Part 56
«Jeri fu finito d'esaminar Rafaello Risaliti, ritenuto per l'offizio della Santa Inquisizione di Roma, a la quale mi son trovato sempre presente. La somma della sua confessione è d'avere, già 4 anni sono, mentre era all'abbadia di Salignì, del vescovo d'Osimo in Francia, sentito ragionar di molte volte, e in molti luoghi straparlar della messa, del papa, delle indulgenze, del purgatorio e di simili cose; aver consentito a chi ne ragionava, e lui stesso averne ragionato e restato persuaso; ma partito di là, che sono ormai due anni, esser insieme partito da tutte quelle opinioni, il che fa creder facilmente e per la giustificazione ch'egli dà della vita sua da poi il ritorno, e per le lacrime e contrizioni ch'egli mostra avere, confessando il delitto e domandando castigo e perdono. Et ancor ch'egli abbi tardato fin all'ultimo di confessare, l'ha fatto piuttosto per paura che per mala volontà. Manderò, se così piace all'E. V., la copia dell'esamine a Roma poichè le ricerca, con ricordar a quelli Signori Illustriss. et Reverend. la pronta espedizione.
«Il frate degli Umiliati qui di Santa Catarina ha finalmente confessato aver dato la sassata a san Francesco per collera, parendogli malagevole l'uscir d'Ognisanti. Aver menato nel monastero male femmine vestite da uomo. Aver detto messa dopo questi delitti, senza essersi prima confessato. Ne scriverò con buona licenza di vostra signoria due parole a monsignor illus. Borromeo, come a protettore, e se gli darà poi il debito castigo»[427].
Esaminando attentamente il carteggio mediceo, vi trovammo lettera de' cardinali, che domandavano al duca volesse consegnare Pietro Paolo Vermiglio[428]; un'altra del cardinale De Pucci che lo mette in avviso contro i divisamenti politici degli eretici, a proposito di Celio Curione, sperando che l'apostasia di frà Bernardino Ochino smascheri alcuni ipocriti[429]: un'altra del cardinale Farnese[430], adombrato del ritorno di esso Celio a Lucca, e chiedendo trovi modo di consegnarlo.
Non ci appare lo facesse, ma più gravi passarono le avventure di Pietro Carnesecchi. Fu costui di nobile prosapia fiorentina[431], ben fondato nelle lettere greche e latine, bel parlatore, buon poeta, favorito dai Medici in patria, in Francia e a Roma. Giuliano de' Medici suo amico, quando divenne Clemente VII, lo elesse protonotaro e segretario, dove ottenne badie e pensioni ecclesiastiche. Del 27 giugno 1531 abbiamo una commendatizia per lui all'imperatore Carlo V come _civis florentinus summa fide et singulari modestia vir, quem cum suis meritis et deditissimo animo in me, tum virtute et nobilitate ita amo, ut plus non possum_, onde gli fu perfino concesso il cognome di Medici. Qual protonotaro apostolico gli sono dirette molte lettere di Pietro Paolo Vergerio dalla Germania nel 1533, esistenti nell'Archivio Vaticano, dalle quali appare quanta gelosia mettesse all'imperatore e ai Tedeschi la concordia che parea comporsi tra il papa e Francia, massime pel matrimonio con Caterina de' Medici. «Male disegna il papa e Franza poter vincere, perchè, con un semplice cenno e dissimulando un poco delle materie luterane, tutte queste forze di tutta Germania, tutti, sino i fanciulli e le femine, correriano cupidamente a danni della Chiesa, e non bramano altro che sovertere quello Stato: e con un sol cenno discenderia questa mala gente, contenta di questo premio solo di confonder papa ed aderenti e dipendenti» (Praga 31 dicembre 1533).
Altrove esso Vergerio narra avergli il re de' Romani mostrato i pericoli della guerra, atteso che le persone che «la muovono sono della fazione luterana e di mala sorte, poveri e temerarj ed impj, ai quali convenga per omne nephas trovarsi da vivere e d'inalzarsi: _itaque tanto magis periculosa multis eorum victoria (sed Deus avertat) futura esset_». Poi considera i tempi presenti, nei quali «questi autori delle turbazioni trovano simili di costumi molti, di maggiori ch'essi non sono, di quasi eguali e di inferiori»: e riferisce la cupidità de' Luterani, di aver occasione d'aver un capo che li conduca a danni di ortodossi: e «il gran moto che han fatto in molte provincie quelle altre bestie rebatizzate», cioè gli Anabattisti (Da Praga, 11 maggio 1534).
Prospero di Santa Croce ad esso Carnesecchi scriveva il 20 ottobre 1534:
_Facit eximia animi tui virtus ut hoc tempore gratulatione tecum utar potius quam consolatione. Nam, etsi pro nihil tibi unquam acerbius in vita accidisse, quam pontificis de te optime meriti interitum, tamen te dolori fortiter restitisse gratulor equidem tibi vehementer. Est enim animi christiani et cum ipsa natura moderati, tum doctrina atque optimarum artium studiis eruditi, idest tui, impetus fortunæ sustinere etc_.
Il 25 novembre 1534, il ministro Granuela scriveagli che, avendo saputo _quemadmodum illi Jacobi Salviati bonæ memoriæ studium atque animus simul cum isto munere ad vestram Dominationem transivisse, ita et nos, quemadmodum æquum est, et nuper etiam polliciti sumus, omnem eum affectum quem erga defunctum gerere solebamus, in v. d. juxta quadam successione transfudimus_.
E Paolo Giovio, l'11 marzo 1545, da Roma: «Signor mio onorandissimo, venendo di ritorno costì li signori Stuffi dalle stazioni di Roma, ho voluto fare questa credenziale a M. Giovanni Michele, qual mi promette che farà chiara vostra signoria come il Giovio le è immortale servitore: e così si congratulerà del suo benestare, e narrerà come ora suda più che mai al fumo della lucerna per dar conto a' posteri di questa trama del ladro mondo. Io mi sto in forma antica, in grazia di Padre, Figlio e Spirito Santo: e valemo pur qualche cosa più di quello si estimano le melarancie verdi. Baciate M. Donato Rullo con quella affezione che io bacio il signor Priuli quando ritorna da Viterbo, e ditegli ch'io li sono obbligatissimo servitore a tutto transito».
Un'importante lettera di monsignor Ubaldino (Bandinelli?) al Carnesecchi da Fontainebleau 28 agosto 1534, molta parte in cifra, esiste nella Magliabecchiana, classe VII, 51, in cui tra altre cose narra aver parlato a lungo di monsignor di Parigi, il quale sapeva esser stato accusato al papa d'aver trattato troppo coi Luterani; «e scusossi del modo ch'egli avea tenuto in praticar con esso loro, dicendo che non cedeva a nessuno che fosse miglior ecclesiastico che lui: ma che, dapoi ch'egli avea veduto quella setta tanto confermarsi e di numero e di autorità d'uomini, che a volerla batter per forza era quasi impossibile, e certo pericolosissimo, giudicò si dovesse procedere con una certa destrezza, e non col gridare _Abbrucia, Ammazza_, che ad ogni modo non si potea fare: però e' gli aveva ascoltati sempre che glien'erano capitati alle mani, e con parole amorevoli e buone ragioni s'era sforzato di ridurli, di certe cose di minor importanza tacendo, in certe altre riprendendoli gravemente, e con quest'arte aveva avuto adito e autorità presso di loro quasi come uom di mezzo e senza passione alcuna, e con questo egli aveva fatto migliori effetti che quelli che eran voluti andare con tutta la severità, perchè loro sono stati causa di maggiore ostinazione. Esso aveva ovviato a molti scandali, ed ultimamente pensava di aver ridotte le cose in modo, che si potesse sperare qualche composizione: e dissemi certi capi importanti che ultimamente suo fratello avea ottenuto da que' primi là della setta, e nominommene più, ma io non mi ricordo se non di Martin Lutero e del duca di Sassonia. La cosa di più momento era che si riducevano a voler confessar che il papa fosse il capo della Chiesa, e tener i sette sacramenti, però con certe limitazioni.....»
In Napoli nel 1536 il Carnesecchi prese usata con Pietro Valdes, l'Ochino, il Vermiglio, il Caracciolo, poi in Viterbo nel 1541 col vescovo Vittore Soranzo, il Vergerio, Lattanzio Ragnone di Siena seguace dell'Ochino, Luigi Priuli vescovo, Apollonia Merenda, Baldassare Altieri apostato luterano e librajo, Mino Celsi: ebbe dimestichezza con Vittoria Colonna, Margherita di Savoja, Renata di Francia, Lavinia della Rovere Orsini, Giulia Gonzaga, alla quale raccomandò due eretici. Scrivendo a Protestanti, e' li chiamava fratelli, pii, innocenti, nostri, da Dio eletti: ad essi rimetteva denari; biasimò un signore, che in fin di morte, fece profession di fede cattolica, mentre lodò la finale costanza del Valdes, della cui morte si condolse amaramente con lui Jacobo Bonfadio[432]. La morte di Enrico II attribuiva alle persecuzioni che fece contro i Riformati, e a giusto giudizio di Dio l'incendio degli archivj dell'Inquisizione alla morte di Paolo IV.. Con Melantone[433] e con altri eretici trattò di presenza, e col credito e col denaro osteggiò l'autorità pontifizia e i frati. Singolarmente palesò opinioni eterodosse in una lettera al Flaminio sopra la messa, ma citato a Roma sotto Paolo III nel 1546, seppe farsi assolvere. Di nuovo l'Inquisizione lo processò mentre stava in Francia, ma il favor della regina Caterina valse a salvarlo. Tornato in Italia e piantatosi a Venezia, continuava l'andazzo, onde Paolo IV citollo nel 1557.
Il Carnesecchi avea avuto la fortuna di trovare in Venezia un amico, qual di rado hanno i profughi e gli accusati; e che non solo il confortava, ma toglieva a difenderlo, e tenevalo raccomandato al duca. Quest'era Pero Gelido di Samminiato, ecclesiastico di molta dottrina, stato già segretario al cardinale di Ferrara, poi dal duca messo suo residente a Venezia, ove gli scriveva il 25 novembre:
«Del travaglio ch'è stato mosso dalla Inquisizione di Roma a monsignor Carnesecchi ci dispiace assai, perchè, amandolo come facciamo, li desidereremmo piuttosto augumento di onori e di comodi che novità di molestie. Confidiamo nondimeno che egli colla innocenza sua facilmente remedierà a tutto, e con la prudenza saperà pigliare quelli espedienti che saranno più opportuni per la sicurezza sua. È ben vero che il proceder della detta Inquisizione è molto rigoroso, e non basta molte volte esser netto, come voi sapete, e come crediamo ch'egli sia».
E al 14 aprile 1558:
«Per il negozio del nostro monsignor Carnesecchi abbiamo scritto caldissimamente al cardinal Caraffa e all'ambasciador nostro, conforme a quella intenzione che s'è possuta comprendere dalle lettere sue e vostre: e perchè intendevamo che aveva fatto elezione della persona di Filippo Del Migliore che andasse a Roma per attendere alla istanza di questa causa, ce ne siamo contentati molto bene, e di tal nostra soddisfazione glien'abbiamo dato avviso col fargli lettere ancora al nostro ambasciadore perchè l'accompagni di tutti quelli ajuti e favori che gli bisogneranno. Vedremo qual effetto avrà questa espedizione, alla quale non mancheremo di venir aggiungendo di mano in mano tutto quel caldo che si ricercherà, secondo che saremo avvertiti; e che potrà portar la fede e voto mio presso sua santità et a quelli signori, come molto ben merita il detto monsignore da noi, e ci detta l'affezione che gli portiamo con la ferma credenza che teniamo dell'innocenza sua».
Il Gelido, ai 9 giugno del 58, scriveva al ducale segretario Bibiena:
«Molto spesso ragiono di lei con monsignor Carnesecchi, il quale è abbandonato si può dir da ognuno, eccetto da me, il quale tanto lo potrei mai abbandonare quanto la madre il suo figliuolo, amandolo quanto si può amare un vero amico; e certo non per benefizj che io abbia ricevuto o speri ricevere da lui, ma perchè l'ho sempre conosciuto uomo da bene e bonissimo, e se mai l'ebbi per tale, in questa sua afflizione, ch'è delle gravi che possano accadere a un uomo, poichè si perde la robba, l'onore e quasi la vita, finisco di certificarmi che Dio è con lui, e lo governa, lo consola e lo fortifica: che altrimenti non potrebbe tollerar questo colpo mortalissimo con tanta costanza d'animo e quasi con ilarità, come con effetto la tollera. S'è ritirato in una casa, che fa conto la gli sia un'onesta carcere: conversa co' suoi libri e co' suoi pensieri per la maggior parte divini, e vôlti alle cose dell'altra vita, di maniera che questa persecuzione che lo priva della conversazione degli uomini, l'assuefarà a conversar con gli angeli, e così verrà a trarsi altro frutto di questo suo esilio, di quello che dal suo trasse Boezio, o qualsivoglia altro animo di filosofo, perchè altra consolazione si trova nella filosofia cristiana che nella umana».
E gliene riparla spesso; e il 5 agosto 1559:
«Non potrebbe la s. v. credere, nè io facilmente saprei dire la gran consolazione che piglia monsignor Carnesecchi leggendo quello che la mi scrive di lui, e gli pare in questa sua persecuzione aver pur fatto questo guadagno, d'avere cioè scoperto d'esser amato più che non sapeva da molti buoni, e particolarmente da lei, ecc.».
E il 19:
«Come ho scritto altre volte, monsignor Carnesecchi legge sempre tutto quello che la molto reverenda s. v. mi scrive nel suo particolare, e con tanta sua satisfazione e contentezza, che io non basto per esprimerle. E certo si ha ragione, perchè quello mostra in questa sua fortuna un animo veramente amico e da vero uomo da bene, e so ben bene che la sa che si stima più una dragma d'uffizio in certi tempi, che in altri le migliaja delle libbre. So ben io quanto il suddetto monsignor le resta obbligato, e quanto innamorato di questa sua affezione in questi tempi. Egli mal volentieri si contiene di scrivergli, però giudica di far meglio così: la lassa passar rimettendosi a me, sebbene non possa dir tanto che lo satisfaccia. E in questo proposito io voglio far intender alla s. v. un bel caso, stato narrato a me pur jeri da un cappellano del cardinal Trivulzio, che pur ora è tornato in Francia, et è mio amicissimo. Costui, venendo meco a ragionar di monsignor Carnesecchi, e dolendosi de' suoi travagli, mi disse: tu non hai forse più inteso quello ti dirò adesso. Tu ti dei ricordare che tre anni fa predicò in San Prpl (?) un frate di san Agostino, chiamato il Montalcino. Costui pose tant'odio a monsignor Carnesecchi perchè un dì andò a trovarlo in camera, e con buon modo mostrò al padre che faceva male a parlar del duca di Fiorenza manco che onoratamente: e perchè egli era uno de' più arrabbiati senesi, che si potessero immaginare non che trovare, cominciò a levar la voce e dar del tiranno per la testa, in modo che il Carnesecchi (per quanto m'ha detto pur oggi, domandato da me di questo fatto, che mai non me n'avea parlato) m'ha detto che bisognò che li dicesse a lettere di scatola, che egli era la più solenne bestia che andasse sopra due gambe, e se lo levò dinanzi. Il frate andò poi più volte a dolersene col cardinal Trivulzio che era qui legato, e trovando che non ne faceva caso perchè amicissimo di monsignore, disse che troverebbe modo di rovinarlo. E domandato dal cardinale quello che pensava fare, rispose che l'Inquisizione era aperta, e che a monsignor, parlando seco, era scappata di bocca non so che parole sopra un passo di san Agostino, che sentiva dell'eretico, et in somma noi troviamo che questo frataccio ha suscitata questa persecuzione»[434].
Altrove il Gelido si congratulava che una figlia di Filippo Del Migliore sposasse il nipote di Carnesecchi.
Qui ci casca un'altra prova del quanto in Venezia trovasse propizio terreno il seme ereticale, attesa la continua pratica con forestieri d'ogni credenza, il libero costume, le sollecitazioni de' residenti protestanti, i contrasti colla curia romana[435]. Pero Gelido propendeva alle novità; e il duca Cosimo gli scriveva da Roma ai 13 dicembre 1560, in poscritto mettendo di propria mano:
«È comparsa la vostra del 7, piena di tante e sì belle novelle, che ha servito per veglia e passatempo a molti cardinali».
E all'11 luglio 61:
«Farete bene a non scriver a Roma del poco conto che si tenga della religione, massime da cotesta gioventù, perchè offizio più del nunzio che vostro: anzi, in tutto quello che scrivete là andate circospetto, acciò le lettere vostre per qualche particolare che contenessino non andassino a cognizione, con poca satisfazione di quei signori e nostra».
In fatto il Gelido teneva informato il granduca di quanto operavano a Venezia i profughi toscani e lo Strozzi, e suggeriva i mezzi di conservare in soggezione Siena, congratulandosi con Cosimo che l'avesse annessa al suo dominio, e così preparasse un regno forte, persuadendosi che a breve andare lo saluterebbe re di Toscana.
Esso Gelido abbandonò poi Venezia per andare a Ginevra, e a Paolo Geri, scultore fiorentino accasato in Venezia, scriveva d'essere stato molto ben accolto a Lione, ove il governatore vuol che intervenga nel consiglio di quella _villa_: «Or non più io spero che ci rivedremo in Italia, poichè l'Evangelio mette ogni dì le penne per far un volo fin costà, e bisognerà che quegli arcivescovi e quegli altri grassi et unti mutino vita, come si fa e più si farà in questo regno».
Questo all'ultimo ottobre 1562: poi al 24 marzo vegnente da Ginevra scrive «al Duca di Firenze _in manu propria_»:
«... Arrivai fino a Parigi, dove mi fermai, e per ordine di Madama (Renata) di Ferrara consultai co' ministri delle Chiese riformate tutto quello che doveva fare. Intanto si seppe alla Corte il mio arrivo e disegno. Onde alcuni nostri cervelli fiorentini, che ordinariamente si tengono alla Corte, cominciarono subito a dire che io non era partito d'Italia per causa dell'Evangelo, ma per servire in Corte per spia dell'altezza vostra e del re Filippo, e non solo ne parlarono tra loro, ma lo persuasero al conte Tornon et al re di Navarra, e come piacque a Dio protettor degli innocenti, un Fiorentino amicissimo mio, e che mi è molto obbligato, mi scrisse che io non andassi altrimenti alla Corte fin che esso non mi parlava, e venne in Parigi dopo due dì, e mi rivelò tutto il mistero, onde ai ministri non parve ch'io dovessi altrimenti andar alla Corte, non considerando tanto il pericolo che io potessi portare, quanto il disonore che ridondava alla causa di Dio, poichè sarebbe stato stimato che io fossi partito d'Italia non per servir a Dio, ma per servir a principi et in un modo sì brutto. La qual considerazione causò che non mi fermai anco appresso Madama di Ferrara, ma a di lungo, dopo aver parlato con lei e contra sua voglia, me ne venni a Ginevra, dove, sebbene ho a mendicar il cibo, vivo contentissimo poichè ci abbonda tanto pane e tanto cibo spirituale, che è il cibo che non perisce mai. È ben vero che, se la regina si condurrà col re e coi fratelli del re in Orleans per levarli dalla rabbia del re di Navarra, de' cardinali, del connestabile e del marchese Sant'Andrea, che hanno cominciato insieme con monsignor di Ghisa a far il consiglio a parte, ecc. La suddetta Madama di Ferrara disegna che io vada a lei in Orliens dove si giudica che sarà il principe di Condè, monsignor Momorensì, l'ammiraglio, monsignor d'Andalon, il cardinal di Cittiglion, tutti fratelli, e tutti protettori e difensori della purità della dottrina di Gesù Cristo. Perchè si vede in piedi una grandissima divisione, e conseguentemente una guerra civile et intestina in questo regno, se Dio non ci mette la mano. Io non farò se non quanto sarò consigliato da questa Chiesa, colla quale mi sono incorporato».
Partecipate varie notizie, fa augurj che a Dio piaccia conservarlo nella sua grandezza, «e sopratutto darle vera cognizione della verità, acciocchè la sia ministro e istrumento di Dio per persuadere al papa che, deposto ogni ambizione ed ogni interesse, voglia una volta che si vegga e si conosca il vero di questa causa, come farebbe se egli medesimo volesse congregar un Concilio legittimo nel mezzo di Germania, trovarvisi in persona, e che davvero si riformasse la Chiesa, onde ne nascerebbe a lui gloria immortale appo gli uomini, e ne risulterebbe la salute sua eterna appresso Dio. Et in ogni modo a questo si verrà contra la voglia et potenza sua et di tutti i principi, perchè, come disse Gamaliel, la cosa viene da Dio et non dissolvetur»[436].
Parrebbe da qui che il duca fosse abbastanza connivente cogli eretici: fatto sta che non ommise opera per richiamar il Gelido, il quale, benchè già ascrittosi alla Chiesa di Ginevra, tornò in Italia e a Firenze, e ottenne una pensione dal papa.
Paolo IV avea scomunicato il Carnesecchi in contumacia; Pio IV aveva ottenuto dal granduca d'averlo a Roma, ove però nel 1561 sì ben si difese, valendosi principalmente dell'esser bruciate molte carte alla morte di Paolo IV, che ottenne sentenza assolutoria, riconosciuto buon cattolico e obbediente alla Chiesa. Ma venuto papa l'austero Pio V, questi pensò che all'estirpazione dell'eresia convenisse il tor di mezzo chi n'era principale sostenitore[437]. Pertanto al duca Cosmo scrisse in latino, di proprio pugno, ai 20 giugno 1566: «Per cosa che sommamente rilieva all'ossequio della divina maestà e alla cattolica religione, mandiamo con questa nostra il maestro del sacro palazzo: e se non fossero stemperati i calori, talmente ci preme quest'affare, che n'avremmo incaricato il cardinal Paceco. Abbiate ad esso maestro egual credenza come a noi stessi. Così Dio conservi voi, col figlio e colla nuora, e benedica i cardinali, come noi di cuore vi diamo l'apostolica benedizione».
Fosse debolezza o proposito d'ingrazianirsi il papa, fosse fiducia di vedere il Carnesecchi sguizzarne ancora, Cosimo, che ricevette la lettera mentre l'aveva seco a pranzo, il consegnò, dicendo che, se, per l'egual titolo, Pio gli avesse chiesto suo figliuolo, glielo darebbe incatenato. Il papa ne lo fece ringraziare caldamente, aggiungendo che «se gli altri principi cristiani in questa parte gli somigliassero e l'imitassero, le cose della religione andrebbero con più prospero corso, maggiore ossequio a Dio, e quindi più felice benefizio di tutta la cristianità»[438].