Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 57

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Le eresie di che era imputato il Carnesecchi sono le seguenti: La giustificazione per la sola fede; le opere non son necessarie alla salute, che viene acquistata colla fede; l'uom giustificato però le fa ogni qualvolta glie ne vien occasione, ma non servono alla vita eterna; bensì dopo la resurrezione universale otterranno maggior grado di gloria. Per natura abbiam il libero arbitrio soltanto pel male: e avanti la Grazia, pel solo peccato. È impossibile osservare i precetti del decalogo, massime i due primi e l'ultimo, senza efficacissima grazia di Dio, e grand'abbondanza di fede e speranza, concessa solo a pochissimi. Non si creda se non alla parola di Dio, tramandata nelle Scritture. Nessun testimonio si trova delle indulgenze nella Scrittura; e valgono solo pei vivi, cioè in quanto alle imposte penitenze. Non tutti i Concilj generali furono congregati nello Spirito Santo: e non ben accertava se dovessero essere convocati dall'imperatore, dal papa o da altri. Esitava sul numero de' sacramenti. La confessione non riteneva d'obbligo, bensì di consolazione. Molto dubitò del Purgatorio, e stimava apocrifo il II libro de' Macabei dove si dice santo e salutare il suffragio pe' morti. Nell'Eucaristia credette rimanga la sostanza del pane, in modo che vi sia presente il corpo di Cristo, ma senza transustanziazione: opinione di Lutero, donde qualche volta piegò a quella di Calvino. Gioverebbe comunicar sotto le due specie anche ai laici. Il sacrifizio della messa non esser propiziatorio, se non in quanto eccita la memoria della passione di Cristo, e in conseguenza la fede, per la quale s'impetra la remissione de' peccati. Il papa è il primo de' vescovi per certa eccellenza, non per autorità; è vescovo di Roma, nè ha podestà sull'altre chiese se non in quanto il mondo gliela deferisce per riguardo a Roma; e fu usurpazione l'autorità che si arrogarono i pontefici, massime quella di conceder indulgenze. Riprovava alcuni Ordini monastici, come oziosi, e gli Ordini mendicanti come sottraggano il pane ai poveri; approvava lo zelo di quei che faticavano per la vigna del Signore, ma lo credeva non secondo la scienza, perchè nelle prediche troppo raccomandavano le opere. Giudicava spediente che ai preti si desse moglie. I religiosi non dover nè potere stringersi a voto di castità, perchè questa è dono di Dio, nè può prometterla se non chi sia sicuro d'averlo ottenuto: altrettanto dicasi delle monache. Riprovò i pellegrinaggi: poter ciascuno mangiar quello che gli piaccia, nè esser peccato trasgredir il digiuno; nè il tener libri proibiti. Cristo essendo unico mediatore fra Dio e gli uomini, è superflua l'invocazione de' santi.

«Desti alloggio, ricetto, fomento e denari a molti apostati ed eretici che per conto d'eresia se ne fuggivano in paese d'eretici oltramontani[439], e raccomandasti per lettera a una principessa d'Italia (Giulia Gonzaga) duoi apostati eretici con tanto affetto come se fossero stati duoi apostoli, mandati a predicar la fede ai Turchi, come tu confessi: i quali apostati, nel dominio di quella signora volevano aprire scuola con intenzione di far imparare dai loro teneri scolaretti alcuni catechismi eretici: i quali poi scoperti, furono mandati prigioni a questo Santo Uffizio.....

«Fosti consapevole d'una provvisione di cento scudi l'anno che da una perversa umilissima tua, inquisita ed infamata d'eresia, si mandava a donna Isabella Brisegna eretica, fuggitiva a Zurigo, e poi a Chiavenna tra gli eretici.

«Biasimasti ed improbasti, insieme con una persona tua complice, come superflua e scandalosa la confessione della fede cattolica, fatta nell'estremo della sua vita da un gran personaggio[440], nella quale tra le altre cose confessava il papa, e proprio quello che allora sedeva, esser vero vicario di Cristo e successore di san Pietro: lodando molto più il Valdes nel fine della sua vita, che 'l detto personaggio.

«Trattasti di avere in Venezia li pestiferi libri e scritti di detto Valdes da una persona tua complice che li teneva conservati[441], per farne parte di quelli imprimere e pubblicare, non ostante la proibizione fatta da questo Sant'Uffizio, o almeno che fossero occultati e nascosti; insegnando non esser peccato ritener libri proibiti, ma opera indifferente secondo coscienza: offerendoti ancora esserne diligente custode, e affermando esser più peccato quanto all'anima bruciarli che conservarli... e trattasti con quella persona che detti scritti ti fosser mandati in Venezia per via sicura, sì per desiderio di conservarli, come anco per liberar quella persona dal pericolo che le sovrastava tenendoli.

«Hai creduto a tutti gli errori ed eresie contenuti nel libro del Benefizio di Cristo... Nel corso delle difese concedesti che affermativamente avevi tenuto secondo Valdes, sino all'ultime approbazioni e confirmazione del Concilio Tridentino, l'articolo della giustificazione per la fede, della certitudine della Grazia, e contro la necessità e merito delle buone opere. E dichiarando tali articoli intorno la giustificazione, dicesti non saper discernere bene che differenza fosse tra le opinioni di Valdes e la determinazione del Concilio, e non essere ancora risoluto se dovevi condannare o no la dottrina sua in questa parte».

Preso, il Carnesecchi avea mandato avviso che i libri proibiti ch'erano fra' suoi, fossero gettati in un pozzo. Il suo processo, del resto congenere a quel che già recammo del Morone, è curioso per le molte particolarità che se ne raccolgono intorno ad esso Morone, al Polo, al Foscarari, al Priuli, al Geri, al Flaminio, alla Giulia Gonzaga, alla Vittoria Colonna, alla Merenda, ad altri di quella scuola. Il duca Cosimo ne seguiva l'andamento; e il Babbi ambasciador suo a Roma, il 20 giugno del 67 gli scriveva:

«Avantieri, coll'occasione della cavalcata di Milano, scrissi all'eccellenza vostra illustrissima come si doveva jeri alla Minerva condannare alcuni Luterani, come si fece fino a dieci. Fra' quali non fu alcun nobile, se non un Mario Galeotto napolitano, quale abjurò; fu confinato in carcere per cinque anni, e privo in perpetuo, non poter in tutto il tempo di sua vita andar a Napoli. E fra essi fu uno aretino de' Tesini (?), quale ha moglie e figli in Calabria e possessi, e fu condannato al fuoco, e questa medesima mattina se n'è fatta l'esecuzione. Gli altri furono tutti plebei, e persone che non sanno nè leggere nè scrivere, e fra essi sono un aquarolo, e uno che lavorava al torno, che furono confinati in Galia (?) ed alcuni murati in prigione a vita. Mi disse jersera il governatore di Roma che il Carnesecchi porta gran pericolo della vita, sebbene il processo suo non è ancor maturo, e ha un gran bisogno d'ajuto: quando campi la vita, sarà murato in luogo che non si rivedrà mai più, essendosi trovato, fra le scritture sue, minute di lettere che scriveva pel mondo quando fu creato questo buon papa, detestando questa santa elezione, e dicendo molto male di lui e di tutto il Collegio. Certo è che lui è eretico marcio, e avendo il papa così mala opinione di lui, oltre ai suoi demeriti, certo è che va a pericolo grande della vita, e credo che tutti gli avvisi e favori che gli si facciano siano buttati via, non ammettendo il papa cosa alcuna che gli si proponga in favore e sgravio suo: e presto se ne doverà venire al fine, che Dio l'ajuti, che certo n'ha molto bisogno»[442].

E al 2 luglio 1566:

«Con l'ordinario di Genova scrissi a vostra eccellenza illustrissima, alla quale lassai di dire come sua santità parlò in concistoro che voleva mandar un monitorio penale a tutti i deputati sopra l'Inquisizione per tutta Italia, che volessimo denunziarle tutte quelle persone che avevano sospetto d'eresia, volendo lei medesima riandar ogni cosa, e proveder contro a quei che saranno denunziati. E in tanto venne jer sera appunto da Napoli quel maestro di casa di Violanta da Gonzaga, e si dubita assai che fra lui e monsignor Pier Carnesecchi non ne nominino molti»[443].

In fatto il processo diventava sempre più serio, e a seguitarlo ci è scorta la legazione del Serristori[444]. Il 5 luglio, questi annunzia come il Carnesecchi fosse giunto la notte avanti, e messo nella prigione del Sant'Uffizio; al 9 soggiungeva esser inutile il raccomandarlo. «Io ho ritratto... che non ci è verso alcuno per ora ad ajutarlo: e ciò che le e. v. facessero non gioverìa cosa alcuna, ma sì bene imbratterebbe in gran parte quella candidezza e gran volontà «che con l'opere hanno mostro contro questa pestilenza d'eretici: per il che appresso s. s. sono tenute in concetto de' più cattolici principi che sieno in cristianità».

Un calabrese va a dirgli che monsignor Carnesecchi gli si raccomanda, temendo non si procedesse contro lui a qualche castigo vituperoso, o anche della vita, avendo confessato tutto quel che poteva dire contro di sè, senza far danno ad altri, avendo avuta due volte la tortura. Ciò avea saputo da un barone del regno, uscito dall'Inquisizione. Ma di quei casi poter intendersene poco, essendovi scomuniche gravosissime a chi parlasse di cose attinenti al Sant'Uffizio.

Il Serristori esalta il gran merito de' principi toscani d'averlo subito consegnato, benchè da sì gran tempo buon servitore della casa loro: ma il cardinal Paceco sconsiglia sempre dal pigliarvi interesse finchè non sia pronunziata la sentenza. Si lagna che il Carnesecchi siasi mostrato molto leggero; che questa è la quinta sentenza: «Hannogli trovato grandissima quantità di lettere della signora donna Julia, e hanno intercetto più lettere che scriveva costà della confidenza che aveva nel favore delle e. v. L'aver preso e accettato la difensione credo che l'aggravi molto, e saria stato forse meglio che si fosse umiliato, e avesse confessato e conosciuto l'errore».

I principi ne scrissero al papa, che rispose, se sapessero a che stato trovavansi le cose di lui non l'avrebbero raccomandato, e temeva che n'andasse della vita; non poter usare connivenza, trattandosi di causa famosissima, ed essendo la quarta volta che costui era inquisito e giudicato: al tempo di Pio IV aver esso detto un monte di bugie, eppur n'era stato assolto: e che, se il principe di Toscana fosse a Roma, rimetterebbe volentieri questo giudizio alla coscienza di lui. Avesse in mano un uccisore di dieci uomini, glielo concederebbe, ma sul Carnesecchi non poter nulla, standone il giudizio in man de' signori cardinali: se si avesse riguardo a grado o nobiltà, non si sarebbero fatte tante esecuzioni anche di signori: se poi quella causa andava tanto per le lunghe, la colpa era del Carnesecchi.

E poichè il duca persisteva a raccomandarlo, i cardinali gli esibivano di far esaminare egli stesso il processo; e l'assicuravano si facea tutto il possibile per favor suo[445].

Al 23 e 30 maggio il Serristori già annunzia che «la sola discussione sul Carnesecchi è se deva darsi alla corte secolare sì o no; e della vita sua si sta in timore perchè non ha cervello, e crede leggero il proprio errore: e di donna Giulia parla come fosse una santa».

In fine confesso e convinto, fu esposto sulla piazza della Minerva, dove gli venne letta la sentenza, pronunziata dai cardinali di Trani, di Pisa, Paceco e Gàmbara. La lettura durò due ore, comprendendo pratiche cominciate fin dal 1540, e fu dichiarato meritevole del fuoco, e dato alla curia secolare. Il bargello lo levò dal ginocchiatojo, gli pose una sopravesta a fiamme, e lo menò in una stanza dove fu degradato, indi chiuso in Tordinona.

Moltiplicaronsi suppliche al papa pel perdono, ed egli rispondeva essergli impossibile, se pur non si pentisse. A tal uopo sospese dieci giorni l'esecuzione: i frati furon attorno al condannato per convertirlo, ma egli rispondeva, voler Dio ch'egli morisse, e così voler egli pure, e disputava in sinistro senso fin col Cappuccino che il confortava. Alfine venne decapitato ed arso, senza segno di pentimento, anzi volendo mettersi guanti e biancheria nuova sotto al funesto sanbenito[446].

Il residente veneto ai 27 settembre 1567 scriveva alla signoria:

«Fu fatto domenica l'atto solenne della Inquisition nella Minerva, con intervento di tutti i cardinali che qui si trovano, secondo che sua santità nel concistoro precedente li aveva esortati, eccetto il cardinale Boncompagno, che non vi volse andar per rispetto d'un suo nepote che doveva abjurar. Ed un altro cardinale (Morone?) ancora prese licenza dal papa per andar fuori della terra, per non si ritrovare, dubitando di poter essere da tutti riguardato, pel rispetto della stretta amicizia e conversazion che avea avuta col Carnesecchi, che dovea comparir tra' condannati. Furono i rei diecisette, de' quali quindici si sono abjurati, restando condannati, chi serrati in perpetuo fra due muri, chi in prigion perpetua, chi in galea perpetua o per tempo, et alcuni appresso in certa somma di danari per la fabbrica che s'ha da far d'un ospital per gli eretici, e tra questi vi sono stati sei gentilomini bolognesi; ma gli altri due sono stati rimessi al foro secolare, e conseguentemente destinati alla morte et al foco. L'uno di loro è da Cividal di Bellun, frate di san Francesco Conventuale, maestro di teologia, condannato come relasso; e l'altro il Carnesecchi, incolpato di aver tenuta già lungo tempo continuamente la eresia di Lutero e di Calvino, e d'aver più volte ingannato l'officio della Inquisizione fingendo di pentirsi, ma infatto esser stato sempre impenitente e pertinace, et in fine d'aver avuto stretta conversazione et intelligenza con eretici e sospetti d'eresia, scrivendo loro spesse volte, et ajutandoli con denari. E tra sospetti d'eresia si è nominato qualcuno che è morto, del quale universalmente si ha già avuta ottima opinion di bontà e santità, ma pare che si abbia premuto assai in tassar la Corte del cardinal Polo, non avendo rispetto di nominar alcuno, con intenzion principalmente di far parer che con qualche causa Paolo IV avesse cercato di procedere contro di lui e contra i suoi dipendenti, e per tassar anco con questo forse qualche cardinale.

«Così è passato questo atto di inquisizione, sopra ogn'altro che s'abbia fatto notabile. E il Carnesecchi, al qual per maggior infelicità è occorso di essere stato condannato dinanzi la sepoltura di papa Clemente VII, che sopra ogn'altro lo aveva caro e favoriva, fu vestito di fiamme, come si usa, insieme col frate, e condotto alla sagrestia a digradare, e poi menato in Torre di Nona prigione, dove ancora si ritrova per esser quest'altra settimana giustiziato. Hanno i cardinali dell'Inquisizione fatta ogni opera per salvargli la vita, ma, come dicono, egli in prigione ancora dimostrandosi impenitente, ha scritto fuori lettere per avvertir altri suoi complici, ed ha negata ogni verità, ancor che chiarissima, lasciandosi convincere sempre colle proprie lettere sue, onde sono stati astretti far questa sentenza. Si desiderava ch'egli non morisse, per rispetto di dar qualche satisfazione al duca di Fiorenza, che lo diede a sua santità, e si sapeva che la regina di Francia, riconoscendo in parte da lui la sua grandezza, desiderava la sua salute, se ben ha avuto rispetto di domandarla; ma egli ne' suoi costituti ha avuto a dire, che la regina dovea ricercar la serenità vostra che intercedesse per lui. Delle entrate de' suoi benefizj già riscosse, o che si devono riscuoter fin questo dì, le quali dicono che importano circa cinquemila scudi all'anno, sua santità in gratificazione del duca di Fiorenza ha fatto grazia alli suoi parenti. Ma li beneficj che vacano, che sono principalmente due buone abbazie, l'una nel reame di Napoli, e l'altra nel Polesine, sua santità non ha voluto in modo alcuno conferir.....

«Mercoledì fu qui giornata per diversi accidenti assai notabile. Perciocchè la mattina per tempo fu tagliata in ponte la testa al frate di Cividal e al Carnesecchi, e l'uno e l'altro poi abbruciato. Morì il frate di Cividal assai disposto; ma se il Carnesecchi avesse dimostrato perfetto pentimento, averìa salvata la vita, che tale era la inclinazion del pontefice e dei cardinali della Inquisizione. È stato egli tanto vario nel suo dir e forse nel suo creder, che egli medesimo in ultimo confessò non aver satisfatto nè alli eretici, nè alli cattolici. Fu fatto domenica passata l'atto della Inquisizione nella Minerva con la presenza di 72 cardinali: sono stati quattro impenitenti condannati al fuoco; uno dei quali pentitosi quand'era per essere giustiziato, ebbe grazia della vita: altri dieci sono abjurati e condannati a diverse pene, e fra questi Guido Zinetti da Fano, che fu già mandato qua da Venezia, il quale è stato forse vent'anni immerso nelle eresie, ed ha avuto parte in tutte le sette. È stato condannato a prigion perpetua, e gli è stata salvata la vita, parte perchè dicono che per lui si ha avuto notizia di molte cose importanti, parte perchè non è mai stato abjurato, e però non si può aver per relapso, se ben ha continuato nell'errore tanti anni, e li canoni non levano la vita a chi è incorso in errore per la prima volta».

L'anno stesso il cardinale di Pisa al 2 agosto lodava il principe di Toscana di quanto apparentemente fu fatto a proposito del Carnesecchi e narra alcune sue deposizioni intorno a' libri proibiti che quegli aveva, come Bibbie di Leon Judæ e di Roberto Stefani, il Testamento Nuovo tradotto da Erasmo, la _Medicina animæ_, il commento di Pietro Martire sull'epistola ai Romani: il commento di Lutero sopra il Genesi e quello sopra il Deuteronomio[447].

Oltre il Mollio e Pietro Martire, fuggirono da Firenze per religione Bardo Lupetino, Antonio Albizi, Gianleone Nardi, il quale molto scrisse a sostegno delle nuove credenze; frà Michelangelo predicatore, che vedremo apostolare a Soglio nei Grigioni, e stampò _un'Apologia, nella quale si tratta della vera e falsa Chiesa, dell'essere e qualità della messa, della vera presenza di Cristo nel sacramento della Cena, del papato e primato di san Pietro, de' concilj e autorità loro ecc._

Lodovico Domenichi, prete e noto letterato di mestiere, si credette avesse tradotto e stampato a Firenze colla data di Basilea la _Nicomediana_ di Calvino[448], e fu condannato abjurare col libro appeso al collo, e a dieci anni di carcere, ma ne ottenne remissione per interposto di monsignor Paolo Giovio. Lo Zilioli, che lasciò manuscritte certe vite di letterati poco benevole, dopo parlato dello scriver lascivo del Domenichi soggiunge: «Per quello e per un altro più importante vizio, dell'avere malamente sentito o parlato della fede cristiana, fu una volta dagl'inquisitori di Firenze trattenuto, e con severissimi tormenti esaminato, con tanto rischio della vita che, benchè non confessasse alcuna di quelle cose, delle quali per chiarissimi indizj era convinto, restò nondimeno condannato nelle stinche a perpetue calamità: ancorchè poco dopo, ad istanza di Paolo Giovio ed altri, ottenesse grazia di uscir di carcere, e di trattenersi in un monastero e finalmente l'intera libertà».

Il Tiraboschi crede non sia stato processato dall'Inquisizione, bensì dal duca ad istanza di Carlo V, perchè nella patria Piacenza teneva relazioni con quei che detestavano la usurpazione fattane allora dall'imperatore. Si ha del 1553 una medaglia, coniata del valente Domenico Poggi a onor del Domenichi, il cui rovescio rappresenta un vaso di fiori, colpito, non bruciato da fulmine, colla legenda ΑΝΑΔΙΔΟΔΑΤΑΙ ΚΑΙ ΟΥ ΚΑΙΕΙ: _ha colpito e non abbrucia._ Il Domenichi, nel _Dialogo delle imprese_, ne dà una spiegazione che parrebbe alludere ad una persecuzione religiosa, dicendo: «Il vaso sta là per la vita umana, i fiori per le virtù e le grazie che sono doni del Cielo: Dio ha voluto ch'esse fossero fulminate e colpite, ma non abbruciate e distrutte. Voi sapete che vi sono fulmini di tre specie, di cui l'uno, per servirmi delle parole di Plinio, colpisce e non abbrucia: questo è quello che, arrecandomi tutti i flagelli e le tribolazioni per parte di Dio, il quale, siccome dice san Paolo, castiga quelli che ama, mi ha fatto scorgere e riconoscere i benefizj infiniti che mi aveva dispensati, e la mia ingratitudine».

Prete come lui era il suo antagonista Anton Francesco Doni, bizzarrissimo come uomo e come scrittore, e che, tra infiniti libercoli pazzi, scrisse una _Dichiarazione sopra il terzo dell'Apocalisse contro gli Eretici_. Costui voleva esser emulo dell'Aretino, al quale pareggiavasi Nicolò Franco, fiero dilaniatore di principi, di papi, del Concilio di Trento, finchè Pio V lo condannò alla forca. Egli esclamò: «Questo è poi troppo».

Se qualche mio contemporaneo si ravvisa in questi originali, la colpa non è dello specchio.

Cresciuti i rigori in Toscana, il Torrentino tipografo migrò ne' paesi del duca di Savoja, e stampò le storie di Giovanni Sleidan, probabilmente tradotte dal Domenichi; e i Giunti a Venezia, ove la maggior libertà lasciava prosperare la tipografia. Alla stamperia dei Giunti lavorò Francesco Giuntini fiorentino (1522-90) carmelitano, che scrisse d'astrologia, poi apostatò in Francia, indi ravvedutosi, fece pubblica abjura in Santa Croce di Lione. Quivi stette correttore di stampe, e con una banca guadagnò sessantamila scudi, di cui tremila lasciò ai Giunti; ma sepolto sotto le ruine della propria biblioteca, di tal somma non si rinvenne traccia. Forse il testamento medesimo era una celia, perocchè sappiamo ch'egli fu testa balzana e libertino. Lo perchè il Possevino non crede guarì alla sua ritrattazione, benchè allo _Speculum astrologiæ_ abbia anteposta una lettera diretta ai vescovi e agl'inquisitori, protestando, _Ego revoco et tamquam a me nunquam dictum volo_ ciò che avea scritto contro la Chiesa[449].

Antonio Bruccióli fiorentino, autore di dialoghi sulla filosofia pagana stampati a Venezia li 1537, durando ancora la repubblica fiorentina aveva cominciato a sparlare dei monaci: a che tante religioni e tanti vestimenti? tutti dovrebbero ridursi sotto una regola sola; e non impacciarsi d'affari mondani, ove non recano che guasto, come è avvenuto di frà Girolamo; altre volte morendo lasciavasi di che abbellire e fortificare la città, ora unicamente ai frati, di modo che trionfano e poltreggiano, invece di lavorare come san Paolo. «Egli era tanto costante e ostinato in questa cosa de' preti e de' frati, che, per molto che ne fosse avvertito, e ripreso da più suoi amici, mai non fu ordine ch'egli rimanere se ne volesse, dicendo, _Chi dice il vero non dice male_» (VARCHI). Stabilitosi il dominio dei Medici, e svelenendosi egli anche contro di questi, fu tenuto prigione, come partecipe della congiura contro il cardinal Giulio: poi avutone perdono, fu di nuovo imputato d'eresia, onde si salvò a Venezia con due fratelli stampatori, pei quali pubblicò diverse versioni dal greco e dal latino, e la _Bibbia tradotta in lingua toscana_ (1532). Questa dedicò al re di Francia, e pretende averla vulgarizzata sull'originale, ma facilmente un si convince ch'egli conoscea ben poco d'ebraico, e averla fatta sopra il latino di Sante Pagnini. Inoltre fu trovata riboccante d'eresie; delle quali sovrabbonda anche il prolisso commento che ne stese in sette tomi[450]. Ha un bel confortarlo Pietro Aretino a non badare al chiaccherar de' frati: quell'opera sua non merita che disprezzo. Nel _Governo dell'ottimo principe_ si lagna d'esser caduto in disgrazia del suo principe. E per verità gli avrebbe meritato tutt'altro il suo libro sulla Toscana, la Francia e l'Impero che sta manuscritto nella Magliabecchiana, ove suggerisce centotto modi d'impinguare l'erario, i quali riduconsi a centotto modi di rubare. Inoltre noi trovammo ch'è faceva da spia al duca, riferendogli i fatti de' fuorusciti[451]. Non sembra disertasse dalla Chiesa cattolica; pure fu notato dal Concilio di Trento fra i condannati di prima classe, cioè restandone proibite tutte le opere.