Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 55

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«Tanto liberale coi bisognosi, va ristretto verso i suoi, i quali si conoscono parenti del papa sol per l'esempio della pietà e dell'umiltà cristiana. La disciplina clericale è quasi rintegrata, e la ragione del divin culto, e l'amministrazione delle chiese son ridotti all'antica consuetudine; la città purgata da delitti; rimosse le male donne; non s'odono bestemmie contro Dio o i santi; tolte le calunnie; rescissi i contratti ingiusti, moderate le usure: le liti ben maturate: Pio stesso vuol udire, vedere, conoscer tutto, e ripudia ogni relazione dove gli trapeli odio, o parzialità o cupidigia, volendo la semplice verità. Fra queste cure e azioni, salutevoli alla Città e alla Chiesa, è frequente all'orazione e al digiuno, sebbene il viver suo è una continua regola di temperanza; ogni giorno celebra, sicchè buone e prudenti persone dicono esser impossibile ch'e' pigli alcuna risoluzione se non utile e salutare allo Stato, giacchè nessun giorno lascia senza accoglier Dio ospite e consigliero. E tanto attribuiscono alle caldissime preci di esso, che ne sperano ogni meglio, e confidano che si farà al Turco la guerra tanto da lui desiderata, e se ne vedrà la ruina. Non v'è età o sesso od ordine che non porti gli _Agnus Dei_ consacrati da questo papa: poichè, sebbene la salutare virtù sia divinamente annessa a quelle cere, pure, per la singolare religione di Pio V le stimano di più quando fatte da esso.... Fu veramente beneficio di Dio che dal santo Concilio tridentino imparassimo quali devano esser i capi della cristiana religione, e poco dopo avessimo un papa qual dal Concilio è richiesto. Pio e coi precetti e cogli esempj non cessa di ripristinar la disciplina della vita, non solo, ma anche di richiamar alla prisca consuetudine il culto e le cerimonie: visitò le maggiori chiese della città, e tenne discorsi ai collegj di esse, esortandoli al loro dovere; onde un incremento di pietà e d'assiduità ai divini offizj. Convocata la sua famiglia, dimostrò quel che ciascuno deva fare, e come devano agli altri esser modelli di pietà e modesti. Chiamati i magistrati e giudici, e anche i cardinali che abbian parte nella pubblica amministrazione, prescrisse il modo di conoscere, discutere, risolvere le cause, e — Voi (disse) o cardinali, non raccomandate alcuna causa se non aggiungendo, _Per quanto il comporta la giustizia_: e voi, giudici, se v'è raccomandato alcuno senza questa formola non vi badate; e seguite il cammin dritto della giustizia, dal quale nessun di noi vi indurrà a deviare. — Pubblicò un editto sul vestire, la casa e il vivere degli ecclesiastici. Cessarono i giuochi, i bagordi, i teatri, i tornei: si frequentano i sacramenti, i divini uffizj e le prediche; si visitano gli spedali; si tolsero o diminuirono i dazj e le gabelle; si escluse ogni tassa dai benefizj ecclesiastici; nessun riguardo alla potenza o alla grazia, ma solo alla virtù e alla religione: quei che vedono con quanta riflessione e prudenza si diano i vescovadi, giudicano che saria ben migliore lo stato pubblico se altrettanto si fosse fatto per l'addietro: giacchè Pio impone agli uomini il sacerdozio, non le pensioni. Ridestò il costume di celebrare nella basilica di San Pietro e nelle cappelle Sistina e Paolina.... Preghiamo solo Iddio che ci conservi quest'ottimo suo vicario».

Fin qui il Poggiano. La severità non diminuiva nel santo papa la mite semplicità. Con un compagno avea piantata per trastullo una vigna, dicendo: «Del vino di questa nessun di noi berrà». Or ecco comparirgli l'invecchiato compagno con un barlotto, e offrirglielo rammemorandogli quel detto, e «Allora vostra santità non era ancora infallibile». Quand'era inquisitore viaggiando da Milano a Soncino, come soleva, sempre a piede s'imbattè in un servitorello, che, compassionandone la stanchezza, gli fece deporre sul suo somiere la fratesca bisaccia, e gliela recò fin alla destinazione. Pio se ne sovvenne, e mandatolo a cercare, gli conferì un uffizio in palazzo.

Ed è notevole come questo intollerante, questo amico di Filippo II abbondasse tanto di carità. Gli oggetti dell'amor suo erano minacciati da coloro ch'erano oggetti della sua indignazione; perseguitava questi per amor di quelli, siccome il pastore che respinge il lupo: potrà dirsi altrettanto delle persecuzioni de' Protestanti?

Ad uno che si lagnava chè il caldo di Roma non lascia lavorare, «Chi poco mangia e poco beve (disse) non sente l'arsura dell'estate».

Sentendosi morire, Pio visitò le sette chiese, baciò la scala santa _per congedarsi da quei sacri luoghi_. Nei dolori esclamava: «Signore; cresci i patimenti, purchè cresca la pazienza». La sincerità della sua devozione fece che, malgrado l'austerità, il popolo l'amasse vivo, morto lo venerasse: Bacone meravigliavasi che la Chiesa non noverasse fra i santi questo grand'uomo; e di fatti egli fu l'ultimo papa canonizzato[411].

NOTE

[402] Vedi sopra a pag. 340.

[403] Il Serristori, ambasciador di Toscana, andò, non sapeva se a congratularsi seco o condolersi del peso toccatogli, e Pio rispose, esservi più ragione di compatirlo; avrebbe ricusato se non avesse temuto che il papato venisse al cardinal Morone «o qualche altro soggetto, con molto danno di questa santa sede» (Legaz. del Serristori, pag. 422). Il Serristori replicò che l'egual timore era entrato nel granduca, onde avea ordinato che dal papato si eccettuassero Ferrara, Farnese, Morone: questo pel medesimo rispetto che avea avuto sua santità, quelli perchè molto lontani dal servizio della santa sede.

[404] Dispaccio 16 febbrajo 1566.

[405] Lettera 18 maggio 1566.

[406] Carteggio dell'ambasciatore veneto, 29 luglio 1581.

[407] È tratta dall'_Officio della Madonna dei Domenicani_ come quest'altra,

Per impetrare la conversione degli eretici.

«O vera pace, e fedel Pastore dell'ovile della Chiesa tua, esaudisci le nostre preghiere, ed abbi pietà delle afflizioni e dei devastamenti del popolo cristiano. Con tutto il cuore noi supplichiamo la tua misericordia, perchè ti compiaccia di vigilare paternamente tutti coloro che abbandonarono la ortodossa e cattolica fede, ed allucinati intorno a' suoi articoli, e sedotti da falsa persuasione vivono ereticamente: deh! coi raggi della tua luce illumina i loro cuori, e riducili al conoscimento dell'errore che professano, affine che per tal modo rinsaviti, e abbandonando le dispute, e le corruzioni della tua parola, ritengano costantemente l'unica e vera fede sotto i legittimi nostri pastori con a capo te, supremo Pastor di tutti, dal quale ogni emission di luce e di grazia si riflette in tutte le membra, che ti sono congiunte col vincolo della sacra pace. Così sia».

[408] J. POGIANI _Sunnensis epistolæ et orationes, olim collectæ ab A. M. Gratiano, nunc ab H. Lagomarsinio adnotationibus illustratæ ac primum editæ_. Roma 1757, 4 vol. in-4º. Vedansi le lettere del 21 settembre e del novembre 1566.

[409] Allude a quel di san Paolo ad Rom., c. I, 8. _Gratias ago Deo meo pro omnibus vestris, quia fides vestra annuntiatur in universo mundo_.

[410] Lo descrive retoricamente il Bartoli nella vita di san Francesco Borgia: e come in quell'universale abbandono i Gesuiti si offrissero al soccorso, e vi si sacrificassero principalmente gli alunni del Collegio Germanico nel servir gl'infermi, e quelli del Seminario Romano nella cura dei morti.

[411] Conosciamo una _Vita del gloriosissimo papa Pio V_, per Girolamo Catena. Roma 1587. Sul frontispizio è il ritratto del santo, con in giro l'iscrizione _Absit mihi gloriari nisi in cruce Domini nostri Jesu Christi_: e fra varj emblemi il papa che abbraccia due figure, che pajono Francia e Venezia, colla scritta _Fœdus ictum in Turcos et vict._: a riscontro _Hæreticorum clades_; a' piedi la battaglia di Lepanto. Moltissime vite ne enumera il padre Quetyf, _Script. Ord. Prædicatorum_, che lo fa anche autore della _Praxis procedendi in causis fidei_. È strano che gli sia da taluni attribuito un opuscolo _Delle belle creanze delle donne_: il quale è provato esser di Alessandro Piccolomini senese. Vedi _La Visiera alzata_, ecatoste N. 6.

DISCORSO XXXV.

DEGLI ERETICI IN TOSCANA. IL CARNESECCHI.

Chi osservi ancora Firenze prima che sia compiuta la trasformazione sua, non tanto politica come morale e artistica, vi trova dapertutto l'opera della religione, e viepiù nell'ispirazione de' suoi poeti e de' suoi artisti, quando l'arte non era ancora ridivenuta pagana e principesca. La Toscana deve ai monaci il primo bonificare delle Chiane; e se il Pian di Ripoli uscì feracissimo dagli acquitrini; se presso ai pantani di Varlungo (_Vadum longum_) ondeggiarono di biade le campagne ubertose di San Salvi e di Rovezzano, fu merito de' monaci. Il palustre deserto fra Prato e Firenze, dacchè vi si stabilì la badia di San Giusto divenne il bel territorio di Osmannoro, mentre i Benedettini di Settimo coi rigagnoli e le colmate risanavano la riva opposta dell'Arno. Tutto l'Arno ebbe sostegni, pescaje, scoli dai monaci, ai quali Firenze lungo tempo affidò la costruzione e manutenzione de' ponti, delle mura, delle fortezze. Quanti villaggi crearonsi attorno a un convento o ad una chiesa! quante boscaglie, tane di fiere e di masnadieri, venner ridotte a rigogliose foreste! quante grillaje si convertirono in masserie, e migliaja di ulivi al piano e milioni d'abeti e di faggi al monte si naturarono! Basti ricordare come la regola camaldolese imponga di piantar ogn'anno una determinata quantità di abeti, e proveda attenta alla cura, al taglio, al ripiantamento delle foreste, il cui rigoglio fa ammirare ancora, ahi per poco! i devoti recessi di Camaldoli, di Monte Senario, della Vernia.

In Firenze poi, dai tempi di sant'Ambrogio e di Carlomagno giù fin ai Lorenesi, mille edifizj o sacri o caritatevoli s'annestano alle memorie delle famiglie[412]; nell'infausto assedio del 1529 tra i più grandi sagrifizj fatti alla patria contossi il dover distruggere qualche cappella, qualche dipintura, e gli anni successivi s'adoperò a riparare quei danni. Anche di fuori piaceansi i Fiorentini di eriger monumenti di devozione, come sono a Roma San Giovanni de' Fiorentini, a Lione Santa Maria e l'Ospedale di Tommaso Guadagni, a Napoli la Certosa, a Lucca le loggie di San Friano, a Milano la cappella di san Pietro Martire, eretta da Pigello de' Portinari in San Eustorgio; in Venezia Sant'Antonio da Goto degli Abati, a Gerusalemme un ospedale da Cosimo padre della patria. Laonde il Richa disse che «della storia nostra il più pregevol soggetto non può negarsi sia il clero fiorentino»[413].

Le laudi contrapponeano la pietà e la carità all'osceno sensualismo dei canti carnascialeschi[414]. Mentovammo il Concilio ecumenico XVII, che fu il terzo tenuto in Firenze, dove nella, sessione XXV, Orientali e Occidentali professarono che «il romano pontefice è successore di Pietro principe degli apostoli, vero vicario di Gesù Cristo, capo di tutta la Chiesa, padre e dottore di tutti i Cristiani; a lui esser data da Nostro Signor Gesù Cristo, nella persona di Pietro, piena podestà di reggere e governare la Chiesa universale, secondo è pur contenuto negli atti dei concilj ecumenici e nei santi canoni».

E sono dei monumenti più degni d'essere studiati dagli Italiani le storie delle Chiese fiorentine e quelle de' suoi Santi[415]. Ricordavasi che il giorno di santa Reparata (3 ottobre 407) i Goti furono sbaragliati a Fiesole: che il giorno di san Barnaba (11 giugno 1289) si sconfissero gli Aretini a Campaldino: al beato Andrea Corsini attribuivasi l'aver posto in fuga il Picinnino nella giornata d'Anghiari il 1440; a santo Stefano papa, il duca Cosimo chiamavasi debitore della vittoria di Marciano. Fresca poi era la memoria del Savonarola e di Maddalena de' Pazzi; fresca quella di sant'Antonino, coi quindici beati, di cui è ricordo nella sua cella, fra' quali il beato Angelico, stupendo pittore, il miniatore frà Benedetto da Mugello, il beato Giovanni da Domenico, che poi fu cardinale e legato a latere. Il Lainez, generale de' Gesuiti, venne a fondarveli in San Giovannino nel 1551, con istruzione particolare di sant'Ignazio, e all'uopo ebbe gran doni e beni da Cosimo I, da monsignor Ughi; signori delle case Amannati, Guadagni, Pazzi, Sassolini, Rinuccini andarono a raccoglier limosine con cui fabbricossi la chiesa. È ancora ricordata da una lapide la dimora di san Luigi Gonzaga: poi nel 1565 fu tenuto in Santa Croce il capitolo generale de' Francescani, con cinquecento teologi e altrettanti allievi.

È fuor di tempo il rifrascar queste memorie all'odierna capitale d'Italia?

I primordj della Inquisizione in Firenze già divisammo, e come sin dal 1254, anzichè ai Domenicani, era affidata ai Francescani, che a Santa Maria Novella e a Santa Croce teneano un numero di satelliti e carceri proprie[416]. Fu davanti a quel tribunale che venne processato Cecco d'Ascoli astrologo, del quale divisammo nel Discorso VII.

L'aver mandato al fuoco uno de' filosofi di maggior rinomanza al suo tempo indignò molti contro l'Inquisizione, la quale di rimpatto prese ardimento ad estendere la propria giurisdizione. Massimamente frà Pietro dell'Aquila fu accusato di oltrepassare i suoi poteri, e smunger denaro da cittadini sospetti d'eresia; sicchè la repubblica pose nel suo statuto[417] che gl'Inquisitori non dovessero intromettersi se non di cose del proprio ufficio; condannassero nella persona, ma non negli averi; non tenessero carceri private, ma si servissero delle pubbliche; e nessun capitano o podestà, nè i vescovi di Firenze o Fiesole potessero far arrestare veruno per mandato del Sant'Uffizio, se non previa licenza de' priori; non si concedesse di portar l'armi che a sei famigliari del Sant'Uffizio; e costituiva quattordici difensori della libertà, che vegliassero all'osservanza di tali capitoli.

Ai quali si cercò sempre rivocare il Sant'Uffizio ogni qualvolta le circostanze l'avessero portato a trascendere. Quando Paolo III ebbe istituita la congregazione del Sant'Uffizio, fu preso partito che a Firenze tre commissarj, poi un quarto si unissero all'Inquisitore, per conoscer le cause di religione.

Da Giovanni delle Bande Nere, uno di que' brillanti avventurieri che sventuratamente sempre lusingarono le simpatie degli Italiani senza far mente qual causa sostenessero, nacque Cosimo de' Medici, che con arti buone e con sinistre riuscì a divenir capo dello Stato fiorentino, dove la repubblica già era stata strozzata dalle armi straniere, e ne costituì un principato ereditario. Questa forma di governi era allora l'aspirazione universale, per istanchezza dei reggimenti liberi del medioevo, per amor dei dominj forti e delle concentrazioni, che diceano salverebbero l'Italia dagli stranieri, e che invece l'inabissarono. Esecrato dai vecchi repubblicani ch'e' dovette reprimere, combattere, esigliare, assassinare, Cosimo in lunghissimo regno si mostrò splendido senza abbandonar le abitudini cittadinesche della casa sua, e procurò di far fiorire le arti e il commercio, estendere fabbriche, erigere superbi palazzi, e tutti i progressi che possono camminar di paro colla servitù.

Cosimo sentì come interesse primo d'ogni nuovo principato in Italia sia l'ingraziarsi il pontefice: eppure teneva l'occhio geloso su tutti gli atti della Corte romana, siccome appare dal carteggio de' residenti, e voleva ingerirsi ai conclavi e alle altre decisioni. Per rispetto a quella, non ledeva le immunità ecclesiastiche: e nella feroce guerra di Siena, le sue truppe, comandate dal marchese di Marignano, avendo profanato qualche luogo sacro, egli scriveva a Bartolomeo Cóncini, suo commissario, il 24 ottobre del 1554:

«Con nostro molto dolore abbiamo inteso la ruberia che l'esercito del marchese di Marignano ha fatto in Casole, da cui nè anche la casa di Dio è andata esente. Noi non vogliamo queste iniquità. Quando l'esercito può dare il sacco, le chiese hanno da essere rispettate, e il primo che oserà fare insulto a chiese, monasteri, ospedali ed altri luoghi, noi vogliamo che paghi la pena di tanta sua malvagità colla perdita del capo: e il marchese vogliamo che obbedisca a questi nostri ordini. E voi, se vi piace la nostra grazia, vi sforzerete per impedir tali errori, e ci darete subito avviso. Dalla massa della preda che non è stata divisa vogliamo che si renda a quelle chiese tutto quello che gli è stato tolto. Eseguite e state sano».

Cosimo favorì la convocazione del Concilio di Trento, e fin dal 9 dicembre del 47 scriveva al Pandolfini: «Sua beatitudine dovrà, come prudente, ben considerare quanto importi l'essere unita coll'Imperatore e Reformati, e reunire le cose della religione che son tanto necessarie, e di non lassar perdere questa bella occasione di ridurre alla Chiesa le provincie di Germania, sendone questa sì gran membro, e quella che è sempre stata infetta ed ha infettato le altre, e pur ora con la grazia di Nostro Signore Dio consentì di star alla determinazione del Concilio, che non è certo poco, avendolo S. M. disposta a questo».

Molte altre lettere rincalzano il proposito, e singolar attenzione merita questa, che da Roma[418] il 16 novembre 1558 scriveva al Ferrero:

«Noi volevamo partire per ritornarcene a Siena, ma sua santità, che ci onora e carezza troppo, ci ritiene col dire che, siccome _siamo stati in certo modo autori che ella apra il Concilio universale_, che fu la causa della chiamata nostra qua, vuol ancora che ci troviamo all'atto et alla messa solenne del Santissimo Sacramento, la quale, a Dio piacendo, celebrerà sua beatitudine la domenica a otto che viene». Di propria mano aggiunge: _Non ci fate autor di questa cosa_.

In altra lettera[419] esorta a proseguire il Concilio, e mostra la necessità di riformar la Corte romana. Anche dal carteggio di Spagna di monsignor Minerbetti trapela la sollecitudine di Cosimo perchè si radunasse il Concilio, atteso che, o si conclude e allora la buona morale può guadagnarvi: o no, e questa non è peggiorata, restando nello stato presente: brama che ciò notifichi al re cattolico, esortandolo ad opporsi ai Concilj nazionali, come domandavano gli arcivescovi di Siviglia e del Gallo (?).

Poi nel 1561 scriveva al papa:

«Vostra santità non si lasci persuadere a intimar il Concilio con due cuori, l'uno d'intimarlo, l'altro di non lasciarlo poi seguire liberamente; perchè così facendo, quanto a quello che tocca a Dio, essendo questa sua causa, non bisogna ingannarsi: anzi è molto meglio lasciarlo di fare, che fare come si fece a Trento, che fu di scandalo ai Cristiani e di disonore al superiore: perciò lo faccia con animo risoluto e liberamente».

A quel Concilio Cosimo tenne sempre ambasciadori, dai quali veniva informato minutamente, sicchè la sua corrispondenza sarà una fonte copiosa per chi ancora volesse tesserne la storia[420].

Scontento di vedersi pari o inferiore ad altri principi d'Italia che sorpassava in potere ed in sublimità, e principalmente ai duchi di Savoja, che rimanevano vassalli dell'Impero, e che guadagnavano col metter a servizio altrui il proprio braccio e i soldati, Cosimo ambì il titolo nuovo di granduca, e lo chiese al papa, che conservava ancora la supremazia sui troni della terra. «Il romano pontefice, nell'eccelso trono della Chiesa militante collocato sopra le genti ed i regni, coll'acume dell'indefessa mente perlustrate le provincie del mondo cattolico..... tra i più bei meriti della vera fede in questi tempi di tante eresie e apostasie, trovò che il principe della Toscana tien questa provincia immune dal mal seme più delle altre». Atteso ciò, e l'ossequio che Cosimo presta alla Santa Sede, e l'aver egli soccorso di denaro e d'armi Carlo re di Francia contro i ribelli ed eretici, e il prometter suo di prestarsi a difesa ed incremento della fede cattolica: e che domina con incomparabil sapienza e giustizia, reprime i pirati, i masnadieri, i sicarj, con buona flotta custodisce le coste, di moto proprio lo nominò granduca[421], e gli diede una corona colla scritta, _Pii V p. m. ob eximiam dilectionem ac catholicæ religionis zelum, præcipuumque justitiæ studium_. Il granduca inginocchione giurò «alla sacrosanta Chiesa e alla Santa Sede la solita obbedienza e devozione che ha costumato, e che debbono i principi cristiani, offrendosi pronto con ogni suo potere per l'esaltazione e difesa della Santa Sede».

Di quella dignità di granduca, che costituiva in Italia un principato indipendente, sdegnossi l'imperatore, che pretendeva aver egli solo il diritto di conferirla. Ai lamenti dell'imperatore, Pio V rispondeva: «Con che fondamento contestate questa potestà alla Chiesa? Chi altri che la Chiesa ha dato agli imperatori il nome e l'onore della loro dignità? Chi diede ad essi l'impero? Chi questo trasferì dall'Oriente in Occidente se non i miei predecessori?»[422]; Anche Filippo II, che vedea erigersi un emulo della sua potestà in Italia, portò lo sdegno al punto, che pareva imminente la guerra. Ne profittarono gli Ugonotti, e subito insinuarono a Cosimo di favorire il principe d'Orange e i sollevati del Belgio, per dare così imbarazzi al re di Spagna; ma Cosimo non volle collegarsi con eretici; — forse non vi trovò il suo conto.

Era naturale che Roma vegliasse assai perchè nella contigua Toscana non attecchissero i germi ereticali; mentre d'altra parte il duca cercava gratificarsi la Corte romana. Nel 1545 Pandolfo Pucci lo informava che il papa erasi lagnato perchè avesse espulso da San Marco i Domenicani, e surrogatovi gli Agostiniani, ch'esso reputa più luterani che cattolici[423]. E due anni innanzi, il Campana segretario l'informava d'un Capitolo tenutosi dai frati di Santa Maria Novella, ove, delle conclusioni adottate, cinque si dimostrano luterane[424]. Esso duca, nel 1552, scriveva al cardinale di Santa Fiora, deplorando i disordini che si commettevano nei monasteri di Firenze, asserendo che in uno si fosser trovate ben quindici suore spulzellate per opera di frati e preti[425]: ma consta dalle storie come Cosimo avesse in ira e in sospetto i frati, e principalmente i Domenicani, come attaccati alle idee repubblicane e ai ricordi del Savonarola.

Cosimo realmente riusciva intollerante come tutti gli uomini del suo tempo, secolari fossero od ecclesiastici, cattolici o protestanti, italiani od alienigeni. Pure non amava l'Inquisizione, giurisdizione straniera nel paese suo; perciò voleva avervi mano, e impedì che fosse trasferita dai Minori Conventuali ai Domenicani. Avendo i famigliari del Sant'Uffizio la distintiva d'una croce rossa, e rimanendo esenti dalla giurisdizione secolare e autorizzati a portar l'armi, Cosimo temette ciò non servisse di coperta ai tanti che avversavano il suo dominio, e ne stava in molta guardia.

Dappoi Paolo IV abolì in Firenze la deputazione del Sant'Uffizio, e fin il nunzio ne restò escluso, ristrettane la giurisdizione nel solo inquisitore. A mezzo dicembre 1551 fu eseguito un _atto di fede_ in Firenze. Uno stendardo, portante la croce nodosa in campo nero fra la spada e l'ulivo, con attorno le parole del salmo _Exurge, Domine, et judica causam tuam_, precedeva la processione di ventidue persone, alla cui testa Bartolomeo Panciatichi, ricco gentiluomo, e già ministro del duca in Francia. Vestivano cappe dipinte a croci, e così avviati alla metropolitana, fatta abjura vennero assolti, mentre i loro scritti e libri erano dati al fuoco. Intanto questa cerimonia faceasi privatamente da alcune donne a San Simone.

Cosimo pretendeva che il nunzio apostolico lo tenesse informato de' processi che a Fiorentini si facessero anche a Roma[426], dicendo che, trattandosi di materie di fede, più di ogni altra importanti, voleva ogni cosa condotta coll'intervento de' suoi ministri. Nel febbrajo 1551 essendo dall'Inquisizione di Roma domandato Lorenzo Niccolucci, il duca ne permetteva l'estradizione, ma a patto che il rimandassero a Firenze se doveva subire castigo. Di cosiffatte informazioni troviamo spesso negli archivj, e nominatamente al 4 novembre 1564 il nunzio scriveva: