».
Al 28 aprile 1563, Jacobo Guida scriveva al duca da Trento (nº 4015 del _Carteggio mediceo_):
«Venne qui nuova, li 24 di questo, a monsignor d'Augusta, ambasciador dell'illustrissimo duca di Savoja, d'una congiura che s'era scoperta di certi Ugonotti di ammazzare quel duca e duchessa ancora, ed essersi scoperta in questo modo. Un portiere di s. e., ingelosito che un suo segretario non si raggirasse intorno alla moglie, venne seco alle mani, tanto che l'ammazzò, sebbene egli restò ferito assai malamente: e preso dalla giustizia e condannato alla morte, pregò quegli ministri che dovessino sopratenere tanto l'esecuzione contro di lui ch'egli potesse far intendere a s. e. alcune cose che gli sarebbono di salute, rimettendosi alla bontà sua, intesa che n'avesse l'importanza, del campargli poi o no la vita, avendo fatto quanto aveva per il suo onore. Rivelò adunque come, per opera del principe di Condé, tre camerieri di s. e. avevano determinato di torle, e alla duchessa ancora, la vita, e che un italiano, che si tratteneva in quella Corte, era stato a nome del medesimo principe ricercato, che, preso da lui conveniente stipendio, si trattenesse in quella Corte per potergli far un dì qualche rilevato servigio, al che l'italiano non volle consentire altrimenti. Questi tre camerieri furono presi subito per intender da loro tutto il disegno, e gli altri capi ed interessati. E di pochi giorni innanzi era venuto nuova che monsignor illustrissimo di Lorena aveva in Venezia avuto lettere che la regina di Scozia aveva portato pericolo della vita per modo insolito: che in camera sua era entrato sotto il letto, poche ore innanzi che ella se n'avesse a ire a dormire, uno armato tutto d'arma bianca per ammazzarla la notte. Ma successe che, parendogli di sentire qualche poco di movimento, e facendo cercare tutte le stanze sue contigue alla camera, nè trovando cosa alcuna, commesse ancora che si vedesse sotto il letto. Dove scoperto costui, e fatto mettere in mano della giustizia, pare che dapprincipio dicesse che, preso dall'amore di lei, si fosse messo a questo, ma che poi in ultimo, stretto dai tormenti, confessasse che vi era stato indirizzato per ammazzarla, ma da chi non si sa ancora.
«Posso dire di più che di Francia è stato scritto a monsignore cardinale di Lorena come, sendosi inteso ch'egli pigliava una villa qui vicina a cinque miglia per trattenervisi alle volte in questa state, vi era chi disegnava contro la vita sua, e che per niente non la usasse altramente».
[421] Bolla di Pio V, 1569.
[422] _Literæ SS. D. N. Pii V super creationem Cosimi Medicis in magnum ducem provinciæ Etruriæ ei subjectæ._ Firenze 1570.
[423] Archivio di Stato, _Carteggio universale_, N. 44.
[424] _Carteggio universale_, N. 30.
[425] _Carteggio di Cosimo_, filza XXIX.
[426] _Carteggio universale_, N. 161 al 1561.
[427] _Legazione di Roma_, N. XI.
[428] _Ill. Domine frater noster honorande,
Scimus excellentiam tuam non ignorare S. D. N. hisce proximis diebus nos super negocio fidei deputasse. Verum, quia in præsentia ex officio nobis injuncto est super aliquibus rebus agere, atque a Petro Martyre, ordinis canonicorum lateranensium, de eis informari cupimus, exc. tuam enixe rogamus, velit, pro singulari suo in Christo amore, ac in hanc sanctam sedem apostolicam studio dare operam ut, quanto honestius et cautius fieri possit, idem Petrus capiatur, et ad nos eodem modo quo rev. dominus cardinalis Burgensis collega noster scripsit, cum alio fratre lucensi transmittendum curret etc._
_Romæ_ XVII _kal. octobris_ MD. XXXXII.
_Cardinales deputati_, IO. PETRUS. CARDINALIS S. CLEMENTIS. CARDINALIS BURGENSIS. P. CARDINALIS PARISIENS? B. CARDINALIS GUIDICIONUS.
_Archivio Mediceo_, cartella 3717.
[429] «Illustrissimo patrone. Io ricèvetti le di v. e. delli XI, al solito gratissime, insieme con la copia delle lettere scrittele dal commissario di Pisa sopra quello frate Cilio da Turino che le ho fatto intendere. E non pensi v. e. che quanto io ho scritto sopra ciò sia stato senza causa, chè mi pareva veder ordito una tela cui faceva ricordare di frà Girolamo al tempo del magnifico Piero de Medici, di che mi ricordo bene. Ma penso per grazia di Dio ne siamo presso che fuora, mediante le buone opere di frate Bernardino da Siena generale de' Cappuccini, che avrà chiarito che non sempre è oro quello che luce. Credami V. E. l'amor mi fa dire non meno ch'ella ha da guardarsi dagli eretici che ci abbiamo noi prelati, perchè menano la folla contro a tutte le potestà, ecc.
«Di Perugia XVI di settembre 1512.
Cardinale DE PUCCI.
_Archivio Mediceo_, fascio 5717.
[430] «Confidando s. s. nella buona e cristiana mente et intentione delle E. V., sicurissimo che non dispiacerà a Lei quel che mi ha ordinato che le faccia intendere, come è pesato oltre modo alla santità sua, e vi farà subito la provisione che le si ricorda, si è novamente ridotto in Pisa un pessimo spirito, chiamato Celio da Turino, quale pubblicamente e in più luoghi ha fatto professione di luteranesimo, et ultimamente trovandosi in Lucca, ove si dimostrò tale, ne è stato bandito, e si è ricovrato in Pisa, ove, sotto professione di maestro di scuola, ha insegnato quella mala setta et eresia. Il che essendo della importanza che v. e. può per sua prudenza considerare, ha bisogno di presto rimedio, onde s. b. la ricerca e stringe quanto più può per debito dell'offizio suo a mandar subito commissione al suo offiziale in Pisa che lo faccia carcerare et tenere sotto buona custodia, finchè si sarà fatta palese l'iniquità sua e castigata per esempio degli altri ecc.
«Da Roma 26 agosto 1552.
«Il cardinale FARNESE».
_Archivio Mediceo_, cartella 3717.
[431] In Santa Maria Maggiore a Firenze, nella nave a mezzodì, è la cappella dei Carnesecchi, collo stemma, che consiste in tre liste d'oro con sotto un ròcco pur d'oro; e da una parte l'arma de' Capponi, dall'altra quella de' Velluti per due dame entrate in quella casa. Anche la cappella della Comunione nella nave a tramontana fu fondata da Bernardo Carnesecchi nel 1449, oltre un'altra cappella pure dei Carnesecchi: e vi sono sparse qua e là molte lapidi de' Carnesecchi.
Le corrispondenze del Carnesecchi col Grannela sono nei manuscritti della Magliabecchiana, Classe VIII, 51: e così le lettere al Vergerio del 1534, in risposta a quelle che son nella Vaticana, _Nuntiatura Germaniæ_. Vol. IV.