Gli eretici d'Italia, vol. II

Part 51

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Sarebbe troppo bel privilegio dell'errore se non trovasse contraddittori; e ne trovò, per quanto generale, la credenza ne' notturni congressi. Samuele De Cassini tolse a provare che il demonio non trasporta effettivamente queste donne, e solo in esse produce un'estasi, per la quale credono volare o trovarsi fra la moltitudine; ma Giovanni Dadone domenicano sostenne che il volo talora avvenga realmente[364]; e con lui opinano frà Bartolomeo Spina maestro del sacro palazzo[365], frà Silvestro Priero suddetto, e Paolo Grillandi legista fiorentino che dapprima le aveva negate[366], e fino Gianfrancesco Pico della Mirandola[367]. Frà Leandro degli Alberti, vulgarizzando un costui libro, racconta: «Essendosi scoperto l'anno passato qui quel tanto malvagio, scellerato e malefico giuoco _della donna_, dove è rinnegato, bestemmiato, e beffato Iddio, e ancor conculcata con i piedi la croce santa, dolce refrigerio dei fedeli cristiani e sicuro stendardo, e dove ancor vi sono fatte altre biasimevoli opere contro della nostra santissima fede; il perchè essendo stato integramente investigato e ponderatamente conosciuto, e ancor proceduto giuridicamente dal savio e providente censore ed inquisitore degli eretici, furono da lui consegnati al giudice molti di questi maladetti uomini, i quali, secondo il comandamento delle leggi, fece porre sopra d'un grandissimo monte di legne, e bruciarli in punizione delle loro scelleraggini ed anco in esempio degli altri. Or così di giorno in giorno procedendosi per estirpare e svellere questi cespugli di pungenti spine di mezzo delle buone e odorifere erbe de' fedeli cristiani, cominciarono molti con ingiuriose parole a dire non esser giusta cosa che questi uomini fossero così crudelmente uccisi, conciossiachè non avevano fatto cosa per la quale dovessino ricevere simile guiderdone; ma ciò che dicevano di detto giuoco, lo dicevano o per sciocchezza e mancamento di cervello, ovvero per paura degli aspri martirj. E non pareva verisimile che fossero fatti dagli uomini tanti vituperj all'ostia consacrata, nè alla croce di Cristo, e alla nostra santissima fede. E questo facilmente potevasi confermare, perchè molti di loro prima avendolo detto, di poi costantemente lo negavano. Per questi biasimevoli ragionamenti di giorno in giorno crescevano nel popolo simili mormorii, la qual cosa intendendo lo illustre principe signor Gianfrancesco, uomo certamente non manco cristiano che dotto e letterato, deliberò di voler intenderne molto integramente, e con sottili investigazioni conoscere così il fondamento come tutte le altre minime cose che erano formate sopra di esso, prima intervenendovi e ritrovandosi alle esaminazioni di quelli avanti dell'inquisitore, poi interrogandoli da sè a sè, parte per parte di detto scellerato giuoco, e degli abominevoli riti e profani costumi e scomunicati modi e maledette operazioni che ivi continuamente si fanno, e non solamente da uno di quelli, ma da gran numero; e ritrovandoli accordarsi nelle cose di maggior importanza, cioè sommersi in tanti sozzi vizj, siccome vero servo di Gesù Cristo, acciò che ciascuno si deva ben guardare dalle fraudi dell'antico nostro nemico, ed ancora per poterlo meglio in ogni luogo perseguitare, si pose a scrivere di questa rea, scellerata e perversa scuola del demonio...».

Gianfrancesco introduce la _strega_ a dialogar con uno che non vi crede (_Apistio_), e che affaccia objezioni di buon senso a tutte le confessioni di quella, mentre il giudice (_Dicasto_) adopera le formole giuridiche per provare che non sono illusioni, e sostenere la verità delle deposizioni di lei intorno al trasporto reale delle persone, ai sozzi banchetti, alle nefande nozze, all'abuso del sacrosanto pane. Da altri processi egli raccolse d'un prete Benedetto, innamorato del diavolo in carne col nome d'Armellina, i cui piaceri esso preferiva a qualunque altro, e con costei discorreva fin per le piazze, sembrando mentecatto agii altri che non la vedeano; per amor di lei non battezzava i bambini, non consacrava le ostie, e all'elevazione le alzava capovolte, così eludendo i sacramenti. D'altri ancora egli sa, talmente presi d'un demonio in forma di donna, che voleano abbandonar piuttosto la vita; finchè quella gran fiamma ne era cacciata coll'altra fiamma d'una catasta di legna. E questi fatti sono tanto comuni che confessano andare alla tregenda oltre due migliaja di persone.

La strega del Pico conviene d'aver mandato la gragnuola sui campi di suoi malevoli, uccisone il bestiame, succhiato il sangue di sotto le ugne de' bambini, finchè morivano se essa medesima non vi prestasse rimedj, insegnatile dal demonio. L'incredulo insiste principalmente sul perchè dal demonio non domandasse denari; ed essa risponde averne anche avuti, ma che scomparvero, e l'attrattiva maggiore consistere sempre ne' piaceri del senso. Il demonio permetteale tutti gli atti di cristiana, ma mentre assisteva ai divini uffizj dovesse sottovoce protestare come a menzogne, stralunare gli occhi, far atti di scherno, e trattasi di bocca la particola, conservarla per le profanità della tregenda.

Paolo Grillando inquisì una donna che, mentre era riportata a casa dal diavolo amante, udì sonar l'_ave_ della mattina, ond'esso fuggì lasciandola sul terreno, ove fu trovata ignuda. Un marito spiò sua moglie tanto, che s'accorse dell'ungersi e dello scomparire, e a rinforzo di bastonate obbligatala a confessare, volle menasse lui pure alla tregenda: ivi sedutosi a mensa, tutto trovava insipido, onde chiese del sale, inusato ai loro banchetti. Avutone dopo lunga istanza, esclamò: «Lodato Dio che finalmente il sale è venuto»; e bastò quell'esclamazione perchè tutto andasse in dileguo, ed egli rimase colà ignaro del luogo, finchè la mattina da pastori sopravenuti seppe ch'era presso Benevento, a cento miglia dalla patria sua. Dove tornato, fece processar la moglie e condannare[368].

Altri fatti egualmente certi aveva in pronto Bartolomeo Spina predetto. Una fanciulla, che dimorava colla madre a Bergamo, fu una notte trovata a Venezia nel letto di un suo parente; chiesta del come, vergognosa raccontò aver visto sua madre ungersi, e trasformata uscir dalla finestra; ed ella volle far esperimento dell'unto stesso, e seguì la madre, e la vide tender insidie al fanciullo parente; di che ella spaventata invocò il nome di Gesù, e tosto ogni cosa disparve; l'inquisitore ne fe processo, e la madre alla tortura confessò il tutto. Antonio Leone, carbonajo di Valtellina, dimorante a Ferrara, narrava d'un marito che parimente vide la moglie untarsi, ed uscir per la gola del camino, ed egli imitatala, la raggiunse in una cantina: essa, come il vide, fece un segno pel quale tutto sparì, ed egli rimasto colà, fu côlto per ladro: se non che si scolpò narrando il fatto, pel quale la moglie fu mandata al supplizio[369].

Basta il buon senso più triviale a spiegar questi fatti; ma non tutti così chiari sono quelli che adducono gli apologisti, l'insistenza dei quali convince che v'aveva contraddittori. Nel 1518 il senato veneto, disapprovando le esorbitanze degl'inquisitori nella Valcamonica, rinomatissima per tale fastidio, revocò a sè i processi, e statuì che in tali materie i rettori delle città si unissero agli ecclesiastici. Combatterono l'opinione vulgare il francescano Alfonso Spina[370], il cavaliere Ambrogio Vignato giureconsulto lodigiano[371], Gianfrancesco Ponzinibio giurista piacentino, negando possa il demonio generare come incubo o come succubo, e i voli delle streghe e le tregende esser illusione[372]. Andrea Alciato[373] scrive: «Era venuto un inquisitore nelle valli subalpine per inquisire le streghe; già più di cento n'avea bruciate, e quasi ogni dì nuovi olocausti a Vulcano ne offeriva, delle quali non poche coll'elleboro piuttosto che col fuoco meritavan essere purgate; finchè i paesani colle armi si opposero a quella violenza, e recarono la cosa al giudizio del vescovo. Egli, speditimi gli atti, chiese il mio parere»; e fu diretto a sottrarre queste sciagurate ai supplizj; dichiarò siffatta credenza non esser che di donnicciuole; e perchè (domandava) non potrebbe il demonio aver preso le sembianze di esse donne? e come mai scompare tutta la tregenda all'invocare Gesù?

A Pietro Borboni arcivescovo di Pisa, che consultò i dotti di quell'Università se il fatto di certe monache ossesse fosse naturale o soprannaturale, Celso Cesalpino, famoso naturalista rispondeva, esponendo a lungo i portenti attribuiti alla magia, senza mostrare impugnarli; di poi argomentando con Aristotele, asserisce esistere intelligenze medie fra Dio e l'uomo, ma non poter queste comunicare con noi[374]. Forza era conchiudere non poter essere reali gli esaminati invasamenti: ma egli, per riguardi al tempo, non dichiara se non che non sono naturali, e volersi applicarvi i rimedj della Chiesa.

Traviata così l'opinione del vulgo e dei dotti, farà più dispiacere che meraviglia il vedere membri rispettabilissimi della Chiesa trascinati dalla corrente. Nel 1494 papa Alessandro VI, avendo udito in _provincia Lombardiæ diversas utriusque sexus personas incantationibus et diabolicis superstitionibus operam dare, suisque veneficiis et variis observationibus multa nefanda scelera procurare, homines et jumenta ac campos destruere, et diversos errores inducere_, commette agli inquisitori di perseguitarle. Pure egli avea vietato a questi d'intrigarsi di sortilegi, malie, fatucchierie, se non v'intervenissero abuso di sacramenti o atti contro la fede. Nel 1521 Leone X, all'occasione de' molti sortilegi scopertisi in Valcamonica, parlava agli inquisitori della Venezia d'una genia perniciosissima che rinnega il battesimo, e dà il corpo e l'anima a Satana, e per compiacergli uccide fanciulli, ed esercita altri malefizj[375]. Nel 1523 Adriano VI al Sant'Uffizio di Como scriveva essersi trovato persone d'ambo i sessi, che prendono a signore il diavolo, e con incantagioni, carmi sacrilegi ed altre nefande superstizioni guastano i frutti della terra, e si licenziano ad altri eccessi e delitti[376].

Riferisce il padre Carrara, nella storia di Paolo IV L. II § 8, che in quel tempo i demonj fecero l'estremo di loro possa, come chi si sente alle strette. Fra gli altri nel 1558 invasero un luogo pio d'orfanelle in Roma, di modo che il papa istituì una congregazione di ragguardevoli prelati, alla cui testa il cardinale decano Bellay e G. B. Rossi generale dei Carmelitani, perchè riconoscesser il fatto e cogli esorcismi riparassero la repentina perturbazione di quelle zitelle. Una maga africana abitante in Transtevere pretendea guarire un certo Cesare, sellajo pontifizio, che diventava acatalettico, e credeasi indemoniato; ma voleva averne la permissione dal papa onde non incorrere le pene da esso minacciate contro le superstizioni. Il padre Ghislieri non solo negò tal licenza, ma fe carcerare la strega, e sebbene non si riuscisse a provarla rea, la esigliò, e il sellajo affidò agli esorcismi del padre Rossi. Questi lo conobbe veramente indemoniato; e ordinò alla madre di lui facesse minute indagini per casa, massime nelle coltrici, e sotto i limitari delle porte, ove gli streghi sogliono riporre lor malefizj; e di fatto sotto un mattone si trovò un pentolino sudicio e polveroso, e in esso un battufolo di carte e cenci, un circoletto di capelli biondi come l'oro, con un lento nodo, due unghie di mulo, due penne di gallina piegate a triangolo: due aghi fitti in un cuore di cera; un ritaglio d'unghia umana, grani di cicerchia e d'altri legumi; e nel fondo tre carte piegate; in una delle quali una rozza effigie d'uomo, trafitto da due dardi incrociati a modo di X; nell'altra 13 nomi ignoti, probabilmente di demonj; nella terza era scritto «Cesare, come qui sopra passerai, per dieci anni in gran pena starai» e parole inintelligibili.

Subito il pentolino fu messo nell'acquasanta, indi riposto in luogo sicuro; e intanto Cesare si trovò liberato, e tornò florido e tranquillo. Tutto ciò il padre Carrara, per attestar come il mondo fosse contaminato da diavolerie, e come vi rimediasse il santo rigore di Paolo IV.

Gregorio XV inveiva contro coloro che fanno malefizj, donde, se non morte, seguono malattie, divorzj, impotenza di generare, altri danni ad animali, biade, frutti ecc. e vuole che i rei siano immurati. Secondo il serio storico De Thou, diceasi che Sisto V avesse pratica col demonio, e patto di darsegli, purchè fosse papa e pontificasse sei anni. Di fatto ebbe la tiara, e per cinque anni segnalossi con azioni che sorpassano l'elevazione dello spirito umano. Al fine cadde malato, e il demonio venne a intimargli il patto. Sisto incollerito lo rimbrottò di mala fede, giacchè soli cinque anni erano corsi; ma il demonio gli disse: «Ti ricorda che, trattandosi di condannar uno che non avea l'età legale, dicesti _Gli do uno de' miei anni_?» Sisto non seppe qual cosa rispondere, e si preparò a morire fra i rimorsi.

Vero è che il De Thou non sta garante del fatto, potendo esser invenzione de' malevoli Spagnuoli[377]. E Sisto V emanò nel 1585 la lunghissima bolla _Cœli et terræ creator Deus_, con cui condannò la geomanzia, idromanzia, aeromanzia, piromanzia, oneiromanzia, chiromanzia, necromanzia; il gettar sorti con dadi o chicchi di frumento o fave; il far patto colla morte o coll'inferno per trovare tesori, consumar delitti, compiere stregherie; al demonio ardere profumi e candele, come pur quelli che negli ossessi e nelle linfatiche e fanatiche donne interrogano il demonio sul futuro; le donne che entro ampolle serbano il diavolo, ed untesi con acqua od olio la palma o le unghie, lo adorano; quindi proibisce tutti i libri d'astrologia, il prendere l'ascendente, descrivere pentagoni, e le altre superstizioni allora in credito. Dove si noti che que' nomi sono gli indicati già da Porfirio[378], e che ne risultano due fatti: primo, il generalizzarsi di tali pratiche, quasi un'ebollizione dello spirito satanico al tempo della Riforma; secondo, la persistenza di esse, malgrado le cure della Chiesa.

Nel 1598 Clemente VIII era nel 63 anno di vita e settimo del pontificato; due numeri climaterici pel 7 e il 9, sicchè il popolo ne aspettava disgrazia, ed egli ripetea d'averne soli 62, aspettando che l'influenza passasse.

A Paolo V un astrologo dichiarò vivrebbe poco; ond'egli licenziò il cuoco e lo scalco, circondavasi di precauzioni, non ardiva ricever alcun memoriale da sconosciuti, e dapertutto vedea veleni e insidie, finchè fu guarito da un rimedio omiopatico, cioè da un consulto d'astrologi che dichiarò esser trascorso il tempo dell'influsso minaccioso.

Nel 1588 il cardinale Agostino Valier, lodatissimo vescovo di Verona, in una pastorale compiangeva come «si trovino alcuni, sebbene di vile e bassa condizione che hanno fatto patto coll'inferno, cioè col demonio infernale, attendendo a superstizioni, incanti, stregherie, e simili abominazioni».

Il vescovo Bonomo, nei decreti per la diocesi comense, vieta l'usar figure e anelli magici per medicar uomini o bestie, le stregherie, le fasciature, il trattar ferite e morbi colla recita di certe formole, il raccoglier felci e loro semi in dati giorni e ore, e maghi e indovini siano puniti dal vescovo come pure le maliarde che affascinano e uccidono fanciulli, inducono sterilità e gragnuola.

San Carlo nel primo suo concilio provinciale ordinava che maghi, malefici, incantatori, e chiunque fa patto tacito o espresso col diavolo sia punito severamente dal vescovo, ed escluso dalla congregazione dei fedeli[379]. Nel suo rituale stabilisce le penitenze che devono applicarsi a maghi, per 5 anni; a chi getta tempeste, anni 7 in pane ed acqua; a chi canta fascinazioni, tre quaresime; a chi fa legature e malie, due anni. Egli avea vietato che nessuno in predica dicesse il giorno della fin del mondo[380]: e nel V concilio provinciale mette: _Ad nuptias matrimoniaque impedienda vel dirimenda eo cum ventum sit, ut veneficia fascinosve homines adhibeant, atque usque adeo frequenter id sceleris committant, ut res plena impietatis, ac propterea gravius detestanda; itaque ut a tanto tamque nefario crimine pœnæ gravitate deterreantur, excomunicationis latæ sententiæ vinculo fascinantes et venefici id generis irretiti sint_.

Nella Mesolcina, valle italiana appartenente ai Grigioni, abbondavano le streghe, che faceano malie, affascinavano fanciulli, inducevano temporali, e adunavansi ai sabbati, ove dal diavolo erano sollecitate a calpestar la croce. San Carlo, visitando come legato pontifizio que' paesi, mandò a farne processo; e si trovò il male ancor peggio dell'aspettazione; centrenta streghe abjurarono, altre furono arse, fra cui Domenico Quattrino prevosto di Rovereto, che da undici testimonj era stato visto alle tregende menar un ballo coi paramenti da messa, e recando in mano il santo crisma[381].

Il padre Carlo Bescapè, sotto gli 8 dicembre 1583, descriveva al suo superiore il supplizio d'alcune fra queste, «In un vasto campo costrutto un rogo, ciascuna delle malefiche fu sopra una tavola dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta, ai lati della quale fu appiccato fuoco: e tanto fervea l'incendio, che in poco d'ora apparvero le membra consunte, le ossa incenerite. Dopo che il manigoldo l'ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò i suoi peccati, ed io le assolsi: altri sacerdoti le confortavano in morte, e le affidavano del divino perdono.... Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio, e di quanto pronto animo abbiano incontrato il castigo. Confessate e comunicate, protestavano ricevere tutto dalla mano di Quel lassù, in pena de' loro traviamenti; e con sicuri indizj di contrizione offrivangli il corpo e l'anima. Brulicava la pianura di una turba infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran voce, Gesù! e le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitar delle fiamme udivansi replicare quel santissimo nome; e pegno di salute aveano al collo il santo rosario.... Questo volli io che la tua riverenza sapesse, perchè potesse ringraziar Iddio, e lodarlo per li preziosi manipoli da questa messe raccolti»[382].

Nel 1586 Daniele Malipiero senatore veneziano fu arrestato come negromante, e così i nobili Eustachio e Francesco Barozzi, e condannati all'abjura. Questo Francesco, di cui si hanno varj trattati matematici e filosofici, persistette al niego, finchè promessogli salva la vita e la roba, confessò aver praticato diavolerie con profanazione d'olj santi e d'altri sacramenti; costretto le intelligenze con circoli; fatto la statua di piombo conforme alle regole di Cornelio Agrippa: aggiunse che sapea far venir persone dalle estremità del mondo; con una lamina fabbricata sotto l'ascendente di Venere, costringere a voler bene, e stare preparandone altre sotto l'influsso di diversi pianeti per conseguire oro, dignità, onorificenze; confidarsi di poter con sortilegi istruire in tutte le scienze il proprio figliuolo; avere scoperto il senso de' geroglifici esistenti sulla piazza di Costantinopoli, secondo i quali al 1590 doveva estinguersi la casa Ottomana e la potenza de' Turchi; trovandosi in Candia durante una lunghissima siccità, vi fece piovere, ma insieme versossi tal gragnuola, che devastò i campi ch'esso v'aveva. Perocchè egli era abbastanza ricco, ma pe' vizj e il disordine spesso si trovava sprovisto. Fu condannato a dar pochi danari con cui far crocette d'argento, e a praticare alcuni atti di pietà, «esortandoti anche a tener sempre acqua benedetta nella tua camera per difesa contra tanti spiriti infernali, con i quali hai avuta famigliarità»[383].

Egualmente o peggio andavano le cose fuori d'Italia. In Francia, regnante Francesco I, centomila persone furono condannate per fatucchiere[384]; e da seicento accusate nel 1609 sotto Enrico IV. Son vulgatissimi i fatti delle ossesse al tempo del giansenismo, cioè nel gran secolo del gran re, ma non vogliamo tacere che, nel processo del gesuita Girard del 1731, dodici giudici sopra trentuno lo condannavano al fuoco per magia e incesto spirituale; ma l'appello cassò la sentenza. Dite altrettanto dell'Inghilterra e della Germania; e da Soldam, che recentemente trattò dei processi di stregheria[385], raccogliamo che a Nördlingen, cittaduola di seimila abitanti, dal 1590 al 1594 furono arse trentacinque streghe.

I Riformati usavano altrettanto, anzi più ferocemente de' Cattolici. Lutero domandava che i maghi fossero dati a morte, nel triplice interesse della religione, della morale, della sicurezza pubblica. Le stregherie non erano punite che correzionalmente a Ginevra, ma Calvino vi stabilì il fuoco, come lesa maestà divina in supremo grado; e in sessant'anni cencinquanta individui furono bruciati per tale delitto[386].

Così durò anche il XVII secolo, e il 21 luglio 1612 a Firenze una donna fu condannata ad esser appesa alle forche, bruciatone il cadavere, confiscati i beni, come convinta e confessa d'aver avuto commercio nefando con un demonio che chiamava Bigiarino, il quale in forma di caprone la portò più volte ai sabati al noce di Benevento; ella stessa, trasformata in gatto, succhiò il sangue di molti ragazzi. Provavano il fatto molte madri, attestando che certe malattie di lor figliuoli furono guarite da questa strega, mediante segni e parole inintelligibili: e poichè i fatti parean meno credibili, i giudici sottoposero la rea alla tortura probatoria, nella quale essa confermò tutte quelle fantasie[387]. L'ottobre 1664, nel monastero di Santa Scolastica del Borgo a Buggiano si sentiva uno spirito battente, e «presero le monache ardire di scongiurarlo: e da parte di Dio gli comandarono che dicesse chi fosse e quali erano le sue pretensioni, ma questo non rispose se non per via dei soliti picchi, che faceva per segno del sì, e lasciando di picchiare per segno del no»[388].

Diego Guscalone palermitano, commesse molte scelleraggini in patria, fuggì in Ispagna e quivi processato dal Sant'Uffizio per sortilegj, fuggì nelle Indie, e vi servì da cappellano, poi con fedi false e abito di agostiniano, e col nome di frà Bernardino da Montalto tornò in Italia, e prese usata con frà Domenico Zanconi fermano, priore agostiniano, e arnese a lui somigliante. Convinti d'aver con sortilegj tentato sedurre una donna, furono espulsi, e ricoveraronsi in quel di Macerata. Ebbe sentore della loro abilità necromantica Giacinto Centini, nipote del cardinale Centini che era stato a un punto di divenir papa nel conclave dove fu eletto Urbano VIII. Esso gli interrogò se suo zio potrebbe salir al papato, e dopo arcani malefizj n'ebbe risposta che sì. Per accelerar questa fortuna ordirono molti sortilegj, combinandosi con altri più esperti in tali vanità; e formarono una statuetta di cera, collo struggersi della quale dovea consumarsi anche la vita del papa. Ciò fu nel 1631. Ma frà Domenico denunziò la cosa al Sant'Uffizio di Roma, sicchè i colpevoli furono arrestati, e formatone processo, Giacinto fu condannato a morte con un frà Cherubino che riuscì a fuggire, e con frà Bernardino, mago principale; frà Domenico a 39 anni di galera; altri a più o men lungo carcere; tutti facendo pubblica abjura (1635). Il cardinale, sospettato complice, si scolpò, ma poco sopravisse.